Ode a Mirella

O voi che fate acquisti nei centri commerciali,
o voi che andate al negozio sotto casa,
o voi che frequentate i mercatini rionali,
o voi che andate cercando le svendite di fine stagione,
o voi che passate ore sui siti internet,
voi non sapete che c’è Mirella, non sapete chi è Mirella, non sapete cos’è Mirella, non sapete com’è Mirella, non sapete dov’è Mirella.
Sono più di vent’anni che sento parlare di lei, però ogni descrizione, ogni commento, ogni credito, nulla dipanava del mistero, anzi altro non era che l’ennesima tessera di un puzzle dal disegno sibillino.
Era ora che vedessi, che sapessi, e che, forse, comprendessi.
Come disse Giulio Cesare, veni vidi vici.
E ora vi racconto, o almeno ci provo.
Mirella non è una persona, Mirella non è un luogo, Mirella non è una struttura. Mirella è un’esperienza sinestetica.
Immaginatevi un edificio anonimo, a due piani, il primo quasi senza finestre, ma con dei portoni quanto mai semplici. La soglia di questi ultimi non si trova a filo marciapiede, bensì stanno a un’ottantina di centimetri più in alto, e perché? Ve lo dico io, perché quello era un tempo un magazzino portuale. Le merci che stavano all’interno venivano caricate, a mano, su dei carretti, e perciò il pianale di quelli doveva trovarsi alla stessa altezza del pavimento del magazzino.
Inquadrato l’esterno, ci avviamo verso una scaletta di cemento che consente l’accesso a uno di questi portoni a tutto sesto, e nel farlo mi è impossibile scacciare dalla mente un’immagine assai bizzarra, anche se estremamente naturale.
Chi abita fuori città, oppure ama le gite in campagna, avrà forse avuto la possibilità di osservare un alveare, o un formicaio, notando come gli insetti si accalchino nei pressi del varco di accesso, ma che, nonostante il loro numero, come riescano a entrare e a uscire senza darsi troppo fastidio. L’essere umano, di gran lunga più in alto nella scala evolutiva, riesce invece a ottenere code chilometriche di autoveicoli fermi quando viene semplicemente a mancare una sola corsia in autostrada.
Bando alla facile ironia, torniamo a osservare quel portone, e intanto cerchiamo di dipanarne il mistero, perché l’andirivieni di persone che entrano ed escono senza soluzione di continuità non trova una palese ragion d’essere per quell’insignificante edificio, e perché il loro numero sembrerebbe incompatibile con le dimensioni della costruzione, come se ci fossero dei sotterranei all’interno, ma, essendo noi quasi in riva al mare, ciò sarebbe irrealizzabile, o magari è stata scoperta una quarta dimensione oltre alle tre già note, però in tal caso questo sarebbe un racconto di fantascienza.
Urge indagare.
Salgo la scaletta e attraverso il portone, già aperto, perennemente aperto, cronicamente aperto. Entrando non posso evitare di notare un foglio di carta attaccato con il nastro adesivo sull’anta spalancata. Il messaggio che contiene è chiaro, essenziale, garbatamente imperativo, e, nella sostanza, degnamente beckettiano, in quanto recita così: si prega di chiudere la porta. Per amor di precisione, confesso di non aver riportato le esatte parole del testo, giacché era redatto in sloveno, però potete fidarvi della mia traduzione.
Chi ha appiccicato quel cartello non si è reso conto di quali rischi avrebbe corso se l’ordine non fosse stato bellamente disatteso, o magari ha fatto affidamento sulla colpevole incuranza della gente nei riguardi di un avviso, augurandosi proprio che la porta non venga mai chiusa. Se invece le persone si fossero comportate conseguentemente a quel cartello, sarebbe stato inevitabile un quotidiano collasso delle cerniere e della maniglia, e pazienza se quest’ultima cedeva con la porta spalancata, ma non oso nemmeno immaginare cosa sarebbe potuto succedere se la porta fosse rimasta ostinatamente chiusa, con una massa di persone che strillava per poter uscire e una equivalente che dava in escandescenze per entrare prima dell’orario di chiusura.
Oltrepassata la soglia, apertasi la folla come le acque del Mar Rosso dinnanzi a Mosè, non riesco nemmeno a fare un paio di passi senza trovarmi la strada sbarrata da una fila compatta di magliette con vivaci disegni rossi. Eccomi bloccato come la cavalleria russa a Balaklava davanti al 93º Reggimento di fanteria Highlander.
Mi guardo attorno. A destra il passaggio tra gli stender è quasi del tutto occupato da un gruppo di giovani donne che stanno tramenando dei vestiti fiorati con spalline. Se li appoggiano al seno, si osservano l’un l’altra, si consigliano, ridono, scuotono il capo, mettono via, riprovano quello di prima, se li passano si mano, e così via.
A sinistra la via sembra sgombra almeno per tre o quattro metri, perché su un lato c’è il bancone per il ritiro degli acquisti, ma gli espositori immediatamente adiacenti non riescono a nascondere una situazione altrettanto caotica.
Dietro a me riesco ancora a scorgere l’arco che sormonta l’ingresso, ma questo mi sembra un’immagine creata dalla stessa Fata Morgana che illuse quel re barbaro fino a farlo annegare tra Scilla e Cariddi: praticamente irraggiungibile. Mi rassicura la consapevolezza che prima di chiudere dovrebbero buttarci fuori tutti, me compreso quindi, o almeno così spero.
Intanto che sono imbottigliato tra una falange di giubbini corti e un plotone di abitini da sera simileleganti, getto un’occhiata in giro per misurare l’ambiente. Gli stender sono alti circa un metro e mezzo, per cui mi pare di stare in un campo di erba altissima, o immerso in un variopinto mare dal quale spuntano qua e là le teste di altri naufraghi.
A occhio saranno una ventina di metri su un lato e una trentina sull’altro, però i prodotti sono sistemati in maniera molto furba, oserei dire diabolica, quasi un gioco di prestigio, e pare che ce ne siano talmente tanti da riempire un ettaro di superficie coperta. Tutti gli espositori sono caricati fitti fitti di grucce, ognuna col suo bel capo d’abbigliamento di colore e taglia esattamente uguali a quelli adiacenti, e questo genera una sensazione di sovrabbondanza che invita a cercare, curiosare, esplorare, con la subliminale certezza che, prima o poi, scoveremo qualcosa che fa sicuramente al caso nostro.
L’effetto in questo caso è duplice, ossia ci si trova a insistere nella ricerca dell’ago in un pagliaio, e dopo tutto quel voltare e rivoltare, distratti da forme, colori, sconti e offerte, è inevitabile l’oblio che porta a dimenticare cosa si è venuti a fare, per cui l’ago non lo troveremmo più neanche se ci sedessimo sopra.
Niente manichini, niente poster di famosi stilisti, rarissimi gli specchi, tutto è ridotto all’essenziale, e tutto è mescolato in ranghi compatti che formano un angusto labirinto nel quale è impossibile muoversi con la speditezza che il disinteresse imporrebbe. C’è ben poco da fare, volenti o nolenti si è costretti a procedere a rilento, attendendo i comodi di chi ci precede, o cedendo il passo a chi ci viene incontro, e in questo caso sembra proprio che ci sia capitato di incocciare in un’intera comitiva di perditempo. Se non avete la certezza di possedere la stessa flemma di un suddito di Sua Maestà Britannica, è meglio non tentare la sorte, a meno che non sia vostra la ferma intenzione dare scandalo uscendo con affermazioni inappropriate e inconsulte.
In ogni caso una scappata da Mirella è un’esperienza che toglie il fiato, letteralmente, ossia l’affollamento è tale che, complici l’innalzamento del tasso di umidità e del valore di temperatura, l’impressione è quella di essere entrati in una pentola a pressione nella quale sta bollendo una minestra, e voi siete uno degli ingredienti in corso di cottura, assieme all’umanità varia che vi circonda da ogni lato.
Proprio quest’ultima è, almeno per me, la prospettiva più interessante, con tutti i suoi aspetti bizzarri e le sue contraddizioni. Come non sorridere alla vista di una donna velatissima che va provando, da fuori, un reggiseno sexy? Come non paragonare all’arte contemporanea un fitto dialogo lunare tra una donna rumena e una croata attorno a un capo in offerta? Come non stupirsi di quanta strada sia disposta a fare una donna pur di trovare, o illudersi di aver trovato, ciò che aveva cercato per anni? Come non guardare con simpatia, e anche compassione, tutte queste persone che arrivano da lontano, ferme nella loro volontà di sembrare più ricche, magari rinunciando alla ricchezza della loro cultura?
È un bailamme di lingue e dialetti, ma non solo, anche di colori e di abbigliamenti particolari, ma non solo, anche di profumi troppo dolci e troppo floreali, ma non solo, anche di graveolenti odori di sudore, di piedi, di aglio, dipende dalla lunghezza del viaggio, dalla potenza del deodorante e dalla pesantezza della dieta.
Su tutto sovrasta la consapevolezza di trovarsi in un universo femminile. Gli uomini, attempati mariti in genere, sono pochi e spaesati. I più fungono da appendiabiti per la moglie, e supportano con pazienza giacche e borsette. Se ne stanno lì, mogi o annoiati a seconda del carattere, in qualche punto del negozio dove possano venire facilmente rintracciati dalla consorte, e ogni tanto, come cagnolini tristi, quelli buttano uno sguardo speranzoso in direzione dell’uscita, o almeno in quella che loro pensano si trovi l’uscita, dato che non è più in vista da un bel pezzo.
Per inciso, tutti i capi di abbigliamento maschile, per lo più magliette sportive e indumenti da lavoro, sono confinati in un angolino irrilevante, quasi un atto di presenza, il che la dice lunga sulla politica commerciale del negozio e sul target che si è prefissato.
Vi chiederete cosa porti tutta questa babele di donne da Mirella, quale sia il miele che le attira in maniera irresistibile, obbligandole a un disagevole viaggio per ottenere qualche ora di ebbrezza consumistica.
Ve lo dico io: i prezzi.
Adesso, in estate, potreste dover girare anche mezza giornata prima di trovare qualcosa da indossare che costi più di dieci Euro. La media si aggira sui cinque o sei Euro, e anche se l’aspetto estetico in qualche raro caso lascia abbastanza a desiderare, non ci sono grandissime differenze con le merci esposte nelle vetrine blasonate del centro, nelle quali capita troppo spesso di non riuscire nemmeno a sopportare la vista di capi creati da stilisti evidentemente daltonici o affetti da grave astigmatismo.
Se poi avete ricevuto in dote una buona memoria visiva, dopo una capatina da Mirella potrebbe capitarvi di ritrovare gli stessi prodotti in altri negozi, ma con un prezzo lievitato di quattro volte come minimo, e pure spacciati per offerta speciale superscontata.
Lo so, è bello girare per il centro commerciale, coccolati dall’aria condizionata e cullati da una gradevole (a seconda dei gusti, non i miei) musica di sottofondo, ci si compiace del proprio senso estetico contemplando una vetrina addobbata con eleganza, ci garba sentirsi lisciare il pelo da una commessa servizievole, è bello girovagare con aria di sufficienza tra le bancarelle di un mercatino, ma niente è paragonabile all’emozione forte, addirittura eccessiva per certi versi, che offre Mirella.
In buona sostanza si tratta di un bazar, l’ultimo superstite di quel fondaco multietnico che era Trieste ai tempi della defunta, e poi brevemente risorto, ma con estremo provincialismo e colpevole miopia commerciale, grazie alla provvisoria clientela proveniente dalla Jugoslavia titina.
Mirella è più di un caotico negozio di abbigliamento; è umana come sa essere la vanità, e artificiosa come può essere ciò che è in grado di saziarla, almeno per un breve attimo; è una terra di nessuno e di tutti, di nessuno al di sopra di un altro e di tutti quelli che ne accettano le regole; è un gioco nel quale sempre si vince, anche se il premio potrebbe risultare di infimo valore; è l’inferno dei dannati a comprare, e il paradiso di chi sa cercare con acume; è un irresistibile centro di gravità dove precipita chi desidera ciò che non gli è concesso altrove, e dal quale si diffonde in tutte le direzioni un’aura di leggenda di cui ogni cliente può vantare delle reliquie, di cotone, di lino, di poliestere, di nonsisa, ma tutte, ça va sans dire, rigorosamente non griffate. E tanto basta.

Immagine ricavata dalla pagina Facebook di Mirella

.

.

Annunci

TAK

La situazione è minima: un vicolo di una ventina di metri, poco più di un androne a cielo aperto tra pareti di malte più vecchie che antiche, in fondo un ingresso che fu patrizio disegnato da un largo portone ad arco, due ampie finestre al piano nobile che soffrono dell’angustia di spazio, due sorelle minori di sopra a dar luce a vani appena appena abitabili sotto al tetto di tegole smosse, tre tavolini di legno ingrigito dalla vita all’aperto con la compagnia di alcune sedie altrettanto provate, e io su una di quelle, vecchiume sul vecchiume, ma con una fresca Pale Ale per scacciare i fantasmi che mi circondano.
La luce arriva di sghimbescio, e per un effetto speciale accende quella nuda scenografia degna di una corte dei miracoli. Il vicoletto si apre su una calle che il viavai di turisti illude di essere veneziana, il masegno lucido e la crepata arenaria raccontano degli infiniti passi che hanno dovuto sopportare, frettolosi, incerti, cadenzati, strascicati, ondivaghi come se la pietra fosse mare, e ogni tanto uno di quei metronomi umani si arresta, si accorge del vicolo, lo studia un po’, incerto sulla realtà di ciò che vede e sulla sua capacità di interpretarla, e poi caccia fuori una macchina fotografica.
Ecco, il gioco è fatto, in pochi secondi io sono stato catturato assieme a tutto il resto, il pesce sbagliato nella paranza digitale, l’essere antistorico e casuale in un palcoscenico senza una storia degna di questo nome, ma tant’è.
Latini, asiatici, teutonici, slavi, senza distinzione di censo e di pigmentazione cutanea, vedono e, quasi senza volontà propria, tentano di imprigionare in un ammennicolo elettronico quella suggerita fantasia, illudendosi di poterla rivedere una volta lontani. La ragione è che niente ci attira di più di quel che ci sfugge, e a loro sfugge la cosa più importante di tutte, il momento che solamente io sto vivendo.
La mattinata è, dopo una settimana di cielo lacrimoso, finalmente godibile; la mia birra è fresca e profumata, sa di fiori, e regala al palato aromi di arance amare e frutti della passione; niente e nessuno mi dà il tormento, almeno finché tengo questo Graal in mano, né il tempo, né pedestri impegni, né suggestioni ipocondriache, né rimpianti, e nemmeno un’idea di futuro. Solamente di una cosa sono consapevole, la netta percezione di vivere un miracolo, quello di poter esser lì in quel momento e in tale stato d’animo, soggetto e oggetto di quel vicolo e dell’universo, particella fugace come un’effimera, ma incisiva come una zanzara estiva di notte.
Può venir fotografato tutto questo? Ne dubito. Magari un’anima suggestionabile potrebbe ricavarne un quadro, anche se, nonostante le buone intenzioni, il dipinto difficilmente verrebbe compreso.
Io intanto bevo e lascio fare, mi godo il mio attimo di eternità, quando a Linz, a Oradea, a Brighton, a Gand, a Providence, a Busan, guarderanno una foto scattata durante le ferie e io sarò con loro a gustarmi quella birra ancora una volta e per sempre.

.

.

I mercanti di Venezia

Diciamoci la verità, pagare scoccia un po’ a tutti, anche quando si tratta di cifre modeste che non ci manderebbero in rovina.
È di questi giorni la notizia che, dal mese di maggio, per entrare a Venezia sarà necessario pagare una sorta di biglietto di ingresso, e a tal riguardo ho avuto modo di registrare un ampio panorama di commenti, generalmente critici. Si va da coloro che definiscono tale decisione come un balzello, richiamandosi alla gabella di 1 fiorino del noto film “Non ci resta che piangere”, fino al versante opposto che ritiene la cifra richiesta fin troppo modesta, e perciò inutile allo scopo.
Prima di schierarsi sarebbe buona cosa avere almeno un’idea di quale sia lo “scopo”, ossia dove si vorrebbe andare a parare; da quel che si è riusciti a capire l’intenzione primaria è quella di colpire il turista “mordi e fuggi”, il turista che scende a Venezia per una sola giornata o anche meno.
Secondo gli amministratori locali il prezzo del biglietto (che potrà variare dai 6 ai 10 Euro a seconda del numero previsto di ingressi) dovrebbe scoraggiare il turista “autogestito”, ossia quella figura invasiva che consuma il masegno, ma che non consuma nei locali pubblici della città lagunare.
Appurata l’intenzione “mercantile” di tale politica mi permetto di nutrire più qualche dubbio sulla sua reale efficacia.
Vero è che la stragrande maggioranza dei visitatori di Venezia si ferma in città per una visita a volo d’uccello, o in occasione di qualche importante esposizione museale, ma se poi decide di ripartire in serata non lo fa per una particolare disaffezione, bensì perché il pernottare per un fine settimana a Venezia potrebbe comportare dei costi non esattamente “popolari”.
Per capire quanto peso avrà tale biglietto sulla scelta se visitare o no Venezia servirebbe mettersi nei panni del possibile turista, e per farlo cercate di seguirmi, con un po’ di fantasia, in questo ragionamento. Io non ho idea di quali possano essere le località o i monumenti che voi vorreste visitare più di ogni altra cosa, le piramidi, il Grand Canyon, la muraglia cinese, Machu Picchu, il Partenone, New York, la Polinesia, non importa, però sono certo che per la massima parte di voi si tratti di eventualità più che rare, direi uniche, e che se vi si presentasse la possibilità di andarci non fareste troppi i difficili per una decina di Euro di differenza. Parimenti per il grosso dei turisti che arrivano a Venezia, specialmente se stranieri, si tratta di un incontro eccezionale, sognato, mitizzato, arrivo a definirlo feticistico, dato che la storica città è stata, è, e ancora sarà scenario e protagonista di eventi mediatici che hanno fortemente colpito l’immaginario popolare.
Per queste persone che hanno speso centinaia, forse migliaia di euro per vedere (e toccare) “una volta nella vita” la Venezia dei loro sogni, quei pochi euro in più sarebbero molto meno fastidiosi delle inevitabili zanzare estive.
Allora che si fa, accesso libero come adesso oppure una tassa di ingresso fortemente selettiva?
Non saprei.
La situazione attuale è insostenibile. Ci sono momenti nella giornata durante i quali le calli attorno a Rialto sono letteralmente ostruite dalla massa di corpi vocianti, altre invece che si riducono a una sorta di suk dove Venezia, o quel che ne resta, viene smerciata un tanto al chilo. Quella massa di poveracci che si spingono, si intralciano, si accalcano, cosa mai potranno capire di quanto hanno attorno a sé?
All’opposto avremmo una presenza elitaria di visitatori, ovvero una sommaria selezione tra chi può e chi non può, il che farebbe di certo calare la pressione antropica sulla città, ma la trasformerebbe in un parco a tema per soli benestanti. Venezia perderebbe la sua secolare anima di accoglienza liberale verso tutti, aristocratici e plebei, papisti ed eretici, amici e nemici, terricoli e marinai, artisti e trafficanti, sognatori e disperati, per diventare una vecchia cortigiana imbellettata o, se preferite, una puttana d’alto bordo.
Quindi?
Quindi niente.
I turisti “mordi e fuggi” continueranno a illudersi di aver visto Venezia, magari brontolando un po’ per l’odioso balzello, e faranno finta di non accorgersi che quanto hanno dovuto pagare è assai meno di ciò che devono sborsare per il vaporetto, o per una gondola, o per qualche momento di ristoro in una suggestiva piazzetta.
Potrebbe sembrare che io sia contrario a questa tassa di ingresso, ma non è così. Più volte negli anni passati ho espresso l’auspicio che Venezia venisse considerata un museo a cielo aperto, e che come tale venisse trattata e mantenuta.
Ecco, siamo arrivati al nocciolo della questione: la manutenzione.
I veneziani lo sanno bene, la città si sta lentamente svuotando. Troppo cara la vita, troppa attenzione verso il profitto, troppo assente l’amministrazione, troppo costosi i lavori di restauro, troppe pastoie burocratiche, e se ci si trova ad abitare lontano dai percorsi turistici si deve far da sé quando l’acqua e la salsedine aggrediscono i vecchi edifici lungo i canali. Chi non ce la fa, oppure ha un lavoro sulla terraferma, preferisce vendere tutto e andarsene piuttosto che impelagarsi con restauri il cui esito si profila incerto, dipendente da limitate risorse e dalle ubbie di qualche zelante funzionario in carriera.
Quanto vorrei che una consistente parte del ricavato della tassa di ingresso andasse in un fondo destinato al sostegno della manutenzione ordinaria e straordinaria di edifici “invisibili” al turista medio, ma “vitali” per i veneziani che non dispongono dei sufficienti mezzi economici e di tutte le competenze tecnico-storiche per eseguire dei lavori, in questo caso come non mai, “a regola d’arte”.
E già che ho citato l’arte, torno al concetto di museo a cielo aperto.
Per entrare in un museo si paga un biglietto il cui prezzo varia in funzione della qualità e della rarità di quanto vi viene esposto, ma che sia un piccolo museo comunale oppure la Galleria degli Uffizi, a tutti viene richiesto implicitamente di mantenere un comportamento consono all’ambiente. Se andate a Parigi per divertirvi non potete pretendere di andare a far casino al Louvre, per voi sarebbe più adatta Disneyland, oppure qualche caratteristica brasserie del Quartiere Latino.
Lo stesso dovrebbe valere per Venezia.
In questo blog ho inserito alcune suggestive immagini di una notte di capodanno interamente trascorsa a Venezia passeggiando per le calli, ma andando per bacari, di ombra in ombra, sono capitato anche in zona San Marco. Era un macello. A parte la gente che, pur non essendo ubriaca, si lasciava andare alla sguaiataggini più assurde, si camminava su un greto di cocci di vetro, cartacce, bicchieri di plastica e avanzi di cibo. Sarò scemo io, ma ancora oggi non riesco a comprendere il senso di arrivare fino a Venezia per fare quel casino che si può fare comodamente a casa propria. In buona sostanza ne ho dedotto che si tratta dello stesso approccio di chi si diverte a deturpare i monumenti con scritte o sfregi.
Mi chiedo allora se un biglietto d’ingresso possa essere un deterrente efficace contro l’arrivo di tali acefali. Suppongo di no, perciò si ritorna alla solita conclusione, ossia che parte dei nostri problemi non derivi da una mancanza di soldi, bensì da una mancanza di cultura.
Eccola qui la tanto magnificata, auspicata, celebrata, esaltata, santificata cultura, quella stessa che ci permette il vanto di ben 54 siti definiti dall’UNESCO “patrimoni dell’umanità”, quella stessa che ci fa detenere (ma non sempre esporre) il panorama artistico più grande al mondo (soprattutto per estensione temporale), quella stessa che offre ai visitatori provenienti da tutto il globo terracqueo una miriade di borghi storici e tante città d’arte, quella stessa che possiamo ascoltare in una sala da concerto, ma anche alla radio, quella stessa che ha fatto innamorare Goethe, Stendhal, Hemingway, tanto per fare dei nomi, quella stessa che dovremmo difendere con le unghie e con i denti dal pressapochismo montante, dalla monetizzazione uber alles, dall’incuria indifferente e dall’idea di un paese cartolina da spacciare in ogni agenzia turistica.
Lo so che rischio di essere tacciato di fondamentalismo, ma dato che dal 2022 per entrare a Venezia sarà necessaria la prenotazione, mi augurerei che essa fosse nominativa, e che per i buzzurri, qualsiasi cifra essi possiedano in banca o in tasca, sia emessa una sorta di DASPO.
Più realisticamente mi accontenterei di un dettagliato opuscolo (in)formativo, nel quale OGNI visitatore, leggesse ciò che può fare e ciò che non dovrebbe fare, suggerimenti più che regole, istruzioni per l’uso onde evitare l’abuso, come farebbe un veneziano accompagnando l’ospite che arriva da lontano, orgoglioso di ogni monumento, ogni edificio, ogni calle, ogni scalino, ma geloso della sua integrità, morale prima ancora che materiale.
Perché di Venezia ce n’è una, una soltanto, e una deve restare. Soprattutto deve restare.

.

.

Visibili trasparenze

E fuori piove continuamente e non vuole smettere. A me importa poco, io sto all’asciutto, mi vergogno soltanto di prendere l’abbondante colazione davanti all’imbianchino che proprio in questo momento sta sull’armatura sospesa davanti alle mie finestre e, furibondo per la pioggia che un po’ ha smesso e per la quantità di burro che stendo sul pane, spruzza i vetri senza che ve ne sia bisogno, e anche questa è soltanto fantasia e probabilmente egli si cura di me mille volte meno che io di lui. Adesso però lavora davvero sotto la pioggia torrenziale e nella tempesta.

Badate, non è farina del mio sacco. Si tratta di alcune frasi tratte da una lettera che Franz Kafka scrisse a Milena Jesenská durante un piovoso giovedì.
Ne ho sentito parlare nel corso di una dotta disquisizione sull’opera dello scrittore praghese, e sono rimasto colpito da come egli confessi il suo (immotivato) disagio per il solo fatto di stare al coperto, davanti a un’abbondante colazione, mentre fuori un poveraccio si trova a lottare contro gli elementi sociali e gli elementi della natura. A voler leggere oltre al testo si potrebbe percepire la vergogna di Kafka, quella causata dalla consapevolezza del godere di un immeritato privilegio quando ci si confronta con la vittima di quell’imbroglio.
Per separare lo scrittore e l’imbianchino non bastano le diversità culturali, nemmeno l’evidente sperequazione economica, e neppure il fatto che uno sia gravemente ammalato mentre il secondo magari gode di una salute di ferro, no, a separarli basta un vetro, ma essendo trasparente, esso rende insopportabile la separazione.
Per uno di quegli strani casi della vita mi trovai anch’io coinvolto in riflessioni simili, anzi, trattandosi di vetro, le definirei diffrazioni, nel senso che un dettaglio lo ha attraversato, quindi si è moltiplicato e scomposto in cento direzioni, e ancora riverbera nella mia mente.
Badate bene, non mi passa nemmeno per l’anticamera del cervello l’idea di paragonarmi a Franz Kafka, anche se, va detto, nessuno oggi riuscirebbe a scrivere anche una sola riga che possa reggere il paragone.
Ciò che mi ha impressionato è stata la coincidenza del catalizzatore, un materiale talmente comune, talmente abituale, talmente scontato da essere praticamente invisibile: il vetro.
È proprio “Vetro” si intitola un mio vecchio articolo, nel quale cercai di dare forma leggibile alle mie impressioni, e al quale, se ne avete voglia, vi rimando.

.

.

Buon Natale e Felice 1984

Avete letto bene, ho scritto proprio 1984, e adesso ve ne spiego il motivo.
In questo post ho deciso di scrivere di politica (ma in fondo non lo faccio sempre?), e, per la precisione, di quel tormentone del rapporto deficit/pil italiano con la relativa procedura di infrazione europea.
La mia opinione è che sia stata tutta una colossale e ben studiata presa in giro. Quello che ancora non so è quanto siano stati complici o vittime i “rigoristi” europei, perché se veramente ci sono cascati devono essere proprio degli allocchi di prima categoria.
Torniamo a quel famoso numero, il 1984.
Se ben ricordate si tratta del titolo di un famoso romanzo di G. Orwell, una distopia pubblicata nel 1949 nella quale si immaginava una società futura dove il rigido controllo dell’informazione consentiva di manipolare le masse, ovviamente distorcendo oppure occultando la verità.
Tutto sommato penso che Orwell abbia solamente peccato di pessimismo, in quanto a forza di depistaggi, post-verità, social e sondaggi usati come randello, controllo informatico, profilazione e tracciamento, panico e rabbia alimentati ad arte, ci stiamo avviando a passo di lemming verso quel baratro.
Lasciamo perdere e torniamo al senso dei questo post, passando però per il testo di G. Orwell. Mi sono permesso di riassumere alcuni passi del romanzo.
Un giorno sui teleschermi (obbligatori il possesso e/o la visione) apparve la notizia che la razione di cioccolato sarebbe stata ridotta da 30 a 20 grammi, anche se il Ministero dell’Abbondanza aveva poco tempo prima preso il categorico impegno che nel corso del 1984 non ci sarebbe stata nessuna riduzione nel razionamento del cioccolato.
Il giorno dopo, sugli stessi teleschermi, passavano le notizie delle grandi manifestazioni di ringraziamento verso il Grande Fratello per aver aumentato la razione di cioccolato a 20 grammi.
Winston, il protagonista, rimase basito dal fatto che tutti si erano dimenticati che appena ventiquattr’ore prima era stata data la stessa notizia, ma nel senso di un calo della razione settimanale.
Vi chiederete che c’entra tutto ciò con le nostre faccende. È presto detto.
Gli accordi presi con l’Europa dai governi precedenti comprendevano un rapporto deficit/pil al 1,4%, e per qualche mese il governo, nella persona del ministro Tria, continuò a rassicurare i suoi interlocutori, magari suggerendo che si sarebbe potuti arrivare al 1,6%, questo fino alla bomba lanciata in settembre da Di Maio e Salvini, i quali annunciavano la decisione governativa di portare il rapporto deficit/pil al 2,4%
Apriti cielo!
Da tutte le direzioni cominciarono a piovere scomuniche, ammonimenti, anatemi, intimidazioni, condanne, reprimende, e chi più ne ha più ne metta.
Da quanto sono riuscito a capire, all’opposizione, contraria com’è ovvio alle decisioni governative, stavano a cuore i risparmi degli italiani. Un vero peccato che con le politiche condotte fino a quel momento i risparmiatori fossero al palo, ma solamente quelli ai quali le cose erano andate bene, mentre gli altri risparmiatori, quelli che si erano affidati a MPS, alle banche venete, alle banche toscane, alla Coop, erano alla canna del gas in quanto i loro risparmi si erano volatilizzati grazie anche alla colpevole disattenzione di chi si stava scandalizzando per le scelte del governo attuale.
Passiamo avanti.
Da quel settembre abbiamo assistito a un dialogo tra sordi. Per quasi tre mesi si sono detti di tutto: incoscienti, dementi, ubriachi, truffatori, impotenti, bugiardi, disonesti, ciechi, ricattatori, incapaci, affamatori, e altro ancora, sempre stringendosi la mano e sorridendo in favore dei fotografi.
E oggi? Ah, oggi tutti contenti perché si sono accordati per un rapporto deficit/pil al 2,04%.
I “rigoristi” europei cantano vittoria per aver riportato l’Italia a più miti consigli, ma dimenticano, o preferiscono far dimenticare, che il rapporto deficit/pil italiano non calerà dal 2,4% al 2,04%, bensì aumenterà dal 1,4% al 2,04%.
Esempio esplicativo. Immaginate di voler comprare qualcosa e di accordarvi col venditore per un prezzo di 1400€, e poi, quando state per pagare, quello vi chiede 2400€, direi che sarebbe un’assai sgradevole sorpresa. Ma se infine, dopo un tira e molla, lui vi dice è in giornata buona e che vi fa uno sconto per cui ciò che state comprando ve lo fa a “solamente” 2040€, lo definireste un buon affare del quale andare soddisfatti? Io direi di no.
Beh, invece proprio questo hanno fatto i cervelloni europei, non so se ubriachi, sciocchi o in malafede.
Il buon affare invece lo fanno Di Maio e Salvini, i quali, oltre a portare a casa il macinato, ossia la sostanza delle loro riforme di bandiera, faranno scattare i provvedimenti a marzo, giusto un paio di mesi prima delle elezioni europee. Immagino che in campagna elettorale “Reddito di cittadinanza” e “Quota 100” saranno il loro cavallo di battaglia, giacché potranno vantarsi di aver mantenuto le promesse elettorali, di essere i soli che sono riusciti a farlo pur avendo tutti contro, l’Europa, le banche, i poteri forti, i poteri deboli (PD), la stampa di regime, le manine, la massoneria, le plutocrazie, Scientology e il Movimento raeliano, e parleranno di cose fresche, appena avvenute, fatto molto importante in quanto, Orwell insegna, la “gente” è di memoria volatile.
Per mantenere quelle promesse è ovvio che saranno costretti a tradire quelle appena fatte ai “rigoristi” europei sforando quella fatidica soglia, ma anche in quel caso non c’è nulla di cui preoccuparsi (almeno per loro). A maggio si vota, e la mentalità della nuova dirigenza economica europea potrebbe essere più affine alle idee dei nostri due eroi, i quali contano sul fatto che l’austerità abbia stufato la maggioranza degli elettori del continente, e che gli occhiuti paladini dell’ordine economico dovranno trovare altri lidi dove applicare le loro commendevoli capacità contabili, o, per dirla alla Salvini, si leveranno dalle palle.
Morale della favola: passata la festa, gabbato lo Santo.

.

.

Canaglie

Immagine da: blogs.scientificamerican.com

Cos’è uno stato canaglia?
Se andiamo a fare un ricerca in rete se ne ricava che si tratta di uno stato la cui forma di governo ha aspetti autoritari, opera in violazione dei diritti umani, attenta, talvolta in maniera evidente e talvolta con mezzi subdoli, alla stabilità di paesi considerati “nemici”, detiene e ostenta sistemi in grado di provocare distruzioni di massa.
Detto ciò, provate a fare un elenco di stati simili, e suppongo che vi verranno in mente i soliti nomi, presenti e passati.
Forse non tutti si rendono conto di quante vittime, anche italiane, stia provocando il più potente stato canaglia del mondo: gli USA.
È innegabile che con Donald abbia fatto la comparsa una deriva autoritaria nella conduzione di governo. Che ciò sia dovuto al carattere, a una scelta politica, all’alzheimer ha poca importanza. Così è.
I diritti umani sono garantiti di nome, non di fatto, né per gli strati sociali più poveri del paese e men che meno per le popolazioni di stati autoritari “amici” degli USA.
Sempre nell’ottica di misurare tutto secondo la loro convenienza economica, gli USA hanno diviso il mondo in due categorie, quelli che fanno comodo e quelli che non fanno comodo, cercando in tutti i modi, leciti e soprattutto illeciti, di rovesciare i regimi di quelle nazioni “scomode”, e questo a prescindere dal loro stato di democraticità.
Quanto alle armi di distruzione di massa, immagino che l’arsenale nucleare sia al primo posto dei vostri pensieri. Però in tutte le nazioni che dispongono di tali armi
è diffusa una decisa riluttanza a farne uso, essendo ben consapevoli di quali sarebbero le conseguenze.
Da qualche tempo però si profila all’orizzonte, anzi direi che è già sopra le nostre teste, un altro sistema per sterminarci, e gli USA hanno deciso di premere il fatale bottone per la distruzione di massa. Si chiama riscaldamento globale del pianeta.
Anche se molte nazioni concorrono più o meno consapevolmente a questa tragedia planetaria, gli USA sono gli unici che se ne fanno un vanto, e si divertono a ridicolizzare i ripetuti allarmi degli scienziati, negando persino l’evidenza.
“Bisogna smetterla con questa costosissima cagata del riscaldamento globale”, questo è il concetto espresso più volte da Donald, e il dramma è che molti, troppi, americani prestano fede a quelle parole demenziali, ignorando che si tratta di una politica di bassissimo livello per favorire la grande industria americana, deus ex machina della nazione.
Badate, non è solamente l’innalzamento del livello del mare che deve preoccupare, bensì è lo sconvolgimento degli eventi climatici a fare i maggiori danni. Ne abbiamo avuto appena un assaggio quest’anno, e sarà sempre peggio.
Lo scioglimento dei ghiacci del polo Nord sta addolcendo le acque dell’Oceano Atlantico settentrionale, il che potrebbe far scomparire la Corrente del Golfo, con tutte le nefaste conseguenze sulle condizioni climatiche in Europa. Tanto che lo sappiate, Roma è alla stessa latitudine di Chicago, e Milano corrisponde a Montreal, in Canada, perciò dovremmo aspettarci lo stesso clima di quelle città, se non peggio ancora a causa della polarizzazione degli eventi meteorologici.
Quindi non limitatevi a maledire i fondamentalisti islamici, i suprematisti bianchi, i guerrafondai e i razzisti di ogni sorta, perché sul pennone della Casa Bianca invece della bandiera a stelle e strisce dovrebbe pendere uno straccio nero col teschio e le tibie incrociate.

.

.

E allora il PD?

Ce lo chiede l’Europa!
Appunto, ce lo chiede Lei, per il nostro bene, come farebbe una mamma.
Ci chiede di continuare a tirare la cinghia, e soprattutto ci chiede di non fare le cicale in pensione. Ragazzi, qua non ci sono più soldi per andare in pensione dopo quarant’anni di lavoro, e portate pazienza, perché se insistete a voler andare in pensione mettete in pericolo i risparmi degli italiani.
Ah, sì, ora ricordo, i risparmi degli italiani, quelli di Banca Popolare di Vicenza, di Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio, di MPS, di Banca delle Marche, di Cassa di Risparmio di Chieti, di Cassa di Risparmio di Ferrara, e dei soci COOP, sì, di quelli non ci dobbiamo preoccupare, tanto sono già sfumati, perché chi doveva vigilare sui risparmi degli italiani (gli stessi personaggi che si stracciano le vesti oggi) non hanno vigilato, e non voglio dire altro…
Dicevamo, ce lo chiede l’Europa.
Un momento, ma stiamo parlando della stessa Europa attenta ai conti, morigerata, austera, virtuosa, quella stessa che ci da lezioni di continenza?
Io non ne sarei tanto sicuro, giacché il parlamento UE a Bruxelles ha appena respinto un emendamento per riformare il trattamento pensionistico privilegiato degli eurodeputati.
Questi (dis)onorevoli, al raggiungimento della veneranda età di 63 anni (e non 67 come da noi) si portano a casa un assegno mensile per il quale non hanno mai versato un euro di contributi.
Ma, dico, questi non ci pensano ai risparmi degli italiani?
E allora il PD?
Di certo non c’hanno pensato gli eurodeputati targati PD Bresso, Chinnici, Costa, Cozzolino, De Castro, De Monte, Gentile, Giuffrida, Morgano, Panzeri, Paolucci, Picierno, Sassoli, Viotti, Zanonato, i quali hanno votato per respingere l’emendamento e per mantenere i privilegi.
Come se questa fosse una novità…

.

.