Versi (di)sgraziati

Poco calore in queste parole
disperse qua e la come rottami,
sfatti dal tempo i frusti cascami
di arazzi ridotti a pezzuole.

Fantasmi recitano a soggetto
nel bigio teatro della memoria,
dal niente inventano una storia
per tema del vuoto, non per diletto.

Se della speranza l’uomo si nutre,
alzi la mano chi sazio può dirsi
del pane che lo muove a dannarsi,
lievi le tracce che neve ricopre.

Annunci

Iz ove kože se ne može


La mia casa è vecchia,
di correnti malata
e giri d’aria,
ogni refolo un gemito
da ante malmesse
e legni dal tempo
arsi e squassati.

La mia casa è brutta,
sbirci sguardi
privi di trama,
con l’aria sospesa
di casuali lavori
malpensati e mai finiti
da mani svogliate.

La mia casa è fredda,
tramonto di braci
su letto di cenere,
il solo ricordo
di deboli fiamme,
il grigio relitto
di ciò che mai fu.

La mia casa è oscura,
un azzardo ogni passo
e ogni scala un pozzo,
un labirinto mutevole
dove la luce si spegne,
persa in volute
di polverosa nebbia.

La mia casa è silente,
anche se pochi
sanno avvedersene,
tra mute vocali
e sorda uguale,
la voce si riduce
a sospiro di foglie.

La mia casa è mesta,
da pioggia battuta
su tegole smosse,
da quella violata
con intime gocce
che pudore cela,
ma spirito serba.

La mia casa è la mia,
trovata o cercata
ancora non so,
e l’unica porta
che chiave non ha
promette la fuga,
ma senza ritorno.

.

.

Tutto o niente

Scalzi i piedi lasciano
effimere impronte
che l’onda mediterranea appiana.
Queste sabbie hanno visto
levarsi crociate
per mori e cristiani.
Tutto per un Dio
che era solo
e solo doveva restare.
Del sangue promesso
da travisata fede,
rovine e rancori,
e le ali rosa
dei fenicotteri,
a futura memoria.

Verde erba sul mio cammino
verso l’orizzonte
di nuda savana,
alto un celeste infinito
da far male
quant’è limpido.
Due parti di gente
divise per niente,
dove c’è tutto per tutti.
Chi è fuggito
perché il suo Dio
non era Reale,
ancora prega
del suo sacro diritto
di esser padrone.

Di marmo il cuore
da Minerva cavato
come dono all’impero.
Ogni colonna una lapide,
un morto vinto
e uno vittorioso.
Troppi illusi ancora sfilano
in vecchi abiti
per una festa passata.
Quanta divina potenza
si perde ora
tra i tavolini al piano,
creme troppo dolci
per dimenticare
l’amaro di essere poco.

Tra pietra e pietra
il sangue si nasconde,
colato nei secoli.
Dove ora sciamano
chiassose orde
la vita molti lasciarono.
Ogni volta per un Dio,
il più giusto
e il meno compreso.
Dove ora mi perdo
uno migliore si perse
sulla via del castello,
delle sue profezie
timoroso
di esser creduto.

Lo scafo scivola
su un nero serpente
chiamato mare.
Dentro,
ancora più dentro,
l’acqua si insinua.
Su tutto domina il cielo,
talmente basso
da ghiacciarti la nuca.
Degli umani rifugi
il colore non basta
a fugare l’ombra,
e ancora nascosto
dorme un Dio feroce
come quelli fenici.

Il mare sopra,
la terra sotto,
e un confine di fango.
Il vento del Nord,
un tempo pane e vita,
cala su sterili pale.
La bellezza del caos
si perde nei battaglioni
di petali tutti uguali.
Quanta libertà
viene professata
in ragione del credo,
immutabile e certo
del suo valore,
quello di mercato.

L’occhio è traditore,
la mente è sorda,
resta l’emozione,
l’incerto pensiero
di un me che esiste,
e forse è già troppo.
Di più non potrei,
dispero di farlo,
vivessi mille anni.
Dal mio vagare
sola riporto una fede,
dopo questo,
dopo quanto,
e dopo tutto,
niente ho compreso.

Niente.

.

Catalunya

Escolta, Espanya, – la veu d’un fill
que et parla en llengua – no castellana:
parlo en la llengua – que m’ha donat
la terra aspra:
en ‘questa llengua – pocs t’han parlat;
en l’altra, massa.
 
T’han parlat massa – dels saguntins
i dels que per la pàtria moren:
les teves glòries – i els teus records,
records i glòries – només de morts:
has viscut trista.
 
Jo vull parlar-te – molt altrament.
Per què vessar la sang inútil?
Dins de les venes – vida és la sang,
vida pels d’ara – i pels que vindran:
vessada és morta.
 
Massa pensaves – en ton honor
i massa poc en el teu viure:
tràgica duies – a morts els fills,
te satisfeies – d’honres mortals,
i eren tes festes – els funerals,
oh trista Espanya!
 
Jo he vist els barcos – marxar replens
dels fills que duies – a que morissin:
somrients marxaven – cap a l’atzar;
i tu cantaves – vora del mar
com una folla.
 
On són els barcos. – On són els fills?
Pregunta-ho al Ponent i a l’ona brava:
tot ho perderes, – no tens ningú.
Espanya, Espanya, – retorna en tu,
arrenca el plor de mare!
 
Salva’t, oh!, salva’t – de tant de mal;
que el plo’ et torni feconda, alegre i viva;
pensa en la vida que tens entorn:
aixeca el front,
somriu als set colors que hi ha en els núvols.
 
On ets, Espanya? – no et veig enlloc.
No sents la meva veu atronadora?
No entens aquesta llengua – que et parla entre perills?
Has desaprès d’entendre an els teus fills?
Adéu, Espanya!
.
 
Joan Maragall – Oda a Espanya – 1898
.
.
.
./

( editazione di un’immagine presente sul sito di independent.co.uk )