Ode a Mirella

O voi che fate acquisti nei centri commerciali,
o voi che andate al negozio sotto casa,
o voi che frequentate i mercatini rionali,
o voi che andate cercando le svendite di fine stagione,
o voi che passate ore sui siti internet,
voi non sapete che c’è Mirella, non sapete chi è Mirella, non sapete cos’è Mirella, non sapete com’è Mirella, non sapete dov’è Mirella.
Sono più di vent’anni che sento parlare di lei, però ogni descrizione, ogni commento, ogni credito, nulla dipanava del mistero, anzi altro non era che l’ennesima tessera di un puzzle dal disegno sibillino.
Era ora che vedessi, che sapessi, e che, forse, comprendessi.
Come disse Giulio Cesare, veni vidi vici.
E ora vi racconto, o almeno ci provo.
Mirella non è una persona, Mirella non è un luogo, Mirella non è una struttura. Mirella è un’esperienza sinestetica.
Immaginatevi un edificio anonimo, a due piani, il primo quasi senza finestre, ma con dei portoni quanto mai semplici. La soglia di questi ultimi non si trova a filo marciapiede, bensì stanno a un’ottantina di centimetri più in alto, e perché? Ve lo dico io, perché quello era un tempo un magazzino portuale. Le merci che stavano all’interno venivano caricate, a mano, su dei carretti, e perciò il pianale di quelli doveva trovarsi alla stessa altezza del pavimento del magazzino.
Inquadrato l’esterno, ci avviamo verso una scaletta di cemento che consente l’accesso a uno di questi portoni a tutto sesto, e nel farlo mi è impossibile scacciare dalla mente un’immagine assai bizzarra, anche se estremamente naturale.
Chi abita fuori città, oppure ama le gite in campagna, avrà forse avuto la possibilità di osservare un alveare, o un formicaio, notando come gli insetti si accalchino nei pressi del varco di accesso, ma che, nonostante il loro numero, come riescano a entrare e a uscire senza darsi troppo fastidio. L’essere umano, di gran lunga più in alto nella scala evolutiva, riesce invece a ottenere code chilometriche di autoveicoli fermi quando viene semplicemente a mancare una sola corsia in autostrada.
Bando alla facile ironia, torniamo a osservare quel portone, e intanto cerchiamo di dipanarne il mistero, perché l’andirivieni di persone che entrano ed escono senza soluzione di continuità non trova una palese ragion d’essere per quell’insignificante edificio, e perché il loro numero sembrerebbe incompatibile con le dimensioni della costruzione, come se ci fossero dei sotterranei all’interno, ma, essendo noi quasi in riva al mare, ciò sarebbe irrealizzabile, o magari è stata scoperta una quarta dimensione oltre alle tre già note, però in tal caso questo sarebbe un racconto di fantascienza.
Urge indagare.
Salgo la scaletta e attraverso il portone, già aperto, perennemente aperto, cronicamente aperto. Entrando non posso evitare di notare un foglio di carta attaccato con il nastro adesivo sull’anta spalancata. Il messaggio che contiene è chiaro, essenziale, garbatamente imperativo, e, nella sostanza, degnamente beckettiano, in quanto recita così: si prega di chiudere la porta. Per amor di precisione, confesso di non aver riportato le esatte parole del testo, giacché era redatto in sloveno, però potete fidarvi della mia traduzione.
Chi ha appiccicato quel cartello non si è reso conto di quali rischi avrebbe corso se l’ordine non fosse stato bellamente disatteso, o magari ha fatto affidamento sulla colpevole incuranza della gente nei riguardi di un avviso, augurandosi proprio che la porta non venga mai chiusa. Se invece le persone si fossero comportate conseguentemente a quel cartello, sarebbe stato inevitabile un quotidiano collasso delle cerniere e della maniglia, e pazienza se quest’ultima cedeva con la porta spalancata, ma non oso nemmeno immaginare cosa sarebbe potuto succedere se la porta fosse rimasta ostinatamente chiusa, con una massa di persone che strillava per poter uscire e una equivalente che dava in escandescenze per entrare prima dell’orario di chiusura.
Oltrepassata la soglia, apertasi la folla come le acque del Mar Rosso dinnanzi a Mosè, non riesco nemmeno a fare un paio di passi senza trovarmi la strada sbarrata da una fila compatta di magliette con vivaci disegni rossi. Eccomi bloccato come la cavalleria russa a Balaklava davanti al 93º Reggimento di fanteria Highlander.
Mi guardo attorno. A destra il passaggio tra gli stender è quasi del tutto occupato da un gruppo di giovani donne che stanno tramenando dei vestiti fiorati con spalline. Se li appoggiano al seno, si osservano l’un l’altra, si consigliano, ridono, scuotono il capo, mettono via, riprovano quello di prima, se li passano si mano, e così via.
A sinistra la via sembra sgombra almeno per tre o quattro metri, perché su un lato c’è il bancone per il ritiro degli acquisti, ma gli espositori immediatamente adiacenti non riescono a nascondere una situazione altrettanto caotica.
Dietro a me riesco ancora a scorgere l’arco che sormonta l’ingresso, ma questo mi sembra un’immagine creata dalla stessa Fata Morgana che illuse quel re barbaro fino a farlo annegare tra Scilla e Cariddi: praticamente irraggiungibile. Mi rassicura la consapevolezza che prima di chiudere dovrebbero buttarci fuori tutti, me compreso quindi, o almeno così spero.
Intanto che sono imbottigliato tra una falange di giubbini corti e un plotone di abitini da sera simileleganti, getto un’occhiata in giro per misurare l’ambiente. Gli stender sono alti circa un metro e mezzo, per cui mi pare di stare in un campo di erba altissima, o immerso in un variopinto mare dal quale spuntano qua e là le teste di altri naufraghi.
A occhio saranno una ventina di metri su un lato e una trentina sull’altro, però i prodotti sono sistemati in maniera molto furba, oserei dire diabolica, quasi un gioco di prestigio, e pare che ce ne siano talmente tanti da riempire un ettaro di superficie coperta. Tutti gli espositori sono caricati fitti fitti di grucce, ognuna col suo bel capo d’abbigliamento di colore e taglia esattamente uguali a quelli adiacenti, e questo genera una sensazione di sovrabbondanza che invita a cercare, curiosare, esplorare, con la subliminale certezza che, prima o poi, scoveremo qualcosa che fa sicuramente al caso nostro.
L’effetto in questo caso è duplice, ossia ci si trova a insistere nella ricerca dell’ago in un pagliaio, e dopo tutto quel voltare e rivoltare, distratti da forme, colori, sconti e offerte, è inevitabile l’oblio che porta a dimenticare cosa si è venuti a fare, per cui l’ago non lo troveremmo più neanche se ci sedessimo sopra.
Niente manichini, niente poster di famosi stilisti, rarissimi gli specchi, tutto è ridotto all’essenziale, e tutto è mescolato in ranghi compatti che formano un angusto labirinto nel quale è impossibile muoversi con la speditezza che il disinteresse imporrebbe. C’è ben poco da fare, volenti o nolenti si è costretti a procedere a rilento, attendendo i comodi di chi ci precede, o cedendo il passo a chi ci viene incontro, e in questo caso sembra proprio che ci sia capitato di incocciare in un’intera comitiva di perditempo. Se non avete la certezza di possedere la stessa flemma di un suddito di Sua Maestà Britannica, è meglio non tentare la sorte, a meno che non sia vostra la ferma intenzione dare scandalo uscendo con affermazioni inappropriate e inconsulte.
In ogni caso una scappata da Mirella è un’esperienza che toglie il fiato, letteralmente, ossia l’affollamento è tale che, complici l’innalzamento del tasso di umidità e del valore di temperatura, l’impressione è quella di essere entrati in una pentola a pressione nella quale sta bollendo una minestra, e voi siete uno degli ingredienti in corso di cottura, assieme all’umanità varia che vi circonda da ogni lato.
Proprio quest’ultima è, almeno per me, la prospettiva più interessante, con tutti i suoi aspetti bizzarri e le sue contraddizioni. Come non sorridere alla vista di una donna velatissima che va provando, da fuori, un reggiseno sexy? Come non paragonare all’arte contemporanea un fitto dialogo lunare tra una donna rumena e una croata attorno a un capo in offerta? Come non stupirsi di quanta strada sia disposta a fare una donna pur di trovare, o illudersi di aver trovato, ciò che aveva cercato per anni? Come non guardare con simpatia, e anche compassione, tutte queste persone che arrivano da lontano, ferme nella loro volontà di sembrare più ricche, magari rinunciando alla ricchezza della loro cultura?
È un bailamme di lingue e dialetti, ma non solo, anche di colori e di abbigliamenti particolari, ma non solo, anche di profumi troppo dolci e troppo floreali, ma non solo, anche di graveolenti odori di sudore, di piedi, di aglio, dipende dalla lunghezza del viaggio, dalla potenza del deodorante e dalla pesantezza della dieta.
Su tutto sovrasta la consapevolezza di trovarsi in un universo femminile. Gli uomini, attempati mariti in genere, sono pochi e spaesati. I più fungono da appendiabiti per la moglie, e supportano con pazienza giacche e borsette. Se ne stanno lì, mogi o annoiati a seconda del carattere, in qualche punto del negozio dove possano venire facilmente rintracciati dalla consorte, e ogni tanto, come cagnolini tristi, quelli buttano uno sguardo speranzoso in direzione dell’uscita, o almeno in quella che loro pensano si trovi l’uscita, dato che non è più in vista da un bel pezzo.
Per inciso, tutti i capi di abbigliamento maschile, per lo più magliette sportive e indumenti da lavoro, sono confinati in un angolino irrilevante, quasi un atto di presenza, il che la dice lunga sulla politica commerciale del negozio e sul target che si è prefissato.
Vi chiederete cosa porti tutta questa babele di donne da Mirella, quale sia il miele che le attira in maniera irresistibile, obbligandole a un disagevole viaggio per ottenere qualche ora di ebbrezza consumistica.
Ve lo dico io: i prezzi.
Adesso, in estate, potreste dover girare anche mezza giornata prima di trovare qualcosa da indossare che costi più di dieci Euro. La media si aggira sui cinque o sei Euro, e anche se l’aspetto estetico in qualche raro caso lascia abbastanza a desiderare, non ci sono grandissime differenze con le merci esposte nelle vetrine blasonate del centro, nelle quali capita troppo spesso di non riuscire nemmeno a sopportare la vista di capi creati da stilisti evidentemente daltonici o affetti da grave astigmatismo.
Se poi avete ricevuto in dote una buona memoria visiva, dopo una capatina da Mirella potrebbe capitarvi di ritrovare gli stessi prodotti in altri negozi, ma con un prezzo lievitato di quattro volte come minimo, e pure spacciati per offerta speciale superscontata.
Lo so, è bello girare per il centro commerciale, coccolati dall’aria condizionata e cullati da una gradevole (a seconda dei gusti, non i miei) musica di sottofondo, ci si compiace del proprio senso estetico contemplando una vetrina addobbata con eleganza, ci garba sentirsi lisciare il pelo da una commessa servizievole, è bello girovagare con aria di sufficienza tra le bancarelle di un mercatino, ma niente è paragonabile all’emozione forte, addirittura eccessiva per certi versi, che offre Mirella.
In buona sostanza si tratta di un bazar, l’ultimo superstite di quel fondaco multietnico che era Trieste ai tempi della defunta, e poi brevemente risorto, ma con estremo provincialismo e colpevole miopia commerciale, grazie alla provvisoria clientela proveniente dalla Jugoslavia titina.
Mirella è più di un caotico negozio di abbigliamento; è umana come sa essere la vanità, e artificiosa come può essere ciò che è in grado di saziarla, almeno per un breve attimo; è una terra di nessuno e di tutti, di nessuno al di sopra di un altro e di tutti quelli che ne accettano le regole; è un gioco nel quale sempre si vince, anche se il premio potrebbe risultare di infimo valore; è l’inferno dei dannati a comprare, e il paradiso di chi sa cercare con acume; è un irresistibile centro di gravità dove precipita chi desidera ciò che non gli è concesso altrove, e dal quale si diffonde in tutte le direzioni un’aura di leggenda di cui ogni cliente può vantare delle reliquie, di cotone, di lino, di poliestere, di nonsisa, ma tutte, ça va sans dire, rigorosamente non griffate. E tanto basta.

Immagine ricavata dalla pagina Facebook di Mirella

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