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La situazione è minima: un vicolo di una ventina di metri, poco più di un androne a cielo aperto tra pareti di malte più vecchie che antiche, in fondo un ingresso che fu patrizio disegnato da un largo portone ad arco, tre ampie finestre al piano nobile che soffrono dell’angustia di spazio, due sorelle minori di sopra a dar luce a vani appena appena abitabili sotto al tetto di tegole smosse, quattro tavolini di legno ingrigito dalla vita all’aperto con la compagnia di alcune sedie altrettanto provate, e io su una di quelle, vecchiume sul vecchiume, ma con una fresca Pale Ale per scacciare i fantasmi che mi circondano.
La luce arriva di sghimbescio, e per un effetto speciale accende quella nuda scenografia degna di una corte dei miracoli. Il vicoletto si apre su una calle che il viavai di turisti illude di essere veneziana, il masegno lucido e la crepata arenaria raccontano degli infiniti passi che hanno dovuto sopportare, frettolosi, incerti, cadenzati, strascicati, ondivaghi come se la pietra fosse mare, e ogni tanto uno di quei metronomi umani si arresta, si accorge del vicolo, lo studia un po’, incerto sulla realtà di ciò che vede e sulla sua capacità di interpretarla, e poi caccia fuori una macchina fotografica.
Ecco, il gioco è fatto, in pochi secondi io sono stato catturato assieme a tutto il resto, il pesce sbagliato nella paranza digitale, l’essere antistorico e casuale in un palcoscenico senza una storia degna di questo nome, ma tant’è.
Latini, asiatici, teutonici, slavi, senza distinzione di censo e di pigmentazione cutanea, vedono e, quasi senza volontà propria, tentano di imprigionare in un ammennicolo elettronico quella suggerita fantasia, illudendosi di poterla rivedere una volta lontani. La ragione è che niente ci attira di più di quel che ci sfugge, e a loro sfugge la cosa più importante di tutte, il momento che solamente io sto vivendo.
La mattinata è, dopo una settimana di cielo lacrimoso, finalmente godibile; la mia birra è fresca e profumata, sa di fiori, e regala al palato aromi di arance amare e frutti della passione; niente e nessuno mi dà il tormento, almeno finché tengo questo Graal in mano, né il tempo, né pedestri impegni, né suggestioni ipocondriache, né rimpianti e nemmeno un’idea di futuro. Solamente di una cosa sono consapevole, la netta percezione di vivere un miracolo, quello di poter esser lì in quel momento e in tale stato d’animo, soggetto e oggetto di quel vicolo e dell’universo, particella fugace come un’effimera ma incisiva come una zanzara estiva di notte.
Può venir fotografato tutto questo? Ne dubito. Magari un’anima suggestionabile potrebbe ricavarne un quadro, anche se, nonostante le buone intenzioni, il dipinto difficilmente verrebbe compreso.
Io intanto bevo e lascio fare, mi godo il mio attimo di eternità, quando a Linz, a Oradea, a Brighton, a Gand, a Providence, a Busan, guarderanno una foto scattata durante le ferie e io sarò con loro a gustarmi quella birra ancora una volta e per sempre.

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L’Europa e la pancia

Immagine da: wired.it

E così abbiamo sbagliato noi, noi elettori che non abbiamo premiato le politiche il PD, almeno secondo Richetti.
Sarà pur vero che il risultato delle ultime elezioni nazionali è frutto di un voto “di pancia”, ma non per questo si ci si dovrebbe scandalizzare, oppure paventare la fine della democrazia.
La pancia è importante, ce lo ricorda l’apologo dello stomaco e delle membra di Menenio Agrippa, concetti espressi 2500 anni fa, e per certi versi ancora attuali.
Quel tremendo leviatano chiamato “la gente” ogni tanto spunta da un mare procelloso per portare scompiglio, e lo fa seguendo ciò che gli dice la pancia, e se ci dice bene allora la società fa, come nel 1968, un balzo in avanti, se invece ci dice male abbiamo le adunate oceaniche.
Forse voi pensavate che l’anelito europeo degli italiani nei primi anni ’90 fosse frutto di acute speculazioni socioeconomiche o di asettiche valutazioni politiche? Assolutamente no, si trattava invece di un sentimento di pancia, altrimenti non si spiegano tutti i salti mortali che abbiamo dovuto, fideisticamente, compiere per entrare nella moneta unica europea.
Da parte mia godo di due opinabili vantaggi, una certa età e una precisa collocazione geografica, che mi consentono di essere stato testimone di eventi ignoti alla maggioranza degli italiani.
Noi si vive tra due confini, quello austriaco e quello sloveno (un tempo jugoslavo), e quindi ho potuto ben valutare le difficoltà che incontrano i possessori di una valuta debole quando si interfacciano con una nazione che ha una valuta forte.
Lo svalutato Dinaro jugoslavo permetteva gli italiani di fare gli americani in Istria e Dalmazia, spendendo e spandendo senza misura, mentre sloveni, croati e serbi arrivavano a Trieste per comprare beni introvabili nelle loro repubbliche, e che generavano un fiorente mercato nero.
Specularmente, quando noi si andava in gita a Klagenfurt ci si poteva concedere un cappuccino, un dolcetto, ma per tutto il resto erano dolenti calcoli di cambio tra il forte Scellino e la Liretta, e ai comuni mortali capitava spesso di rinunciare.
La moneta unica, pur non registrando una sufficiente armonia economica, ha portato la stabilità monetaria che ci è sempre mancata, almeno dal colpo di mano di Richard Nixon del 1971, il quale, pur di stampare i dollari che gli servivano per le armi, minò alla base il sistema di regolazione dei cambi internazionali di Bretton Woods.
Con la moneta unica sono finalmente finiti i giochini furbi che facevamo per agevolare le vendite del settore manifatturiero nazionale; niente più svalutazioni competitive che permettevano di esportare prodotti di qualità non sempre eccelsa, ingrassando chi si faceva pagare in valuta pregiata, ma penalizzando gli onesti lavoratori e i consumatori italiani.
Il meccanismo era semplice. Ipotizziamo un tasso di cambio 1:1 tra due paesi; mettiamo un prodotto nazionale del costo di 1000 Lire, per il quale la manodopera costa 500 Lire. Quando viene svalutata la Lira quello stesso prodotto costa all’estero sempre 1000 Lire, equivalenti però a 900 nella valuta straniera più forte, e quindi risulta conveniente.
Il venditore incamera i 900 in valuta pregiata, e quindi, compra le materie prime per la nuova fornitura, a un prezzo più caro ovviamente, e per restare concorrenziale ha necessità di una nuova svalutazione, quindi il prezzo all’estero del suo prodotto rimane basso, e intanto incamera alta valuta pregiata.
Alla fine il produttore italiano si ritrova a guadagnare, non solamente sulla vendita dei prodotti, bensì anche sull’incremento di valore della valuta pregiata che possiede, mentre i suoi dipendenti si ritrovano con le solite 500 Lire che valgono sempre meno e che impediscono loro l’accesso a beni che non siano di produzione nazionale, ovvero come prendere due piccioni con una fava.
Per questo e altri motivi non rinuncerei mai all’Euro e all’Europa, anche se so bene che per le stesse mie mansioni in Germania e in Francia verrei pagato di più, ma queste sperequazioni, in entrambi i sensi, non sono imputabili all’Euro, bensì al sistema paese. Per esempio, senza tirare in ballo i paesi scandinavi, la piccola Corona Ceca dal 2010 ha avuto oscillazioni non significative, e quindi, pur essendo fuori dall’Euro, il loro sistema paese ha garantito per il valore della valuta, un sistema paese che invece da noi, mi spiace dirlo, è ben lungi dall’essere accettabile, almeno per gli standard europei.
Vi chiederete il motivo di questo pistolotto noioso e deprimente.
Presto detto, si tratta di un richiamo al mio post precedente, quello sull’alimentazione.
Visto che si parla di pancia, sarebbe il caso di tenere sott’occhio ciò che buttiamo in pancia, perché va bene l’Europa, però per quanto io ci creda, non le ho staccato un assegno in bianco.
Come forse già saprete, nel Regno Unito la TESCO ha deciso di rimuovere la dicitura “Best before…”, tradotto “Da consumarsi preferibilmente entro il…”, da una settantina di generi alimentari confezionati.
Tanto per capirci, la TESCO è un colosso della grande distribuzione, attiva non solamente nel Regno Unito, ma anche in altri paesi europei e asiatici, e il suo fatturato è superiore a quello di COOP e SPAR assieme, quindi quando si muovono loro è ardua impresa fermarli. Non per caso già nel 2011 il DEFRA (Department for Environment Food & Rural Affairs) aveva dato parere favorevole alla soppressione della data consigliata di scadenza sui prodotti alimentari confezionati.
In buona sostanza nei supermercati inglesi vi potranno legalmente rifilare dei biscotti muffi, della lattuga marcia, dell’olio morto, dell’aranciata svampita, basta che il prodotto sia ancora “commestibile”.
Guardando come la clientela riempie i carrelli al supermercato mi capita spesso di notare che la data di scadenza o gli ingredienti siano informazioni ignorate dai più, in quanto contano il prezzo e la marca (meglio se vista in TV), perciò una simile politica nel resto d’Europa non avrebbe incontrato una grande resistenza, con l’eccezione dei pochi talebani come me, e pertanto mi sento di dire che, almeno stavolta, l’abbiamo scampata bella.
Sì, ci è andata bene grazie alla Brexit (non tutto il male viene per nuocere), e pertanto i sistemi di confezionamento della TESCO sono rimasti confinati al di là della Manica, ma non per questo motivo dovremmo abbassare la guardia.
L’azienda inglese si è mossa in tale direzione per favorire gli interessi dei grandi gruppi alimentari, aziende multinazionali che dispongono di un volume di fuoco impressionante, in grado di condizionare le scelte politiche di intere nazioni. Non è un caso che sia in corso da tempo una battaglia tra Italia e la Commissione Europea riguardante l’indicazione di origine dei prodotti alimentari. A un’informazione chiara ed esaustiva si oppongono i grandi gruppi, i quali vedono nella nostra libertà di informazione e di scelta un freno alle loro mire espansionistiche e al loro progetto di spacciare cibi di origine ignota come se fossero prodotti tradizionali. Non so voi, ma una conserva di pomodoro realizzata a Gmünd non è che mi vada troppo a genio, come pure potrei sospettare della caratteristiche salutari e organolettiche di un miele raccolto a Timisoara, e anche non troverei allettante l’idea di un formaggio latteria realizzato nella Rhur.
Ecco, questa è l’Europa che non mi piace, l’Europa dell’appiattimento verso il basso, della sudditanza ai poteri forti, l’Europa che si muove come un gigante cieco e sordo alle esigenze materiali della sua popolazione, e sono convinto che per questi e altri motivi più di qualcuno abbia votato con “la pancia”, premiando la Lega.
Da parte mia farò, come sempre, resistenza umana, spingendo al boicottaggio dei prodotti alimentari che non riportano l’origine in etichetta, in quanto questa informazione essenziale non sarà più obbligatori, ma nemmeno vietata.
Se stili di vita vorticosi, martellamento pubblicitario, cambio di costumi e disattenzione colpevole consentiranno alle grandi aziende di spacciare come buono del cibo di dubbia provenienza e incerta qualità, trasformando così la massa di consumatori in un branco di obesi coprofagi, sarebbe il caso di tenere bene a mente le parole del saggio Ludwig Feuerbach: l’uomo è ciò che mangia.
Auguri, e buon pro vi faccia.

Immagine da: nonciclopedia.wikia.com

L’orco

Orco

Immagine da: scott-s-rise-of-the-runelords-campaign.obsidianportal.com


Eccomi, sto arrivando, inarrestabile e spietato.
Guardo le mie vittime, si dibattono, quasi tutte sono in vita. Meglio così.
So già cosa fare, la loro fine è segnata, ma non sarà tanto lieve per loro arrivarci.
Con ferocia squarcerò il loro ventre, ne caverò le budella e me ne riempirò le mani. Schiaccerò il loro cuore e ne farò sprizzare quel poco sangue che si ostinerà a non cedere alla morte.
Di un’affilatissima lama mi servirò per incidere la loro pelle e gliela strapperò dalla carne viva mentre ancora cercano di sfuggire dalle mie grinfie; su quei muscoli umidi di sangue e umori spargerò del sale e osserverò le vibranti contrazioni delle fibre, lo stesso incontenibile tremito di una scarica elettrica.
Senza scrupolo reciderò i loro arti, tagliandoli o strappandoli, mentre questi ancora si agitano frenetici nel tentativo di una fuga impossibile, ma senza uccidere le mie vittime: vive devono restare, e vive le guarderò contorcersi nel dolore che soltanto loro possono conoscere, ma non per questo proverò compassione.
Per qualcuna riserverò un trattamento speciale, non meno crudele, degno dei dittatori sanguinari del mondo antico. Un ampio contenitore di acqua bollente le aspetta, un’ultima terribile immersione durante la quale di dibatteranno furiosamente per emergere, sollevarsi, uscire da quel fuoco liquido che morde tutto il loro corpo, da fuori e da dentro, una futile lotta destinata a durare solamente qualche minuto, ma che per loro sarà lunga un’eternità, perché il cervello, la parte più protetta, sarà l’ultimo a cedere; alla fine cesseranno i tonfi e i contorcimenti; l’acqua smetterà di ribollire con violenza e tornerà mansueta a far salire il suo vapore.
Ad altre ancora riserverò l’olio bollente, solo uno strato sottile, quel tanto che basta per vederle schizzare su come molle appena ne avvertiranno il bruciante calore; il sollievo, se di sollievo possiamo parlare, durerà solo un attimo e poi ricadranno giù, e poi di nuovo su, e poi giù, e poi su, ma non così in alto e non immediatamente, finché i muscoli non risponderanno più agli stimoli e rimarrà soltanto l’irresistibile dolore che si farà strada, lentamente, per tutto il corpo, per tutto il tempo che serve per morire.
E poi…
E poi mi ciberò dei loro resti.
Stasera pesce.

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Un amico sincero

Vendemmia2015

Vorrei parlarvi di un amico, ma non aspettatevi niente di epico o di romanzato, sono soltanto delle parole di rispetto, di stima e di riconoscenza per chi mi sta vicino da un bel pezzo di vita.
Il tempo ed il luogo del nostro primo contatto ormai mi sfuggono. Ricordo bene però che, sulle prime, ai tempi della mia scapestrata gioventù, i nostri rapporti furono, a volte, burrascosi, con esiti controversi. Invecchiando l’ho compreso meglio, sono riuscito ad apprezzarne la schiettezza, e pure ad accettarne i limiti, ricambiando i suoi favori con il riguardo e l’attenzione che si merita.
Non è che ci si veda spesso, tutt’altro.
Capita che goda della sua compagnia soltanto nei fine settimana, qualche volta a pranzo, oppure a cena.
Può succedere che, in occasione di allegre riunioni conviviali, pur non essendo l’anima della festa, i più lo cerchino, e, non di rado, i complimenti nei suoi riguardi si sprechino.
Ciò potrebbe apparire pure strano in considerazione del fatto che si tratta di un tipo taciturno, indole che è il frutto genuino delle sue origini contadine, non di uno snobismo da quattro soldi. Sarà magari dovuto al fatto che, per compensazione, ha il raro dono di saper ascoltare, tutto e tutti, senza mostrare mai segni d’impazienza o di noia.
Chi, come me, lo conosce bene, non si aspetta alcuna consolazione, ragionamenti calcolatori, oppure sperticate lodi, mere formalità, piaggeria, atteggiamenti ipocriti indegni di un’amicizia sincera.
Au contraire.
Proprio grazie alla sua rustica ma cristallina semplicità egli fa un po’ da contraltare ai nostri involuti pensieri, aiutandoci talvolta a trovare, da soli, il bandolo della matassa, a passare sopra a certe piccinerie, e sempre ci sprona a godere di quel poco di felicità che la vita ci regala.
Non chiedetemi del suo aspetto, l’età, o altre cose che poco o nulla hanno a che fare con un rapporto amichevole, duraturo e leale. Tutto quello che posso e voglio rivelarvi ancora è il suo nome: vino.
Sì, proprio lui, quel liquido che può avere il colore di un rubino della corona di Persia, o quello dei delicati petali di pesco, e anche quello della paglia odorosa, ma sempre con il profumo, il sapore e l’effetto di un miracolo della natura.
Non è che io sia un beone, e neppure un raffinatissimo assaggiatore.
Ho avuto occasione di incontrare il severo Nebbiolo, oppure di meditare con l’aiuto di un possente Amarone; ho passato momenti sereni, allietato da un ingenuo Sylvaner Verde; mi è capitato di celebrare un evento memorabile sotto lo sguardo aristocratico del Brunello di Montalcino; mi sono abbuffato fino a scoppiare in compagnia di un malinconico Cabernet-Franc.
Eppure il mio cuore, e se preferite, il mio palato, forse plagiati da arcaici geni dominanti, anelano al burbero Refosco d’Istria, un vinello rusticano, un po’ plebeo; si vede proprio che chi si somiglia si piglia.
Non è niente di che, robetta da undici gradi scarsi, dal sapore forte ma un po’ disarmonico, una specie di Capitan Matamoros: abbaia ma non morde.
Aggiungo che non è un vino per tutti i palati, è agro e bisbetico, bisogna farcisi la bocca, ma la sua naturalezza lo rende sinestetico e stimolante: gli manca solo la parola.
Quando si avvicina il bicchiere alle labbra, un comunissimo bicchiere cilindrico da 1/8, nessuna forma sinuosa o ricercata, veniamo avvolti dal suo profumo giovane che sa ancora un po’ di mosto, di vinacce che riposano a bagno nel tino, per donare al liquido il suo caratteristico colore profondo dai riflessi violacei.
Già quasi inebriati dalla fragranza impalpabile, si tenta un primo sorso.
La punta della lingua è immediatamente solleticata da un allegro residuo frizzante, inequivocabile prova che ciò che si sta per bere è ancora vivo e vegeto, non un qualcosa di ucciso ed imbalsamato da studiati processi termochimici.
Quindi il sapore agro invade il palato, un gusto che non stanca mai, e non finisce di stupire, come se, in queste terre schiaffeggiate dalla gelida bora, crescessero rigogliosi i limoni.
Superato lo shock sensoriale, si arriva a sentire finalmente la “recia”, il cuore dell’acino che ha accumulato e conservato per noi tutto il ferro di un suolo spesso avaro, e la salsedine giunta fin lì con la brezza marina.
In ultimo giunge l’amaro, parto d’invincibili tannini, che si sistema beatamente in fondo al palato, forte, durevole, tanto che pare di aver ingoiato anche le graspe, a testimonianza che sempre di vino si tratta.
A questo punto è inevitabile perdere il controllo dei muscoli della lingua. Essa non vorrebbe mai separarsi da quel caleidoscopio di sapori, li seguirebbe anche giù per la gola, si attacca al palato, tignosa, restia ai nostri comandi, tanto che solo con uno schiocco di protesta essa accetta di nuovo la sudditanza.
Ed è a questo punto, quando siamo rimasti, per un attimo e con somma maleducazione a bocca aperta, che subiamo l’ultimo e inatteso attacco sensoriale.
Quel poco d’alcol presente nel velo di vino che ancora bagna la nostra bocca, dentro e fuori, riscaldato dal calore corporeo, finalmente rivede la luce, trova spazio ed evapora, infiammando e rinfrescando allo stesso tempo le nostre sensibili mucose, mentre l’aria, che stiamo inalando boccheggianti, ossigena il vino residuo, regalandoci l’ultimo bacio di aromi.
Ora, se siete sopravvissuti a tutto ciò (intendo la degustazione, non il testo), allora siete pronti ad affrontare anche tutti gli altri sapori decisi di queste contrade, gusti e profumi talvolta contrastanti, improbabili, anche difficili, figli illegittimi nati dall’unione di culture diversissime, cresciuti in ristrettezza di mezzi, ma proprio per questo più duri a morire, e, come ogni bastardo che si rispetti, più simpatici e brillanti di quelli selezionati per la loro purezza.
Che volete che vi dica, beato chi ha tali amici, e ancor di più chi sa apprezzarli come si conviene, finché ci sono, finché ci siamo.

Rossana Ramani – I colori del bianco e del nero

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Chiare, fresche et dolci acque

 

Acqua dolce, comunissima acqua dolce, tutti ne facciamo uso, talvolta abuso.
Per la verità quasi nessuno la chiama così, in quanto ci si limita a definirla semplicemente “acqua”, presumendo che il suo contrario chimico, ovvero l’acqua salata, sia limitata all’ambiente marino, il che non è, ma questo è un altro discorso.
Sempre per la verità, anch’io non mi sono mai posto il problema semantico di questa definizione organolettica, prendendola come una convenzione buona a distinguere i pesci o per buttare la pasta.
Fino a qualche giorno fa quando, meglio tardi che mai, ho capito, e, come sempre, ho capito accidentalmente.
Per un caso del destino, ero rimasto senza dentifricio, perciò, tra la scelta di un alito da iena o di un rustico succedaneo della pasta dentifricia ho deciso per la seconda ipotesi, utilizzando il comunissimo bicarbonato di sodio.
Va bene, non farà tanta schiuma, non avrà l’effetto sbiancante, sterilizzante, lucidante, emolliente, rinfrescante, riparante, rinforzante, zincante, antiplacca, antitartaro, antinfiammatorio, antietà, antifumo, antigelo, non avrà l’aroma di menta, eucalipto, timo, salvia, aloe, frutta esotica, però funziona egualmente.
Ma non è di tutte le schifezze chimiche presenti nei dentifrici industriali che volevo parlarvi, bensì di cos’è l’acqua dolce.
Se volete saperlo anche voi non avete che da ripetere il mio esperimento, e scoprirete, sciacquandovi denti e palato dopo la spazzolatura, perché è un delitto che si sprechi, si insozzi e si tenga in così poco conto ciò che di meglio ci ha dato l’universo da bere (dopo il vino, ovviamente).
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Non si uccidono così anche le persone?

Mucca

Lo so anch’io che di qualcosa si deve pur morire, ma almeno lasciatemi il gusto della sorpresa.
Invece dietro ogni angolo so che mi aspetta un killer seriale; avverto la presenza di sicari che spiano ogni mio passo per colpirmi alle spalle; mi sento nel centro del mirino di un battaglione di impietosi cecchini; è come se mi trovassi in uno di quei videogiochi spara-spara, con la differenza che il GAME OVER sarà definitivo.
Così trascorro la mia esistenza come Neo, schivando pallottole e lame affilate, o come un vecchio pugile, sfiatato, suonato, ma grande incassatore, un indomito predestinato alla sconfitta, più adatto a una storia di Frank Miller che a una vita serena.
Chi sono costoro che attentano alla mia vita? Che domande, sono gli stessi che fanno la posta a voi, che attendono di impallinarvi, scannarvi, avvelenarvi, liquidarvi!
Sono i sofisticatori di alimenti.
Si dice che l’uomo non viva di solo pane (e già sul pane e sulle farine ci sarebbe più di qualcosa da ridire), e allora ci vuole del companatico. Dato che siamo delle persone dai gusti semplici, caserecci, pane e formaggio ci potrebbero stare.
Si fa presto a dire formaggio, son mica tutti uguali!
Emmental? Troppo grasso. Feta? Troppo salato. Gorgonzola? Troppo forte. Parmigiano? Troppo duro. Crescenza? Troppo morbida.
Un Montasio ci vorrebbe, un Montasio di 6 mesi, elastico ma non più molle, dal gusto pieno e non ancora piccante, meglio se è un Montasio DOP, ottenuto esclusivamente con latte bovino proveniente dalla stessa zona di produzione del formaggio.
E mentre mi sbafo questo panino al formaggio, apro il giornale e, quando si dice la combinazione, trovo che hanno dedicato una pagina intera al latte per il Montasio DOP.
Pare che il latte utilizzato per questo formaggio non fosse proprio il massimo (ammesso e non concesso che provenisse dalle zone di produzione del Montasio). I responsabili di questa frode alimentare sono alcuni aderenti del Cospalat FVG, con il loro leader in testa.
Il Cospalat nacque una quindicina di anni fa come comitato spontaneo di produttori per garantire e certificare il latte sano. È evidente che di “sano” ormai era rimasto solamente il loro conto in banca, in quanto una certa quantità di latte “sano” veniva utilizzato per tagliare il latte “pericoloso”, contaminato da aflatossine, un fungo cancerogeno con effetti sulla crescita dei bambini, e quindi adulterato per falsificare le analisi. Non volendosi far mancare niente, anche un residuo di antibiotici faceva la sua porca figura.
Per produrre il latte ricco di Omega3 invece erano più onesti, niente aflatossine, lo allungavano semplicemente con l’acqua, e si sa che l’acqua non ha fatto mai male a nessuno (magari, se fossero ancora vivi, quelli del naufragio del Titanic potrebbero dissentire…).
Cospalat… Cospalat… ah sì, sono quelli che portavano le mucche in piazza per protestare contro le multe per lo sforamento delle quote latte, quasi un miliardo e mezzo di Euro di multe mai pagate grazie al silenzio-assenso del governo, e per le quali rischiamo di saldare il salatissimo conto tutti noi contribuenti.
Qualora voleste rinfrescare il vostro vocabolario di insulti e magari imparare qualche nuova invettiva, vi consiglierei di visitare la pagina Facebook di Cospalat nella quale si può misurare la (viva e vibrante) soddisfazione dei loro (ex) clienti.
Vi starete chiedendo come mai un prodotto così delicato, indicato per l’alimentazione dei bambini, abbia potuto subire una tale pericolosa sofisticazione nonostante i serrati controlli della filiera produttiva. Semplice, erano corrotti anche dei controllori. Nel laboratorio incaricato delle analisi, non solamente non veniva segnalata la presenza delle tossine cancerogene, ma addirittura i referti venivano “aggiustati” per far rientrare quel latte pericolosissimo nei limiti prescritti dalla legge.
La notizia è destinata a valicare gli angusti confini regionali e a diffondersi inevitabilmente su tutto il territorio nazionale, con la conseguenza che il formaggio Montasio DOP nell’immaginario collettivo verrà associato al vino tagliato col metanolo, all’olio di sansa, alla mozzarella blu, al tarocco (inteso come truffa e non come agrume).
Chi ha scientemente imbastito la truffa del latte contaminato non è soltanto un volgare imbroglione, un incosciente che ha pensato unicamente al profitto, no, egli è imputabile di strage continuata.
Mai si conosceranno i danni alla salute dei consumatori, ma se un prodotto è considerato cancerogeno lo è perché ha tutte le potenzialità per scatenare nel nostro organismo delle mutazioni che portano allo sviluppo di tumori, patologie che spesso non lasciano scampo.
La strage però non si esaurisce qui, ma si estende anche a tutti i produttori onesti di quei caseifici che hanno sempre rispettato le rigide specifiche del Montasio DOP. Ormai costoro verranno trattati come degli untori, degli spacciatori di un alimento velenoso, improponibile, e perciò invendibile.
È veramente un “pasticciaccio brutto” in quanto sono state ferite a morte tutte le aziende locali che facevano della qualità e delle tradizioni i loro punti di forza, e tutti quei piccoli imprenditori che c’avevano creduto.
Magari la situazione è ancora peggiore, magari questa pratica di tagliare il latte è prassi comune, diffusissima nelle aziende perché è ormai impossibile trovare dei prodotti esenti da sostanze inquinanti, tossine, antibiotici, metalli pesanti, e bisogna far così e basta, altrimenti non si mangia; tutto è ormai sporcato dalla “civiltà”. Però allora ditecelo, non prendeteci in giro con i marchi, il bio, il salutismo e la dieta mediterranea. Se siamo ormai spacciati, amen, ci mettiamo il cuore in pace ed evitiamo anche il linciaggio dell’imprudente che si è fatto beccare con le mani nella marmellata: tanto di qualche cosa si deve pur morire.
Mentre sto scrivendo questo malinconico post, alla televisione un grosso imprenditore caseario casertano si indigna per i sospetti di frode, e giura che la mozzarella di bufala è il prodotto in assoluto più controllato al mondo, e perciò non vi può essere sofisticazione. Sì, controllato, in laboratorio, come il latte della Cospalat; ma fammi il piacere, sei un killer come tutti gli altri…