Magra consolazione (remake)

Dal blog www.ultimelune.it

Si tratta di un testo che avevo già pubblicato qui, ma che ho in parte riscritto per ultimelune.it . Dato che sul nostro capo pende sempre la minaccia delle seconda ondata della pandemia, un bel racconto catastrofistico ci sta a pennello.

Magra consolazione

Il processo – Prima puntata

Dal blog www.ultimelune.it

Come estimatore degli scritti dell’irragiungibile Franz Kafka, non mi sono voluto negare il personalissimo piacere di intitolare questo racconto come uno dei suoi più importanti romanzi.
“Il processo” è un breve resoconto di un futuristico procedimento penale, attuato all’interno di un sistema giudiziario snello e sbrigativo. Questa è la prima puntata.
Il processo – Prima puntata

In carrozza! – 3

Dal blog www.ultimelune.it

Terza puntata, terzo viaggio in treno, e adesso vi tocca il mattone, un racconto allegro che più allegro non si può. Magari tutti i pendolari italiani troveranno più che appropriato il titolo che ho scelto, e come si potrebbe dar loro torto, ma il viaggio che descrivo è un tantino più lungo di quello casa-lavoro-lavoro-casa.
Purtoppo tra le conseguenze del Coronavirus c’è questa quarantena (a proposito, a Pasqua saranno veramente 40 giorni di isolamento) che dovrebbe limitare le possibilità di contagio, ma tra i suoi effetti collaterali dobbiamo inserire anche il fatto che per passare il tempo ci si debba ingegnare un po’, e io, purtroppo per voi, ho scelto di scrivere un racconto dal titolo abbastanza associato al periodo: Calvario

Contagio

    Insomma, c’è questa persona che mi fa: – ma perché non scrivi un racconto di fantascienza?
La domanda non era stata buttata lì a caso giacché si parlava di quando, anni addietro, mi interessavano quei testi futuribili, dei quali conservo ancora una buona memoria. Sapendo inoltre che mi dilettavo a pubblicare ogni tanto dei racconti piuttosto bizzarri, gli venne naturale chiedermi come mai non affrontassi quel tipo di letteratura.
    Temo di non ricordare come riuscii allora a giustificarmi, però so per certo che non gli dissi la verità, e mi chiedo che faccia avrebbe fatto se gliela avessi rivelata, così, senza preavviso, ovvero quale sarebbe stata la sua reazione: propendo per l’incredulità. Il fatto è che mi sarebbe difficile, se non impossibile, scrivere della fantascienza abbastanza comprensibile, e non a causa delle mie scarse capacità letterarie, o almeno non solamente per questo motivo, ma per la mancanza di un territorio comune tra voi e me.
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Saredo

Testo in dialetto isolan di Editta Depase Garau

Pronuncia: la ṣ (esse con un puntino sotto) è sonora , come casa, rosa, mese, ecc.

SAREDO

De fianco na casa ruṣina sbecolada
forsi bandonada
iera strucà un simo de more garbe
Me son fermada, ma po’ me son pentida

Dutintun riva me sorela:
– Bruta lova insempiada
xe mama che te speta rabiada
e ti te torni duta tacadissa
cola boca de imbriagona! –

Corevo ṣo pa Saredo
col fià in gola
e le piere che le me fasseva s-cioche soto i pie
tegnivo strente quatro more ṣerve
pa russarme le macie a Fontanafora

Mi speravo de rivar prima
ma la polenta e tocio iera ṣa finida
a nissun ghe fassevo pena
a mi me spetava un altro tocio
e de ‘ndar a leto sensa sena

 

Si parte?

Ormai c’è poco da fare, prima o poi dovrò scrivere quel maledetto racconto che mi gira per la testa già da qualche anno. Finora mi hanno frenato la consapevolezza di quanto inadeguata sia la mia tecnica e di come sia difficile esprimere a parole delle suggestioni che io stesso distinguo a malapena.
Ciò che posso dirvi con certezza che il tutto ha a che fare con il treno, ma, si badi bene, non con il concetto di viaggio o di medium dinamico, bensì con il microcosmo che esso crea al suo interno e attorno a sé.
Sono convinto di non essere la sola persona a provare sensazioni che poco hanno a che fare con i meri fini utilitaristici del mezzo, fantasie che superano i ragionevoli apprezzamenti tecnici e sociali.
Nel cinema, medium immaginifico per eccellenza e forgiatore di nuovi modelli inconsci, il treno è stato protagonista al pari di altre celebrate star, e questo fin dai suoi inizi. Tra tutti i soggetti che i fratelli Lumière potevano disporre per scatenare l’emozione del pubblico, non a caso fu scelto l’arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat. Quasi un secolo dopo Steven Spielberg tratta il treno come se questi fosse un attore, un’entità in grado di agire e interagire con il protagonista del film, l’autocisterna assassina. Dalle comiche del muto fino al convoglio fantascientifico di “Snowpiercer”, passando per le vaporiere del West, o il treno destinato a sfracellarsi nella gola sotto al fatiscente Cassandra Crossing, o anche quello di “Train de vie”, col quale gli ebrei tentano di sfuggire ai nazisti con lo stesso mezzo che questi ultimi usano di norma per condurli allo sterminio, il treno è andato oltre alla sua basilare funzione narrativa.
Anche in letteratura, ambiente artistico nel quale la presenza scenica è marginale, il treno si fa presente. Lasciando da parte i facili riferimenti a Georges Simenon e Agatha Christie, varrebbe la pena ricordare che Anna Karenina si affida a una locomotiva per porre termine alla sua travagliata esistenza, e che lo stesso Lev Tolstòj, quando avvertì vicina la fine, decise di andare incontro alla morte in treno, carrozze popolari di terza classe, e infine spirò nella stazione ferroviaria di Astàpovo.
Il treno è stato messo pure in musica, lo possiamo trovare nelle liriche di pezzi più o meno leggeri, ma a me piace ricordare il descrittivismo musicale di Gioacchino Rossini della sua composizione volutamente ironica “Un petit train du plaisir”, e accostargli per contrasto il costruttivismo dei Kraftwerk con l’assai meno melodico Trans Europe Express.
Detto ciò, rimane da spiegare quali sarebbero le peculiarità del treno che con tanta evidenza hanno fatto presa su di me, e vi annuncio qui e subito che non lo so.
Più volte sono andato con la memoria a cercare l’evento catalizzatore di tale attrazione, oppure ho indagato sui possibili aspetti che danno origine alle mie fantasticherie e quali le gratificazioni emotive io mi attenda, ma non ne sono venuto a capo, tutt’al più sono giunto all’ipotesi che sia stato un lento processo iniziato molto tempo fa, un lavoro ai fianchi che ha fiaccato la resistenza della logica.
Ricordo il treno fin da quando ho memoria, diciamo sui tre anni circa. Era una vaporiera, quella che oggi identificherei come locotender, che attraversava un ponte metallico trascinandosi dietro una fila di vagoni destinati alla “ferriera”. Non era niente di speciale, un convoglio che procedeva con estrema lentezza, ma lo faceva a poche decine di metri da casa mia, e nel transitare avvolgeva la via sottostante con una nuvola dall’odore strano.
Ben diverso fu l’impatto con un “vero” treno, quando, a cinque anni mi trovai a passare un po’ di tempo a San Giorgio di Nogaro, e dove, al passaggio a livello del paese, vidi sfrecciare un’aerodinamica automotrice elettrica, una freccia color marrone (castano-isabella per essere precisi) e rosso. La littorina, così la chiamavano allora, magari facendo confusione con un’altra tipologia di treno del passato. Qualche anno dopo mi trovavo su un treno per Bologna, e spinto da comprensibile curiosità arrivai fino al vagone di testa. Dal finestrino della porta della passerella intercomunicante, ovviamente bloccata, scorsi il muso dell’enorme locomotiva verde e grigio chiaro che ondeggiava nel suo procedere sui binari. Forse non tutti sanno che un tempo le teste delle rotaie non erano saldate tra loro, vi era un gioco per compensare la dilatazione termica dell’acciaio, e anche il binario non presentava sempre una perfetta linearità, perciò a ogni interruzione della rotaia la coppia di ruote del carrello trasmetteva alla carrozza un ritmico tu-tum-tu-tum, e magari mentre il vagone oscillava un po’ da un lato la locomotiva oscillava dall’altro, il che, avendo una vaga consapevolezza del suo enorme peso, causava nell’osservatore (cioè io) una certa quale apprensione e una reverente soggezione nei riguardi di tanta manifesta potenza.
E perché allora non parlare delle carrozze centoporte, quelle dei treni per andare in montagna, a sciare, e nelle quali al ritorno tutto si mischiava, gli odori di cuoio bagnato e di punch al rum, i suoni di risate e di improvvisati cori, il dolore al ginocchio per una sfortunata caduta e quello causato dalla panca di legno a una parte meno nobile del corpo, lo sferragliare dell’antiquato vagone e il monotono tramestio degli sci che, appoggiati di traverso sulle cappelliere, cozzavano a ogni sussulto contro quelle o contro i loro simili, il caldo soffocante all’interno e la sensazione di essere comunque protetti, come se quella carrozza traboccante di stanca umanità fosse in grado di sopportare un viaggio lungo la Transiberiana.
Senza arrivare a quelle distanze estreme, appena maggiorenne ebbi l’ardire di affrontare un viaggio in treno fino a Londra, con il Direct-Orient-Express, trentasei ore, cinque delle quali passate a dormire nel vano portabagagli posto sopra al corridoio. Il mio compagno di viaggio mi raccontò poi che il controllore svizzero rimase alquanto sorpreso nel contare cinque persone nello scompartimento pur ricevendo sei biglietti, e che quello neppure si accorse di me che stavo ronfando giusto sopra al suo cappello.
In seguito vennero altri viaggi, anche se non così “eccessivi”, e altre esperienze provai, suggestive e graveolenti di fuliggine su una carrozza anteguerra (il primo anteguerra), sbalorditive su un TGV lanciato a 300km/h, amabilmente popolari su un motoráček diesel, rilassanti oltre ogni aspettativa sugli intercity francesi, problematiche per via del caos ferroviario britannico, contrastanti sulla rete nazionale per tutta una serie di motivi che non vale nemmeno la pena di riportare, atemporali durante i lunghi viaggi notturni, sorprendenti quando mi capita di instaurare un “contatto” con occasionali compagni di viaggio, imbarazzanti quando dei problemi mi mettono alla prova, gratificanti se li risolvo.
Tutto questo e anche di più è, per me, il treno, perciò ritengo sia comprensibile il fatto che io lo preferisca all’asfalto e all’aria (per l’acqua è un altro discorso…), anche se è più lento e per certi versi persino obsoleto.
Questa mia affezione purtroppo deborda, mi è talmente intima che invade persino i miei sogni.
Mille sono i treni che ho perso, o che ho sbagliato, o che hanno mutato aspetto e direzione, o per i quali non avevo il biglietto, o altri accidenti probabili e improbabili che il mio cervello si diverte a imbastire nel sonno. Il suo stacanovismo onirico non si limita al mezzo, ma prende di mira anche le strutture, le stazioni, le località, i viaggiatori, senza riguardo alcuno.
Capita così di vedere la Victoria Station come un piccolo edificio color crema in cima a una collina, con una biglietteria degna di un cinema di paese e due soli binari sotto al livello dell’ingresso, due marciapiedi corti e abbastanza sporchi. Niente treni per almeno un’ora e mezza, così ne approfitto per un giretto giù in città, una passeggiata accanto a un bel giardino, curatissimo, una via storica del centro con tante botteghe artigiane. Inevitabilmente mi perdo. Inevitabilmente mi perdo anche il treno.
Alla stazione di Ferrara (mai stato a Ferrara) attendo un treno per Conegliano. Nessun edifico nei dintorni, solamente alcuni marciapiedi coperti, quattro o cinque, e due muraglioni in pietra accanto al primo e all’ultimo. C’è un bel sole, ci sono i viaggiatori in attesa, una ventina, ci sono i binari che si perdono dietro un’ampia curva in leggera discesa, c’è un silenzio innaturale, però non c’è il treno. Dovrò prenderne un altro per Trento (Trento?).
Un’entrata monumentale, colonne alte più di trenta metri nell’atrio, fatico a distinguere il soffitto a tempio greco-romano. So che è la stazione ferroviaria di Praga, vedo i treni in fondo, ma non devo partire, ho altro da fare, io sto seguendo una persona. Eccola, entra in un piccolo bar con porte a vetri, allora entro anch’io, ma non la vedo più, però c’è uno specchio, mi guardo, impermeabile colore beige, occhiali da vista molto grandi, viso lungo e occhi bovini, sono identico a Derrick.
Altra stazione altra avventura. Tutto è pronto, tutto è a posto, biglietti, bagagli, orario, ma io ho ancora da comprare qualcosa, il francobollo per una cartolina. Nell’atrio c’è un ascensore, anzi ce n’è più d’uno, tutti con le porte automatiche di un improbabile blu carta di zucchero. Prendo il primo, scendo, e dopo una decina di secondi le porte si riaprono sul piazzale del terminal degli autobus. Fino al muro perimetrale della stazione saranno almeno duecentocinquanta metri, e altrettanti per arrivare alla sala d’aspetto. Non ce la farò mai a prendere quel treno, ma non mi fido più dell’ascensore, chissà dove arriverei, così mi incammino, duecento, cento, cinquanta metri, forse sono ancora in tempo, mi metto a correre, e dietro a me il trolley balla sul selciato (selciato?). Sul binario numero uno alla mia destra è fermo il treno per Vienna, lo riconosco, l’ho già preso una volta, è tutto color legno con tanto di venature, e sui fianchi i finestrini quadrati dagli angoli arrotondati, più vetro che telaio, sembrano quelli dei vecchi autobus. Sembra accogliente, ma non è il mio treno. Corro oltre, arrivo finalmente al terzo binario dove mi aspettano, con impazienza, gli altri. Evviva, anche stavolta ce l’abbiamo fatta!
Ecco, questi sono solamente alcuni esempi, sogni che nemmeno mi vedono salire in treno, sogni “preliminari”, delle situazioni assurde (ma non lo sono sempre i sogni?), e vi prego di credere a quanto vi ho raccontato almeno quanto io credo alla mia memoria. Per inciso non sarebbero nemmeno i più strampalati, poiché sulla forma delle carrozze mi sono sbizzarrito ben oltre la barriera del possibile, come pure su tutti gli altri aspetti del viaggio (o del mancato viaggio).
Non so se mai riuscirò a liberarmi da queste fantasie, e tutto sommato temo persino che finirebbero col mancarmi, però sento il bisogno di liberare la mente almeno da un sogno a occhi aperti mediante ciò che viene definita “scrittura”, ossia un racconto che per bizzarria non avrebbe molto da invidiare a quanto vedo a occhi chiusi, e forse troverò un po’ di pace com’è già successo per un’altra delle mie suggestioni notturne: Londra.
Del resto il treno ha già fatto capolino nel mio racconto “Diario di viaggio”, ma ciò che spero di riuscire a scrivere andrebbe ben oltre il divertissement, e considero questo articolo come una rincorsa, oppure un momento di concentrazione prima di lanciarmi in una sfida dall’esito più che incerto.
Vedremo…

 

Visibili trasparenze

E fuori piove continuamente e non vuole smettere. A me importa poco, io sto all’asciutto, mi vergogno soltanto di prendere l’abbondante colazione davanti all’imbianchino che proprio in questo momento sta sull’armatura sospesa davanti alle mie finestre e, furibondo per la pioggia che un po’ ha smesso e per la quantità di burro che stendo sul pane, spruzza i vetri senza che ve ne sia bisogno, e anche questa è soltanto fantasia e probabilmente egli si cura di me mille volte meno che io di lui. Adesso però lavora davvero sotto la pioggia torrenziale e nella tempesta.

Badate, non è farina del mio sacco. Si tratta di alcune frasi tratte da una lettera che Franz Kafka scrisse a Milena Jesenská durante un piovoso giovedì.
Ne ho sentito parlare nel corso di una dotta disquisizione sull’opera dello scrittore praghese, e sono rimasto colpito da come egli confessi il suo (immotivato) disagio per il solo fatto di stare al coperto, davanti a un’abbondante colazione, mentre fuori un poveraccio si trova a lottare contro gli elementi sociali e gli elementi della natura. A voler leggere oltre al testo si potrebbe percepire la vergogna di Kafka, quella causata dalla consapevolezza del godere di un immeritato privilegio quando ci si confronta con la vittima di quell’imbroglio.
Per separare lo scrittore e l’imbianchino non bastano le diversità culturali, nemmeno l’evidente sperequazione economica, e neppure il fatto che uno sia gravemente ammalato mentre il secondo magari gode di una salute di ferro, no, a separarli basta un vetro, ma essendo trasparente, esso rende insopportabile la separazione.
Per uno di quegli strani casi della vita mi trovai anch’io coinvolto in riflessioni simili, anzi, trattandosi di vetro, le definirei diffrazioni, nel senso che un dettaglio lo ha attraversato, quindi si è moltiplicato e scomposto in cento direzioni, e ancora riverbera nella mia mente.
Badate bene, non mi passa nemmeno per l’anticamera del cervello l’idea di paragonarmi a Franz Kafka, anche se, va detto, nessuno oggi riuscirebbe a scrivere anche una sola riga che possa reggere il paragone.
Ciò che mi ha impressionato è stata la coincidenza del catalizzatore, un materiale talmente comune, talmente abituale, talmente scontato da essere praticamente invisibile: il vetro.
È proprio “Vetro” si intitola un mio vecchio articolo, nel quale cercai di dare forma leggibile alle mie impressioni, e al quale, se ne avete voglia, vi rimando.

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Vetro

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Provaznická

La birra è chiara e fresca, con quel giusto di schiuma che la rende ancora più invitante. Dal piatto che ho di fronte si levano nell’aria aromi che preannunciano sapidi bocconi, e che si mischiano al profumo di malto d’orzo, al fumo di sigarette consumate con discrezione e alle conversazioni eccitate.
Al tavolo siamo accanto a una coppia di giovani slavi, lui e lei, forse polacchi, non si capisce, ma discutono in inglese con la cameriera. Non sanno vivere, non sanno viaggiare, lasciano nei piatti metà di quello che hanno ordinato, però ridono, forse allegri.
Già. Era l’unico mezzo tavolo libero in quella birreria affollata, perciò noi due ce lo condividiamo con loro, e con una grande finestra che dà sulla strada, una laterale poco trafficata, quando invece, a quest’ora di sera, lungo la la gente fa quasi a botte per passare, come se dovesse farsi strada in una calle per San Marco la domenica pomeriggio.
Mangio lentamente e ogni tanto guardo fuori, anche per non fissare troppo quei due giovani di fronte che fanno gli schizzinosi davanti al letto di cipolla cruda sotto al formaggio fresco. Di luce ce n’è quella che basta per sentirsi in un ambiente caratteristico e confortevole, non troppa, tipo sala chirurgica, non poca, che farebbe caverna, e quella di fuori è sufficiente per osservare cosa succede all’esterno. La finestra è un po’ una vetrina a rovescio, ma la merce esposta non è un granché, dei tavolini deserti, una saracinesca abbassata, la parete di fronte a quadrotti di cemento, le transenne arancione per i lavori sulla fermata di Můstek, e un paio di cassonetti di rifiuti, quelli grandi colle ruote, colore grigio ardesia o giù di lì. Ogni tanto passa qualcuno, chi ridendo, pochi, chi telefonando, troppi, chi apparentemente senza meta, un classico. L’altro lato della vetrina è di gran lunga più interessante. Le pareti ambra e rosso veneziano sono decorate con rappresentazioni licenziose che invitano alla libagione e alla libertà dalle catene delle inibizioni; non troppi turisti, e comunque non troppo invasivi, convivono con gli avventori locali, degli abitué senz’altro, o dei personaggi oltremodo estroversi; il personale opera con quel tanto di caos necessario per generare incomprensioni ed equivoci, richiami e scuse, ridicoli interludi tra una portata e l’altra.
Tutto insomma sembrerebbe procedere come al solito, o per meglio dire, quel solito al quale sono avvezzo.
Ma ecco che la vetrina si anima: prima uno e poi un altro di quei cassonetti si muove, eppure non soffia un vento talmente violento da poterli spostare, e neppure sarebbe questo l’orario migliore per il ritiro della spazzatura. No, è vero, non sono né gli elementi naturali e nemmeno quelli comunali a muovere quei grossi contenitori, si tratta bensì di una sola persona, probabilmente anche una persona sola.
Lui è abbastanza alto e, a giudicare da come gli cade addosso un vecchio giubbotto di pelle color caffè, anche abbastanza magro. Dal collo gli esce il cappuccio di una felpa, rosso vivo, e quel sommario copricapo gli nasconde in parte il viso. Lo spicchio di volto che intravedo nella scarna luce della strada non mi permette di distinguere, perciò non saprei dire se sia giovane, maturo, o vecchio: tratti scavati e barba ispida sono una maschera dietro alla quale si cela una vita senza compleanni.
Da come si muove noto però che non è un principiante e che sa quello che fa. Gli basta uno sguardo al contenuto del primo cassonetto per decidere che quello non fa al caso suo. Eppure l’interno di quei contenitori dovrebbe risultare abbastanza oscuro, sia come assenza di luce che come assenza di informazioni, ma forse il tipo si affida ad altri sensi al di fuori della vista. Intanto al giovane viziatello è arrivato il secondo giro di birra, stavolta scura, e delle fumanti salsicce alla paprica col contorno di cipolle dolci caramellate, contorno che, ne sono quasi quasi certo, lascerà colpevolmente nel piatto; la sua ragazza invece ha preso un dolce, e non mi capacito come si possa assaporare il papavero quando si ha praticamente sotto al naso gli aromi del maiale grigliato.
Torno con lo sguardo all’improbabile vetrina di fianco a me. Qualcosa è cambiato, pare che il contenuto dell’altro cassonetto sia più interessante; lui ha bloccato il coperchio in posizione aperta e con entrambe le braccia all’interno sta effettuando una specie di raccolta differenziata. Ogni tanto tira fuori qualcosa, la osserva da vicino, forse perché la luce della strada non è sufficiente per giudicare, forse perché non ha gli occhiali che comunque non potrebbe permettersi, forse perché è un tipo difficile, io non lo so, ma una selezione la fa, nel senso che qualcosa va a finire in un borsone di plastica blu con il logo di un marchio a me ignoto, suppongo quello di un grande e sfavillante centro commerciale, oppure di una famosa associazione calcistica, o magari quello di una firma esclusiva, un oggetto pensato per essere sfoggiato e non per raccogliere le carabattole minime che la società rifiuta. Questa storia è tutta un forse, un grande mistero, soprattutto per chi non ne è il protagonista, l’uomo solo su un palcoscenico di cemento e porfido.
Il più grande mistero di questa serata mi si presenta però quando volgo lo sguardo verso la controparte di questo spettacolo improvvisato, ovvero verso gli spettatori, i quali però sono del tutto assenti, assenti dall’osservare, assenti dal partecipare, assenti dal prendere atto, assenti dal ponderare, assenti ingiustificati.
Per qualche motivo che mi sfugge, pare che solamente io stia osservando ciò che avviene fuori dal locale, eppure la finestra è abbastanza grande e la faccenda sta andando avanti da quasi cinque minuti. Forse qualcuno avrà gettato uno sguardo, ma avrà giudicato che la cosa non lo riguarda e sarà tornato a ciò che lo circonda, gli allegri amici, la buona birra, gli antichi soffitti a volta a vela, la procace cameriera, il medievale stinco di porco, l’elenco dei piatti del giorno, e lo stanco svolgersi dei casi suoi. Mi chiedo se magari lui di fuori sia illuminato da una luce che non fa parte della gamma del visibile, che ne so, infrarossi o ultravioletti, anche perché anche chi si trova a passargli accanto non fa neppure il moto di averlo notato, ma è un’ipotesi alquanto azzardata e fantascientifica.
La soluzione di questo enigma è invece tanto evidente quanto invisibile, e mi sta davanti fin da quando ho guardato fuori: è il vetro. Esso dovrebbe essere un materiale trasparente, ma a quanto pare non lo è per tutti, almeno non per quelli che poco si interessano a ciò che avviene fuori dalla loro cerchia di eventi accettabili, e allora in quel caso è come se la finestra fosse stata murata, ma non con dei volgari mattoni, bensì con solida pietra, la stessa con la quale sono state innalzate le mura del nostro castello egoistico.
Allora, non per capire, ma per accettare, mi trovo a dover osservare ciò che non si può vedere: quel vetro. E ci penso.
È un materiale particolare il vetro, specialmente quel vetro; lascia passare la luce, il suono, e per certi versi anche il calore, ma non gli odori e i sapori. Cosicché io lo vedo, e se lui guardasse la finestra mi vedrebbe, io sento il rumore che fa mentre rovista tra la spazzatura, e lui avverte certamente la cacofonia di voci e rumori che quel timpano trasparente propaga all’esterno, ma i sapori che con dovizia ci vengono offerti dalla cucina a lui sono preclusi, lontani come la Luna, e così gli odori, quelli del suo lato del vetro, dolciastri di decomposizione, fetidi di marcio, graveolenti di sudore mal lavato, non arrivano alle nostre narici così perbene.
Mi chiedo quanto spesso sia quel vetro, quanto resistente esso sia per tenerci separati abbastanza a lungo, noi contro di lui, lui contro di noi, per mantenere intatte, se non le certezze, le nostre aspettative di serenità.
Mi chiedo quale evento catastrofico possa infrangere quella parete trasparente e far precipitare me, e magari altri con me, nell’universo parallelo che sto osservando e che, intimamente, mi spaventa.
Mi chiedo se invece non sia il caso di infrangerlo quel vetro, e non solo quello, ma tutti i vetri che ci mantengono, a vicenda, protetti ed esclusi, anche se temo che sui cocci finirebbero per ferirsi, come al solito, unicamente i poveracci.
E mentre mi pongo questi interrogativi i due giovani chiedono il conto, lo ricevono, lo scrutano, si vede che stanno facendo a mente i conti del cambio; infine il ragazzo tira fuori le banconote, paga e, stitico ignorante, non lascia nemmeno uno straccio di mancia.
E mentre mi pongo questi interrogativi finisco la mia birra, incerto se sentirmi un privilegiato o un verme ipocrita, o entrambe le cose.
E mentre mi pongo questi interrogativi lui ha finalmente scovato il primo premio della serata: una mela ancora intera, vergine, nemmeno morsa. Se la scruta per bene, ne ammira la superficie lucida, la tasta per sentirne la compattezza, la annusa per sentirne il profumo. Non insiste oltre, sarebbe chiedere troppo alla sorte, richiude il coperchio del cassonetto, prende il suo borsone e se ne va, sparisce tra le quinte di Staré Město, sempre colla mela nella destra, in alto, come se fosse un trofeo.
Lui se n’è andato, e io, troppo sazio, non saprò mai quanto gli sia apparsa odorosa e saporita quella mela. Se n’è andato con i suoi stracci e una vita contromano, ma lui ha trovato la sua mela, mentre io invece non ho ancora trovato la mia pace, e il retrogusto della birra m’è reso ancor più amaro dal disagio, dall’imbarazzo, forse dalla vergogna.

 

P.S. del 24/12/18 – Circa 8 mesi dopo la pubblicazione di questo testo feci una scoperta sorprendente, e ne scrissi nel postVisibili trasparenze“.

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iTaliano

Certe cose, anche minime, saltano agli occhi, ma non di tutti evidentemente. Forse il fatto che l’italiano sia, per me, la seconda lingua, e perciò io abbia faticato e tuttora fatichi per praticarla, mi rende più sensibile a certi usi irriguardosi della stessa.
Potrei supporre che pure a voi il disuso o l’abuso del congiuntivo provochi una sensazione sgradevole allo stomaco, come pure certi ridicoli e assurdi diminutivi, per non parlare della volatilità del condizionale, ma talvolta capita che errori minimi, dei peccati veniali, dimostrino quanta poca cura si pone nella stesura di una frase o nella definizione di un concetto.
Nel caso che sto per mostrarvi, l’inghippo è generato dall’assenza di un componente tanto piccolo quanto essenziale: la punteggiatura.

Mi si potrà obiettare che il significato è comunque chiaro, reso ancora più evidente dal simbolo soprastante la scritta, però mi si consenta di farvi notare l’assurdità di quanto scritto.
Fateci caso, se su quel cartello fosse stato scritto “non bere varechina” oppure “non bere inchiostro” avreste pensato che difficilmente a qualcuno verrebbe in mente di farlo, decretando così la sostanziale inutilità dell’avviso. Orbene, ditemi allora se ha senso bere dell’acqua non potabile, eppure questo è quanto impone quel cartello. Altro discorso sarebbe stato se tra “bere” e “acqua” un’anima pia avesse interposto una virgola o un trattino.
Lo so che è un po’ come cercare il pelo nell’uovo, e che andare a sottilizzare troppo su un’insignificante cartello posto su una fontana potrebbe essere futile, quasi il sintomo di malcelate presunzione e saccenteria, ma così non è, si tratta solamente di rispetto. Putroppo non nutro molte speranze che la situazione migliori, in quanto la lingua italiana soffre della concorrenza del più moderno “italianese”, e così, dopo l’iPod, l’iPhone e l’iPad, avremo tutti a che fare con l’iTaliano.
Auguri.

E ricordatevi che Uno pro puncto caruit Martinus Asello.