Saredo

Testo in dialetto isolan di Editta Depase Garau

Pronuncia: la ṣ (esse con un puntino sotto) è sonora , come casa, rosa, mese, ecc.

SAREDO

De fianco na casa ruṣina sbecolada
forsi bandonada
iera strucà un simo de more garbe
Me son fermada, ma po’ me son pentida

Dutintun riva me sorela:
– Bruta lova insempiada
xe mama che te speta rabiada
e ti te torni duta tacadissa
cola boca de imbriagona! –

Corevo ṣo pa Saredo
col fià in gola
e le piere che le me fasseva s-cioche soto i pie
tegnivo strente quatro more ṣerve
pa russarme le macie a Fontanafora

Mi speravo de rivar prima
ma la polenta e tocio iera ṣa finida
a nissun ghe fassevo pena
a mi me spetava un altro tocio
e de ‘ndar a leto sensa sena

 

Sto aprile

Un sbrufo de vento giasado
el muro de cane che crita
col mar color dela piera
che speta de bever la piova.

Va ben che xe primavera,
va ben che’l tempo xe mato
ma in gita se va manscorlando
e no col teto de ombrela.

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Cori

Cori veloce sto treno
no se ferma in nisuna stasion
e anca se mi me remeno
nol frena, no ghe faso pasion.

Cori sto mona de treno
e mi vardo le robe che scori
però vedo sempre de meno
o me par che se perdi i colori.

Cori, cori sto maledeto
el ga furia di farme rivar
no me lasa per farme dispeto
gnanca el tempo de respirar.

Cori le do sine de soto
anca lore me vedi pasar
e però el suo destin galeoto
ghe comanda de smentegar.

Coro col treno anca mi
fin che rivo ancora star svejo
e co sarà questo viaggio finì
sognarò de andar a star mejo.

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Ritmo vitale

Il primo davanti al secondo,
poi questo d’un tratto s’avanza
a un ordine inverso dettare.

Nessuna vittoria o rivalsa,
è solo uno scambio di ruoli
tra chi guida e chi segue.

Ora che il moto è compiuto
tocca a chi è dietro quel gesto,
specchio di quanto è accaduto.

Fermo nel suo effimero ruolo
è paziente l’altro che aspetta
di cedere senza impedire.

Sembra una facile danza
di cui non si vede la fine,
che solo il destino risolve.

Il passo ha chiari principi,
mai un’impronta sull’altra
e il presente attende il passato.

Chi manca alla regola è goffo,
arranca in scelte già fatte
o giudica di essere Dio.

La via invece è dettata,
due strade sullo stesso percorso,
e cosi la vita cammina,
in due.

 

 

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88 cristalli di sale

Isola

Sale dal mare da brezza sospinto

a fecondare le nobili vigne.

Sale dal mare l’argento guizzante

che mani valenti sanno pescare.

Sale dal mare quest’isola viva

di gesti e di popoli schietti.

Sale dal mare in quel che vedi,

che gusti, che senti, e in ciò che sarà.

Immagine da: visitizola.com

Con questo testo ho vinto il 1° premio al concorso organizzato da Turistično združenje Izola.
Da non credere!

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Versi (di)sgraziati

Poco calore in queste parole
disperse qua e là come rottami,
sfatti dal tempo i frusti cascami
di arazzi ridotti a pezzuole.

Fantasmi recitano a soggetto
nel bigio teatro della memoria,
dal niente inventano una storia
per tema del vuoto, non per diletto.

Se della speranza l’uomo si nutre,
alzi la mano chi sazio può dirsi
del pane che lo muove a dannarsi,
lievi le tracce che neve ricopre.

Iz ove kože se ne može (selfie)


La mia casa è vecchia,
di correnti malata
e giri d’aria,
ogni refolo un gemito
da ante malmesse
e legni dal tempo
arsi e squassati.

La mia casa è brutta,
sbirci sguardi
privi di trama,
con l’aria sospesa
di casuali lavori
malpensati e mai finiti
da mani svogliate.

La mia casa è fredda,
tramonto di braci
su letto di cenere,
il solo ricordo
di deboli fiamme,
il grigio relitto
di ciò che mai fu.

La mia casa è oscura,
un azzardo ogni passo
e ogni scala un pozzo,
un labirinto mutevole
dove la luce si spegne,
persa in volute
di polverosa nebbia.

La mia casa è silente,
anche se pochi
sanno avvedersene,
tra mute vocali
e sorda uguale,
la voce si smorza
  in sospiro di foglie.

La mia casa è mesta,
da pioggia battuta
su tegole smosse,
da quella violata
con intime gocce
che pudore cela,
ma spirito serba.

La mia casa è la mia,
trovata o cercata
ancora non so,
e l’unica porta
che chiave non ha
promette la fuga,
ma senza ritorno.

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