L’orco

Orco

Immagine da: scott-s-rise-of-the-runelords-campaign.obsidianportal.com


Eccomi, sto arrivando, inarrestabile e spietato.
Guardo le mie vittime, si dibattono, quasi tutte sono in vita. Meglio così.
So già cosa fare, la loro fine è segnata, ma non sarà tanto lieve per loro arrivarci.
Con ferocia squarcerò il loro ventre, ne caverò le budella e me ne riempirò le mani. Schiaccerò il loro cuore e ne farò sprizzare quel poco sangue che si ostinerà a non cedere alla morte.
Di un’affilatissima lama mi servirò per incidere la loro pelle e gliela strapperò dalla carne viva mentre ancora cercano di sfuggire dalle mie grinfie; su quei muscoli umidi di sangue e umori spargerò del sale e osserverò le vibranti contrazioni delle fibre, lo stesso incontenibile tremito di una scarica elettrica.
Senza scrupolo reciderò i loro arti, tagliandoli o strappandoli, mentre questi ancora si agitano frenetici nel tentativo di una fuga impossibile, ma senza uccidere le mie vittime: vive devono restare, e vive le guarderò contorcersi nel dolore che soltanto loro possono conoscere, ma non per questo proverò compassione.
Per qualcuna riserverò un trattamento speciale, non meno crudele, degno dei dittatori sanguinari del mondo antico. Un ampio contenitore di acqua bollente le aspetta, un’ultima terribile immersione durante la quale di dibatteranno furiosamente per emergere, sollevarsi, uscire da quel fuoco liquido che morde tutto il loro corpo, da fuori e da dentro, una futile lotta destinata a durare solamente qualche minuto, ma che per loro sarà lunga un’eternità, perché il cervello, la parte più protetta, sarà l’ultimo a cedere; alla fine cesseranno i tonfi e i contorcimenti; l’acqua smetterà di ribollire con violenza e tornerà mansueta a far salire il suo vapore.
Ad altre ancora riserverò l’olio bollente, solo uno strato sottile, quel tanto che basta per vederle schizzare su come molle appena ne avvertiranno il bruciante calore; il sollievo, se di sollievo possiamo parlare, durerà solo un attimo e poi ricadranno giù, e poi di nuovo su, e poi giù, e poi su, ma non così in alto e non immediatamente, finché i muscoli non risponderanno più agli stimoli e rimarrà soltanto l’irresistibile dolore che si farà strada, lentamente, per tutto il corpo, per tutto il tempo che serve per morire.
E poi…
E poi mi ciberò dei loro resti.
Stasera pesce.

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Un amico sincero

Vendemmia2015

Vorrei parlarvi di un amico, ma non aspettatevi niente di epico o di romanzato, sono soltanto delle parole di rispetto, di stima e di riconoscenza per chi mi sta vicino da un bel pezzo di vita.
Il tempo ed il luogo del nostro primo contatto ormai mi sfuggono. Ricordo bene però che, sulle prime, ai tempi della mia scapestrata gioventù, i nostri rapporti furono, a volte, burrascosi, con esiti controversi. Invecchiando l’ho compreso meglio, sono riuscito ad apprezzarne la schiettezza, e pure ad accettarne i limiti, ricambiando i suoi favori con il riguardo e l’attenzione che si merita.
Non è che ci si veda spesso, tutt’altro.
Capita che goda della sua compagnia soltanto nei fine settimana, qualche volta a pranzo, oppure a cena.
Può succedere che, in occasione di allegre riunioni conviviali, pur non essendo l’anima della festa, i più lo cerchino, e, non di rado, i complimenti nei suoi riguardi si sprechino.
Ciò potrebbe apparire pure strano in considerazione del fatto che si tratta di un tipo taciturno, indole che è il frutto genuino delle sue origini contadine, non di uno snobismo da quattro soldi. Sarà magari dovuto al fatto che, per compensazione, ha il raro dono di saper ascoltare, tutto e tutti, senza mostrare mai segni d’impazienza o di noia.
Chi, come me, lo conosce bene, non si aspetta alcuna consolazione, ragionamenti calcolatori, oppure sperticate lodi, mere formalità, piaggeria, atteggiamenti ipocriti indegni di un’amicizia sincera.
Au contraire.
Proprio grazie alla sua rustica ma cristallina semplicità egli fa un po’ da contraltare ai nostri involuti pensieri, aiutandoci talvolta a trovare, da soli, il bandolo della matassa, a passare sopra a certe piccinerie, e sempre ci sprona a godere di quel poco di felicità che la vita ci regala.
Non chiedetemi del suo aspetto, l’età, o altre cose che poco o nulla hanno a che fare con un rapporto amichevole, duraturo e leale. Tutto quello che posso e voglio rivelarvi ancora è il suo nome: vino.
Sì, proprio lui, quel liquido che può avere il colore di un rubino della corona di Persia, o quello dei delicati petali di pesco, e anche quello della paglia odorosa, ma sempre con il profumo, il sapore e l’effetto di un miracolo della natura.
Non è che io sia un beone, e neppure un raffinatissimo assaggiatore.
Ho avuto occasione di incontrare il severo Nebbiolo, oppure di meditare con l’aiuto di un possente Amarone; ho passato momenti sereni, allietato da un ingenuo Sylvaner Verde; mi è capitato di celebrare un evento memorabile sotto lo sguardo aristocratico del Brunello di Montalcino; mi sono abbuffato fino a scoppiare in compagnia di un malinconico Cabernet-Franc.
Eppure il mio cuore, e se preferite, il mio palato, forse plagiati da arcaici geni dominanti, anelano al burbero Refosco d’Istria, un vinello rusticano, un po’ plebeo; si vede proprio che chi si somiglia si piglia.
Non è niente di che, robetta da undici gradi scarsi, dal sapore forte ma un po’ disarmonico, una specie di Capitan Matamoros: abbaia ma non morde.
Aggiungo che non è un vino per tutti i palati, è agro e bisbetico, bisogna farcisi la bocca, ma la sua naturalezza lo rende sinestetico e stimolante: gli manca solo la parola.
Quando si avvicina il bicchiere alle labbra, un comunissimo bicchiere cilindrico da 1/8, nessuna forma sinuosa o ricercata, veniamo avvolti dal suo profumo giovane che sa ancora un po’ di mosto, di vinacce che riposano a bagno nel tino, per donare al liquido il suo caratteristico colore profondo dai riflessi violacei.
Già quasi inebriati dalla fragranza impalpabile, si tenta un primo sorso.
La punta della lingua è immediatamente solleticata da un allegro residuo frizzante, inequivocabile prova che ciò che si sta per bere è ancora vivo e vegeto, non un qualcosa di ucciso ed imbalsamato da studiati processi termochimici.
Quindi il sapore agro invade il palato, un gusto che non stanca mai, e non finisce di stupire, come se, in queste terre schiaffeggiate dalla gelida bora, crescessero rigogliosi i limoni.
Superato lo shock sensoriale, si arriva a sentire finalmente la “recia”, il cuore dell’acino che ha accumulato e conservato per noi tutto il ferro di un suolo spesso avaro, e la salsedine giunta fin lì con la brezza marina.
In ultimo giunge l’amaro, parto d’invincibili tannini, che si sistema beatamente in fondo al palato, forte, durevole, tanto che pare di aver ingoiato anche le graspe, a testimonianza che sempre di vino si tratta.
A questo punto è inevitabile perdere il controllo dei muscoli della lingua. Essa non vorrebbe mai separarsi da quel caleidoscopio di sapori, li seguirebbe anche giù per la gola, si attacca al palato, tignosa, restia ai nostri comandi, tanto che solo con uno schiocco di protesta essa accetta di nuovo la sudditanza.
Ed è a questo punto, quando siamo rimasti, per un attimo e con somma maleducazione a bocca aperta, che subiamo l’ultimo e inatteso attacco sensoriale.
Quel poco d’alcol presente nel velo di vino che ancora bagna la nostra bocca, dentro e fuori, riscaldato dal calore corporeo, finalmente rivede la luce, trova spazio ed evapora, infiammando e rinfrescando allo stesso tempo le nostre sensibili mucose, mentre l’aria, che stiamo inalando boccheggianti, ossigena il vino residuo, regalandoci l’ultimo bacio di aromi.
Ora, se siete sopravvissuti a tutto ciò (intendo la degustazione, non il testo), allora siete pronti ad affrontare anche tutti gli altri sapori decisi di queste contrade, gusti e profumi talvolta contrastanti, improbabili, anche difficili, figli illegittimi nati dall’unione di culture diversissime, cresciuti in ristrettezza di mezzi, ma proprio per questo più duri a morire, e, come ogni bastardo che si rispetti, più simpatici e brillanti di quelli selezionati per la loro purezza.
Che volete che vi dica, beato chi ha tali amici, e ancor di più chi sa apprezzarli come si conviene, finché ci sono, finché ci siamo.

Rossana Ramani – I colori del bianco e del nero

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Chiare, fresche et dolci acque

 

Acqua dolce, comunissima acqua dolce, tutti ne facciamo uso, talvolta abuso.
Per la verità quasi nessuno la chiama così, in quanto ci si limita a definirla semplicemente “acqua”, presumendo che il suo contrario chimico, ovvero l’acqua salata, sia limitata all’ambiente marino, il che non è, ma questo è un altro discorso.
Sempre per la verità, anch’io non mi sono mai posto il problema semantico di questa definizione organolettica, prendendola come una convenzione buona a distinguere i pesci o per buttare la pasta.
Fino a qualche giorno fa quando, meglio tardi che mai, ho capito, e, come sempre, ho capito accidentalmente.
Per un caso del destino, ero rimasto senza dentifricio, perciò, tra la scelta di un alito da iena o di un rustico succedaneo della pasta dentifricia ho deciso per la seconda ipotesi, utilizzando il comunissimo bicarbonato di sodio.
Va bene, non farà tanta schiuma, non avrà l’effetto sbiancante, sterilizzante, lucidante, emolliente, rinfrescante, riparante, rinforzante, zincante, antiplacca, antitartaro, antinfiammatorio, antietà, antifumo, antigelo, non avrà l’aroma di menta, eucalipto, timo, salvia, aloe, frutta esotica, però funziona egualmente.
Ma non è di tutte le schifezze chimiche presenti nei dentifrici industriali che volevo parlarvi, bensì di cos’è l’acqua dolce.
Se volete saperlo anche voi non avete che da ripetere il mio esperimento, e scoprirete, sciacquandovi denti e palato dopo la spazzolatura, perché è un delitto che si sprechi, si insozzi e si tenga in così poco conto ciò che di meglio ci ha dato l’universo da bere (dopo il vino, ovviamente).
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Non si uccidono così anche le persone?

Mucca

Lo so anch’io che di qualcosa si deve pur morire, ma almeno lasciatemi il gusto della sorpresa.
Invece dietro ogni angolo so che mi aspetta un killer seriale; avverto la presenza di sicari che spiano ogni mio passo per colpirmi alle spalle; mi sento nel centro del mirino di un battaglione di impietosi cecchini; è come se mi trovassi in uno di quei videogiochi spara-spara, con la differenza che il GAME OVER sarà definitivo.
Così trascorro la mia esistenza come Neo, schivando pallottole e lame affilate, o come un vecchio pugile, sfiatato, suonato, ma grande incassatore, un indomito predestinato alla sconfitta, più adatto a una storia di Frank Miller che a una vita serena.
Chi sono costoro che attentano alla mia vita? Che domande, sono gli stessi che fanno la posta a voi, che attendono di impallinarvi, scannarvi, avvelenarvi, liquidarvi!
Sono i sofisticatori di alimenti.
Si dice che l’uomo non viva di solo pane (e già sul pane e sulle farine ci sarebbe più di qualcosa da ridire), e allora ci vuole del companatico. Dato che siamo delle persone dai gusti semplici, caserecci, pane e formaggio ci potrebbero stare.
Si fa presto a dire formaggio, son mica tutti uguali!
Emmental? Troppo grasso. Feta? Troppo salato. Gorgonzola? Troppo forte. Parmigiano? Troppo duro. Crescenza? Troppo morbida.
Un Montasio ci vorrebbe, un Montasio di 6 mesi, elastico ma non più molle, dal gusto pieno e non ancora piccante, meglio se è un Montasio DOP, ottenuto esclusivamente con latte bovino proveniente dalla stessa zona di produzione del formaggio.
E mentre mi sbafo questo panino al formaggio, apro il giornale e, quando si dice la combinazione, trovo che hanno dedicato una pagina intera al latte per il Montasio DOP.
Pare che il latte utilizzato per questo formaggio non fosse proprio il massimo (ammesso e non concesso che provenisse dalle zone di produzione del Montasio). I responsabili di questa frode alimentare sono alcuni aderenti del Cospalat FVG, con il loro leader in testa.
Il Cospalat nacque una quindicina di anni fa come comitato spontaneo di produttori per garantire e certificare il latte sano. È evidente che di “sano” ormai era rimasto solamente il loro conto in banca, in quanto una certa quantità di latte “sano” veniva utilizzato per tagliare il latte “pericoloso”, contaminato da aflatossine, un fungo cancerogeno con effetti sulla crescita dei bambini, e quindi adulterato per falsificare le analisi. Non volendosi far mancare niente, anche un residuo di antibiotici faceva la sua porca figura.
Per produrre il latte ricco di Omega3 invece erano più onesti, niente aflatossine, lo allungavano semplicemente con l’acqua, e si sa che l’acqua non ha fatto mai male a nessuno (magari, se fossero ancora vivi, quelli del naufragio del Titanic potrebbero dissentire…).
Cospalat… Cospalat… ah sì, sono quelli che portavano le mucche in piazza per protestare contro le multe per lo sforamento delle quote latte, quasi un miliardo e mezzo di Euro di multe mai pagate grazie al silenzio-assenso del governo, e per le quali rischiamo di saldare il salatissimo conto tutti noi contribuenti.
Qualora voleste rinfrescare il vostro vocabolario di insulti e magari imparare qualche nuova invettiva, vi consiglierei di visitare la pagina Facebook di Cospalat nella quale si può misurare la (viva e vibrante) soddisfazione dei loro (ex) clienti.
Vi starete chiedendo come mai un prodotto così delicato, indicato per l’alimentazione dei bambini, abbia potuto subire una tale pericolosa sofisticazione nonostante i serrati controlli della filiera produttiva. Semplice, erano corrotti anche dei controllori. Nel laboratorio incaricato delle analisi, non solamente non veniva segnalata la presenza delle tossine cancerogene, ma addirittura i referti venivano “aggiustati” per far rientrare quel latte pericolosissimo nei limiti prescritti dalla legge.
La notizia è destinata a valicare gli angusti confini regionali e a diffondersi inevitabilmente su tutto il territorio nazionale, con la conseguenza che il formaggio Montasio DOP nell’immaginario collettivo verrà associato al vino tagliato col metanolo, all’olio di sansa, alla mozzarella blu, al tarocco (inteso come truffa e non come agrume).
Chi ha scientemente imbastito la truffa del latte contaminato non è soltanto un volgare imbroglione, un incosciente che ha pensato unicamente al profitto, no, egli è imputabile di strage continuata.
Mai si conosceranno i danni alla salute dei consumatori, ma se un prodotto è considerato cancerogeno lo è perché ha tutte le potenzialità per scatenare nel nostro organismo delle mutazioni che portano allo sviluppo di tumori, patologie che spesso non lasciano scampo.
La strage però non si esaurisce qui, ma si estende anche a tutti i produttori onesti di quei caseifici che hanno sempre rispettato le rigide specifiche del Montasio DOP. Ormai costoro verranno trattati come degli untori, degli spacciatori di un alimento velenoso, improponibile, e perciò invendibile.
È veramente un “pasticciaccio brutto” in quanto sono state ferite a morte tutte le aziende locali che facevano della qualità e delle tradizioni i loro punti di forza, e tutti quei piccoli imprenditori che c’avevano creduto.
Magari la situazione è ancora peggiore, magari questa pratica di tagliare il latte è prassi comune, diffusissima nelle aziende perché è ormai impossibile trovare dei prodotti esenti da sostanze inquinanti, tossine, antibiotici, metalli pesanti, e bisogna far così e basta, altrimenti non si mangia; tutto è ormai sporcato dalla “civiltà”. Però allora ditecelo, non prendeteci in giro con i marchi, il bio, il salutismo e la dieta mediterranea. Se siamo ormai spacciati, amen, ci mettiamo il cuore in pace ed evitiamo anche il linciaggio dell’imprudente che si è fatto beccare con le mani nella marmellata: tanto di qualche cosa si deve pur morire.
Mentre sto scrivendo questo malinconico post, alla televisione un grosso imprenditore caseario casertano si indigna per i sospetti di frode, e giura che la mozzarella di bufala è il prodotto in assoluto più controllato al mondo, e perciò non vi può essere sofisticazione. Sì, controllato, in laboratorio, come il latte della Cospalat; ma fammi il piacere, sei un killer come tutti gli altri…

Le triglie che passione!

La pasta sulle triglie

Al terzo tentativo spero di riuscirci! (Parlo dell’articolo). Gli amici di Myspace già la conoscono (già la conoscono è sardo).

Che le triglie siano di scoglio e con gli occhi in fòri, sai quando ti guardano e ti dicono “sono qui, vieni a prendermi!”?

Olivo lì, olivo là

olio

Vediamo se avete studiato…
Quali sono le due più vaste regioni italiane?
Come dite? La Sicilia e il Piemonte?
Sbagliato.
Quali sono gli alberi più grandi del mondo?
Ah, per sicurezza state controllando su Wikipedia? Le sequoie giganti?
Sbagliato di nuovo.
Ecco le risposte esatte.
Le regioni più vaste d’Italia sono la Toscana e l’Umbria, mentre gli alberi più grandi sono gli olivi toscani e umbri, e vediamo di capire il perché.
Ecco un primo indizio (tanto per fare dei nomi, una volta tanto…): vi dicono niente i marchi Carapelli, Monini, Azienda olearia del Chianti, Coricelli, De Cecco, Duca di Toscana Salvadori? Sono alcuni dei clienti dell’Azienda Olearia Valpesana.
E allora? E allora si dà il caso che il presidente e otto dipendenti della Valpesana sono indagati dalla Procura di Siena per associazione a delinquere, frode in commercio, sofisticazione alimentare e falsità in registri ufficiali, robetta insomma.
Durante la perquisizione eseguita dalla Guardia di Finanza e dall’Ispettorato Centrale Repressione Frodi è saltata fuori una “contabilità parallela”, con tanto di procedure dettagliate per tagliare l’olio sfuso che Valpesana si procacciava in Italia, Spagna, Grecia e Tunisia, operazioni che avrebbero permesso di spacciarlo per extravergine. Immediatamente sono stati apposti i sigilli di sequestro a 8000 (ottomila!) tonnellate di olio presenti in azienda, in attesa degli esami di laboratorio.
Se voleste saperne di più potreste andarvi a leggere l’articolo completo sul Fatto Quotidiano e l’inchiesta condotta dall’IRPI (Investigative Reporting Project Italy), ovvero le fonti di questo post.
Passiamo al secondo indizio.
Quando vi capiterà la sfortuna di entrare in un supermercato, non dimenticate di dare un’occhiata a quante bottiglie di olio extravergine toscano sono presenti sugli scaffali (a occhio, non occorre che le contiate una per una!). A spanne dovrebbero essere una cinquantina.
È il momento di dare i numeri
Da una pianta di olivo di si possono ricavare circa 30 kg di olive, e di queste solamente il 15% diventa olio extravergine di oliva, perciò quelli che vedete sullo scaffale sono grossomodo 11 olivi toscani, e di sicuro ce ne sono altrettanti in magazzino. Pur non conoscendo i dettagli del fatturato dei supermercati, posso ragionevolmente supporre che quegli scaffali si svuotino e vengano ricaricati più volte nell’anno, e che altri olivi toscani prendano il posto di quelli che ci portiamo a casa per condire i nostri piatti.
Se adesso visualizzate idealmente l’assieme di più di 10000 (diecimila) punti vendita delle grandi catene di distribuzione alimentare in Italia (Coop, Conad, Carrefour, Despar, Dimeglio, ecc.), vedrete che ne viene fuori una distesa di ulivi più grande della Foresta Nera, e questo solamente per inondare di olio extravergine toscano i supermercati, e solamente in Italia.
Identico discorso vale per l’Umbria, ovviamente.
A questo punto, come dicevo all’inizio di questo post, risulta evidente che queste due regioni sono vaste quanto la Baviera, o che i loro olivi farebbero sfigurare le sequoie giganti americane, alla faccia delle tediose ore di scienze e geografia passate sui banchi di scuola.
Maliziosamente si potrebbe suggerire un’altra ipotesi, quella cioè che certi oli di toscano abbiano solamente del materiale sottile ottenuto dalla feltrazione, seguita da disidratazione ed essiccamento, di una sospensione acquosa di fibre cellulosiche, associato a pigmenti colorati ordinati secondo un codice predeterminato, altrimenti noto come “etichetta”, e la triste faccenda dell’Azienda Olearia Valpesana ne sarebbe una conferma.
Purtroppo in questo caso non sarebbe corretto addossare tutte le colpe al classico “mariuolo”, cioè a chi fornisce prodotti contraffatti ai grandi marchi oleari, in quanto anche questi ultimi hanno di certo una parte di colpa, se non altro quella di non aver vigilato, perché se uno viene a casa tua e ti offre un prodotto che costa la metà di quello della concorrenza il sospetto non è solamente legittimo, ma è obbligatorio. In caso contrario si è automaticamente complici, dal grado minore, quello della sciatteria e del disinteresse verso la qualità, a quello più grave, quello della consapevolezza di giocare sporco, specialmente quando si chiede al fornitore (da intercettazioni telefoniche) “Bisognerà che tu mi mandi (un olio) con una parvenza di extravergine”.

P.S. È ovvio che di questo scandalo non ne sentirete parlare in televisione, troppo compromessa con i grandi marchi dell’industria alimentare che giornalmente passano negli spazi pubblicitari.

Stand up and shout!

Pomodori

Monsanto vs. Mother Earth

It’s unbelievable, but Monsanto and Co. are at it again. These profit-hungry biotech companies have found a way to exclusively ‘own’ something that freely belongs to us all — our food! They’re trying to patent away our everyday vegetables and fruits like cucumber, broccoli and melons, forcing growers to pay them and risk being sued if they don’t.

But we can stop them from buying up Mother Earth. Companies like Monsanto have found loopholes in European law to get away with this, so we just need to close them shut before they set a dangerous global precedent. And to do that, we need key countries like Germany, France and the Netherlands — where opposition is already growing — to call for a vote to stop Monsanto’s plans. The Avaaz community has shifted governments before, and we can do it again.

Many farmers and politicians are already against this — we just need to bring in people power to pressure these countries to keep Monsanto’s hands off our food. Sign now and share with everyone to help build the biggest food defense call ever.

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Traduzione (pressapoco…)

E’ incredibile, ma la Monsanto e Co. Ci stanno provando di nuovo. Queste aziende biotech avide di profitti hanno trovato un modo rendere esclusivamente “loro” qualcosa che appartiene liberamente a tutti noi: Il nostro cibo! Stanno cercando di brevettare la nostre comunissime verdure e la frutta, come cetrioli, broccoli e meloni, costringendo i produttori a pagare, e minacciandoli di citarli in giudizio se non lo faranno.

Ma noi possiamo impedire loro di acquistare la Madre Terra. Aziende come la Monsanto hanno trovato delle scappatoie nella legislazione europea per raggiungere i loro scopi, quindi dobbiamo impedirglielo prima che ciò costituisca un pericoloso precedente. Per fare questo, abbiamo bisogno del supporto di paesi chiave come Germania, Francia e Paesi Bassi – dove l’opposizione è si è già mobilitata – per chiedere un voto che fermi i piani della Monsanto. E’ già capitato che la comunità di Avaaz si muova prima dei governi, e ora possiamo farlo di nuovo.

Molti agricoltori e politici sono già contrari alle pretese Monsanto – noi possiamo fare pressione verso questi paesi affinché tengano le mani Monsanto lontane dal nostro cibo. Firma ora per agire e condividi questo appello per contribuire alla più grande chiamata in difesa del cibo…

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