TAK

La situazione è minima: un vicolo di una ventina di metri, poco più di un androne a cielo aperto tra pareti di malte più vecchie che antiche, in fondo un ingresso che fu patrizio disegnato da un largo portone ad arco, tre ampie finestre al piano nobile che soffrono dell’angustia di spazio, due sorelle minori di sopra a dar luce a vani appena appena abitabili sotto al tetto di tegole smosse, tre tavolini di legno ingrigito dalla vita all’aperto con la compagnia di alcune sedie altrettanto provate, e io su una di quelle, vecchiume sul vecchiume, ma con una fresca Pale Ale per scacciare i fantasmi che mi circondano.
La luce arriva di sghimbescio, e per un effetto speciale accende quella nuda scenografia degna di una corte dei miracoli. Il vicoletto si apre su una calle che il viavai di turisti illude di essere veneziana, il masegno lucido e la crepata arenaria raccontano degli infiniti passi che hanno dovuto sopportare, frettolosi, incerti, cadenzati, strascicati, ondivaghi come se la pietra fosse mare, e ogni tanto uno di quei metronomi umani si arresta, si accorge del vicolo, lo studia un po’, incerto sulla realtà di ciò che vede e sulla sua capacità di interpretarla, e poi caccia fuori una macchina fotografica.
Ecco, il gioco è fatto, in pochi secondi io sono stato catturato assieme a tutto il resto, il pesce sbagliato nella paranza digitale, l’essere antistorico e casuale in un palcoscenico senza una storia degna di questo nome, ma tant’è.
Latini, asiatici, teutonici, slavi, senza distinzione di censo e di pigmentazione cutanea, vedono e, quasi senza volontà propria, tentano di imprigionare in un ammennicolo elettronico quella suggerita fantasia, illudendosi di poterla rivedere una volta lontani. La ragione è che niente ci attira di più di quel che ci sfugge, e a loro sfugge la cosa più importante di tutte, il momento che solamente io sto vivendo.
La mattinata è, dopo una settimana di cielo lacrimoso, finalmente godibile; la mia birra è fresca e profumata, sa di fiori, e regala al palato aromi di arance amare e frutti della passione; niente e nessuno mi dà il tormento, almeno finché tengo questo Graal in mano, né il tempo, né pedestri impegni, né suggestioni ipocondriache, né rimpianti, e nemmeno un’idea di futuro. Solamente di una cosa sono consapevole, la netta percezione di vivere un miracolo, quello di poter esser lì in quel momento e in tale stato d’animo, soggetto e oggetto di quel vicolo e dell’universo, particella fugace come un’effimera, ma incisiva come una zanzara estiva di notte.
Può venir fotografato tutto questo? Ne dubito. Magari un’anima suggestionabile potrebbe ricavarne un quadro, anche se, nonostante le buone intenzioni, il dipinto difficilmente verrebbe compreso.
Io intanto bevo e lascio fare, mi godo il mio attimo di eternità, quando a Linz, a Oradea, a Brighton, a Gand, a Providence, a Busan, guarderanno una foto scattata durante le ferie e io sarò con loro a gustarmi quella birra ancora una volta e per sempre.

.

.

Annunci

3 risposte a "TAK"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.