Saredo

Testo in dialetto isolan di Editta Depase Garau

Pronuncia: la ṣ (esse con un puntino sotto) è sonora , come casa, rosa, mese, ecc.

SAREDO

De fianco na casa ruṣina sbecolada
forsi bandonada
iera strucà un simo de more garbe
Me son fermada, ma po’ me son pentida

Dutintun riva me sorela:
– Bruta lova insempiada
xe mama che te speta rabiada
e ti te torni duta tacadissa
cola boca de imbriagona! –

Corevo ṣo pa Saredo
col fià in gola
e le piere che le me fasseva s-cioche soto i pie
tegnivo strente quatro more ṣerve
pa russarme le macie a Fontanafora

Mi speravo de rivar prima
ma la polenta e tocio iera ṣa finida
a nissun ghe fassevo pena
a mi me spetava un altro tocio
e de ‘ndar a leto sensa sena

 

Si parte?

Ormai c’è poco da fare, prima o poi dovrò scrivere quel maledetto racconto che mi gira per la testa già da qualche anno. Finora mi hanno frenato la consapevolezza di quanto inadeguata sia la mia tecnica e di come sia difficile esprimere a parole delle suggestioni che io stesso distinguo a malapena.
Ciò che posso dirvi con certezza che il tutto ha a che fare con il treno, ma, si badi bene, non con il concetto di viaggio o di medium dinamico, bensì con il microcosmo che esso crea al suo interno e attorno a sé.
Sono convinto di non essere la sola persona a provare sensazioni che poco hanno a che fare con i meri fini utilitaristici del mezzo, fantasie che superano i ragionevoli apprezzamenti tecnici e sociali.
Nel cinema, medium immaginifico per eccellenza e forgiatore di nuovi modelli inconsci, il treno è stato protagonista al pari di altre celebrate star, e questo fin dai suoi inizi. Tra tutti i soggetti che i fratelli Lumière potevano disporre per scatenare l’emozione del pubblico, non a caso fu scelto l’arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat. Quasi un secolo dopo Steven Spielberg tratta il treno come se questi fosse un attore, un’entità in grado di agire e interagire con il protagonista del film, l’autocisterna assassina. Dalle comiche del muto fino al convoglio fantascientifico di “Snowpiercer”, passando per le vaporiere del West, o il treno destinato a sfracellarsi nella gola sotto al fatiscente Cassandra Crossing, o anche quello di “Train de vie”, col quale gli ebrei tentano di sfuggire ai nazisti con lo stesso mezzo che questi ultimi usano di norma per condurli allo sterminio, il treno è andato oltre alla sua basilare funzione narrativa.
Anche in letteratura, ambiente artistico nel quale la presenza scenica è marginale, il treno si fa presente. Lasciando da parte i facili riferimenti a Georges Simenon e Agatha Christie, varrebbe la pena ricordare che Anna Karenina si affida a una locomotiva per porre termine alla sua travagliata esistenza, e che lo stesso Lev Tolstòj, quando avvertì vicina la fine, decise di andare incontro alla morte in treno, carrozze popolari di terza classe, e infine spirò nella stazione ferroviaria di Astàpovo.
Il treno è stato messo pure in musica, lo possiamo trovare nelle liriche di pezzi più o meno leggeri, ma a me piace ricordare il descrittivismo musicale di Gioacchino Rossini della sua composizione volutamente ironica “Un petit train du plaisir”, e accostargli per contrasto il costruttivismo dei Kraftwerk con l’assai meno melodico Trans Europe Express.
Detto ciò, rimane da spiegare quali sarebbero le peculiarità del treno che con tanta evidenza hanno fatto presa su di me, e vi annuncio qui e subito che non lo so.
Più volte sono andato con la memoria a cercare l’evento catalizzatore di tale attrazione, oppure ho indagato sui possibili aspetti che danno origine alle mie fantasticherie e quali le gratificazioni emotive io mi attenda, ma non ne sono venuto a capo, tutt’al più sono giunto all’ipotesi che sia stato un lento processo iniziato molto tempo fa, un lavoro ai fianchi che ha fiaccato la resistenza della logica.
Ricordo il treno fin da quando ho memoria, diciamo sui tre anni circa. Era una vaporiera, quella che oggi identificherei come locotender, che attraversava un ponte metallico trascinandosi dietro una fila di vagoni destinati alla “ferriera”. Non era niente di speciale, un convoglio che procedeva con estrema lentezza, ma lo faceva a poche decine di metri da casa mia, e nel transitare avvolgeva la via sottostante con una nuvola dall’odore strano.
Ben diverso fu l’impatto con un “vero” treno, quando, a cinque anni mi trovai a passare un po’ di tempo a San Giorgio di Nogaro, e dove, al passaggio a livello del paese, vidi sfrecciare un’aerodinamica automotrice elettrica, una freccia color marrone (castano-isabella per essere precisi) e rosso. La littorina, così la chiamavano allora, magari facendo confusione con un’altra tipologia di treno del passato. Qualche anno dopo mi trovavo su un treno per Bologna, e spinto da comprensibile curiosità arrivai fino al vagone di testa. Dal finestrino della porta della passerella intercomunicante, ovviamente bloccata, scorsi il muso dell’enorme locomotiva verde e grigio chiaro che ondeggiava nel suo procedere sui binari. Forse non tutti sanno che un tempo le teste delle rotaie non erano saldate tra loro, vi era un gioco per compensare la dilatazione termica dell’acciaio, e anche il binario non presentava sempre una perfetta linearità, perciò a ogni interruzione della rotaia la coppia di ruote del carrello trasmetteva alla carrozza un ritmico tu-tum-tu-tum, e magari mentre il vagone oscillava un po’ da un lato la locomotiva oscillava dall’altro, il che, avendo una vaga consapevolezza del suo enorme peso, causava nell’osservatore (cioè io) una certa quale apprensione e una reverente soggezione nei riguardi di tanta manifesta potenza.
E perché allora non parlare delle carrozze centoporte, quelle dei treni per andare in montagna, a sciare, e nelle quali al ritorno tutto si mischiava, gli odori di cuoio bagnato e di punch al rum, i suoni di risate e di improvvisati cori, il dolore al ginocchio per una sfortunata caduta e quello causato dalla panca di legno a una parte meno nobile del corpo, lo sferragliare dell’antiquato vagone e il monotono tramestio degli sci che, appoggiati di traverso sulle cappelliere, cozzavano a ogni sussulto contro quelle o contro i loro simili, il caldo soffocante all’interno e la sensazione di essere comunque protetti, come se quella carrozza traboccante di stanca umanità fosse in grado di sopportare un viaggio lungo la Transiberiana.
Senza arrivare a quelle distanze estreme, appena maggiorenne ebbi l’ardire di affrontare un viaggio in treno fino a Londra, con il Direct-Orient-Express, trentasei ore, cinque delle quali passate a dormire nel vano portabagagli posto sopra al corridoio. Il mio compagno di viaggio mi raccontò poi che il controllore svizzero rimase alquanto sorpreso nel contare cinque persone nello scompartimento pur ricevendo sei biglietti, e che quello neppure si accorse di me che stavo ronfando giusto sopra al suo cappello.
In seguito vennero altri viaggi, anche se non così “eccessivi”, e altre esperienze provai, suggestive e graveolenti di fuliggine su una carrozza anteguerra (il primo anteguerra), sbalorditive su un TGV lanciato a 300km/h, amabilmente popolari su un motoráček diesel, rilassanti oltre ogni aspettativa sugli intercity francesi, problematiche per via del caos ferroviario britannico, contrastanti sulla rete nazionale per tutta una serie di motivi che non vale nemmeno la pena di riportare, atemporali durante i lunghi viaggi notturni, sorprendenti quando mi capita di instaurare un “contatto” con occasionali compagni di viaggio, imbarazzanti quando dei problemi mi mettono alla prova, gratificanti se li risolvo.
Tutto questo e anche di più è, per me, il treno, perciò ritengo sia comprensibile il fatto che io lo preferisca all’asfalto e all’aria (per l’acqua è un altro discorso…), anche se è più lento e per certi versi persino obsoleto.
Questa mia affezione purtroppo deborda, mi è talmente intima che invade persino i miei sogni.
Mille sono i treni che ho perso, o che ho sbagliato, o che hanno mutato aspetto e direzione, o per i quali non avevo il biglietto, o altri accidenti probabili e improbabili che il mio cervello si diverte a imbastire nel sonno. Il suo stacanovismo onirico non si limita al mezzo, ma prende di mira anche le strutture, le stazioni, le località, i viaggiatori, senza riguardo alcuno.
Capita così di vedere la Victoria Station come un piccolo edificio color crema in cima a una collina, con una biglietteria degna di un cinema di paese e due soli binari sotto al livello dell’ingresso, due marciapiedi corti e abbastanza sporchi. Niente treni per almeno un’ora e mezza, così ne approfitto per un giretto giù in città, una passeggiata accanto a un bel giardino, curatissimo, una via storica del centro con tante botteghe artigiane. Inevitabilmente mi perdo. Inevitabilmente mi perdo anche il treno.
Alla stazione di Ferrara (mai stato a Ferrara) attendo un treno per Conegliano. Nessun edifico nei dintorni, solamente alcuni marciapiedi coperti, quattro o cinque, e due muraglioni in pietra accanto al primo e all’ultimo. C’è un bel sole, ci sono i viaggiatori in attesa, una ventina, ci sono i binari che si perdono dietro un’ampia curva in leggera discesa, c’è un silenzio innaturale, però non c’è il treno. Dovrò prenderne un altro per Trento (Trento?).
Un’entrata monumentale, colonne alte più di trenta metri nell’atrio, fatico a distinguere il soffitto a tempio greco-romano. So che è la stazione ferroviaria di Praga, vedo i treni in fondo, ma non devo partire, ho altro da fare, io sto seguendo una persona. Eccola, entra in un piccolo bar con porte a vetri, allora entro anch’io, ma non la vedo più, però c’è uno specchio, mi guardo, impermeabile colore beige, occhiali da vista molto grandi, viso lungo e occhi bovini, sono identico a Derrick.
Altra stazione altra avventura. Tutto è pronto, tutto è a posto, biglietti, bagagli, orario, ma io ho ancora da comprare qualcosa, il francobollo per una cartolina. Nell’atrio c’è un ascensore, anzi ce n’è più d’uno, tutti con le porte automatiche di un improbabile blu carta di zucchero. Prendo il primo, scendo, e dopo una decina di secondi le porte si riaprono sul piazzale del terminal degli autobus. Fino al muro perimetrale della stazione saranno almeno duecentocinquanta metri, e altrettanti per arrivare alla sala d’aspetto. Non ce la farò mai a prendere quel treno, ma non mi fido più dell’ascensore, chissà dove arriverei, così mi incammino, duecento, cento, cinquanta metri, forse sono ancora in tempo, mi metto a correre, e dietro a me il trolley balla sul selciato (selciato?). Sul binario numero uno alla mia destra è fermo il treno per Vienna, lo riconosco, l’ho già preso una volta, è tutto color legno con tanto di venature, e sui fianchi i finestrini quadrati dagli angoli arrotondati, più vetro che telaio, sembrano quelli dei vecchi autobus. Sembra accogliente, ma non è il mio treno. Corro oltre, arrivo finalmente al terzo binario dove mi aspettano, con impazienza, gli altri. Evviva, anche stavolta ce l’abbiamo fatta!
Ecco, questi sono solamente alcuni esempi, sogni che nemmeno mi vedono salire in treno, sogni “preliminari”, delle situazioni assurde (ma non lo sono sempre i sogni?), e vi prego di credere a quanto vi ho raccontato almeno quanto io credo alla mia memoria. Per inciso non sarebbero nemmeno i più strampalati, poiché sulla forma delle carrozze mi sono sbizzarrito ben oltre la barriera del possibile, come pure su tutti gli altri aspetti del viaggio (o del mancato viaggio).
Non so se mai riuscirò a liberarmi da queste fantasie, e tutto sommato temo persino che finirebbero col mancarmi, però sento il bisogno di liberare la mente almeno da un sogno a occhi aperti mediante ciò che viene definita “scrittura”, ossia un racconto che per bizzarria non avrebbe molto da invidiare a quanto vedo a occhi chiusi, e forse troverò un po’ di pace com’è già successo per un’altra delle mie suggestioni notturne: Londra.
Del resto il treno ha già fatto capolino nel mio racconto “Diario di viaggio”, ma ciò che spero di riuscire a scrivere andrebbe ben oltre il divertissement, e considero questo articolo come una rincorsa, oppure un momento di concentrazione prima di lanciarmi in una sfida dall’esito più che incerto.
Vedremo…

 

Visibili trasparenze

E fuori piove continuamente e non vuole smettere. A me importa poco, io sto all’asciutto, mi vergogno soltanto di prendere l’abbondante colazione davanti all’imbianchino che proprio in questo momento sta sull’armatura sospesa davanti alle mie finestre e, furibondo per la pioggia che un po’ ha smesso e per la quantità di burro che stendo sul pane, spruzza i vetri senza che ve ne sia bisogno, e anche questa è soltanto fantasia e probabilmente egli si cura di me mille volte meno che io di lui. Adesso però lavora davvero sotto la pioggia torrenziale e nella tempesta.

Badate, non è farina del mio sacco. Si tratta di alcune frasi tratte da una lettera che Franz Kafka scrisse a Milena Jesenská durante un piovoso giovedì.
Ne ho sentito parlare nel corso di una dotta disquisizione sull’opera dello scrittore praghese, e sono rimasto colpito da come egli confessi il suo (immotivato) disagio per il solo fatto di stare al coperto, davanti a un’abbondante colazione, mentre fuori un poveraccio si trova a lottare contro gli elementi sociali e gli elementi della natura. A voler leggere oltre al testo si potrebbe percepire la vergogna di Kafka, quella causata dalla consapevolezza del godere di un immeritato privilegio quando ci si confronta con la vittima di quell’imbroglio.
Per separare lo scrittore e l’imbianchino non bastano le diversità culturali, nemmeno l’evidente sperequazione economica, e neppure il fatto che uno sia gravemente ammalato mentre il secondo magari gode di una salute di ferro, no, a separarli basta un vetro, ma essendo trasparente, esso rende insopportabile la separazione.
Per uno di quegli strani casi della vita mi trovai anch’io coinvolto in riflessioni simili, anzi, trattandosi di vetro, le definirei diffrazioni, nel senso che un dettaglio lo ha attraversato, quindi si è moltiplicato e scomposto in cento direzioni, e ancora riverbera nella mia mente.
Badate bene, non mi passa nemmeno per l’anticamera del cervello l’idea di paragonarmi a Franz Kafka, anche se, va detto, nessuno oggi riuscirebbe a scrivere anche una sola riga che possa reggere il paragone.
Ciò che mi ha impressionato è stata la coincidenza del catalizzatore, un materiale talmente comune, talmente abituale, talmente scontato da essere praticamente invisibile: il vetro.
È proprio “Vetro” si intitola un mio vecchio articolo, nel quale cercai di dare forma leggibile alle mie impressioni, e al quale, se ne avete voglia, vi rimando.

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Vetro

Immagine da: it.dreamstime.com

Provaznická

La birra è chiara e fresca, con quel giusto di schiuma che la rende ancora più invitante. Dal piatto che ho di fronte si levano nell’aria aromi che preannunciano sapidi bocconi, e che si mischiano al profumo di malto d’orzo, al fumo di sigarette consumate con discrezione e alle conversazioni eccitate.
Al tavolo siamo accanto a una coppia di giovani slavi, lui e lei, forse polacchi, non si capisce, ma discutono in inglese con la cameriera. Non sanno vivere, non sanno viaggiare, lasciano nei piatti metà di quello che hanno ordinato, però ridono, forse allegri.
Già. Era l’unico mezzo tavolo libero in quella birreria affollata, perciò noi due ce lo condividiamo con loro, e con una grande finestra che dà sulla strada, una laterale poco trafficata, quando invece, a quest’ora di sera, lungo la la gente fa quasi a botte per passare, come se dovesse farsi strada in una calle per San Marco la domenica pomeriggio.
Mangio lentamente e ogni tanto guardo fuori, anche per non fissare troppo quei due giovani di fronte che fanno gli schizzinosi davanti al letto di cipolla cruda sotto al formaggio fresco. Di luce ce n’è quella che basta per sentirsi in un ambiente caratteristico e confortevole, non troppa, tipo sala chirurgica, non poca, che farebbe caverna, e quella di fuori è sufficiente per osservare cosa succede all’esterno. La finestra è un po’ una vetrina a rovescio, ma la merce esposta non è un granché, dei tavolini deserti, una saracinesca abbassata, la parete di fronte a quadrotti di cemento, le transenne arancione per i lavori sulla fermata di Můstek, e un paio di cassonetti di rifiuti, quelli grandi colle ruote, colore grigio ardesia o giù di lì. Ogni tanto passa qualcuno, chi ridendo, pochi, chi telefonando, troppi, chi apparentemente senza meta, un classico. L’altro lato della vetrina è di gran lunga più interessante. Le pareti ambra e rosso veneziano sono decorate con rappresentazioni licenziose che invitano alla libagione e alla libertà dalle catene delle inibizioni; non troppi turisti, e comunque non troppo invasivi, convivono con gli avventori locali, degli abitué senz’altro, o dei personaggi oltremodo estroversi; il personale opera con quel tanto di caos necessario per generare incomprensioni ed equivoci, richiami e scuse, ridicoli interludi tra una portata e l’altra.
Tutto insomma sembrerebbe procedere come al solito, o per meglio dire, quel solito al quale sono avvezzo.
Ma ecco che la vetrina si anima: prima uno e poi un altro di quei cassonetti si muove, eppure non soffia un vento talmente violento da poterli spostare, e neppure sarebbe questo l’orario migliore per il ritiro della spazzatura. No, è vero, non sono né gli elementi naturali e nemmeno quelli comunali a muovere quei grossi contenitori, si tratta bensì di una sola persona, probabilmente anche una persona sola.
Lui è abbastanza alto e, a giudicare da come gli cade addosso un vecchio giubbotto di pelle color caffè, anche abbastanza magro. Dal collo gli esce il cappuccio di una felpa, rosso vivo, e quel sommario copricapo gli nasconde in parte il viso. Lo spicchio di volto che intravedo nella scarna luce della strada non mi permette di distinguere, perciò non saprei dire se sia giovane, maturo, o vecchio: tratti scavati e barba ispida sono una maschera dietro alla quale si cela una vita senza compleanni.
Da come si muove noto però che non è un principiante e che sa quello che fa. Gli basta uno sguardo al contenuto del primo cassonetto per decidere che quello non fa al caso suo. Eppure l’interno di quei contenitori dovrebbe risultare abbastanza oscuro, sia come assenza di luce che come assenza di informazioni, ma forse il tipo si affida ad altri sensi al di fuori della vista. Intanto al giovane viziatello è arrivato il secondo giro di birra, stavolta scura, e delle fumanti salsicce alla paprica col contorno di cipolle dolci caramellate, contorno che, ne sono quasi quasi certo, lascerà colpevolmente nel piatto; la sua ragazza invece ha preso un dolce, e non mi capacito come si possa assaporare il papavero quando si ha praticamente sotto al naso gli aromi del maiale grigliato.
Torno con lo sguardo all’improbabile vetrina di fianco a me. Qualcosa è cambiato, pare che il contenuto dell’altro cassonetto sia più interessante; lui ha bloccato il coperchio in posizione aperta e con entrambe le braccia all’interno sta effettuando una specie di raccolta differenziata. Ogni tanto tira fuori qualcosa, la osserva da vicino, forse perché la luce della strada non è sufficiente per giudicare, forse perché non ha gli occhiali che comunque non potrebbe permettersi, forse perché è un tipo difficile, io non lo so, ma una selezione la fa, nel senso che qualcosa va a finire in un borsone di plastica blu con il logo di un marchio a me ignoto, suppongo quello di un grande e sfavillante centro commerciale, oppure di una famosa associazione calcistica, o magari quello di una firma esclusiva, un oggetto pensato per essere sfoggiato e non per raccogliere le carabattole minime che la società rifiuta. Questa storia è tutta un forse, un grande mistero, soprattutto per chi non ne è il protagonista, l’uomo solo su un palcoscenico di cemento e porfido.
Il più grande mistero di questa serata mi si presenta però quando volgo lo sguardo verso la controparte di questo spettacolo improvvisato, ovvero verso gli spettatori, i quali però sono del tutto assenti, assenti dall’osservare, assenti dal partecipare, assenti dal prendere atto, assenti dal ponderare, assenti ingiustificati.
Per qualche motivo che mi sfugge, pare che solamente io stia osservando ciò che avviene fuori dal locale, eppure la finestra è abbastanza grande e la faccenda sta andando avanti da quasi cinque minuti. Forse qualcuno avrà gettato uno sguardo, ma avrà giudicato che la cosa non lo riguarda e sarà tornato a ciò che lo circonda, gli allegri amici, la buona birra, gli antichi soffitti a volta a vela, la procace cameriera, il medievale stinco di porco, l’elenco dei piatti del giorno, e lo stanco svolgersi dei casi suoi. Mi chiedo se magari lui di fuori sia illuminato da una luce che non fa parte della gamma del visibile, che ne so, infrarossi o ultravioletti, anche perché anche chi si trova a passargli accanto non fa neppure il moto di averlo notato, ma è un’ipotesi alquanto azzardata e fantascientifica.
La soluzione di questo enigma è invece tanto evidente quanto invisibile, e mi sta davanti fin da quando ho guardato fuori: è il vetro. Esso dovrebbe essere un materiale trasparente, ma a quanto pare non lo è per tutti, almeno non per quelli che poco si interessano a ciò che avviene fuori dalla loro cerchia di eventi accettabili, e allora in quel caso è come se la finestra fosse stata murata, ma non con dei volgari mattoni, bensì con solida pietra, la stessa con la quale sono state innalzate le mura del nostro castello egoistico.
Allora, non per capire, ma per accettare, mi trovo a dover osservare ciò che non si può vedere: quel vetro. E ci penso.
È un materiale particolare il vetro, specialmente quel vetro; lascia passare la luce, il suono, e per certi versi anche il calore, ma non gli odori e i sapori. Cosicché io lo vedo, e se lui guardasse la finestra mi vedrebbe, io sento il rumore che fa mentre rovista tra la spazzatura, e lui avverte certamente la cacofonia di voci e rumori che quel timpano trasparente propaga all’esterno, ma i sapori che con dovizia ci vengono offerti dalla cucina a lui sono preclusi, lontani come la Luna, e così gli odori, quelli del suo lato del vetro, dolciastri di decomposizione, fetidi di marcio, graveolenti di sudore mal lavato, non arrivano alle nostre narici così perbene.
Mi chiedo quanto spesso sia quel vetro, quanto resistente esso sia per tenerci separati abbastanza a lungo, noi contro di lui, lui contro di noi, per mantenere intatte, se non le certezze, le nostre aspettative di serenità.
Mi chiedo quale evento catastrofico possa infrangere quella parete trasparente e far precipitare me, e magari altri con me, nell’universo parallelo che sto osservando e che, intimamente, mi spaventa.
Mi chiedo se invece non sia il caso di infrangerlo quel vetro, e non solo quello, ma tutti i vetri che ci mantengono, a vicenda, protetti ed esclusi, anche se temo che sui cocci finirebbero per ferirsi, come al solito, unicamente i poveracci.
E mentre mi pongo questi interrogativi i due giovani chiedono il conto, lo ricevono, lo scrutano, si vede che stanno facendo a mente i conti del cambio; infine il ragazzo tira fuori le banconote, paga e, stitico ignorante, non lascia nemmeno uno straccio di mancia.
E mentre mi pongo questi interrogativi finisco la mia birra, incerto se sentirmi un privilegiato o un verme ipocrita, o entrambe le cose.
E mentre mi pongo questi interrogativi lui ha finalmente scovato il primo premio della serata: una mela ancora intera, vergine, nemmeno morsa. Se la scruta per bene, ne ammira la superficie lucida, la tasta per sentirne la compattezza, la annusa per sentirne il profumo. Non insiste oltre, sarebbe chiedere troppo alla sorte, richiude il coperchio del cassonetto, prende il suo borsone e se ne va, sparisce tra le quinte di Staré Město, sempre colla mela nella destra, in alto, come se fosse un trofeo.
Lui se n’è andato, e io, troppo sazio, non saprò mai quanto gli sia apparsa odorosa e saporita quella mela. Se n’è andato con i suoi stracci e una vita contromano, ma lui ha trovato la sua mela, mentre io invece non ho ancora trovato la mia pace, e il retrogusto della birra m’è reso ancor più amaro dal disagio, dall’imbarazzo, forse dalla vergogna.

 

P.S. del 24/12/18 – Circa 8 mesi dopo la pubblicazione di questo testo feci una scoperta sorprendente, e ne scrissi nel postVisibili trasparenze“.

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iTaliano

Certe cose, anche minime, saltano agli occhi, ma non di tutti evidentemente. Forse il fatto che l’italiano sia, per me, la seconda lingua, e perciò io abbia faticato e tuttora fatichi per praticarla, mi rende più sensibile a certi usi irriguardosi della stessa.
Potrei supporre che pure a voi il disuso o l’abuso del congiuntivo provochi una sensazione sgradevole allo stomaco, come pure certi ridicoli e assurdi diminutivi, per non parlare della volatilità del condizionale, ma talvolta capita che errori minimi, dei peccati veniali, dimostrino quanta poca cura si pone nella stesura di una frase o nella definizione di un concetto.
Nel caso che sto per mostrarvi, l’inghippo è generato dall’assenza di un componente tanto piccolo quanto essenziale: la punteggiatura.

Mi si potrà obiettare che il significato è comunque chiaro, reso ancora più evidente dal simbolo soprastante la scritta, però mi si consenta di farvi notare l’assurdità di quanto scritto.
Fateci caso, se su quel cartello fosse stato scritto “non bere varechina” oppure “non bere inchiostro” avreste pensato che difficilmente a qualcuno verrebbe in mente di farlo, decretando così la sostanziale inutilità dell’avviso. Orbene, ditemi allora se ha senso bere dell’acqua non potabile, eppure questo è quanto impone quel cartello. Altro discorso sarebbe stato se tra “bere” e “acqua” un’anima pia avesse interposto una virgola o un trattino.
Lo so che è un po’ come cercare il pelo nell’uovo, e che andare a sottilizzare troppo su un’insignificante cartello posto su una fontana potrebbe essere futile, quasi il sintomo di malcelate presunzione e saccenteria, ma così non è, si tratta solamente di rispetto. Putroppo non nutro molte speranze che la situazione migliori, in quanto la lingua italiana soffre della concorrenza del più moderno “italianese”, e così, dopo l’iPod, l’iPhone e l’iPad, avremo tutti a che fare con l’iTaliano.
Auguri.

E ricordatevi che Uno pro puncto caruit Martinus Asello.

Musica sacra – Prima puntata

Questo racconto a puntate l’ho scritto qualche anno fa, ma penso che oggi sia la giornata giusta per riproporlo, almeno per coloro che sono appassionati di certa musica.
Buon divertimento (forse…).
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MadamaButterfly

Clic.
Omero rimase ancora per qualche istante con la cornetta appoggiata all’orecchio. Si stava chiedendo se quel breve suono meccanico l’avesse partorito la sua mente. Ormai l’elettronica aveva soppiantato quel poco che c’era di meccanico nei telefoni, non era possibile che la chiusura della comunicazione venisse ancora certificata da un “clic”. Forse, nella loro smania di riverniciare e rivendere i simulacri del passato, qualche programmatore aveva inserito in maniera digitalizzata quel suono antico.
Comunque il clic lo aveva udito, forte e chiaro, come una porta sbattuta.
Proprio questo aveva giusto fatto, aveva sbattuto un porta, in maniera figurata s’intende, ma l’impeto e la soddisfazione erano comparabili a un’azione fisica.
Per meglio comprendere le ragioni di tale stato d’animo sarebbe opportuno fare le presentazioni del caso e aggiungere, per sommi capi, qualche scampolo del suo passato.
Omero Dossena, classe 1959, laurea in… ecc. ecc., regista, sposato e divorziato, senza figli, nato in Italia ma residente a Linz da una decina d’anni.
Che la vita di chi fa parte del mondo dello spettacolo non sia tutta rose e fiori è cosa nota, e peggio ancora va a chi è in cerca della pura arte lungo i meandri di quella rutilante giostra.
Si può ben dire che fino ad allora per Omero c’erano state più spine che rose, anzi nemmeno rose, cicoria. La sua carriera di regista era costellata di grandi apprezzamenti artistici, citazioni di merito, incoraggiamenti e strette di mano, ma soddisfazioni professionali scarse.
In parte la colpa era sua, aveva sempre rifiutato ciò che riteneva commerciale in maniera sfacciata, e si era sempre dedicato a opere cinematografiche e teatrali di alte aspirazioni artistiche ma di modestissimo risultato al botteghino.
Non per questo era sceso a più miti consigli, anzi si vantava di aver sempre rifiutato ogni collaborazione con la televisione italiana, ambiente immondo e retrogrado secondo il suo metro di giudizio, oppure, Dio ce ne scampi, con il mondo della pubblicità.
Per anni gli avevano presentato delle occasioni che altri avrebbero considerate ghiotte, tutt’altro che disprezzabili anche dal punto di vista professionale, ma gli altri non sapevano, non potevano capire che la fonte di tanta munificenza era sempre anche il motivo del suo irrigidimento, e che questa possedeva un nome: Primo.
Un bel nome per un fratello maggiore, peccato che di mestiere, perché di mestiere si tratta, facesse il politico di lungo corso. Era più di vent’anni che scorrazzava in lungo e in largo per tutto l’emiciclo camerale, raggiunto dopo una spericolata gavetta passata a camminare sui cadaveri di nemici e amici, fino ad arrivare a essere nominato sottosegretario praticamente a vita, dato che il fiuto e l’esperienza gli permettevano di saltare ogni volta sul cavallo vincente.
Anche a Primo erano occorsi degli, diciamo così, incidenti di percorso per aver solcato acque torbide frequentate da tipi poco raccomandabili, mari insidiosi sui quali si avventurava a pescare il consenso con metodi ambigui, e così facendo si era guadagnato, oltre alla poltrona in Parlamento, il sospetto di collusioni inconfessabili, di adesione a patti di mutua assistenza con gruppi di potere insofferenti alle leggi dello Stato, ed era stato fatto oggetto di attenzioni da parte di varie Procure, indagini che comunque si arenarono sempre sulle secche di autotutela modellate dai suoi colleghi a salvaguardia dei sacri principi repubblicani che nessuno di loro mai rispettava.
Perché lui, bazzicando chi altri bazzicava, mano a mano era venuto a conoscenza degli scheletri che questi “altri” tenevano ben chiusi nei loro armadi assieme agli abiti da cerimonia, e mai mancò di far pesare sul piatto delle decisioni politiche questa sua particolare erudizione in modo che il piatto pendesse sempre in suo favore.
E proprio di questi favori egli tentò più volte di far partecipe anche il fratello Omero, dato che, tutto sommato, alla famiglia ci teneva, e pur non condividendo, anzi rinunciando proprio a comprendere le scelte sue scelte artistiche, trovava più che normale procurargli le giuste entrature per una brillante carriera nella televisione di stato.
Omero ricordava con disgusto ancora vivido quelle discussioni con dirigenti viscidi e untuosi, le raccomandazioni insistite, quasi delle paternali, gli irrinunciabili suggerimenti piovuti da un Olimpo più sacro di quello greco, i nomi comunque non detti ma comunque scolpiti negli sguardi deferenti, le praterie dell’immaginario spogliate di ogni bellezza e ridotte a un angiporto nel quale arrivavano dall’alto le richieste assurde in apparenza ma ben mirate nell’effetto voluto dal lanciatore, le strette di mano sudate e flaccide, i sorrisi di circostanza verso il fratello di, i saluti e gli immancabili ossequi, ai quali seguiva immancabile una sua telefonata all’augusto fratello.
– Io di marchette non ne faccio! Io sono un artista libero, e libero voglio restare!
Al che Primo, senza scomporsi più di tanto, tornava a raccomandargli prudenza e un minimo di modestia. La conversazione telefonica prendeva toni più accesi quando Omero rinfacciava al fratello le sue amicizie equivoche, la sua dubbia moralità, l’attaccamento al denaro e il distacco da ogni forma di etica, dandogli, a seconda di dove si era accasasato Primo, del fascista, dello stalinista, del papista, del magnaccia, del reazionario, del capitalista, del voltagabbana, trattandolo come un appestato dal quale bisogna stare lontani per evitare l’immondo contagio, e ogni volta la comunicazione si chiudeva con gli usuali reciproci avvertimenti: la rovina, la prigione e l’ignominia per uno, la miseria, l’anonimato e l’infelicità per l’altro.
– La vedremo! – era l’ultima invariabile espressione di Omero prima di sbattere il ricevitore sulla forcella della base del telefono.
E ora, finalmente, avrebbe visto, ah, se avrebbe visto! Avrebbero visto tutti!

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Una storia stupida

Questa è venuta così, di getto, senza pensarci (e si vede…).

Una storia stupida

C’era una volta una piccola valle di montagna. In quella valle c’era un piccolo paese di montagna, e in quel paese viveva della piccola gente di montagna, perché, si sa, la gente di montagna non è tanto alta.
Fuori dal paese, su un rialzo, stava una casetta, ovviamente di montagna, e lì ci vivevano due sposini, purtroppo ancora senza figli. Ma finalmente, quando ormai non ci speravano più, furono fortunati ed ebbero una bambina, una bella bambina, e loro decisero di chiamarla proprio Fortunabella.
Lei era una bimbetta veramente fuori dal comune, sempre allegra, e girava per il paese osservando la gente, i lavori di ogni giorno e soprattutto i contrattempi; qualsiasi accidente capitasse te la trovavi subito a commentare il fatto e a consolare il malcapitato.
Succedeva che uno si era segato via un dito mentre tagliava le assi per il tetto, e, zac, eccola arrivare tutta contenta.
– Che fortuna, che fortuna – lei esclamava.
– Come sarebbe a dire che fortuna? – chiedeva quell’altro con la mano insanguinata.
– Se non ti facevi male a quest’ora saresti sul tetto a inchiodare quell’asse, poi ti scappava il chiodo e ti pestavi il dito. Dal dolore mollavi il martello, e per riprenderlo perdevi la presa, cadendo di sotto. Così adesso avresti tutte le dita, però saresti morto.
– Eh già, – diceva sorridendo il malcapitato – hai proprio ragione, sono stato veramente fortunato –, e detto ciò se ne andava saltellando per la gioia.
Un altro giorno capitava che un cavallo con un calcio rompesse la gamba al padrone. Il tipo se ne stava sdraiato sulla paglia della stalla gemendo dal dolore, quando sulla porta appariva Fortunabella.
– Ehilà, che fortuna, che fortuna!
– Fortuna dici? Ma se non riesco nemmeno a stare in piedi!
– Così è, pensaci. Tu stavi qui a sellare il cavallo, e tuo figlio avrebbe voluto farci un giro. Il cavallo allora partiva al galoppo, e tuo figlio non riusciva a fermarlo. Arrivato nel bosco, tuo figlio non avrebbe visto il ramo basso di una quercia e ci si spaccava mezza testa. Se ancora non bastava, tuo figlio cadeva da cavallo, e su una pietra si spaccava l’altra mezza. Così ora tu eri senza figlio e senza cavallo.
– Che bellezza, che fortuna! – diceva quello sulla paglia – ora ho un cavallo e un figlio. Presto moglie, offri da bere a quelli che stanno qui fuori. Meno male che c’è Fortunabella!
Capitava ancora che uno si ammalasse, qualcosa di grave, non un banale raffreddore, e per questo motivo non potesse più lavorare. Immancabile giungeva Fortunabella al capezzale dell’infermo.
– Ma guarda tu che fortuna, proprio una grande fortuna!
– Ma che dici, non lo vedi che sono malato?
– Bravo tu che volevi esser sano. Poi andavi a a lavorare, facevi i formaggi e scendevi in città a venderli. Al mercato li vendevi tutti e tornavi a casa con un bel gruzzolo nella scarsella.
– Eh, vedi che jella?
– Ma sulla strada di ritorno incontravi i briganti, e tu scappavi, scappavi, scappavi, e intanto nascondevi i soldi, una moneta qua una moneta là, ma quelli alla fine ti prendevano. Poi ti legavano a un pino e ti bastonavano per punirti di averli fatti correre tanto, e siccome i soldi non li avevi ti bastonavano ancora, e ancora, e ancora, fino a toglierti la pelle. Finita la luce del giorno, stanchi e stufi i banditi ti slegavano e ti lasciavano da solo nel bosco. Allora tu cominciavi a cercare le monete che avevi seminato, ma era buio, e non le trovavi più. Però, attirato dall’odore del sangue, ti trovava un orso e ti sbranava. Invece, guarda là che fortuna, sei qui, a casa tua, nel tuo letto, con tutta la tua famiglia intorno.
– O benedetta Fortunabella, meno male che ci sei tu, grazie, grazie. Presto miei cari, presto fatele un bel regalo, che oggi è il mio giorno fortunato.
Lei accettò di buon grado una forma di stravecchio, salutò educatamente e uscì dalla stanza per far posto al prete con l’olio santo.
E così ogni benedetto giorno che si levava al mattino e finiva la sera, tutti fortunati in quel paese, zoppi, guerci, sciancati, senza tetto e senza scarpe, colle pulci e colle cimici, senza pane e senza fuoco, tanto che nei paesi vicini si mormorava e montava l’invidia.
Capitò che una notte d’inverno nevicasse ben bene, non so se avete idea di quella neve con i fiocchi larghi un dito, e al mattino tutta la valle era imbiancata.
Fortunabella uscì di casa di prima mattina per il suo solito giro in paese, a portare fortuna a tutti.
Non era neanche a un quarto di strada quando si accorse di qualcosa che non andava nei suoi stivaletti.
Era un bel paio di stivaletti di camoscio, di un marrone vivace, quasi rosso, col pelo di coniglio dentro e tre bottoncini di madreperla bianca sul collo.
Ecco cosa non andava, uno stivale ne aveva solamente due di bottoni; uno era andato perso.
Fortunabella tornò subito a casa, lo cercò nell’armadio, lo cercò sotto al suo letto, lo cercò per tutto il pavimento, ma non c’era. Lo aveva perso camminando nella neve.
Allora si mise a piangere, forte, ma così forte che tutto il paese salì sull’altura per vedere chi stava piangendo in quella maniera.
Quando incontrarono Fortunabella seduta sulla soglia di casa si affannarono a chiederle il motivo di tanta disperazione.
– Cosa succede Fortunabella, ti sei fatta male?
– Cosa succede Fortunabella, ti hanno fatto male?
– Cosa succede Fortunabella, stai male?
– No! No! No! – rispondeva lei piangendo – Ho perso il bottone del mio stivaletto!
E allora tutti cominciavano a girare, su e giù, vicino alla casa e attorno alla casa, sul sentiero e fuori dal sentiero per trovare quel bottone.
Dopo qualche ora smisero di cercare.
– Non lo abbiamo trovato Fortunabella; sai, è bianco, e anche la neve è bianca, così…
A sentire quelle parole Fortunabella riprese a singhiozzare ancora più forte – Il mio bottone! Oh, il mio bottone… povera me!
Così la gente del paese, impietosita, riprese a cercarlo quel bottone di madreperla.
Dovete sapere che quell’anno l’inverno era piuttosto cattivo, pieno di bufere, con poco sole e tanto vento, e gli animali del bosco, orsi e scoiattoli esclusi, stavano soffrendo la fame.
I lupi si accorsero subito che in paese non c’era più gente, o almeno non ce n’era l’odore, così  uscirono dal bosco e sciamarono tra le case facendo strage di capre, maiali e vitelli da latte.
Dopo i lupi arrivarono saltellando le volpi, e quelle razziarono tutto il pollame presente, quindi linci e faine finirono il lavoro.
I paesani neanche udirono gli strazianti versi degli animali predati, e nemmeno i rumori dell’impari lotta, tanto era il chiasso sull’altura tra il pianto di Fortunabella e i richiami della gente.
– Cerca! Cerca!
– Trova! Trova!
– Il mio bottone, trovate il mio bottone!
– Di qua niente, prova di là!
– Di là niente, prova di qua!
– Hai guardato bene?
– Guarda meglio!
– Ehi voi, venite qua!
– Ehi voi, andate là!
– Il mio bottone, trovate il mio bottone!
Dopo un po’ si arresero e tornarono sulla soglia della casetta di Fortunabella.
– Ci dispiace, non lo troviamo; sai, oltre al fatto che il bottone è bianco e anche la neve è bianca, ora noi abbiamo pestato tutto, e non si capisce più dove abbiamo cercato e dove no, così…
A sentire quel discorso Fortunabella si mise a piangere a dirotto, che pareva la sorgente dell’acqua amara che sta in altura – Il mio povero bottone! Oh che disgrazia, che disgrazia. E io che ho fatto tanto per voi… povera me!
Colti sul vivo, pur di non passare per ingrati i paesani ripresero le ricerche con più lena, e non sapendo più che fare misero in opera i metodi più strambi. C’era chi si sdraiava sulla neve e ci nuotava sopra o ci strisciava come un verme, c’era chi la stacciava con la mano, come si fa per i semi di grano saraceno, c’era chi si metteva in bocca manciate di neve e le masticava, nella speranza di sentire quel bottone sotto ai denti, c’era chi prendeva un bastoncino biforcuto e, a occhi chiusi, girava per l’altura cercando il bottone come se fosse acqua sotterranea, e c’era anche chi dava anima e vita a quel bottoncino – Su caro, vieni fuori… – Su bottoncino mio, fatti vedere che sei tanto bellino… – Dai non fare il timido, vieni che la tua padroncina ti aspetta… – Ci ci ci, qua qua qua, ho una sorpresa per te… – Dove sei, dove sei? Su, dammi una voce… – Piccolino, birichino, vieni fuori, tanto sei già perdonato…
Intanto che tutti avevano messo su quel bel teatrino, in paese non c’era nessuno a badare alla case, e soprattutto ai fuochi. Una pentola dove si stava sciogliendo dello strutto si scaldò troppo, e il grasso prese fuoco. Dal focolare le fiamme arrivarono in un attimo al soffitto, in due attimi al tetto, e in tre attimi le faville di quello infiammarono il tetto della casa vicina. Tempo mezz’ora del paese non restavano che tizzoni fumanti.
Quelli sull’altura non si accorsero di niente. Silenziosi loro adesso, ma silenzioso anche il fuoco, e poi stavano collo sguardo sulla neve, gli occhi accecati da tutto quel bianco, tanto che non avrebbero visto nemmeno il loro cappello se gli fosse cascato davanti ai piedi. E poi il vento  soffiava dall’altra parte, così neppure l’odore di bruciato riusciva a svegliarli da quella penitenza.
Dopo molto più di un po’ smisero di vagare in tondo come quelli rinchiusi alla casa dei pazzi, e tornarono sulla soglia dove stava seduta la disperata Fortunabella.
– Ci dispiace, abbiamo fatto di tutto, ma non lo troviamo; sai, oltre al fatto che il bottone è bianco e anche la neve è bianca, e che noi abbiamo pestato tutto, perciò non si capisce più dove abbiamo cercato e dove no, ormai si sta facendo tardi, il sole calerà tra un po’, e non c’è più tanta luce, così…
A sentire quel funerale Fortunabella balzò in piedi e si mise a strillare, che pareva di sentire lo stridìo della nuova sega a vapore, quel marchingegno diabolico che uno di città aveva impiantato più a valle – Iiiiiiii… cosa farò senza il mio bottore, iiiiii… iiiiii… iiiiiiiiiiii…
Tutti i paesani si misero le mani sulle orecchie per non sentire quelle urla. Mai avrebbero immaginato che la voce di una bambina tanto piccola potesse essere così forte, così penetrante, così fastidiosa.
Ma se la gente poteva tapparsi le orecchie, altrettanto non era in grado di fare la neve della montagna. Così, disturbata da tutte quelle urla isteriche più che acute, acuminate, ebbe tutta un tremito, mollò la presa e rovinò a valle sommergendo il paese, o quel che ne restava.
Questa volta i paesani si riscossero da quello stato che li aveva impegnati fin dal mattino. Prima furono i piedi a sentire la vibrazione, poi la faccia fu lambita da un soffio strano, e infine le orecchie vennero riempite fino all’orlo da un rombo che pareva dovesse durare all’infinito.
Quanto l’aria si acquietò si avvicinarono a uno sbalzo sull’altura per vedere cos’era successo.
Il loro paese non esisteva più, al suo posto stava una distesa di neve sporca dalla quale spuntavano qua e là, come lapidi di un cimitero abbandonato, i neri tizzoni di ciò che restava delle loro case. Qualche lupo si aggirava ancora in quello sfacelo per sbranare la carcassa di qualche vacca morta per aver respirato la neve o il fumo del precedente incendio.
Anche Fortunabella, finalmente muta, si sporse per vedere cos’era successo. Stette a osservare quella scena per qualche attimo, quindi si volse verso i paesani e con voce allegra ne decantò la loro sorte.
– Che fortuna, che fortuna! Mai vista una tale fortuna. Pensate, se non era per me sareste rimasti in paese, le belve vi avrebbero sbranati, l’incendio vi avrebbe bruciati, e i pochi rimasti sarebbero stati sepolti dalla neve. Ma ci pensate quanto siete fortunati? Dico, vi rendete conto?
La gente si guardava in faccia l’un l’altro cercando di intuire, tra gli occhi e le rughe, un pensiero, un’opinione, una conferma. Nessuno aveva voce per parlare, al massimo si mormorava qualche parola, neanche una intera, mezza, per paura di pronunciarsi apertamente contro il pensiero comune che finora li aveva soggiogati. Poi, pian piano, ci fu chi prese coraggio, e altri gli fecero eco, finché da tutte le bocche uscì, con frasi diverse, lo stesso messaggio : – Fortunati un corno!
Da quel momento si scatenò una bolgia, e ognuno espresse apertamente la sua opinione su Fortunabella, e su come si doveva fargliela pagare.
– Una strega, è una strega!
– La colpa è sua, e lei deve pagare!
– Prendila, prendila, dagli!
– Leghiamola nel bosco, che la mangino i lupi!
– No, lei è amica dei lupi, gettiamola nel torrente!
– Acchiappa, acchiappa, bastona!
– Maledetta, ci ha sempre gabbato!
– Ammazza, ammazza!
– Lavorare per noi deve, come una bestia da soma!
– Sì, finché il paese non torna come prima!
– In prigione deve andare, in catene!
– Tenetela ferma, che le spacco la stessa gamba che mi sono spaccato io!
– Sì, e anche le braccia!
– Bruciate la sua casa come è bruciata la mia!
– Dagli, dagli, ormai non ci scappa!
– Tutta colpa sua, anche delle mele che sono marcite nella stalla!
– Anche dei topi nel granaio!
– Anche del ragazzo che non mi vuole più sposare!
– Sì, è cattiva, cattiva, ci ha preso in giro!
– Ah, ma adesso faremo i conti una volta per tutte!
Questo e ancora di peggio urlavano, che parevano gli ossessi usciti dall’Inferno, e le donne erano ancora più inferocite degli uomini, ma… tanto più le teste erano accalorate, tanto più le mani se ne stavano in disparte. Nessuno aveva il coraggio, e in fin dei conti nemmeno l’intenzione di passare dalle parole ai fatti. I paesani si gridavano addosso tutto il loro sdegno, le promesse minacciose, le ingiurie, ma evitavano di guardare il volto della bambina, non reggevano il suo sguardo impaurito.
Alle fine, impietositi dalla disperazione dei genitori di Fortunabella, e tutto sommato incapaci di far del male, ma che dico, neanche di accennare un buffetto ammonitore, tanto più contro una bimba,  smorzarono il tono, arrivando persino a consolarla per lo spavento che si era presa, e le donne più e meglio degli uomini.
In fondo, disse chi non temeva la bruciante verità, la bimba non era colpevole di nulla. Quel che lei raccontava era solamente ciò che loro speravano di sentirsi dire, e Fortunabella era molto brava a far passare il magone alle persone. Se c’era una qualche sua colpa era quella di essere stata troppo brava, ma tutti loro avevano bevuto con avidità il vino che lei versava senza malizia.
– Va bene, va bene, siamo stati tutti degli allocchi, ma adesso come faremo, senza casa, senza bestie, senza sementi, e senza attrezzi per lavorare?
Quello che per primo aveva deciso di aprire gli occhi ai paesani sembrava che avesse le idee chiare  – Non c’è problema, legna e buone braccia non ci mancano, le case le ricostruiremo più belle di prima; per le bestie ci procureremo vitelli, agnelli, pulcini, o quel che vi pare; sementi e attrezzi le compreremo in città.
– Ah, sì. E come? – chiese a voce alta il solito malfidante.
– Con un po’ di fortuna, quella stessa che gli altri valligiani ci invidiano.
In buona sostanza la bimba avrebbe finalmente fatto onore al suo nome. In paese lei non poteva restarci più ormai, però la sua fama si era sparsa nelle vallate vicine. Le disgrazie, si sa, non mancano mai, da nessuna parte, e il paese avrebbe potuto privarsi di Fortunabella, ovviamente in cambio di un equo risarcimento, col quale avrebbero ricostruito il paese. Per certo alla bimba e ai suoi genitori sarebbero stati fatti ponti d’oro ovunque fossero andati, e avrebbero vissuto agiatamente, almeno finché avessero evitato di fermarsi a lungo nello stesso posto. Il troppo stroppia, e la fortuna non fa eccezione.
Così fecero, e, come si dice nelle favole, vissero tutti felici e contenti.
Però mi par di capire che c’è chi vorrebbe sapere il seguito, o almeno qualche dettaglio. Ebbene, siccome oggi sono di buonumore voglio accontentarvi.
Per farla breve, Fortunabella visse serenamente, giusto come i paesani avevano previsto. Poi, come è nelle cose, crebbe, divenne una ragazza e infine una donna. Smise, per ovvie ragioni, di fare la bambina consolatrice, si trovò un bel ragazzo e se lo sposò. Aveva messo da parte un bel gruzzoletto col quale comprarsi una fattoria, e lì sfornò una nidiata di marmocchi. Nonostante la sua disavventura in montagna, trasmise a tutti loro il suo strano modo di vedere le cose del mondo.
Sapete, io sono più che sicuro che anche voi avete incontrato uno o una bis-bis-bisnipote di Fortunabella. Non vi è forse mai capitato di parlare con qualche persona che, di fronte alla vostre disavventure, vuole a tutti i costi tirarvi su il morale con ipotesi assurde, improbabili, inappropriate, o con frasi del tipo “poteva andarti peggio”, oppure “non tutto il male viene per nuocere”? E quando quella comincia anche col citare catastrofi cosmiche, oppure fa cadere sulla sua testa tutte le calamità del mondo, dalle piaghe d’Egitto alle maledizioni dei faraoni, solamente per ridurre la vostra disgrazia allo stato di trascurabile bagatella, dico, non vi è forse venuta voglia, come minimo, di ucciderla? Beh, non fatelo, non è colpa sua, è fatta così, come Fortunabella.

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