L’Europa e la pancia

Immagine da: wired.it

E così abbiamo sbagliato noi, noi elettori che non abbiamo premiato le politiche il PD, almeno secondo Richetti.
Sarà pur vero che il risultato delle ultime elezioni nazionali è frutto di un voto “di pancia”, ma non per questo si ci si dovrebbe scandalizzare, oppure paventare la fine della democrazia.
La pancia è importante, ce lo ricorda l’apologo dello stomaco e delle membra di Menenio Agrippa, concetti espressi 2500 anni fa, e per certi versi ancora attuali.
Quel tremendo leviatano chiamato “la gente” ogni tanto spunta da un mare procelloso per portare scompiglio, e lo fa seguendo ciò che gli dice la pancia, e se ci dice bene allora la società fa, come nel 1968, un balzo in avanti, se invece ci dice male abbiamo le adunate oceaniche.
Forse voi pensavate che l’anelito europeo degli italiani nei primi anni ’90 fosse frutto di acute speculazioni socioeconomiche o di asettiche valutazioni politiche? Assolutamente no, si trattava invece di un sentimento di pancia, altrimenti non si spiegano tutti i salti mortali che abbiamo dovuto, fideisticamente, compiere per entrare nella moneta unica europea.
Da parte mia godo di due opinabili vantaggi, una certa età e una precisa collocazione geografica, che mi consentono di essere stato testimone di eventi ignoti alla maggioranza degli italiani.
Noi si vive tra due confini, quello austriaco e quello sloveno (un tempo jugoslavo), e quindi ho potuto ben valutare le difficoltà che incontrano i possessori di una valuta debole quando si interfacciano con una nazione che ha una valuta forte.
Lo svalutato Dinaro jugoslavo permetteva gli italiani di fare gli americani in Istria e Dalmazia, spendendo e spandendo senza misura, mentre sloveni, croati e serbi arrivavano a Trieste per comprare beni introvabili nelle loro repubbliche, e che generavano un fiorente mercato nero.
Specularmente, quando noi si andava in gita a Klagenfurt ci si poteva concedere un cappuccino, un dolcetto, ma per tutto il resto erano dolenti calcoli di cambio tra il forte Scellino e la Liretta, e ai comuni mortali capitava spesso di rinunciare.
La moneta unica, pur non registrando una sufficiente armonia economica, ha portato la stabilità monetaria che ci è sempre mancata, almeno dal colpo di mano di Richard Nixon del 1971, il quale, pur di stampare i dollari che gli servivano per le armi, minò alla base il sistema di regolazione dei cambi internazionali di Bretton Woods.
Con la moneta unica sono finalmente finiti i giochini furbi che facevamo per agevolare le vendite del settore manifatturiero nazionale; niente più svalutazioni competitive che permettevano di esportare prodotti di qualità non sempre eccelsa, ingrassando chi si faceva pagare in valuta pregiata, ma penalizzando gli onesti lavoratori e i consumatori italiani.
Il meccanismo era semplice. Ipotizziamo un tasso di cambio 1:1 tra due paesi; mettiamo un prodotto nazionale del costo di 1000 Lire, per il quale la manodopera costa 500 Lire. Quando viene svalutata la Lira quello stesso prodotto costa all’estero sempre 1000 Lire, equivalenti però a 900 nella valuta straniera più forte, e quindi risulta conveniente.
Il venditore incamera i 900 in valuta pregiata, e quindi, compra le materie prime per la nuova fornitura, a un prezzo più caro ovviamente, e per restare concorrenziale ha necessità di una nuova svalutazione, quindi il prezzo all’estero del suo prodotto rimane basso, e intanto incamera alta valuta pregiata.
Alla fine il produttore italiano si ritrova a guadagnare, non solamente sulla vendita dei prodotti, bensì anche sull’incremento di valore della valuta pregiata che possiede, mentre i suoi dipendenti si ritrovano con le solite 500 Lire che valgono sempre meno e che impediscono loro l’accesso a beni che non siano di produzione nazionale, ovvero come prendere due piccioni con una fava.
Per questo e altri motivi non rinuncerei mai all’Euro e all’Europa, anche se so bene che per le stesse mie mansioni in Germania e in Francia verrei pagato di più, ma queste sperequazioni, in entrambi i sensi, non sono imputabili all’Euro, bensì al sistema paese. Per esempio, senza tirare in ballo i paesi scandinavi, la piccola Corona Ceca dal 2010 ha avuto oscillazioni non significative, e quindi, pur essendo fuori dall’Euro, il loro sistema paese ha garantito per il valore della valuta, un sistema paese che invece da noi, mi spiace dirlo, è ben lungi dall’essere accettabile, almeno per gli standard europei.
Vi chiederete il motivo di questo pistolotto noioso e deprimente.
Presto detto, si tratta di un richiamo al mio post precedente, quello sull’alimentazione.
Visto che si parla di pancia, sarebbe il caso di tenere sott’occhio ciò che buttiamo in pancia, perché va bene l’Europa, però per quanto io ci creda, non le ho staccato un assegno in bianco.
Come forse già saprete, nel Regno Unito la TESCO ha deciso di rimuovere la dicitura “Best before…”, tradotto “Da consumarsi preferibilmente entro il…”, da una settantina di generi alimentari confezionati.
Tanto per capirci, la TESCO è un colosso della grande distribuzione, attiva non solamente nel Regno Unito, ma anche in altri paesi europei e asiatici, e il suo fatturato è superiore a quello di COOP e SPAR assieme, quindi quando si muovono loro è ardua impresa fermarli. Non per caso già nel 2011 il DEFRA (Department for Environment Food & Rural Affairs) aveva dato parere favorevole alla soppressione della data consigliata di scadenza sui prodotti alimentari confezionati.
In buona sostanza nei supermercati inglesi vi potranno legalmente rifilare dei biscotti muffi, della lattuga marcia, dell’olio morto, dell’aranciata svampita, basta che il prodotto sia ancora “commestibile”.
Guardando come la clientela riempie i carrelli al supermercato mi capita spesso di notare che la data di scadenza o gli ingredienti siano informazioni ignorate dai più, in quanto contano il prezzo e la marca (meglio se vista in TV), perciò una simile politica nel resto d’Europa non avrebbe incontrato una grande resistenza, con l’eccezione dei pochi talebani come me, e pertanto mi sento di dire che, almeno stavolta, l’abbiamo scampata bella.
Sì, ci è andata bene grazie alla Brexit (non tutto il male viene per nuocere), e pertanto i sistemi di confezionamento della TESCO sono rimasti confinati al di là della Manica, ma non per questo motivo dovremmo abbassare la guardia.
L’azienda inglese si è mossa in tale direzione per favorire gli interessi dei grandi gruppi alimentari, aziende multinazionali che dispongono di un volume di fuoco impressionante, in grado di condizionare le scelte politiche di intere nazioni. Non è un caso che sia in corso da tempo una battaglia tra Italia e la Commissione Europea riguardante l’indicazione di origine dei prodotti alimentari. A un’informazione chiara ed esaustiva si oppongono i grandi gruppi, i quali vedono nella nostra libertà di informazione e di scelta un freno alle loro mire espansionistiche e al loro progetto di spacciare cibi di origine ignota come se fossero prodotti tradizionali. Non so voi, ma una conserva di pomodoro realizzata a Gmünd non è che mi vada troppo a genio, come pure potrei sospettare della caratteristiche salutari e organolettiche di un miele raccolto a Timisoara, e anche non troverei allettante l’idea di un formaggio latteria realizzato nella Rhur.
Ecco, questa è l’Europa che non mi piace, l’Europa dell’appiattimento verso il basso, della sudditanza ai poteri forti, l’Europa che si muove come un gigante cieco e sordo alle esigenze materiali della sua popolazione, e sono convinto che per questi e altri motivi più di qualcuno abbia votato con “la pancia”, premiando la Lega.
Da parte mia farò, come sempre, resistenza umana, spingendo al boicottaggio dei prodotti alimentari che non riportano l’origine in etichetta, in quanto questa informazione essenziale non sarà più obbligatori, ma nemmeno vietata.
Se stili di vita vorticosi, martellamento pubblicitario, cambio di costumi e disattenzione colpevole consentiranno alle grandi aziende di spacciare come buono del cibo di dubbia provenienza e incerta qualità, trasformando così la massa di consumatori in un branco di obesi coprofagi, sarebbe il caso di tenere bene a mente le parole del saggio Ludwig Feuerbach: l’uomo è ciò che mangia.
Auguri, e buon pro vi faccia.

Immagine da: nonciclopedia.wikia.com

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Io ve l’avevo detto

Ecco la notizia di oggi:

Inghilterra, Tesco cancella la data di scadenza da settanta prodotti alimentari

La potete leggere qui, sul sito di fanpage.it .

Ma già che ci siete, potreste anche leggere cosa vi avevo anticipato nel 2011, ben sette anni fa quindi, nel mio post “Coprofagi“.

Io ve l’avevo detto…

 

Borgia TDI

Immagine da: scienzaduepuntozero.pbworks.com

Il Diesel è sporco.
Il Diesel inquina.
Il Diesel fa male.
Il Diesel è la Morte Nera.
Vero.
Eppure io possiedo, guido, mantengo, conservo, un’automobile col motore Diesel.
E continuerò a farlo.
Perché?
Perché sono cattivo?
Perché sono un incosciente?
Perché non mi curo dell’ambiente?
Perché me ne infischio della vostra salute?
No.
Perché sono costretto a farlo.
Vedete, ogni giorno per andare al lavoro devo percorrere circa cinquanta chilometri.
Guidando con la prudenza che si conviene ci metto circa 45 minuti, ma se per lo stesso percorso volessi usare il trasporto pubblico la durata del viaggio si dilata a due ore e mezza. In poche parole, tra andare e tornare mi troverei a spendere ogni giorno ben 5 ore di viaggio, il che non è certo una prospettiva allettante.
Fatti quattro conti, possiamo scoprire che con il trasporto pubblico è possibile viaggiare alla fantastica velocità (e chiamiamola velocità…) di 20km/h, identica a quella di un cavallo che procede a un blando trotto.
Per questa organizzazione medievale del trasporto pubblico potremmo ringraziare le aziende del settore, le quali assumono (sicuramente per concorso) le menti migliori in grado di ottenere il minimo rendimento col massimo sforzo. Nondimeno dovremmo essere grati ai politici che scelgono sempre di non scegliere, lasciando la mobilità in balia di decisioni individuali e di strategie di corto respiro. E, perché no, un pensiero andrebbe anche ai sindachetti che sognano imperitura fama per aver fatto sorgere dal nulla e nel nulla zone industriali e artigianali prive di ogni collegamento logistico.
Fatto sta che per questi e altri motivi mi trovo costretto a utilizzare l’automobile.
Va bene, direte voi, ma perché proprio Diesel?
Semplice, perché questa motorizzazione mi posso/devo permettere.
L’utilizzo del mezzo privato è un costo, e per un lavoratore dipendente è una voce di spesa non indifferente, perciò le valutazioni vanno oltre il prezzo di acquisto.
In primis il prezzo del carburante, giacché il gasolio costa almeno il 10% in meno della benzina verde.
Poi bisogna tenere conto dell’efficienza, nel senso che a parità di potenza il motore Diesel consuma meno rispetto a quelli a benzina, GPL e metano.
Un discorso leggermente più complesso riguarda il regime di coppia, ovvero a che velocità deve andare il motore per riuscire a esprimere la potenza utilizzabile. Il motore a gasolio lo fa molto prima, e cioè fa meno giri di quello a benzina, e facendo meno giri ovviamente durerà di più, il che significa che non sarò costretto a cambiare l’automobile o ripararla tanto presto.
La capacità di poter avere a disposizione della potenza a bassi giri mi consente anche di non stare sempre a cambiare marcia, il che è una bella comodità.
Da non trascurare anche l’aspetto sicurezza, in quanto l’assenza di candele, e perciò di correnti ad alta tensione, mette al riparo il motore da fastidiosi quanto inopportuni spegnimenti in caso di eccesso di umidità. Se rimanere bloccati dalla pioggia con un’automobile a benzina in città è un contrattempo, sulla statale o in autostrada può diventare, a seconda dei casi, un grosso problema o un grave pericolo.
A proposito di pericoli, non dimenticatevi che, in caso di incidente e di perdite di carburante, il gasolio è infiammabile, ma i vapori di benzina sono esplosivi.
E se ancora qualcuno volesse accusarmi di essere un avvelenatore dell’ambiente perché vado a lavorare con un’automobile Diesel, vorrei rammentargli che, a parità di distanza percorsa, una sola nave da crociera, ovvero una struttura di intrattenimento, provoca un inquinamento atmosferico pari a quello di 5.000.000 (cinque milioni) di automobili Diesel. Fate conto che durante l’estate gironzolano per il Mediterraneo dalle cinquanta alle sessanta navi da crociera.
Va da sé che per comodità, sicurezza e rispetto dell’ambiente la vettura elettrica è una validissima scelta, sempre che si abbiano a disposizione abbastanza soldi in più da spendere, il che, mancando degli incentivi economici di un certo spessore, è raro sia possibile per un comune lavoratore dipendente che tiene famiglia.
Quindi mettetevi il cuore in pace, finché non avrò a disposizione un sistema di mobilità pubblica efficiente, finché non sarò incentivato verso l’elettrico, finché mi obbligheranno a spostarmi per lavoro, continuerò ad avvelenarvi, senza pietà.

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Imamgine da: dreamblog.it

Omaggio alla Catalogna?

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari,
e fui contento, perché rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei,
e stetti zitto, perché mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali,
e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente, perché non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare

Magari queste non saranno le esatte parole pronunciate negli anni ’30 dal pastore Martin Niemöller, però il loro senso è chiaro.
Meno evidente potrebbe apparire il loro legame con quanto sta avvenendo in Catalogna, ma se avrete un attimo di pazienza tenterò di mostrare quanto quei concetti siano attuali e applicabili nella penisola iberica.

Innanzitutto il luogo e il tempo.

Quasi coeva a quel sermone fu la guerra civile spagnola, durante la quale Barcellona, la vera rivoluzionaria, resistette fino al 1939 prima di cedere all’aggressione fascista. Ho precisato “fascista”, perché gli aeroplani che sganciavano le bombe sui civili inermi erano italiani, e fascisti.

Immagine da Wikipedia

Per quella predilezione repubblicana, e per la tenace resistenza, la Catalogna subì la dura punizione franchista, la quale si tradusse nella soppressione di tutto quanto non fosse assolutamente “spagnolo”.
Non sono passati che pochi decenni da quelle tristi vicende, perciò è probabile che ci sia un latente spirito di rivalsa nelle ambizioni catalane, anche se, come sempre alla fine è sempre una questione di soldi.

Confesso di non sapere molto della Catalogna, perciò mi astengo da affermazioni categoriche del tipo giusto o sbagliato. Questo posso dire, ci sono stato, ci tornerei, ma non ci vivrei, perlomeno non a Barcelona.
Da quel che ho letto, la Spagna trova nella Catalogna la sua regione più produttiva, e perciò i proclami sull’inalienabile unità del paese nascondono la paura di perdere i gioielli di casa. Come sempre, è sempre una questione di soldi.

Dalla loro parte i catalani sono stufi di mantenere la parte più inefficiente del paese, e desiderano che una parte dei proventi delle loro tasse rientri nei servizi pubblici della Catalogna. Come sempre, è sempre una questione di soldi.
Del resto è successa la stessa cosa a pochi chilometri da noi, quando la piccola Slovenia decise di separarsi dalla gigantesca sanguisuga serba che drenava i guadagni delle più efficienti aziende slovene.

A proposito, la Catalogna è grande una volta e mezza la Slovenia, e ha il triplo di abitanti, oltre ovviamente risorse economiche ben maggiori, quindi se sono più di 25 anni che la piccola Slovenia è indipendente, senza per questo fallire o morire di fame, non vedo perché non dovrebbe farcela la Catalogna.
Sono bugiardo, lo vedo eccome.
L’indipendenza della Slovenia è stata accettata, se non addirittura favorita, perché l’Europa non aveva molti interessi in Jugoslavia, se non quello magari di indebolirla a causa della sua vicinanza politica e sociale con l’orso russo.
In Spagna la faccenda è diversa. Al governo ci sta un fantoccio che, pur privo di una maggioranza, viene tenuto in piedi a garanzia degli interessi economici interni ed esterni. L’emersione della Spagna dalla fase depressiva la si deve agli stipendi in caduta libera e ai tassi di disoccupazione ben sopra la media europea. Se si se esclude l’isola felice della Catalogna (guardacaso), la disoccupazione giovanile è al 40% (fonte ANSA).
Vedete bene che ciò che rende felici i banchieri rende infelice la popolazione, e provate a indovinare chi sono gli sponsor di Rajoy, e da che parte stanno in questa contesa con la Catalogna.

Però non è questo il punto al quale volevo portare la vostra attenzione.

A scanso di equivoci vorrei precisare che diffido dei nazionalismi, di tutti i nazionalismi, specialmente quelli declinati nella forma patriottica.
“Il patriottismo è l’estremo rifugio delle canaglie” scriveva nel ‘700 Samuel Johnson, e confesso di essere d’accordo con questa affermazione.
Provengo da una terra dove i perversi effetti del nazionalismo e del patriottismo hanno portato dolore e tragedia, hanno distrutto famiglie, hanno cancellato tradizioni, hanno travisato le menti, con uno strascico di ignoranza che stenta a ritirarsi.

Per questo motivo non me la sento di esultare al sorgere di una nuova nazione, di nuovi confini, di nuovi guardiani, di nuovi sospetti, ma se, non me ne vogliano i catalani, trovo inattuale e interessato il movimento indipendentista, la mia mentalità mi porta invece a giudicare “ignobile” il comportamento degli spagnoli.
Badate, non mi sto riferendo agli utili idioti che stanno a Madrid e che si fanno forti di sentenze tanto ovvie quanto anacronistiche, emesse da corti che, al pari della nostra Cassazione, troppo spesso sono telecomandate per impedire alla popolazione di far sentire liberamente la sua voce.
Nossignori, a me fa schifo il comportamento dello spagnolo comune, quello che scende (materialmente o idealmente) in strada con un’altra bandiera, per un altro nazionalismo, per una competizione su chi è più scemo, su chi ha l’anello più grosso al naso.
Se la Catalogna sbaglia, la Spagna ha fatto di peggio, l’ha trattata da incapace di intendere e volere.
Mettiamo il caso che la persona con la quale dividete la vita manifesti la sua intenzione di separarsi da voi, che fate, cercate di capire il problema, di andarle incontro, di immaginare il suo punto di vista, oppure la picchiate, la insultate e la ammanettate a un termosifone perché non scappi?
Quando hanno cominciato a girare le immagini della Guardia (in)Civil che picchiava senza pietà e senza ragione dei cittadini indifesi, disarmati, pacifici, mi sarei aspettato che da tutta la Spagna sorgesse un corale “Basta! BASTA! Fermate quella violenza! Ma che state facendo, siete impazziti?”. Invece, tranne qualche voce isolata e ritardataria, tutti sono rimasti in silenzio, quasi soddisfatti di vedere quei presuntuosi di catalani, impenitenti e ribelli, presi a calci nel culo. E così, dopo decenni, la Spagna ha dimostrato di essere ancora un paese clericofascista.

Verrà il giorno che quegli stessi spagnoli vorranno esprimere con un voto, con una dimostrazione, con una protesta, la loro opinione contraria alle politiche ottuse e servili al potere, e allora anche loro proveranno quanto imparziale e inevitabile sia la repressione fascista. Ma non ci sarà più nessuno a difenderli, nemmeno l’anarchica Catalogna.

Sitges (Catalunya)

Sitges (Catalunya)

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Catalunya

Escolta, Espanya, – la veu d’un fill
que et parla en llengua – no castellana:
parlo en la llengua – que m’ha donat
la terra aspra:
en ‘questa llengua – pocs t’han parlat;
en l’altra, massa.
 
T’han parlat massa – dels saguntins
i dels que per la pàtria moren:
les teves glòries – i els teus records,
records i glòries – només de morts:
has viscut trista.
 
Jo vull parlar-te – molt altrament.
Per què vessar la sang inútil?
Dins de les venes – vida és la sang,
vida pels d’ara – i pels que vindran:
vessada és morta.
 
Massa pensaves – en ton honor
i massa poc en el teu viure:
tràgica duies – a morts els fills,
te satisfeies – d’honres mortals,
i eren tes festes – els funerals,
oh trista Espanya!
 
Jo he vist els barcos – marxar replens
dels fills que duies – a que morissin:
somrients marxaven – cap a l’atzar;
i tu cantaves – vora del mar
com una folla.
 
On són els barcos. – On són els fills?
Pregunta-ho al Ponent i a l’ona brava:
tot ho perderes, – no tens ningú.
Espanya, Espanya, – retorna en tu,
arrenca el plor de mare!
 
Salva’t, oh!, salva’t – de tant de mal;
que el plo’ et torni feconda, alegre i viva;
pensa en la vida que tens entorn:
aixeca el front,
somriu als set colors que hi ha en els núvols.
 
On ets, Espanya? – no et veig enlloc.
No sents la meva veu atronadora?
No entens aquesta llengua – que et parla entre perills?
Has desaprès d’entendre an els teus fills?
Adéu, Espanya!
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Joan Maragall – Oda a Espanya – 1898
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( editazione di un’immagine presente sul sito di independent.co.uk )

Sì, no, non so

Stamane volevo telefonare alla trasmissione radiofonica “Prima pagina”, un bel format dove il giornalista di turno commenta le notizie dei quotidiani e, nella seconda parte, dà voce agli ascoltatori per quesiti e commenti.
M’hanno frenato due cose, la prima è che stavo troppo bene a letto, anche solamente per andare a prendere il telefono. Sapete, da me fa ancora abbastanza freddo da far apprezzare il calore delle lenzuola di flanella, specialmente la domenica…
Il secondo problema sono io, o meglio la mia incapacità di essere sintetico e di arrivare subito al punto, il che, stante il poco tempo a mia disposizione, mi avrebbe esposto al rischio di un intervento abborracciato e inconcludente. Così ho pensato bene di affliggervi con una di quelle mie solite tirate nelle quali non si capisce mai dove io voglia andare a parare.
Premessa indispensabile: siamo in guerra.
Lo so, forse non ve ne rendete conto, almeno fino a quando questa non vi tocca, ma siamo in guerra. Lo siamo non da oggi, non da ieri, non da un anno, ma da sempre, da centinaia di migliaia d’anni, sempre contro lo stesso nemico implacabile: la malattia.
Schiere e schiere di microbi, batteri e virus prendono d’assalto le nostre difese incuranti delle loro perdite, cercano un punto debole, una breccia, un passaggio non sorvegliato, e trovatolo si lanciano al nostro interno come i lanzichenecchi a Roma. Del resto anche noi facciamo del nostro peggio per agevolare gli assalitori, apriamo le nostre porte a innumerevoli cavalli di Troia, pur consapevoli del loro infido contenuto, e diamo ricetto a chi si mostrerà al momento opportuno un’esiziale quinta colonna.
I nostri antenati usavano rozze armi di legno e selce per difendersi dalla fiere, e parimenti si affidavano a radici, erbe e formule magiche, armi approssimative e di efficacia se non dubbia almeno casuale, per combattere la personale battaglia contro le malattie.
Anche noi, in apparenza più evoluti, dobbiamo combattere la stessa battaglia, pur sapendo che, escluso un incidente, l’esito finale ci vedrà soccombenti, ma armi più precise e potenti ci consentono almeno di procrastinare la resa. Con un termine sportivo si potrebbe dire che stiamo facendo melina.
Solamente da un paio di secoli nel nostro arsenale abbiamo a disposizione uno strumento di grande efficacia, disponiamo di alcuni traditori nelle file del nemico in grado di svelarci i suoi piani per darci la possibilità di preparare le adeguate contromisure. Sono i vaccini.
A meno che non siate appena tornati da un viaggio in luoghi remoti e irraggiungibili da ogni forma di comunicazione, un’isola deserta dell’Oceano Pacifico, una montagna dell’Himalaya, un pianeta extrasolare, vi è per certo toccato di sorbirvi le polemiche mediatiche tra vaccini sì e vaccini no, con tutti gli organi ufficiali inorriditi alla vista di qualche eretico che osa mettere in dubbio la santità di quel trattamento medico.
Da quel che so si è giunti alla decisione di rendere i vaccini obbligatori, con pesanti sanzioni economiche e sociali per gli obbiettori, fino a decidere di levare i figli ai loro genitori, parificando questi ultimi ai criminali della peggior specie. Se non è una distopia realizzata è perlomeno un atto da regime totalitario.
Badate bene, io non sono contrario alle vaccinazioni, tutt’altro. Son più di vent’anni che vengo preso per i fondelli perché mi vaccino contro l’influenza (a mie spese…), ed entrambi i miei due figli sono stati a suo tempo vaccinati con la trivalente.
E allora, direte voi a questo punto, perché ti scandalizza la decisione governativa?
La risposta sta nei bugiardini di una qualsiasi delle medicine che avete in casa. Anche se è un semplice analgesico, per ogni riga di indicazione terapeutica ve ne sono almeno dieci di possibili effetti collaterali. Non è che queste avvertenze vi fermino, poiché ogni volta decidete di correre il rischio purché il mal di testa, la tosse, la bronchite, l’infiammazione di turno smettano di tormentarvi. Si potrebbe parlare allora di rischio calcolato, ma di ogni calcolo, per considerarlo esatto, bisogna conoscere tutti i fattori, e i bugiardini (che quasi nessuno legge) servono proprio a questo.
Quindi se ogni cosa ha le sue controindicazioni, dalla capecitabina alla crema solare, perché non dovrebbe averle anche un vaccino?
È ovvio che si tratta di una domanda retorica; la domanda vera che si nasconde al suo interno è: perché non possiamo sapere quali sono e che peso hanno?
Invece no, nulla si sa di certo, e tutti sparano cifre massime a caso, a effetto, a scopo propagandistico, fino ad arrivare alla proposta assurda (sentita personalmente alla radio) di far pagare le eventuali cure mediche di bambini non vaccinati ai loro sciagurati genitori, una bella proposta di eugenetica economica. Seguendo questo metro dovremmo escludere dal Servizio Sanitario Nazionale i fumatori che contraggono malattie collegate all’apparato respiratorio, gli obesi per ogni problema cardiovascolare, gli alcolisti per ogni patologia epatica, i golosi che contraggono il diabete, e via dicendo.
Vedete bene che non se ne esce.
Allora, che si fa, dobbiamo continuare a separarci in favorevoli e contrari?
Sì, dobbiamo farlo, ma con coscienza e conoscenza.
Dobbiamo farlo, con la conoscenza di quali potrebbero essere i possibili e malaugurati effetti collaterali di una vaccinazione, capitasse anche un caso su un milione, per cui chi è favorevole lo è sapendo a cosa può andare incontro.
Dobbiamo farlo, con coscienza, perché sarei curioso di sapere quante di quelle persone che non intendono far vaccinare i loro figli sarebbero disposti a rinunciare a proteggersi se si scoprisse un vaccino contro il cancro.
La coscienza, diceva Gaber, è come l’organo sessuale, o fa nascere la vita, o fa pisciare, ma io, Giorgio mi perdoni, non trovo disdicevole nessuna delle due funzioni, e se non ci credete provate a chiedere a chi ha sofferto di ritenzione urinaria. La coscienza in questo caso ammette il vaccino come conservazione della vita, e fa anche pisciare come umana liberazione dalla paura, nella stessa misura di come ci liberiamo, con rara felicità, di un’impellenza fisiologica.
La chiave di questa dilemma divisorio è racchiusa sempre e solamente in quella parola: guerra.
Il genere umano combatte le sue battaglie con le armi di cui dispone, conosce le sue vittorie e le sue sconfitte, e dovrebbe riconoscere anche i suoi eroi.
Sul petto di chi dobbiamo appuntare la medaglia, dei medici, degli scienziati, delle case farmaceutiche?
Nessuno di loro.
Sono abbastanza vecchio per ricordare un dettaglio degli sferraglianti tram di una volta, una targhetta in bachelite color crema avvitata accanto a determinali sedili del tram, e la relativa scritta in stampatello maiuscolo: “POSTO RISERVATO AGLI INVALIDI DI GUERRA E DEL LAVORO”.
Gli invalidi del lavoro ci sono ancora, ma sembra che nessuno se ne curi troppo, fanno parte del PIL, mentre le guerre sono lontane, combattute da gente considerata barbara o da professionisti del settore.
Invece è così che dovremmo considerare le persone, poche, pochissime, che soffrono degli effetti collaterali dei vaccini: invalidi di guerra, la guerra di tutti noi.
Quando assumiamo un farmaco, qualsiasi farmaco, lo facciamo per il nostro benessere individuale, ed è sempre una scommessa con altissime probabilità di vittoria. Ogni spiacevole conseguenza è perciò solamente una scommessa persa, un danno dovuto alla malasorte o a un difetto del nostro DNA.
Quando ci vacciniamo, o facciamo vaccinare i nostri figli, lo facciamo per il nostro o loro benessere (che poi è il nostro), ma parimenti agiamo anche a beneficio del resto dell’umanità, per chi non è ancora protetto, magari non per colpa sua, e per le generazioni a venire.
Un governo serio (quindi non questo), invece di emettere grida manzoniane dovrebbe considerare i dubbi di chi teme un eccesso di protezione farmacologica, di chi vede dietro a questa interessi economici o peggio, e dovrebbe farlo anche se costoro inseguissero dei fantasmi.
La frase che avrei voluto sentire è questa: i vaccini sono una parte fondamentale della medicina preventiva, ma purtroppo, come tutte le cose umane, essa non è una scienza esatta, perciò quei pochi, anzi pochissimi, che si sacrificheranno loro malgrado per un bene maggiore sappiano che saranno i nostri eroi, e che noi non li lasceremo soli, mai.
Niente di tutto ciò ho udito, bensì solamente schermaglie di partito, urla da stadio e frasi precompilate hanno invaso i formati comunicativi di maggior diffusione, in una nazione nella quale chi ha un figlio con problemi si trova a combattere con la rarefazione dell’assistenza sanitaria, uno scarso supporto specialistico per l’apprendimento, la disattenzione e il fastidio della società, fino all’abbandono terapeutico quando il bambino sofferente è diventato un adulto sofferente.
In buona sostanza, coloro che si oppongono alla vaccinazione obbligatoria hanno torto, però come dar loro torto?
Vedete bene che non mi sarebbe stato possibile concentrare tutto ciò nei due o tre minuti di intervento radiofonico, a meno di non essere obbligato a infilarmi anch’io nella trappola favorevoli/contrari, perché la libertà vera non è quella di poter scegliere, bensì quella di non essere costretti a scegliere.

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