Una storia stupida

Questa è venuta così, di getto, senza pensarci (e si vede…).

Una storia stupida

C’era una volta una piccola valle di montagna. In quella valle c’era un piccolo paese di montagna, e in quel paese viveva della piccola gente di montagna, perché, si sa, la gente di montagna non è tanto alta.
Fuori dal paese, su un rialzo, stava una casetta, ovviamente di montagna, e lì ci vivevano due sposini, purtroppo ancora senza figli. Ma finalmente, quando ormai non ci speravano più, furono fortunati ed ebbero una bambina, una bella bambina, e loro decisero di chiamarla proprio Fortunabella.
Lei era una bimbetta veramente fuori dal comune, sempre allegra, e girava per il paese osservando la gente, i lavori di ogni giorno e soprattutto i contrattempi; qualsiasi accidente capitasse te la trovavi subito a commentare il fatto e a consolare il malcapitato.
Succedeva che uno si era segato via un dito mentre tagliava le assi per il tetto, e, zac, eccola arrivare tutta contenta.
– Che fortuna, che fortuna – lei esclamava.
– Come sarebbe a dire che fortuna? – chiedeva quell’altro con la mano insanguinata.
– Se non ti facevi male a quest’ora saresti sul tetto a inchiodare quell’asse, poi ti scappava il chiodo e ti pestavi il dito. Dal dolore mollavi il martello, e per riprenderlo perdevi la presa, cadendo di sotto. Così adesso avresti tutte le dita, però saresti morto.
– Eh già, – diceva sorridendo il malcapitato – hai proprio ragione, sono stato veramente fortunato –, e detto ciò se ne andava saltellando per la gioia.
Un altro giorno capitava che un cavallo con un calcio rompesse la gamba al padrone. Il tipo se ne stava sdraiato sulla paglia della stalla gemendo dal dolore, quando sulla porta appariva Fortunabella.
– Ehilà, che fortuna, che fortuna!
– Fortuna dici? Ma se non riesco nemmeno a stare in piedi!
– Così è, pensaci. Tu stavi qui a sellare il cavallo, e tuo figlio avrebbe voluto farci un giro. Il cavallo allora partiva al galoppo, e tuo figlio non riusciva a fermarlo. Arrivato nel bosco, tuo figlio non avrebbe visto il ramo basso di una quercia e ci si spaccava mezza testa. Se ancora non bastava, tuo figlio cadeva da cavallo, e su una pietra si spaccava l’altra mezza. Così ora tu eri senza figlio e senza cavallo.
– Che bellezza, che fortuna! – diceva quello sulla paglia – ora ho un cavallo e un figlio. Presto moglie, offri da bere a quelli che stanno qui fuori. Meno male che c’è Fortunabella!
Capitava ancora che uno si ammalasse, qualcosa di grave, non un banale raffreddore, e per questo motivo non potesse più lavorare. Immancabile giungeva Fortunabella al capezzale dell’infermo.
– Ma guarda tu che fortuna, proprio una grande fortuna!
– Ma che dici, non lo vedi che sono malato?
– Bravo tu che volevi esser sano. Poi andavi a a lavorare, facevi i formaggi e scendevi in città a venderli. Al mercato li vendevi tutti e tornavi a casa con un bel gruzzolo nella scarsella.
– Eh, vedi che jella?
– Ma sulla strada di ritorno incontravi i briganti, e tu scappavi, scappavi, scappavi, e intanto nascondevi i soldi, una moneta qua una moneta là, ma quelli alla fine ti prendevano. Poi ti legavano a un pino e ti bastonavano per punirti di averli fatti correre tanto, e siccome i soldi non li avevi ti bastonavano ancora, e ancora, e ancora, fino a toglierti la pelle. Finita la luce del giorno, stanchi e stufi i banditi ti slegavano e ti lasciavano da solo nel bosco. Allora tu cominciavi a cercare le monete che avevi seminato, ma era buio, e non le trovavi più. Però, attirato dall’odore del sangue, ti trovava un orso e ti sbranava. Invece, guarda là che fortuna, sei qui, a casa tua, nel tuo letto, con tutta la tua famiglia intorno.
– O benedetta Fortunabella, meno male che ci sei tu, grazie, grazie. Presto miei cari, presto fatele un bel regalo, che oggi è il mio giorno fortunato.
Lei accettò di buon grado una forma di stravecchio, salutò educatamente e uscì dalla stanza per far posto al prete con l’olio santo.
E così ogni benedetto giorno che si levava al mattino e finiva la sera, tutti fortunati in quel paese, zoppi, guerci, sciancati, senza tetto e senza scarpe, colle pulci e colle cimici, senza pane e senza fuoco, tanto che nei paesi vicini si mormorava e montava l’invidia.
Capitò che una notte d’inverno nevicasse ben bene, non so se avete idea di quella neve con i fiocchi larghi un dito, e al mattino tutta la valle era imbiancata.
Fortunabella uscì di casa di prima mattina per il suo solito giro in paese, a portare fortuna a tutti.
Non era neanche a un quarto di strada quando si accorse di qualcosa che non andava nei suoi stivaletti.
Era un bel paio di stivaletti di camoscio, di un marrone vivace, quasi rosso, col pelo di coniglio dentro e tre bottoncini di madreperla bianca sul collo.
Ecco cosa non andava, uno stivale ne aveva solamente due di bottoni; uno era andato perso.
Fortunabella tornò subito a casa, lo cercò nell’armadio, lo cercò sotto al suo letto, lo cercò per tutto il pavimento, ma non c’era. Lo aveva perso camminando nella neve.
Allora si mise a piangere, forte, ma così forte che tutto il paese salì sull’altura per vedere chi stava piangendo in quella maniera.
Quando incontrarono Fortunabella seduta sulla soglia di casa si affannarono a chiederle il motivo di tanta disperazione.
– Cosa succede Fortunabella, ti sei fatta male?
– Cosa succede Fortunabella, ti hanno fatto male?
– Cosa succede Fortunabella, stai male?
– No! No! No! – rispondeva lei piangendo – Ho perso il bottone del mio stivaletto!
E allora tutti cominciavano a girare, su e giù, vicino alla casa e attorno alla casa, sul sentiero e fuori dal sentiero per trovare quel bottone.
Dopo qualche ora smisero di cercare.
– Non lo abbiamo trovato Fortunabella; sai, è bianco, e anche la neve è bianca, così…
A sentire quelle parole Fortunabella riprese a singhiozzare ancora più forte – Il mio bottone! Oh, il mio bottone… povera me!
Così la gente del paese, impietosita, riprese a cercarlo quel bottone di madreperla.
Dovete sapere che quell’anno l’inverno era piuttosto cattivo, pieno di bufere, con poco sole e tanto vento, e gli animali del bosco, orsi e scoiattoli esclusi, stavano soffrendo la fame.
I lupi si accorsero subito che in paese non c’era più gente, o almeno non ce n’era l’odore, così  uscirono dal bosco e sciamarono tra le case facendo strage di capre, maiali e vitelli da latte.
Dopo i lupi arrivarono saltellando le volpi, e quelle razziarono tutto il pollame presente, quindi linci e faine finirono il lavoro.
I paesani neanche udirono gli strazianti versi degli animali predati, e nemmeno i rumori dell’impari lotta, tanto era il chiasso sull’altura tra il pianto di Fortunabella e i richiami della gente.
– Cerca! Cerca!
– Trova! Trova!
– Il mio bottone, trovate il mio bottone!
– Di qua niente, prova di là!
– Di là niente, prova di qua!
– Hai guardato bene?
– Guarda meglio!
– Ehi voi, venite qua!
– Ehi voi, andate là!
– Il mio bottone, trovate il mio bottone!
Dopo un po’ si arresero e tornarono sulla soglia della casetta di Fortunabella.
– Ci dispiace, non lo troviamo; sai, oltre al fatto che il bottone è bianco e anche la neve è bianca, ora noi abbiamo pestato tutto, e non si capisce più dove abbiamo cercato e dove no, così…
A sentire quel discorso Fortunabella si mise a piangere a dirotto, che pareva la sorgente dell’acqua amara che sta in altura – Il mio povero bottone! Oh che disgrazia, che disgrazia. E io che ho fatto tanto per voi… povera me!
Colti sul vivo, pur di non passare per ingrati i paesani ripresero le ricerche con più lena, e non sapendo più che fare misero in opera i metodi più strambi. C’era chi si sdraiava sulla neve e ci nuotava sopra o ci strisciava come un verme, c’era chi la stacciava con la mano, come si fa per i semi di grano saraceno, c’era chi si metteva in bocca manciate di neve e le masticava, nella speranza di sentire quel bottone sotto ai denti, c’era chi prendeva un bastoncino biforcuto e, a occhi chiusi, girava per l’altura cercando il bottone come se fosse acqua sotterranea, e c’era anche chi dava anima e vita a quel bottoncino – Su caro, vieni fuori… – Su bottoncino mio, fatti vedere che sei tanto bellino… – Dai non fare il timido, vieni che la tua padroncina ti aspetta… – Ci ci ci, qua qua qua, ho una sorpresa per te… – Dove sei, dove sei? Su, dammi una voce… – Piccolino, birichino, vieni fuori, tanto sei già perdonato…
Intanto che tutti avevano messo su quel bel teatrino, in paese non c’era nessuno a badare alla case, e soprattutto ai fuochi. Una pentola dove si stava sciogliendo dello strutto si scaldò troppo, e il grasso prese fuoco. Dal focolare le fiamme arrivarono in un attimo al soffitto, in due attimi al tetto, e in tre attimi le faville di quello infiammarono il tetto della casa vicina. Tempo mezz’ora del paese non restavano che tizzoni fumanti.
Quelli sull’altura non si accorsero di niente. Silenziosi loro adesso, ma silenzioso anche il fuoco, e poi stavano collo sguardo sulla neve, gli occhi accecati da tutto quel bianco, tanto che non avrebbero visto nemmeno il loro cappello se gli fosse cascato davanti ai piedi. E poi il vento  soffiava dall’altra parte, così neppure l’odore di bruciato riusciva a svegliarli da quella penitenza.
Dopo molto più di un po’ smisero di vagare in tondo come quelli rinchiusi alla casa dei pazzi, e tornarono sulla soglia dove stava seduta la disperata Fortunabella.
– Ci dispiace, abbiamo fatto di tutto, ma non lo troviamo; sai, oltre al fatto che il bottone è bianco e anche la neve è bianca, e che noi abbiamo pestato tutto, perciò non si capisce più dove abbiamo cercato e dove no, ormai si sta facendo tardi, il sole calerà tra un po’, e non c’è più tanta luce, così…
A sentire quel funerale Fortunabella balzò in piedi e si mise a strillare, che pareva di sentire lo stridìo della nuova sega a vapore, quel marchingegno diabolico che uno di città aveva impiantato più a valle – Iiiiiiii… cosa farò senza il mio bottore, iiiiii… iiiiii… iiiiiiiiiiii…
Tutti i paesani si misero le mani sulle orecchie per non sentire quelle urla. Mai avrebbero immaginato che la voce di una bambina tanto piccola potesse essere così forte, così penetrante, così fastidiosa.
Ma se la gente poteva tapparsi le orecchie, altrettanto non era in grado di fare la neve della montagna. Così, disturbata da tutte quelle urla isteriche più che acute, acuminate, ebbe tutta un tremito, mollò la presa e rovinò a valle sommergendo il paese, o quel che ne restava.
Questa volta i paesani si riscossero da quello stato che li aveva impegnati fin dal mattino. Prima furono i piedi a sentire la vibrazione, poi la faccia fu lambita da un soffio strano, e infine le orecchie vennero riempite fino all’orlo da un rombo che pareva dovesse durare all’infinito.
Quanto l’aria si acquietò si avvicinarono a uno sbalzo sull’altura per vedere cos’era successo.
Il loro paese non esisteva più, al suo posto stava una distesa di neve sporca dalla quale spuntavano qua e là, come lapidi di un cimitero abbandonato, i neri tizzoni di ciò che restava delle loro case. Qualche lupo si aggirava ancora in quello sfacelo per sbranare la carcassa di qualche vacca morta per aver respirato la neve o il fumo del precedente incendio.
Anche Fortunabella, finalmente muta, si sporse per vedere cos’era successo. Stette a osservare quella scena per qualche attimo, quindi si volse verso i paesani e con voce allegra ne decantò la loro sorte.
– Che fortuna, che fortuna! Mai vista una tale fortuna. Pensate, se non era per me sareste rimasti in paese, le belve vi avrebbero sbranati, l’incendio vi avrebbe bruciati, e i pochi rimasti sarebbero stati sepolti dalla neve. Ma ci pensate quanto siete fortunati? Dico, vi rendete conto?
La gente si guardava in faccia l’un l’altro cercando di intuire, tra gli occhi e le rughe, un pensiero, un’opinione, una conferma. Nessuno aveva voce per parlare, al massimo si mormorava qualche parola, neanche una intera, mezza, per paura di pronunciarsi apertamente contro il pensiero comune che finora li aveva soggiogati. Poi, pian piano, ci fu chi prese coraggio, e altri gli fecero eco, finché da tutte le bocche uscì, con frasi diverse, lo stesso messaggio : – Fortunati un corno!
Da quel momento si scatenò una bolgia, e ognuno espresse apertamente la sua opinione su Fortunabella, e su come si doveva fargliela pagare.
– Una strega, è una strega!
– La colpa è sua, e lei deve pagare!
– Prendila, prendila, dagli!
– Leghiamola nel bosco, che la mangino i lupi!
– No, lei è amica dei lupi, gettiamola nel torrente!
– Acchiappa, acchiappa, bastona!
– Maledetta, ci ha sempre gabbato!
– Ammazza, ammazza!
– Lavorare per noi deve, come una bestia da soma!
– Sì, finché il paese non torna come prima!
– In prigione deve andare, in catene!
– Tenetela ferma, che le spacco la stessa gamba che mi sono spaccato io!
– Sì, e anche le braccia!
– Bruciate la sua casa come è bruciata la mia!
– Dagli, dagli, ormai non ci scappa!
– Tutta colpa sua, anche delle mele che sono marcite nella stalla!
– Anche dei topi nel granaio!
– Anche del ragazzo che non mi vuole più sposare!
– Sì, è cattiva, cattiva, ci ha preso in giro!
– Ah, ma adesso faremo i conti una volta per tutte!
Questo e ancora di peggio urlavano, che parevano gli ossessi usciti dall’Inferno, e le donne erano ancora più inferocite degli uomini, ma… tanto più le teste erano accalorate, tanto più le mani se ne stavano in disparte. Nessuno aveva il coraggio, e in fin dei conti nemmeno l’intenzione di passare dalle parole ai fatti. I paesani si gridavano addosso tutto il loro sdegno, le promesse minacciose, le ingiurie, ma evitavano di guardare il volto della bambina, non reggevano il suo sguardo impaurito.
Alle fine, impietositi dalla disperazione dei genitori di Fortunabella, e tutto sommato incapaci di far del male, ma che dico, neanche di accennare un buffetto ammonitore, tanto più contro una bimba,  smorzarono il tono, arrivando persino a consolarla per lo spavento che si era presa, e le donne più e meglio degli uomini.
In fondo, disse chi non temeva la bruciante verità, la bimba non era colpevole di nulla. Quel che lei raccontava era solamente ciò che loro speravano di sentirsi dire, e Fortunabella era molto brava a far passare il magone alle persone. Se c’era una qualche sua colpa era quella di essere stata troppo brava, ma tutti loro avevano bevuto con avidità il vino che lei versava senza malizia.
– Va bene, va bene, siamo stati tutti degli allocchi, ma adesso come faremo, senza casa, senza bestie, senza sementi, e senza attrezzi per lavorare?
Quello che per primo aveva deciso di aprire gli occhi ai paesani sembrava che avesse le idee chiare  – Non c’è problema, legna e buone braccia non ci mancano, le case le ricostruiremo più belle di prima; per le bestie ci procureremo vitelli, agnelli, pulcini, o quel che vi pare; sementi e attrezzi le compreremo in città.
– Ah, sì. E come? – chiese a voce alta il solito malfidante.
– Con un po’ di fortuna, quella stessa che gli altri valligiani ci invidiano.
In buona sostanza la bimba avrebbe finalmente fatto onore al suo nome. In paese lei non poteva restarci più ormai, però la sua fama si era sparsa nelle vallate vicine. Le disgrazie, si sa, non mancano mai, da nessuna parte, e il paese avrebbe potuto privarsi di Fortunabella, ovviamente in cambio di un equo risarcimento, col quale avrebbero ricostruito il paese. Per certo alla bimba e ai suoi genitori sarebbero stati fatti ponti d’oro ovunque fossero andati, e avrebbero vissuto agiatamente, almeno finché avessero evitato di fermarsi a lungo nello stesso posto. Il troppo stroppia, e la fortuna non fa eccezione.
Così fecero, e, come si dice nelle favole, vissero tutti felici e contenti.
Però mi par di capire che c’è chi vorrebbe sapere il seguito, o almeno qualche dettaglio. Ebbene, siccome oggi sono di buonumore voglio accontentarvi.
Per farla breve, Fortunabella visse serenamente, giusto come i paesani avevano previsto. Poi, come è nelle cose, crebbe, divenne una ragazza e infine una donna. Smise, per ovvie ragioni, di fare la bambina consolatrice, si trovò un bel ragazzo e se lo sposò. Aveva messo da parte un bel gruzzoletto col quale comprarsi una fattoria, e lì sfornò una nidiata di marmocchi. Nonostante la sua disavventura in montagna, trasmise a tutti loro il suo strano modo di vedere le cose del mondo.
Sapete, io sono più che sicuro che anche voi avete incontrato uno o una bis-bis-bisnipote di Fortunabella. Non vi è forse mai capitato di parlare con qualche persona che, di fronte alla vostre disavventure, vuole a tutti i costi tirarvi su il morale con ipotesi assurde, improbabili, inappropriate, o con frasi del tipo “poteva andarti peggio”, oppure “non tutto il male viene per nuocere”? E quando quella comincia anche col citare catastrofi cosmiche, oppure fa cadere sulla sua testa tutte le calamità del mondo, dalle piaghe d’Egitto alle maledizioni dei faraoni, solamente per ridurre la vostra disgrazia allo stato di trascurabile bagatella, dico, non vi è forse venuta voglia, come minimo, di ucciderla? Beh, non fatelo, non è colpa sua, è fatta così, come Fortunabella.

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Rimanenze

Spazza via il passato e il futuro,

rimane l’eternità.

Dimentica aspettative e rimpianti,

rimane la felicità.

Ignora il dove e il quando,

rimane l’infinito.

Rinnega nascita e morte,

rimane l’anima.

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Il sesso fa cagare

Sono a letto. Febbre a 39,4. Non so ancora cos’ho, forse una broncopolmonite, forse un’infezione bastarda, forse avvelenamento da plutonio, forse la peste. Boh. Domani, se sarò ancora vivo, vi farò sapere. Forse.
Intanto, Carpe Diem, approfitto di questo mio stato confusionale per scrivere un testo che più di qualcuno/a potrebbe definire, a ragione, delirante. Solamente la febbre alta poteva far venire a galla certi vaneggiamenti, e con lo stesso effetto di una demenza senile precoce (comunque non tanto precoce) scardinare certi meccanismi inibitori che mi hanno impedito finora dal convincervi che io sono fuori di testa.
Il titolo vi disturba? Perché, forse non siete d’accordo? Portate pazienza un attimo, e abbiate pietà del macello neuronale che la febbre mi provoca, stento anch’io a mettere ordine in quello che vorrei dire.
I più potrebbero supporre che raggiunta una certa età il sesso possa aver perso in parte o del tutto il suo irresistibile fascino. I corpi sono stanchi, la pelle appare grinzosa, i peli superflui la fanno da padrone, epa e natiche anno raggiunto le dimensioni del Cordovado e la consistenza di un budino coi grumi, e soprattutto manca l’effetto sorpresa, ormai si è fatto, si è visto, si è provato, altro non c’è.
Chi conosce la mia età direbbe che parlo per esperienza, e magari forte della sua esperienza, anche se non con i termini che ho usato io, potrebbero confermarsi nell’intimo l’assenza di desiderio, e finanche una sorta di repulsione verso le scene di sesso esplicite, viste, provate, ricordate..
Doppio errore.
Primo, il titolo non vuol dire questo, e secondo, il desiderio è come il domani, non muore mai.
20, 40, 60, 80, sono solamente numeri anagrafici che indicano la forma di una scatola, non il suo contenuto. Il sesso non è nel corpo, è nella mente. Il corpo è solamente il cucchiaio o la forchetta che si utilizza per portare al palato un boccone prelibato, sono solamente posate.
Se avete la fortuna di avere ancora accanto la persona che avete amato, continuate ad amarla, perché il sesso ha mille sfaccettature, e basta il semplice contatto tra le due epidermidi finalmente libere dalle loro prigioni tessili per avvertire il campo magnetico che si instaura quando un’aura si fonde con l’altra, e il resto viene da sé, a prescindere dal colore e dalla quantità di capelli, a prescindere dalla carta geografica stampata in volto, indifferentemente se è la prima volta o l’ultima.
Ma allora, mi si chiederà, perché quel titolo greve?
Perché e vero.
Non penso di raccontarvi niente di nuovo quando voglio attirare la vostra attenzione sui benefici di una vita attiva, ricca di movimento, per mantenersi in buona salute.
Tra tutti questi benefici ci stanno il colesterolo basso, la circolazione sotto controllo, il mantenimento del peso forma, la riduzione di rischi di osteoporosi, e tanto altro. Tra questo altro c’è anche, ovviamente, la il buon funzionamento dell’apparato digerente, dall’assimilazione all’evacuazione. Tutti i movimenti che interessano l’intestino concorrono al giusto processo digestivo, e non penso che possa esistere un esercizio ginnico più divertente di quello che Stefano Benni nel libro “Terra!” chiama “sbattilapanza”.
Questo delirante concetto mi è cresciuto in mente come un fungo velenoso nella bruma di una foresta impenetrabile. E mi ci sono perso.
Ecco spiegato il titolo, è una questione di fisico e di fisica, il sesso fa cagare, è un piacere che promette di mantenere efficiente e in salute il vostro intestino, e se poi vi va, potreste avventuravi in un blando sesso anale, e anche qui la fisica ci assicura che in caso di stipsi la faccenda potrebbe risolversi in vostro favore.
Se non ne siete convinti provate a stare un lungo periodo senza sesso e senza cesso, non penso che la vita vi sorriderà.
Ave, morituri te salutant.

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Finalmente!

Un altro luogo comune viene finalmente smentito.
Era ora.
Questi qua sotto han già perso gran parte del loro smalto.
Meglio tardi che mai” non lo trovo allettante quando si tratta di qualcosa di spiacevole, una rapina, un incidente, una malattia.
La vita è fatta a scale”, e che mi dite di chi prende l’ascensore, o si butta dalla finestra?
Basta la salute”, non sempre vero, perché anche quella bisogna anche mantenerla in qualche modo.
Il tempo è galantuomo”, ma lo è solamente verso i galantuomini, mentre per i poveracci è sempre il solito bastardo.
L’importante è partecipare”, e infatti vedo sempre esultare chi arriva in fondo alla classifica.
Non è mai troppo tardi”, ma provate a dirlo chi ha perso l’ultimo autobus per tornare a casa, e piove.
Tutti i politici sono ladri”, però non è affatto vero, ce ne sono anche di peggiori.
Non c’è più rispetto verso gli anziani”, e in verità non c’è mai stato, venivano sopportati e temuti, anche perché erano loro che tenevano i cordoni della borsa.
Così, dopo aver conservato un più che accettabile livello di visus nonostante ripetute esperienze sessuali in solitudine, nonostante i tremendi nubifragi mattutini che fanno seguito ai tramonti infuocati della sera precedente, dopo aver trovato a Praga un cammello che attraversa la cruna di un ago, dopo aver visto i migliori purtroppo andarsene, ma per fortuna anche i peggiori levarsi dalle scatole, finalmente arrivo a distruggere l’ennesimo luogo comune, e ora è possibile giudicare un libro dalla copertina.

Vediamola.

Il nome dell’autore ai più non dirà niente, il che è già condizione sufficiente per passare oltre, mentre coloro che in passato hanno avuto modo di leggere qualche mia riga avranno di certo il buon senso di non insistere nell’infelice esperimento.
Il titolo poi…, eresie, con quali eresie potrei mai appassionare o sconvolgere il pubblico più di quelle che quotidianamente passano nei media, tradizionali o innovativi è uguale. Cosa può essere più eretico dell’investimento “sicuro”, del canto delle sirene pubblicitarie, dei rapporti ufficiali delle Prefetture, delle soluzioni urgenti promesse dai politici, della democrazia esportata, delle messe cantate e delle commemorazioni?
Di fiabe siamo al completo, una in più o in meno non fa differenza, comunque non se ne sentiva la necessità.
La foto in copertina dice molto, ovvero niente, niente di comprensibile intendo, il che rispecchia pari pari il senso delle centocinquanta pagine che dietro a quella si nascondono, in agguato.
Alzi la mano chi sa cos’è un margine di conterminazione, dov’è, e perché è lì. Ebbene, nulla poteva essere più emblematico quanto quell’oggetto desueto, scostante, rigido, solitario, anonimo, ma anche sconosciuto.

Questa è la copertina, e questo è il libro, niente di più e niente di meno.

copertina

Se non ne siete ancora convinti, vi appioppo anche la quarta di copertina, la quale rende, se possibile, ancora più fitta la nebbia, scura la notte, insidiosa la trappola.

Mutuando la definizione in uso per uno studiato prodotto musicale, il concept album, vorrei che consideraste l’oggetto che state tenendo in mano come un concept book, cosa ben diversa da un’antologia di racconti a tema.
In questo libro un singolo autore ha deciso di creare delle suggestioni, tutte diverse per approccio e approdo, attorno a un unico elemento, senza preoccuparsi troppo di seguire una narrazione coerente, e tanto meno cercando di procedere secondo logica. Del resto, le peculiarità dell’oggetto (o soggetto) trattato impediscono che lo si avvicini con gli strumenti della logica. Mancando quest’ultima vacillano anche le barriere che essa innalza a protezione del nostro confortevole ragionare, e allora due sono le scelte, o si scappa oppure si procede verso l’inesplicabile.
Se pensate di essere pronti, vi sfido a seguirmi.

Casomai desideraste farvi del male, questi dieci racconti li trovate qui.

Ho deciso di pubblicare “Nove eresie, più una fiaba” con YouCanPrint, nonostante il margine per l’autore sia minimo, per darvi la possibilità di ordinare il libro anche in qualsiasi libreria tradizionale. Con altri editori sareste dovuti  passare dalle parti di Amazon, o comunque attraverso canali obbligati. Va da sé che il libro potete anche richiedermelo direttamente (vasto2000@alice.it).

Per chi ama la tecnologia, prossimamente anche la versione ebook.

 

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At-tenti

Immagine da: cnn.com

At-tenti
Attenti a quello che fate
un-due-un-due
avanti a ranghi compatti
un-due-un-due
belli dentro e belli fuori
un-due-un-due
mostrate quello che siete
un-due-un-due
dignità e decoro per tutti
un-due-un-due
più i desideri consentiti
un-due-un-due
Attenti a quello che fate
un-due-un-due
se tristi comunque siete
un-due-un-due
non sarà per colpa nostra
un-due-un-due
allora vi diremo di ridere
Passo-o
alle feste che già sapete
Passo-o
tutto è già pronto per voi
un-due-un-due
Attenti a quello che fate
un-due-un-due
per tutti gli anni a venire
un-due-un-due
potete sempre cambiare
un-due-un-due
la vostra divisa mimetica
un-due-un-due
con nuovi colori di moda
un-due-un-due
e chi appare è il pericolo
un-due-un-due
Attenti a quello che fate
un-due-un-due
una direzione e un verso
un-due-un-due
fatevi la vostra opinione
Fianco destr – Destr
come pensiamo convenga
Fianco sinistr – Sinistr
a voi per campare sereni
un-due-un-due
e fidenti del bene comune
un-due-un-due
Attenti a quello che fate
un-due-un-due
quando sparirà il guadagno
un-due-un-due
dalle vostre piccole vite
Dietro – Front
avrete vecchie maschere
Avanti – Marc’
spaventose e senz’occhi
un-due-un-due
e una promessa di gloria
un-due-un-due
Attenti a quello che fate
un-due-un-due
lasciate che i vagabondi
un-due-un-due
crepino di troppi sogni
un-due-un-due
l’unica illusione che conta
un-due-un-due
dimostrabile e misurata
un-due-un-due
è la felicità più conforme
Alt
Attenti a quello che fate
At-tenti
Presentat – Arm
Au-guri

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Nattività naturale

Auguri di Buon Natale.
Già…
E sarebbe?
Dunque, se diamo retta ai media, si tratta di un periodo nel quale si mangia molto, moltissimo, e i cibi sono particolarmente pesanti, ricchi di grassi saturi, ricchi di zuccheri semplici, ricchi di porcherie colorate. Se è vero che il Natale è una festa, allora si tratta della festa dei trigliceridi, del colesterolo, della glicemia, e della dislipidemia in genere.
Andiamo avanti.
Se diamo retta ai nostri sensi, si tratta di un periodo nel quale, inspiegabilmente, siamo tutti più buoni, più cortesi, più generosi, più allegri. Se è vero che il Natale è una festa, allora si tratta della festa dell’ipocrisia, della mendacia, dei sorrisi stereotipati, dei baci inflazionati, e della recitazione in genere.
Se diamo retta alle nostre tasche, si tratta di un periodo nel quale si è obbligati a regalare tutto quello che nei restanti trecentosessantaquattro giorni dell’anno mai ci sarebbe venuto in mente di regalare, nemmeno per dispetto. Se è vero che il Natale è una festa, allora si tratta della festa dei pacchetti infiocchettati, della bellezza in quanto costosa, delle sorprese già scritte, dei ringraziamenti di prammatica, e dell’angoscia consumistica in genere.
Andiamo avanti.
Se diamo retta alla famiglia tradizionale, si tratta di un periodo nel quale si addobbano le case, dentro e fuori, con lustrini, luminarie, palline colorate, ghirlande, conifere sintetiche o naturali, e presepi nei quali si riversa tutta la creatività di scenografi naif. Se è vero che il Natale è una festa, allora è la festa delle famiglie riunite controvoglia, delle musichette insistite fino alla nausea, delle luminarie cinesi da quattro soldi, della temutissima tombola, e della penitenza parentale in genere.
Andiamo avanti.
Se diamo retta alla chiesa cattolica, si tratta di un periodo nel quale viene celebrata la nascita del figlio di colui che sarebbe la ragione (e cagione) di tutto, e non servirebbe ribadire il fatto che la pompa e la solennità con le quali viene osannato quel lontano evento è inversamente proporzionale all’osservanza dei principi di povertà e umiltà che quella stessa chiesa promuove (a parole). Se è vero che il Natale è una festa, allora è la festa del “fate quello che dico ma non fate quello che faccio”, del sono qui perchè almeno una volta all’anno, del sentirsi più buoni perché si puzza d’incenso, dello scambiarsi un segno di pace e domani vedremo, del farsi vedere per sentirsi “a posto”, e dei rituali di comodo in genere.
Andiamo avanti.
Va bene, direte voi, s’era già capito l’anno scorso che gli eccessi di questo periodo mi procurano un’orticaria abbastanza fastidiosa che riesco a lenire solamente con la consapevolezza che è “a termine”, e che i partecipanti più o meno entusiati di questo rutilante luna-park consumistico probabilmente se la passano peggio di me.
Perchè allora ho deciso di insistere su questo argomento, di “grattarmi” in questa zona fastidiosa pur sapendo che il sollievo sarebbe stato effimero e altro non avrei ottenuto se non il riacutizzarsi del tormento?
Il fatto è che stamane sono stato fulminato da una delle mie (amare) constatazioni, episodi e impressioni che solamente oggi hanno raggiunto la massa critica e sono diventate appariscenti.
Se fate caso, la chiesa cattolica (ufficiale) è diventata più accomodante riguardo certi aspetti controversi della vita sociale e personale; non dico ora che si sia liberata da tutte le pastoie assurde che la rendono ancora, se non proprio cieca, miope su come vanno le faccende del mondo, ma almeno non abbiamo più scomuniche, accuse di eresia, roghi reali o mediatici, e altre amenità simili. Il divorzio non fa più scalpore, l’aborto, seppur deprecato, viene perdonato (ma non ai ginecologi per i quali la carriera viene stroncata), e persino l’omosessualità ha trovato uno spiraglio di comprensione. Mi si potrà dire che questi non sono eventi “straordinari” per la chiesa cattolica, in quanto sono aspetti della vita con i quali ha avuto spesso a che fare, e su entrambi i fronti, quello passivo e quello attivo. Ma non è su questi peccatucci che voglio portare la vostra attenzione, bensì sull’attuale e praticamente unico vero anatema che pervade tutto il mondo cattolico, ovvero quello contro la genitorialità omosessuale, a prescindere che sia cercata o determinata da eventi esterni alla coppia.
L’argomentazione utilizzata per combattere il desiderio di maternità/paternità delle coppie omosessuali è di una semplicità disarmante: se Dio ha previsto il matrimonio tra un uomo e una donna è perché loro generassero una prole, e non esiste in natura una procreazione sorta da due esseri dello stesso genere sessuale.
Dunque, se l’uomo vuole essere in armonia con la natura, aspetto ultimamente tornato di moda, è logico che “naturalmente” un figlio sia il prodotto dell’unione tra un uomo (maschio) e una donna (femmina), e questo su questo la chiesa non  transige. Punto.
Giusto, e come si potrebbe darle torto? La chiesa cattolica pertanto non ammetterebbe nulla che non sia in accordo con la natura, perciò diamo un’occhiata agli esempi sottostanti:

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Fonte: Wikipedia

 

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Fonte: historyofeuropeanfashion.wordpress.com

 

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Fonte: geourdu.com

 

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Fonte: christmasgiftideaz.com

 

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Fonte: historyofeuropeanfashion.wordpress.

 

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Fonte: darindaymusic.co.uk

 

bestforbride-com

Fonte: bestforbride.com

 

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Fonte: qnm.it

 

historytoday-com

Fonte: historytoday.com

 

dailymail-co-uk

Fonte: dailymail.co.uk

 

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Fonte: nevermindthebuspass.com

 

Forse non sono abbastanza al corrente di cose religiose, forse sono io che non capisco, ma mi pare che la chiesa cattolica non abbia messo all’indice questi aspetti della vita sociale, e che nemmeno abbia fatto pressioni, più o meno lecite, sui governi affichè vengano dichiarati illegali e pertanto perseguibili per legge, da cui ne desumo che siano tutte attività “naturali” dell’essere umano.
Come dite? Non lo sono? Ma allora perché se la prendono solamente con chi desidera un figlio ma questo gli è negato dalla natura, quella stessa natura che sommerge di figli i poveracci convinti dai preti che la contraccezione è tra i peggiori dei peccati verso Dio?
Se dovessimo stare agli stretti legami della natura staremmo ancora nudi, sugli alberi, preda di fiere e di malattie, ma, come disse bene Odisseo “fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza”, e dunque la conoscenza ci ha portato alla possibilità di essere genitori, consapevoli genitori e perciò meno peggio di tanti altri, utilizzando ciò che ci offre la natura per andare oltre i crudi limiti questa.
Ebbene, mi chiederete a questo punto, che c’entra tutto questo pistolotto col Natale?
C’entra, c’entra…
Se ci pensate bene, la gravidanza della Madonna non è di certa dovuta all’incontro tra uno spermatozoo e un ovulo, ed è uno dei punti fondamentali della religione cattolica. Se non vogliamo attribuire al Dio cristiano la stessa licenziosità delle divinità greche, si può parlar bene di una gravidanza che, almeno all’inizio, è stata assai poco “naturale”.
Quindi, auguri di Buon Natale, la festa della natività e della fecondazione assistita.

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Gli spot non sono tutti uguali

Per apprezzare pienamente questo spot era necessario:
sapere chi è “The Boss”,
comprendere il dialetto (ci sono comunque i sottotitoli),
conoscere Garybaldi.

Enjoy!

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