Elogio della lentezza

Sì, no, non so

Stamane volevo telefonare alla trasmissione radiofonica “Prima pagina”, un bel format dove il giornalista di turno commenta le notizie dei quotidiani e, nella seconda parte, dà voce agli ascoltatori per quesiti e commenti.
M’hanno frenato due cose, la prima è che stavo troppo bene a letto, anche solamente per andare a prendere il telefono. Sapete, da me fa ancora abbastanza freddo da far apprezzare il calore delle lenzuola di flanella, specialmente la domenica…
Il secondo problema sono io, o meglio la mia incapacità di essere sintetico e di arrivare subito al punto, il che, stante il poco tempo a mia disposizione, mi avrebbe esposto al rischio di un intervento abborracciato e inconcludente. Così ho pensato bene di affliggervi con una di quelle mie solite tirate nelle quali non si capisce mai dove io voglia andare a parare.
Premessa indispensabile: siamo in guerra.
Lo so, forse non ve ne rendete conto, almeno fino a quando questa non vi tocca, ma siamo in guerra. Lo siamo non da oggi, non da ieri, non da un anno, ma da sempre, da centinaia di migliaia d’anni, sempre contro lo stesso nemico implacabile: la malattia.
Schiere e schiere di microbi, batteri e virus prendono d’assalto le nostre difese incuranti delle loro perdite, cercano un punto debole, una breccia, un passaggio non sorvegliato, e trovatolo si lanciano al nostro interno come i lanzichenecchi a Roma. Del resto anche noi facciamo del nostro peggio per agevolare gli assalitori, apriamo le nostre porte a innumerevoli cavalli di Troia, pur consapevoli del loro infido contenuto, e diamo ricetto a chi si mostrerà al momento opportuno un’esiziale quinta colonna.
I nostri antenati usavano rozze armi di legno e selce per difendersi dalla fiere, e parimenti si affidavano a radici, erbe e formule magiche, armi approssimative e di efficacia se non dubbia almeno casuale, per combattere la personale battaglia contro le malattie.
Anche noi, in apparenza più evoluti, dobbiamo combattere la stessa battaglia, pur sapendo che, escluso un incidente, l’esito finale ci vedrà soccombenti, ma armi più precise e potenti ci consentono almeno di procrastinare la resa. Con un termine sportivo si potrebbe dire che stiamo facendo melina.
Solamente da un paio di secoli nel nostro arsenale abbiamo a disposizione uno strumento di grande efficacia, disponiamo di alcuni traditori nelle file del nemico in grado di svelarci i suoi piani per darci la possibilità di preparare le adeguate contromisure. Sono i vaccini.
A meno che non siate appena tornati da un viaggio in luoghi remoti e irraggiungibili da ogni forma di comunicazione, un’isola deserta dell’Oceano Pacifico, una montagna dell’Himalaya, un pianeta extrasolare, vi è per certo toccato di sorbirvi le polemiche mediatiche tra vaccini sì e vaccini no, con tutti gli organi ufficiali inorriditi alla vista di qualche eretico che osa mettere in dubbio la santità di quel trattamento medico.
Da quel che so si è giunti alla decisione di rendere i vaccini obbligatori, con pesanti sanzioni economiche e sociali per gli obbiettori, fino a decidere di levare i figli ai loro genitori, parificando questi ultimi ai criminali della peggior specie. Se non è una distopia realizzata è perlomeno un atto da regime totalitario.
Badate bene, io non sono contrario alle vaccinazioni, tutt’altro. Son più di vent’anni che vengo preso per i fondelli perché mi vaccino contro l’influenza (a mie spese…), ed entrambi i miei due figli sono stati a suo tempo vaccinati con la trivalente.
E allora, direte voi a questo punto, perché ti scandalizza la decisione governativa?
La risposta sta nei bugiardini di una qualsiasi delle medicine che avete in casa. Anche se è un semplice analgesico, per ogni riga di indicazione terapeutica ve ne sono almeno dieci di possibili effetti collaterali. Non è che queste avvertenze vi fermino, poiché ogni volta decidete di correre il rischio purché il mal di testa, la tosse, la bronchite, l’infiammazione di turno smettano di tormentarvi. Si potrebbe parlare allora di rischio calcolato, ma di ogni calcolo, per considerarlo esatto, bisogna conoscere tutti i fattori, e i bugiardini (che quasi nessuno legge) servono proprio a questo.
Quindi se ogni cosa ha le sue controindicazioni, dalla capecitabina alla crema solare, perché non dovrebbe averle anche un vaccino?
È ovvio che si tratta di una domanda retorica; la domanda vera che si nasconde al suo interno è: perché non possiamo sapere quali sono e che peso hanno?
Invece no, nulla si sa di certo, e tutti sparano cifre massime a caso, a effetto, a scopo propagandistico, fino ad arrivare alla proposta assurda (sentita personalmente alla radio) di far pagare le eventuali cure mediche di bambini non vaccinati ai loro sciagurati genitori, una bella proposta di eugenetica economica. Seguendo questo metro dovremmo escludere dal Servizio Sanitario Nazionale i fumatori che contraggono malattie collegate all’apparato respiratorio, gli obesi per ogni problema cardiovascolare, gli alcolisti per ogni patologia epatica, i golosi che contraggono il diabete, e via dicendo.
Vedete bene che non se ne esce.
Allora, che si fa, dobbiamo continuare a separarci in favorevoli e contrari?
Sì, dobbiamo farlo, ma con coscienza e conoscenza.
Dobbiamo farlo, con la conoscenza di quali potrebbero essere i possibili e malaugurati effetti collaterali di una vaccinazione, capitasse anche un caso su un milione, per cui chi è favorevole lo è sapendo a cosa può andare incontro.
Dobbiamo farlo, con coscienza, perché sarei curioso di sapere quante di quelle persone che non intendono far vaccinare i loro figli sarebbero disposti a rinunciare a proteggersi se si scoprisse un vaccino contro il cancro.
La coscienza, diceva Gaber, è come l’organo sessuale, o fa nascere la vita, o fa pisciare, ma io, Giorgio mi perdoni, non trovo disdicevole nessuna delle due funzioni, e se non ci credete provate a chiedere a chi ha sofferto di ritenzione urinaria. La coscienza in questo caso ammette il vaccino come conservazione della vita, e fa anche pisciare come umana liberazione dalla paura, nella stessa misura di come ci liberiamo, con rara felicità, di un’impellenza fisiologica.
La chiave di questa dilemma divisorio è racchiusa sempre e solamente in quella parola: guerra.
Il genere umano combatte le sue battaglie con le armi di cui dispone, conosce le sue vittorie e le sue sconfitte, e dovrebbe riconoscere anche i suoi eroi.
Sul petto di chi dobbiamo appuntare la medaglia, dei medici, degli scienziati, delle case farmaceutiche?
Nessuno di loro.
Sono abbastanza vecchio per ricordare un dettaglio degli sferraglianti tram di una volta, una targhetta in bachelite color crema avvitata accanto a determinali sedili del tram, e la relativa scritta in stampatello maiuscolo: “POSTO RISERVATO AGLI INVALIDI DI GUERRA E DEL LAVORO”.
Gli invalidi del lavoro ci sono ancora, ma sembra che nessuno se ne curi troppo, fanno parte del PIL, mentre le guerre sono lontane, combattute da gente considerata barbara o da professionisti del settore.
Invece è così che dovremmo considerare le persone, poche, pochissime, che soffrono degli effetti collaterali dei vaccini: invalidi di guerra, la guerra di tutti noi.
Quando assumiamo un farmaco, qualsiasi farmaco, lo facciamo per il nostro benessere individuale, ed è sempre una scommessa con altissime probabilità di vittoria. Ogni spiacevole conseguenza è perciò solamente una scommessa persa, un danno dovuto alla malasorte o a un difetto del nostro DNA.
Quando ci vacciniamo, o facciamo vaccinare i nostri figli, lo facciamo per il nostro o loro benessere (che poi è il nostro), ma parimenti agiamo anche a beneficio del resto dell’umanità, per chi non è ancora protetto, magari non per colpa sua, e per le generazioni a venire.
Un governo serio (quindi non questo), invece di emettere grida manzoniane dovrebbe considerare i dubbi di chi teme un eccesso di protezione farmacologica, di chi vede dietro a questa interessi economici o peggio, e dovrebbe farlo anche se costoro inseguissero dei fantasmi.
La frase che avrei voluto sentire è questa: i vaccini sono una parte fondamentale della medicina preventiva, ma purtroppo, come tutte le cose umane, essa non è una scienza esatta, perciò quei pochi, anzi pochissimi, che si sacrificheranno loro malgrado per un bene maggiore sappiano che saranno i nostri eroi, e che noi non li lasceremo soli, mai.
Niente di tutto ciò ho udito, bensì solamente schermaglie di partito, urla da stadio e frasi precompilate hanno invaso i formati comunicativi di maggior diffusione, in una nazione nella quale chi ha un figlio con problemi si trova a combattere con la rarefazione dell’assistenza sanitaria, uno scarso supporto specialistico per l’apprendimento, la disattenzione e il fastidio della società, fino all’abbandono terapeutico quando il bambino sofferente è diventato un adulto sofferente.
In buona sostanza, coloro che si oppongono alla vaccinazione obbligatoria hanno torto, però come dar loro torto?
Vedete bene che non mi sarebbe stato possibile concentrare tutto ciò nei due o tre minuti di intervento radiofonico, a meno di non essere obbligato a infilarmi anch’io nella trappola favorevoli/contrari, perché la libertà vera non è quella di poter scegliere, bensì quella di non essere costretti a scegliere.

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Finalmente!

Un altro luogo comune viene finalmente smentito.
Era ora.
Questi qua sotto han già perso gran parte del loro smalto.
Meglio tardi che mai” non lo trovo allettante quando si tratta di qualcosa di spiacevole, una rapina, un incidente, una malattia.
La vita è fatta a scale”, e che mi dite di chi prende l’ascensore, o si butta dalla finestra?
Basta la salute”, non sempre vero, perché anche quella bisogna anche mantenerla in qualche modo.
Il tempo è galantuomo”, ma lo è solamente verso i galantuomini, mentre per i poveracci è sempre il solito bastardo.
L’importante è partecipare”, e infatti vedo sempre esultare chi arriva in fondo alla classifica.
Non è mai troppo tardi”, ma provate a dirlo chi ha perso l’ultimo autobus per tornare a casa, e piove.
Tutti i politici sono ladri”, però non è affatto vero, ce ne sono anche di peggiori.
Non c’è più rispetto verso gli anziani”, e in verità non c’è mai stato, venivano sopportati e temuti, anche perché erano loro che tenevano i cordoni della borsa.
Così, dopo aver conservato un più che accettabile livello di visus nonostante ripetute esperienze sessuali in solitudine, nonostante i tremendi nubifragi mattutini che fanno seguito ai tramonti infuocati della sera precedente, dopo aver trovato a Praga un cammello che attraversa la cruna di un ago, dopo aver visto i migliori purtroppo andarsene, ma per fortuna anche i peggiori levarsi dalle scatole, finalmente arrivo a distruggere l’ennesimo luogo comune, e ora è possibile giudicare un libro dalla copertina.

Vediamola.

Il nome dell’autore ai più non dirà niente, il che è già condizione sufficiente per passare oltre, mentre coloro che in passato hanno avuto modo di leggere qualche mia riga avranno di certo il buon senso di non insistere nell’infelice esperimento.
Il titolo poi…, eresie, con quali eresie potrei mai appassionare o sconvolgere il pubblico più di quelle che quotidianamente passano nei media, tradizionali o innovativi è uguale. Cosa può essere più eretico dell’investimento “sicuro”, del canto delle sirene pubblicitarie, dei rapporti ufficiali delle Prefetture, delle soluzioni urgenti promesse dai politici, della democrazia esportata, delle messe cantate e delle commemorazioni?
Di fiabe siamo al completo, una in più o in meno non fa differenza, comunque non se ne sentiva la necessità.
La foto in copertina dice molto, ovvero niente, niente di comprensibile intendo, il che rispecchia pari pari il senso delle centocinquanta pagine che dietro a quella si nascondono, in agguato.
Alzi la mano chi sa cos’è un margine di conterminazione, dov’è, e perché è lì. Ebbene, nulla poteva essere più emblematico quanto quell’oggetto desueto, scostante, rigido, solitario, anonimo, ma anche sconosciuto.

Questa è la copertina, e questo è il libro, niente di più e niente di meno.

copertina

Se non ne siete ancora convinti, vi appioppo anche la quarta di copertina, la quale rende, se possibile, ancora più fitta la nebbia, scura la notte, insidiosa la trappola.

Mutuando la definizione in uso per uno studiato prodotto musicale, il concept album, vorrei che consideraste l’oggetto che state tenendo in mano come un concept book, cosa ben diversa da un’antologia di racconti a tema.
In questo libro un singolo autore ha deciso di creare delle suggestioni, tutte diverse per approccio e approdo, attorno a un unico elemento, senza preoccuparsi troppo di seguire una narrazione coerente, e tanto meno cercando di procedere secondo logica. Del resto, le peculiarità dell’oggetto (o soggetto) trattato impediscono che lo si avvicini con gli strumenti della logica. Mancando quest’ultima vacillano anche le barriere che essa innalza a protezione del nostro confortevole ragionare, e allora due sono le scelte, o si scappa oppure si procede verso l’inesplicabile.
Se pensate di essere pronti, vi sfido a seguirmi.

Casomai desideraste farvi del male, questi dieci racconti li trovate qui.

Ho deciso di pubblicare “Nove eresie, più una fiaba” con YouCanPrint, nonostante il margine per l’autore sia minimo, per darvi la possibilità di ordinare il libro anche in qualsiasi libreria tradizionale. Con altri editori sareste dovuti  passare dalle parti di Amazon, o comunque attraverso canali obbligati. Va da sé che il libro potete anche richiedermelo direttamente (vasto2000@alice.it).

Per chi ama la tecnologia, prossimamente anche la versione ebook.

 

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Carne

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Cinque anni sono passati da quando scrissi questo testo, cinque anni durante i quali c’è chi s’è fidato delle promesse, delle belle parole, dei proclami un tanto al chilo, cinque anni nei quali sono cambiati i suonatori, ma la musica è rimasta pressapoco la stessa, stecche comprese. Cinque anni fa un piccoletto artefatto raccomandava al suo gregge di pecore di “andare al mare”, e oggi, cinque anni dopo, un una caricatura sovrappeso raccomanda al suo gregge di pecore di “andare al mare”.
Per tutti coloro che il 17/04/2016 si metteranno sull’attenti (o a novanta gradi) e “andranno al mare” anche se verrà giù un diluvio universale, mi permetto di tirare fuori dalla naftalina questo pezzo e di riproporlo paro paro. Uguali voi, uguale lui.

Racconto di Ahmed

Ciao, mi chiamo Ahmed, sono tunisino, e anche se non vivo più nella mia città natale, sono sicuro che, almeno io,  rimarrò per sempre nella mia terra.
Dei tanti ricordi che ho del mio paese, la maggior parte di essi sono memorie di speranza, parole di augurio e conforto che i giovani della mia generazione usavano come unica  moneta di scambio, dato che le nostre tasche erano use ormai a contenere solamente le nostre mani vuote. Un giorno tutte quelle mani si chiusero a pugno, delicatamente per offrire dei fiori di gelsomino, aspramente per dire che la misura della nostra pazienza era colma. E fu la rivolta.
Il pensiero torna inevitabilmente a quella strada, no, non più strada ma fiume di gente, e poi un mare, un oceano, un diluvio, contro una diga, una ridicola diga di carne e bastoni, di elmetti e minacce, di scudi e potere. Ce lo aspettavamo, anche se nessuno mai l’aspetta per sé. Lui non è in divisa, ma si capisce lo stesso chi è, lui e quegli altri che gli stanno vicino. Urla qualcosa che non comprendo e un attimo dopo una fiammata lo nasconde. Un pugno tremendo al ventre, e mi trovo seduto, in mezzo al fumo che mi brucia gli occhi. Perché tutti gridano? I loro occhi già piangono di dolore e di cloro. Perché li sgranano su di me invece di salvarli da quella pena? Già che ci sono mi guardo anch’io, e mi vedo, come sono fatto,  dentro.
Eccolo il mio ricordo, le mie viscere grigie e luccicanti che il lacrimogeno sparato ad alzo zero ha liberato dalla loro prigione peritoneale. Non fa male, strano, anche se sono seduto sul mio sangue; non è niente, penso, e intanto con una mano cerco di riparare a quel disordine; le sento, sono calde, e mi sforzo di ricacciare quelle anguille al loro posto. Non ci riesco; tento ancora una volta, poi le forze mi abbandonano; un ultimo sguardo con la vista offuscata e distorta dalle lacrime: il fiume, nella nebbia, non si è fermato, va sempre nella stessa direzione. – Questo è bene – è il mio ultimo pensiero da respirante.

Racconto di Sein

Il maestro non mi chiamava mai col mio nome completo. Per lui ero sempre e solamente Sein, e a me piaceva quella sua trasgressione alla regola monastica e birmana, mi faceva sentire speciale, anche se egli faceva di tutto per cancellare il concetto di orgoglio dalle nostre giovani menti. Mai e poi mai avremmo dovuto nutrire anche la più insignificante sensazione di superiorità nei confronti di chicchessia.
Per il maestro tutto era concepibile e coerente con il karma individuale. Noi giovani monaci temporanei invece non ci capacitavamo di quali oscure e gravi colpe si fosse macchiata nelle vite precedenti quella povera gente, peccati meritevoli di una vita di acre sofferenza e crudele miseria.
Quando quei disperati cercarono di far udire la voce della loro disgrazia, pure noi monaci udimmo il loro grido di dolore, e i nostri precetti che condannano il desiderio ed esaltano la rinuncia non furono bastevoli per isolarci empaticamente dalle loro umane aspirazioni, anche perché, finito il periodo al monastero, saremmo dovuti tornare, quasi tutti, a una vita tribolata, generosa solamente di sudditanze e travagli.
A Yangon ci ponemmo in testa al corteo, pregando tutti i manifestanti di evitare la violenza, e anche di sopire qualsiasi atteggiamento minaccioso. Era nostra intenzione ricoprire i militari che si opponevano a noi con infinita e amabile gentilezza. Quando caricarono non cercammo di scappare, e neppure di difenderci, li guardammo semplicemente arrivare, nelle loro divise scure, con i loro lunghi bastoni di legno duro.
Il primo colpo mi arrivò secco e preciso sul mio capo rasato, dietro, sulla nuca suppongo. Una gran luce bianca mi accecò, per un attimo, poi la vista ritornò offrendomi delle immagini sconvolgenti. Solo due colori vedevo, il rosso dei nostri mantelli e il nero delle loro divise, mescolati, sfuggenti, improvvisi. Cercai di camminare e mi accorsi che la strada era in forte pendenza, una salita inerpicabile. Feci un passo, come per salire, e ciò che era salita si mutò in discesa: ero sull’orlo di uno strapiombo impossibile, sul cui dirupo sembrava essere il mondo. Sentivo i piedi pesanti, come immersi nella mota, e mi pareva di fare passi lunghissimi. Poi la strada salì improvvisamente verso di me, e solo mettendo le mani avanti evitai che mi colpisse in faccia. Mi girai: ero semplicemente caduto. Solamente nero attorno a me, e bastoni vorticanti che, come uno stormo di corvi, beccavano la mia carne. Udii, nettamente, uno schiocco crepitante, come di legno che si spezzi. Altri colpi mi raggiunsero al capo e quando cercai, molto umanamente, di ripararmi con le braccia, una fitta mi strappò un urlo bestiale. Mi volsi un attimo verso quell’indescrivibile dolore soltanto per vedere una piccola parte del mio braccio alzata, mentre il resto dell’arto, piegato secondo un angolo impossibile, faceva probabilmente posare la mano, inerte e inutile, ancora a terra. Dunque non era di legno fracassato il rumore di prima. Nausea, dolore e paura stavano per avere il sopravvento sulla mia consapevolezza. Lì, a terra, paralizzato e osceno come un manichino spezzato, trovai la forza di tornare dal mio maestro e ai suoi insegnamenti, almeno con quel poco di mente che era restata integra. Cercai di immaginare che i colpi di bastone fossero pietre che cadevano, una pioggia di pietre che si mutavano in acqua. Come durante la festa di Thingyan, mi immersi in quell’acqua, mi abbandonai a essa, lasciandomi sommergere, portare via, sciogliermi in essa.
Era tempo di terminare e di ricominciare.
Solamente una cosa mi angustiava: non avevo fatto violenza, ma altri, che pure non riuscivo a odiare, ne erano stati attivi fautori. Era anche per colpa mia se essi vi si erano abbandonati? Il mio karma futuro sarebbe stato macchiato dalla colpa di un amore superbo e incompreso?

Racconto di Fatima

Quando nacqui, il nonno, un inguaribile monarchico, chiese per me, unica sua nipote femmina, il nome di Fatima, l’ultima regina di Libia.
Anch’io fui regina, almeno nella mia famiglia. I miei genitori non avevano occhi che per me. Fratelli e cugini erano la mia scorta, la mia servitù, il mio tappeto rosso.
Non eravamo ricchi, la vita era dura per tutti. Certo si stava meglio di mio nonno, sopravvissuto per sessant’anni spremendo il latte da una mandria di capre asfittiche, ma eravamo comunque costretti a una esistenza ristretta di mezzi e di spazio.
I miei fratelli si arrangiavano come potevano, lavorando come pescatori, operai, autisti, sguatteri, ma, di comune accordo, essi si presero l’impegno di farmi studiare, levandomi l’incomodo di ogni piccolo intoppo che avrebbe potuto intralciarmi.
E’ stato solamente grazie ai loro sacrifici, e in parte anche alla mia buona volontà, se riuscii a prendere la laurea in medicina. Quel giorno, in paese, fecero festa grande: ero la prima ragazza di Gioda che raggiungeva quel traguardo, e in famiglia poi, un marziano avrebbe fatto meno effetto.
E aliena diventai perché dovetti forzatamente lasciare il mio paese, per impiegarmi all’ospedale di Misurata. Quando avevo iniziato gli studi già sapevo che quello sarebbe stato il mio destino, tutti lo accettavano di buon grado e lavoravano alacremente per accelerare la mia separazione dal loro piccolo mondo, ma mi sentivo in colpa lo stesso. Avevo tutto: un appartamento moderno con l’aria condizionata, un lavoro che mi dava soddisfazione, un bel ragazzo che mi correva dietro; potevo essere felice. Perché allora non lo ero?
Mi sentivo ingiustamente privilegiata nei confronti della mia famiglia, ancora inchiodata in quei loculi roventi, vecchi, vecchissimi, edificati in tempi remoti, dagli italiani in fez diceva il nonno. Mi sentivo a disagio con i miei fratelli, come se quotidianamente rubassi a loro qualcosa, e con tutti quei giovani costretti a sbattersi per dei lavori umili, pericolosi, poco pagati, espulsi dai grandi stabilimenti che preferivano gli immigrati, gente disposta a tutto pur di mandare alle loro lontanissime case qualche dollaro.
Una volta ho sentito dire che la Gente del Libro, i cristiani, crede alla fine del mondo annunciata da squilli di tromba: Trombe del Giudizio le chiamano. Potrebbe essere, potrebbe…
I primi squilli si udirono giusto dietro il nostro confine occidentale, quindi da Est, dove da decenni regnava un silenzio opprimente, risposero delle trombe più possenti che mai.
I libici si destarono dal loro torpore e decisero di rispondere alla chiamata: la fine di un mondo era annunciata, auspicata, inevitabile.
Bastarono pochi giorni di guerra per far crollare l’antiquato sistema di telecomunicazioni. Feci solo in tempo a sapere che i miei fratelli erano fuggiti per unirsi ai ribelli. Io mi rifiutai di lasciare Misurata in quanto, come medico, ritenni di poter finalmente restituire alla povera gente qualcosa di quanto avevo ricevuto.
Quando l’assedio divenne totale ebbi ben modo di ripagare il mio debito, peccato che nel farlo procurassi sofferenza, trauma, disperazione, morte. Mi pentii spesso di non aver studiato altro, oppure di non aver studiato abbastanza.
Il mio servizio comprendeva anche la consegna a domicilio, dandomi l’opportunità di trovarmi vicinissima alla prima linea, e ogni volta che sentivo il rumore di un carro armato mi stupivo della sua somiglianza con quello di un grosso trattore che avevamo in paese. Uguali i cigolii, il rumore ansimante del diesel, il tonfo dei cingoli, le vibrazioni della struttura metallica; mi era talmente familiare che non riusciva a spaventarmi. Solo una volta ebbi l’ardire di sbirciare al di sopra di un muretto per osservarne uno, tanto per togliermi la curiosità.
Procedeva lentamente, proprio come un trattore, non per timore di un agguato ma per tenere il passo di alcune figurine verdi alle quali faceva scudo. – Ferraglia – pensai, vedendo il pesante fumo nero che emanava. Girava la sua lunga canna in tondo, come se cercasse qualcosa che aveva perso. Canna a sinistra, cigolio, retro, canna a destra, scricchiolio, buco della canna, boato.
I mattoni, il cemento, i ferri d’armatura, le pietre, e io, fummo scagliati a una decina di metri di distanza.  Mi ritrovai immersa in una nuvola di sabbia, polvere e fumo, e l’unica cosa della quale ero certa riguardava la mia posizione: sdraiata sulla schiena. Posata che si fu la polvere, vidi il cielo, solo il cielo, azzurro. Un fischio acutissimo mi trapanava il cervello da orecchio a orecchio, e non riuscivo a udire altro, neanche la mia voce quando urlai di dolore.
Qualcosa mi era entrato nel collo, e bruciava, bruciava, un tizzone ardente nelle mie carni. Provai ad alzarmi, per scappare via da quel fuoco, per strapparmelo fuori: niente da fare. Non riuscivo a muovermi, anzi no, mi muovevo, lo sentivo con la pelle che strisciava sul terreno scabro, con le ossa che risuonavano delle convulsioni del mio corpo, con il dolore delle ferite continuamente tormentate anche dalla minima asperità. Il collo era bloccato, la luce solare mi abbagliava, ma ero troppo spaventata per chiudere gli occhi.
Un’eclisse decise, finalmente, di offrirmi un po’ di sollievo: un’ombra nera si interpose tra il mio volto e il mio cielo. Alle pupille occorsero una decina di secondi per adattarsi alla nuova situazione e cominciai a distinguere dei particolari. Su di me si ergeva un uomo in divisa verde, ne vedevo solamente la parte superiore, il torace, il cappello con la larga visiera parasole, e l’arma spianata, su di me. Cercai di parlare ma dalla mia gola ferita uscirono probabilmente dei versi gorgoglianti. Con ammirevole condiscendenza il militare si chinò su di me, per capirmi, per scrutarmi, e finalmente lo vidi in faccia: nera come il caffè. Non era libico, non era della mia terra, non era uno di noi! Ne fui sollevata, tanto che sorrisi a quel bastardo. Anche lui mi sorrise, si rialzò e premette il grilletto. Ebbi solo la sensazione di quattro dita irresistibili che mi entravano dentro e mi inchiodavano al terreno, ma sono abbastanza sicura di non aver smesso di sorridere, e perciò sarei stata un bel rebus, anche da morta.

Ecco, noi vi abbiamo le nostre storie, diverse ma uguali a quelle di tanti altri, in tante altre parti del mondo. Siamo le vittime, assolutamente non eroiche, dei regimi totalitari che non ammettono all’interno dei loro confini democrazia, voto, opposizione, rappresentatività, diritto, uguaglianza, libertà. Vivemmo sempre nel terrore, nell’angoscia, nel buio, fino a quando una scintilla finalmente accese il fuoco del risentimento che covava sotto la cenere della sudditanza. Siamo le vittime che mai avranno la possibilità di vedere l’evoluzione positiva del loro mondo, che non riusciranno mai a godere dei frutti della democrazia, che non potranno mai passare il testimone ai loro figli, ma non per questo ci tirammo indietro allora.
Abbiamo narrato la nostra personale apocalisse non per proselitismo, o per suscitare pietà e ammirazione retorica, bensì unicamente a beneficio di coloro che già risiedono in un paese democratico, per quelle persone che non vivono schiacciate sotto il tacco di un dittatore che impone loro cosa si deve e cosa non si deve fare, parlare, pensare.
Ci rivolgiamo particolarmente a coloro che, pur avendo la libertà, se ne fanno beffe, la schifano, la vendono per un piatto di lenticchie, e che trovano inutile, controproducente, scomodo, svantaggioso, andare a votare.
Voi che vivete la vostra bella vita, colla vostra bella famiglia felice, avete una casa in centro, una casa al mare,  una multiproprietà in montagna, un’automobile o due a testa, i cani, magari anche un bel  lavoro, le ferie, il televisore al plasma, l’aria condizionata, l’acqua calda e fredda, l’avvocato, il commercialista, il notaio, le scuole, gli ospedali, le cliniche, le medicine omeopatiche, la palestra, il promoter finanziario, la crociera, lo struscio alla domenica, la noia della domenica, il corso di cucina, gli hobby, il diritto di voto, voi siete uguali a noi.
Noi non votiamo, non abbiamo mai votato, e neanche voi andrete a votare, ma non è per questo che voi siete uguali a noi.
E’ perché voi non valete niente.
Non valete perché non siete liberi, e obbedite ciecamente e stupidamente agli ordini di chi vi conduce come agnelli, al macello.
Non valete perché non siete servi. Il servitore è fedele al suo padrone unicamente per un tornaconto, mentre voi dal vostro servire non ne ricavate nessun vantaggio, tutt’altro, a voi ne verrà solo danno mentre il padrone si ingrasserà ridendo della vostra dabbenaggine. Voi pagate per servire.
Non valete perché non siete schiavi. Benché dominato, piegato, assoggettato, lo schiavo cova sempre un autentico risentimento contro il suo padrone e, appena possibile, coglierà l’occasione di riacquistare la libertà e l’indipendenza. Voi adorate il vostro carceriere, osannanti vittime della sindrome di Stoccolma.
A voi niente e nessuno vieterebbe di votare, non rischiate violenze, ritorsioni, imposizioni. Vi hanno approntato le sedi, comode e capillarmente distribuite. Hanno predisposto un’organizzazione in grado di assicurare una votazione democratica e consapevole. Vi hanno garantito la segretezza del vostro voto. Ma voi non andrete comunque a votare, obbedienti a chi, eletto proprio da un voto democratico, vuole convincervi dell’inutilità e della sconvenienza dello stesso. Oggi, questo ipocrita e subliminale consiglio al quale ossequienti vi adeguate prende di mira i referendum, domani, altri velenosi consigli potrebbero scardinare anche altri importanti aspetti della vita democratica.
Voi valete meno di noi, molto meno.
Valete meno dei nostri aguzzini e dei loro complici.
Valete meno degli ignavi che il vostro sommo poeta giudicava indegni persino dell’Inferno.
Valete meno dei vermi che stanno banchettando sui nostri cadaveri.
Voi siete come noi.
Voi siete carne morta.

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Un amico sincero

Vendemmia2015

Vorrei parlarvi di un amico, ma non aspettatevi niente di epico o di romanzato, sono soltanto delle parole di rispetto, di stima e di riconoscenza per chi mi sta vicino da un bel pezzo di vita.
Il tempo ed il luogo del nostro primo contatto ormai mi sfuggono. Ricordo bene però che, sulle prime, ai tempi della mia scapestrata gioventù, i nostri rapporti furono, a volte, burrascosi, con esiti controversi. Invecchiando l’ho compreso meglio, sono riuscito ad apprezzarne la schiettezza, e pure ad accettarne i limiti, ricambiando i suoi favori con il riguardo e l’attenzione che si merita.
Non è che ci si veda spesso, tutt’altro.
Capita che goda della sua compagnia soltanto nei fine settimana, qualche volta a pranzo, oppure a cena.
Può succedere che, in occasione di allegre riunioni conviviali, pur non essendo l’anima della festa, i più lo cerchino, e, non di rado, i complimenti nei suoi riguardi si sprechino.
Ciò potrebbe apparire pure strano in considerazione del fatto che si tratta di un tipo taciturno, indole che è il frutto genuino delle sue origini contadine, non di uno snobismo da quattro soldi. Sarà magari dovuto al fatto che, per compensazione, ha il raro dono di saper ascoltare, tutto e tutti, senza mostrare mai segni d’impazienza o di noia.
Chi, come me, lo conosce bene, non si aspetta alcuna consolazione, ragionamenti calcolatori, oppure sperticate lodi, mere formalità, piaggeria, atteggiamenti ipocriti indegni di un’amicizia sincera.
Au contraire.
Proprio grazie alla sua rustica ma cristallina semplicità egli fa un po’ da contraltare ai nostri involuti pensieri, aiutandoci talvolta a trovare, da soli, il bandolo della matassa, a passare sopra a certe piccinerie, e sempre ci sprona a godere di quel poco di felicità che la vita ci regala.
Non chiedetemi del suo aspetto, l’età, o altre cose che poco o nulla hanno a che fare con un rapporto amichevole, duraturo e leale. Tutto quello che posso e voglio rivelarvi ancora è il suo nome: vino.
Sì, proprio lui, quel liquido che può avere il colore di un rubino della corona di Persia, o quello dei delicati petali di pesco, e anche quello della paglia odorosa, ma sempre con il profumo, il sapore e l’effetto di un miracolo della natura.
Non è che io sia un beone, e neppure un raffinatissimo assaggiatore.
Ho avuto occasione di incontrare il severo Nebbiolo, oppure di meditare con l’aiuto di un possente Amarone; ho passato momenti sereni, allietato da un ingenuo Sylvaner Verde; mi è capitato di celebrare un evento memorabile sotto lo sguardo aristocratico del Brunello di Montalcino; mi sono abbuffato fino a scoppiare in compagnia di un malinconico Cabernet-Franc.
Eppure il mio cuore, e se preferite, il mio palato, forse plagiati da arcaici geni dominanti, anelano al burbero Refosco d’Istria, un vinello rusticano, un po’ plebeo; si vede proprio che chi si somiglia si piglia.
Non è niente di che, robetta da undici gradi scarsi, dal sapore forte ma un po’ disarmonico, una specie di Capitan Matamoros: abbaia ma non morde.
Aggiungo che non è un vino per tutti i palati, è agro e bisbetico, bisogna farcisi la bocca, ma la sua naturalezza lo rende sinestetico e stimolante: gli manca solo la parola.
Quando si avvicina il bicchiere alle labbra, un comunissimo bicchiere cilindrico da 1/8, nessuna forma sinuosa o ricercata, veniamo avvolti dal suo profumo giovane che sa ancora un po’ di mosto, di vinacce che riposano a bagno nel tino, per donare al liquido il suo caratteristico colore profondo dai riflessi violacei.
Già quasi inebriati dalla fragranza impalpabile, si tenta un primo sorso.
La punta della lingua è immediatamente solleticata da un allegro residuo frizzante, inequivocabile prova che ciò che si sta per bere è ancora vivo e vegeto, non un qualcosa di ucciso ed imbalsamato da studiati processi termochimici.
Quindi il sapore agro invade il palato, un gusto che non stanca mai, e non finisce di stupire, come se, in queste terre schiaffeggiate dalla gelida bora, crescessero rigogliosi i limoni.
Superato lo shock sensoriale, si arriva a sentire finalmente la “recia”, il cuore dell’acino che ha accumulato e conservato per noi tutto il ferro di un suolo spesso avaro, e la salsedine giunta fin lì con la brezza marina.
In ultimo giunge l’amaro, parto d’invincibili tannini, che si sistema beatamente in fondo al palato, forte, durevole, tanto che pare di aver ingoiato anche le graspe, a testimonianza che sempre di vino si tratta.
A questo punto è inevitabile perdere il controllo dei muscoli della lingua. Essa non vorrebbe mai separarsi da quel caleidoscopio di sapori, li seguirebbe anche giù per la gola, si attacca al palato, tignosa, restia ai nostri comandi, tanto che solo con uno schiocco di protesta essa accetta di nuovo la sudditanza.
Ed è a questo punto, quando siamo rimasti, per un attimo e con somma maleducazione a bocca aperta, che subiamo l’ultimo e inatteso attacco sensoriale.
Quel poco d’alcol presente nel velo di vino che ancora bagna la nostra bocca, dentro e fuori, riscaldato dal calore corporeo, finalmente rivede la luce, trova spazio ed evapora, infiammando e rinfrescando allo stesso tempo le nostre sensibili mucose, mentre l’aria, che stiamo inalando boccheggianti, ossigena il vino residuo, regalandoci l’ultimo bacio di aromi.
Ora, se siete sopravvissuti a tutto ciò (intendo la degustazione, non il testo), allora siete pronti ad affrontare anche tutti gli altri sapori decisi di queste contrade, gusti e profumi talvolta contrastanti, improbabili, anche difficili, figli illegittimi nati dall’unione di culture diversissime, cresciuti in ristrettezza di mezzi, ma proprio per questo più duri a morire, e, come ogni bastardo che si rispetti, più simpatici e brillanti di quelli selezionati per la loro purezza.
Che volete che vi dica, beato chi ha tali amici, e ancor di più chi sa apprezzarli come si conviene, finché ci sono, finché ci siamo.

Rossana Ramani – I colori del bianco e del nero

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Un cerchio lungo cinquemila anni – (tre anni dopo)

L’estate è tempo di repliche, ma non è questo il caso di questo post che pubblicai per la prima volta tre anni fa. Sono gli eventi di adesso che mi stanno dando, purtroppo, ragione, e che rendono attuali queste amare righe.

Il vecchio fissa quel che gli resta da vivere. E’ indubbiamente poco, ma egli non sa decidersi se ciò dipenda dalla sua età, oppure se la causa sia la cataratta ormai quasi opaca. Il futuro è fosco, e l’orizzonte si perde in una nebbia indecifrabile.
Un tempo sì che ci vedeva bene, lontano, meglio di un falco. La sua vista allora era acuta, penetrante, e gli permetteva di arrivare là dove altri nemmeno si arrischiavano a guardare, imprigionati nelle loro ottuse paure da una dotta ignoranza.
Ecco che torna a sentire il peso di quel bagaglio traditore, uno zaino riempitosi giorno per giorno, leggero al mattino della vita, grave al tramonto, insopportabile e geloso: la memoria.
Quando giunsero per la prima volta in quelle terre, ne presentirono una sorta di magia, inspiegabile appunto se non con un incantesimo gettato su tutti loro. Non era niente di speciale: dal mare, più spesso minaccioso che invitante, emergeva quell’angolo brullo e tormentato, approdo di anime sempre inquiete e pronte a partire.
Nei ricordi del vecchio resistono gli antichi racconti di coloro che erano tornati da viaggi avventurosi, cronache spesso infarcite di esagerazioni, storie avvincenti anche nella tragedia, affascinanti per i giovani, com’era lui allora, struggenti per le vedove e gli orfani, consolatorie per i vecchi, com’e lui adesso, ma ormai niente più ritorni, niente più racconti, solamente la voglia di andarsene, per sempre.
Capita spesso di rimpiangere il mondo di un tempo, di considerarlo migliore di quello corrente, mentre, in realtà, altro non si fa che rimpiangere la propria giovinezza, quando si sarebbe capaci di trovare della grazia anche nello sterco caldo. In questo caso invece la nostalgia è più che giustificata.
Arrivarono lì, lui e la sua numerosa famiglia, e si sistemarono come meglio poterono. Non dovendo nulla a nessuno, né a caste superbe, né a gelosi padroni, ebbero modo di dare sfogo alla loro inventiva, cercando di rendersi liberi dalla fame e dalla paura. Ma non solo.
Riposti gli attrezzi da lavoro, chiusi gli animali nei recinti, placate le necessità fisiologiche, invece di passare il tempo a schiantarsi di vino e di sesso, si interrogarono l’un l’altro, e poi anche sé stessi, su cosa stessero a fare lì, e perché.
A loro non bastava dissetarsi quando avevano sete, né scaldarsi quando avevano freddo. Loro volevano capire cos’era l’acqua e cos’era il fuoco, perché fossero così diversi e incompatibili, e come mai l’aria fosse così lieve e la roccia così dura.
Il vecchio sorride ripensando alle teorie che gli toccò udire da giovane, alle risposte bizzarre, ai continui ripensamenti, agli inevitabili errori di gioventù dettati dalla foga e dall’inesperienza. Ma, per ogni errore inconsapevole c’era, tra la sua gente, sempre qualcuno che si intestardiva a farlo notare, a correggerlo, a offrire una spiegazione diversa, corretta, almeno fino alla smentita successiva. E forse fu proprio questo uno dei motivi di tanta avversione nei loro confronti.
Nonostante la loro terra non offrisse niente di più del necessario, ci furono nei loro confronti minacce, aggressioni, scorrerie, fino alla spoliazione finale. Perché?
Non ambivano a possedere le terre altrui, non avevano la stoffa dell’invasore, non erano una minaccia fisica per le ricchezze dei vicini, ma il loro modo di pensare era contagioso, e per di più non si facevano scrupolo di diffonderne i principi, ignorando e incrinando le tradizioni secolari con le quali venivano occasionalmente in contatto.
L’abitudine a confutare,
in base a semplici osservazioni, gli assiomi consolidati, la loro capacità di speculazione su ogni argomento, le libertà che si prendevano nel trattare con le genti, erano un pessimo esempio per chi faceva dell’autorità superiore l’unica detentrice della verità assoluta.
Al vecchio piace andare con la memoria a quel periodo turbolento, pieno di furore, di lotte, ma anche di grande creatività. Gli vengono alla mente alcuni dei suoi compagni più cari, ormai polvere nella polvere, così abili col cesello, con i colori, con uno strumento musicale, con i versi, e di come fossero lieti di donare gioia a chi avesse occhi per vedere e orecchie per sentire.
Già, bei tempi, però intanto la sua gente aveva perso tempo.
Mentre gli altri trovavano terre migliori, crescevano, erigevano palazzi e città, loro erano rimasti poveri, in quella lingua di terra aspra o salata a seconda del posto e del momento.
Nonostante le dicerie, la sua gente non aveva mai tenuto in gran conto il denaro. Anche quando si erano trovati in disaccordo tra loro, fino a giungere alla lotta fratricida, era stato sempre per tutt’altri motivi, per un pezzo di mare, per una donna, per una parola, per un principio.
Già, i principi… giusto quelli che i loro vicini adesso vantano come propri.
Li sente dalla sua baracca, intravede ogni tanto la loro città rumorosa e sfavillante, zeppa di ogni ben di Dio.
Tanto tempo fa, dove ora sorgono i lussuosi palazzi, non c’era praticamente niente, e quei “barbari” giunsero da loro a chiedere lumi, prima con le lusinghe e poi con la forza. Così, grazie a quei preziosi insegnamenti e all’avidità, i loro vicini si arricchirono, ma almeno portavano rispetto, se non alle persone, almeno alle loro opere. Poi anche quello pian piano si esaurì, sommerso dalla brama di ricchezza e potere, e oggi rimane solamente il disprezzo.
E’ vero, ogni tanto capita che qualcuno, anzi, più di qualcuno, capiti nei pressi del loro povero villaggio. Sono dei romantici che vanno cercando ciò che se ne è fuggito per sempre, oppure ammirano estasiati degli scheletri, ossa mitologiche di un essere divorato dal tempo.
Va bene lo stesso, pensò il vecchio, almeno lasciano un obolo, aiutano a tirare avanti, ma è dura immaginare un futuro quando ci si affida unicamente al passato. Che ne sarà delle prossime generazioni?
I suoi figli, e i figli dei suoi figli non sono stati all’altezza. Si sono dimostrati deboli, dissoluti, prodighi, finendo col dilapidare quel poco che c’era. La sua gente aveva smesso di farsi domande, di immaginare cosa nascondesse l’orizzonte o il buio, si limitava al pensiero quotidiano, quello di come riempire la pancia e svuotare lo scroto. E aveva contratto debiti, parecchi debiti, con quelli della città, e ora non aveva modo di ripagarli. Così si contorcono nel dubbio e nella disperazione, ma non ne vengono a capo, e il vecchio, pur nella sua collera per quel comportamento da stolti, ne prova una pena infinita.
Perché parte della sua ira è rivolta contro quelle pance prominenti che vengono a reclamare i loro soldi scuotendo le porte delle baracche, battendo i pugni su tavoli spogli, minacciando castighi e pretendendo di istruire la sua gente a diventare come un somaro, una bestia legata alla ruota di un mulino, destinata a macinare grano che mai potrà mangiare.
Questi palloni gonfiati, a casa loro amano farsi belli, non solamente con ori e drappi preziosi, ma anche sfoggiando una cultura ricercata, citando, molte volte a sproposito, le frasi che avevano elemosinato dal vecchio anni addietro. Essi, più delle loro religioni, fanno mostra di amare l’etica, si definiscono eredi e testimoni di una civiltà libera e individualista, e fingono di ignorare che devono tutto ciò a coloro ai quali stanno spremendo il sangue.
Ogni debito va saldato, ma se ognuno di quei porci arricchiti, per ripianarlo, rinunciasse solamente a una frazione di ciò che gli è superfluo, neanche se ne accorgerebbe. Il drammatico debito della sua gente verso la città è, per essa, irrilevante, specialmente in confronto a quello, mai pagato, che la città ha con chi ne ha ascoltato i primi vagiti, l’ha accolta nel mondo, l’ha istruita e le ha fornito i mezzi per svilupparsi degnamente.
Ma se l’opulenta città non rinuncerà a comportarsi da strozzino e pretenderà la sua libbra di carne, allora avrà ucciso sua madre, la sua nutrice, la sua guida, e, quando sarà il momento, perché prima o poi verrà il momento, non troverà più le basi per sostenersi, l’armatura per difendersi, un pilastro per ancorarsi, il soccorso di una parola immortale e onnicomprensiva.
Il vecchio fissa in direzione della città. Non riesce a vederla distintamente ma, anche da quella distanza, ne sente il puzzo.
Lui è l’unico rimasto di quella antica stirpe, è il testimone destinato a portare agli dei dell’Olimpo il risultato di quell’ultima contesa. L’impresa che non riuscì a troiani, persiani, macedoni, romani, bizantini, veneziani, turchi, forse riuscirà a colei che di Creta fu la prima regina: Europa.
Dove tutto iniziò cinquemila anni fa, ora tutto finisce.
Ingrata.

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Missione compiuta

Missione compiuta.

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