I mercanti di Venezia

Diciamoci la verità, pagare scoccia un po’ a tutti, anche quando si tratta di cifre modeste che non ci manderebbero in rovina.
È di questi giorni la notizia che, dal mese di maggio, per entrare a Venezia sarà necessario pagare una sorta di biglietto di ingresso, e a tal riguardo ho avuto modo di registrare un ampio panorama di commenti, generalmente critici. Si va da coloro che definiscono tale decisione come un balzello, richiamandosi alla gabella di 1 fiorino del noto film “Non ci resta che piangere”, fino al versante opposto che ritiene la cifra richiesta fin troppo modesta, e perciò inutile allo scopo.
Prima di schierarsi sarebbe buona cosa avere almeno un’idea di quale sia lo “scopo”, ossia dove si vorrebbe andare a parare; da quel che si è riusciti a capire l’intenzione primaria è quella di colpire il turista “mordi e fuggi”, il turista che scende a Venezia per una sola giornata o anche meno.
Secondo gli amministratori locali il prezzo del biglietto (che potrà variare dai 6 ai 10 Euro a seconda del numero previsto di ingressi) dovrebbe scoraggiare il turista “autogestito”, ossia quella figura invasiva che consuma il masegno, ma che non consuma nei locali pubblici della città lagunare.
Appurata l’intenzione “mercantile” di tale politica mi permetto di nutrire più qualche dubbio sulla sua reale efficacia.
Vero è che la stragrande maggioranza dei visitatori di Venezia si ferma in città per una visita a volo d’uccello, o in occasione di qualche importante esposizione museale, ma se poi decide di ripartire in serata non lo fa per una particolare disaffezione, bensì perché il pernottare per un fine settimana a Venezia potrebbe comportare dei costi non esattamente “popolari”.
Per capire quanto peso avrà tale biglietto sulla scelta se visitare o no Venezia servirebbe mettersi nei panni del possibile turista, e per farlo cercate di seguirmi, con un po’ di fantasia, in questo ragionamento. Io non ho idea di quali possano essere le località o i monumenti che voi vorreste visitare più di ogni altra cosa, le piramidi, il Grand Canyon, la muraglia cinese, Machu Picchu, il Partenone, New York, la Polinesia, non importa, però sono certo che per la massima parte di voi si tratti di eventualità più che rare, direi uniche, e che se vi si presentasse la possibilità di andarci non fareste troppi i difficili per una decina di Euro di differenza. Parimenti per il grosso dei turisti che arrivano a Venezia, specialmente se stranieri, si tratta di un incontro eccezionale, sognato, mitizzato, arrivo a definirlo feticistico, dato che la storica città è stata, è, e ancora sarà scenario e protagonista di eventi mediatici che hanno fortemente colpito l’immaginario popolare.
Per queste persone che hanno speso centinaia, forse migliaia di euro per vedere (e toccare) “una volta nella vita” la Venezia dei loro sogni, quei pochi euro in più sarebbero molto meno fastidiosi delle inevitabili zanzare estive.
Allora che si fa, accesso libero come adesso oppure una tassa di ingresso fortemente selettiva?
Non saprei.
La situazione attuale è insostenibile. Ci sono momenti nella giornata durante i quali le calli attorno a Rialto sono letteralmente ostruite dalla massa di corpi vocianti, altre invece che si riducono a una sorta di suk dove Venezia, o quel che ne resta, viene smerciata un tanto al chilo. Quella massa di poveracci che si spingono, si intralciano, si accalcano, cosa mai potranno capire di quanto hanno attorno a sé?
All’opposto avremmo una presenza elitaria di visitatori, ovvero una sommaria selezione tra chi può e chi non può, il che farebbe di certo calare la pressione antropica sulla città, ma la trasformerebbe in un parco a tema per soli benestanti. Venezia perderebbe la sua secolare anima di accoglienza liberale verso tutti, aristocratici e plebei, papisti ed eretici, amici e nemici, terricoli e marinai, artisti e trafficanti, sognatori e disperati, per diventare una vecchia cortigiana imbellettata o, se preferite, una puttana d’alto bordo.
Quindi?
Quindi niente.
I turisti “mordi e fuggi” continueranno a illudersi di aver visto Venezia, magari brontolando un po’ per l’odioso balzello, e faranno finta di non accorgersi che quanto hanno dovuto pagare è assai meno di ciò che devono sborsare per il vaporetto, o per una gondola, o per qualche momento di ristoro in una suggestiva piazzetta.
Potrebbe sembrare che io sia contrario a questa tassa di ingresso, ma non è così. Più volte negli anni passati ho espresso l’auspicio che Venezia venisse considerata un museo a cielo aperto, e che come tale venisse trattata e mantenuta.
Ecco, siamo arrivati al nocciolo della questione: la manutenzione.
I veneziani lo sanno bene, la città si sta lentamente svuotando. Troppo cara la vita, troppa attenzione verso il profitto, troppo assente l’amministrazione, troppo costosi i lavori di restauro, troppe pastoie burocratiche, e se ci si trova ad abitare lontano dai percorsi turistici si deve far da sé quando l’acqua e la salsedine aggrediscono i vecchi edifici lungo i canali. Chi non ce la fa, oppure ha un lavoro sulla terraferma, preferisce vendere tutto e andarsene piuttosto che impelagarsi con restauri il cui esito si profila incerto, dipendente da limitate risorse e dalle ubbie di qualche zelante funzionario in carriera.
Quanto vorrei che una consistente parte del ricavato della tassa di ingresso andasse in un fondo destinato al sostegno della manutenzione ordinaria e straordinaria di edifici “invisibili” al turista medio, ma “vitali” per i veneziani che non dispongono dei sufficienti mezzi economici e di tutte le competenze tecnico-storiche per eseguire dei lavori, in questo caso come non mai, “a regola d’arte”.
E già che ho citato l’arte, torno al concetto di museo a cielo aperto.
Per entrare in un museo si paga un biglietto il cui prezzo varia in funzione della qualità e della rarità di quanto vi viene esposto, ma che sia un piccolo museo comunale oppure la Galleria degli Uffizi, a tutti viene richiesto implicitamente di mantenere un comportamento consono all’ambiente. Se andate a Parigi per divertirvi non potete pretendere di andare a far casino al Louvre, per voi sarebbe più adatta Disneyland, oppure qualche caratteristica brasserie del Quartiere Latino.
Lo stesso dovrebbe valere per Venezia.
In questo blog ho inserito alcune suggestive immagini di una notte di capodanno interamente trascorsa a Venezia passeggiando per le calli, ma andando per bacari, di ombra in ombra, sono capitato anche in zona San Marco. Era un macello. A parte la gente che, pur non essendo ubriaca, si lasciava andare alla sguaiataggini più assurde, si camminava su un greto di cocci di vetro, cartacce, bicchieri di plastica e avanzi di cibo. Sarò scemo io, ma ancora oggi non riesco a comprendere il senso di arrivare fino a Venezia per fare quel casino che si può fare comodamente a casa propria. In buona sostanza ne ho dedotto che si tratta dello stesso approccio di chi si diverte a deturpare i monumenti con scritte o sfregi.
Mi chiedo allora se un biglietto d’ingresso possa essere un deterrente efficace contro l’arrivo di tali acefali. Suppongo di no, perciò si ritorna alla solita conclusione, ossia che parte dei nostri problemi non derivi da una mancanza di soldi, bensì da una mancanza di cultura.
Eccola qui la tanto magnificata, auspicata, celebrata, esaltata, santificata cultura, quella stessa che ci permette il vanto di ben 54 siti definiti dall’UNESCO “patrimoni dell’umanità”, quella stessa che ci fa detenere (ma non sempre esporre) il panorama artistico più grande al mondo (soprattutto per estensione temporale), quella stessa che offre ai visitatori provenienti da tutto il globo terracqueo una miriade di borghi storici e tante città d’arte, quella stessa che possiamo ascoltare in una sala da concerto, ma anche alla radio, quella stessa che ha fatto innamorare Goethe, Stendhal, Hemingway, tanto per fare dei nomi, quella stessa che dovremmo difendere con le unghie e con i denti dal pressapochismo montante, dalla monetizzazione uber alles, dall’incuria indifferente e dall’idea di un paese cartolina da spacciare in ogni agenzia turistica.
Lo so che rischio di essere tacciato di fondamentalismo, ma dato che dal 2022 per entrare a Venezia sarà necessaria la prenotazione, mi augurerei che essa fosse nominativa, e che per i buzzurri, qualsiasi cifra essi possiedano in banca o in tasca, sia emessa una sorta di DASPO.
Più realisticamente mi accontenterei di un dettagliato opuscolo (in)formativo, nel quale OGNI visitatore, leggesse ciò che può fare e ciò che non dovrebbe fare, suggerimenti più che regole, istruzioni per l’uso onde evitare l’abuso, come farebbe un veneziano accompagnando l’ospite che arriva da lontano, orgoglioso di ogni monumento, ogni edificio, ogni calle, ogni scalino, ma geloso della sua integrità, morale prima ancora che materiale.
Perché di Venezia ce n’è una, una soltanto, e una deve restare. Soprattutto deve restare.

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Visibili trasparenze

E fuori piove continuamente e non vuole smettere. A me importa poco, io sto all’asciutto, mi vergogno soltanto di prendere l’abbondante colazione davanti all’imbianchino che proprio in questo momento sta sull’armatura sospesa davanti alle mie finestre e, furibondo per la pioggia che un po’ ha smesso e per la quantità di burro che stendo sul pane, spruzza i vetri senza che ve ne sia bisogno, e anche questa è soltanto fantasia e probabilmente egli si cura di me mille volte meno che io di lui. Adesso però lavora davvero sotto la pioggia torrenziale e nella tempesta.

Badate, non è farina del mio sacco. Si tratta di alcune frasi tratte da una lettera che Franz Kafka scrisse a Milena Jesenská durante un piovoso giovedì.
Ne ho sentito parlare nel corso di una dotta disquisizione sull’opera dello scrittore praghese, e sono rimasto colpito da come egli confessi il suo (immotivato) disagio per il solo fatto di stare al coperto, davanti a un’abbondante colazione, mentre fuori un poveraccio si trova a lottare contro gli elementi sociali e gli elementi della natura. A voler leggere oltre al testo si potrebbe percepire la vergogna di Kafka, quella causata dalla consapevolezza del godere di un immeritato privilegio quando ci si confronta con la vittima di quell’imbroglio.
Per separare lo scrittore e l’imbianchino non bastano le diversità culturali, nemmeno l’evidente sperequazione economica, e neppure il fatto che uno sia gravemente ammalato mentre il secondo magari gode di una salute di ferro, no, a separarli basta un vetro, ma essendo quest’ultimo trasparente rende insopportabile la separazione.
Per uno di quegli strani casi della vita mi trovai anch’io coinvolto riflessioni simili, anzi, trattandosi di vetro, le definirei diffrazioni, nel senso che un dettaglio lo ha attraversato, quindi si è moltiplicato e scomposto in cento direzioni, e ancora riverbera nella mia mente.
Badate bene, non mi passa nemmeno per l’anticamera del cervello l’idea di paragonarmi a Franz Kafka, anche se, va detto, nessuno oggi riuscirebbe a scrivere anche una sola riga che possa reggere il paragone.
Ciò che mi ha impressionato è stata la coincidenza del catalizzatore, un materiale talmente comune, talmente abituale, talmente scontato da essere praticamente invisibile: il vetro.
È proprio “Vetro” si intitola un mio vecchio articolo, nel quale ho cercato di dare forma leggibile alle mie impressioni, e al quale, se ne avete voglia, vi rimando.

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Buon Natale e Felice 1984

Avete letto bene, ho scritto proprio 1984, e adesso ve ne spiego il motivo.
In questo post ho deciso di scrivere di politica (ma in fondo non lo faccio sempre?), e, per la precisione, di quel tormentone del rapporto deficit/pil italiano con la relativa procedura di infrazione europea.
La mia opinione è che sia stata tutta una colossale e ben studiata presa in giro. Quello che ancora non so è quanto siano stati complici o vittime i “rigoristi” europei, perché se veramente ci sono cascati devono essere proprio degli allocchi di prima categoria.
Torniamo a quel famoso numero, il 1984.
Se ben ricordate si tratta del titolo di un famoso romanzo di G. Orwell, una distopia pubblicata nel 1949 nella quale si immaginava una società futura dove il rigido controllo dell’informazione consentiva di manipolare le masse, ovviamente distorcendo oppure occultando la verità.
Tutto sommato penso che Orwell abbia solamente peccato di pessimismo, in quanto a forza di depistaggi, post-verità, social e sondaggi usati come randello, controllo informatico, profilazione e tracciamento, panico e rabbia alimentati ad arte, ci stiamo avviando a passo di lemming verso quel baratro.
Lasciamo perdere e torniamo al senso dei questo post, passando però per il testo di G. Orwell. Mi sono permesso di riassumere alcuni passi del romanzo.
Un giorno sui teleschermi (obbligatori il possesso e/o la visione) apparve la notizia che la razione di cioccolato sarebbe stata ridotta da 30 a 20 grammi, anche se il Ministero dell’Abbondanza aveva poco tempo prima preso il categorico impegno che nel corso del 1984 non ci sarebbe stata nessuna riduzione nel razionamento del cioccolato.
Il giorno dopo, sugli stessi teleschermi, passavano le notizie delle grandi manifestazioni di ringraziamento verso il Grande Fratello per aver aumentato la razione di cioccolato a 20 grammi.
Winston, il protagonista, rimase basito dal fatto che tutti si erano dimenticati che appena ventiquattr’ore prima era stata data la stessa notizia, ma nel senso di un calo della razione settimanale.
Vi chiederete che c’entra tutto ciò con le nostre faccende. È presto detto.
Gli accordi presi con l’Europa dai governi precedenti comprendevano un rapporto deficit/pil al 1,4%, e per qualche mese il governo, nella persona del ministro Tria, continuò a rassicurare i suoi interlocutori, magari suggerendo che si sarebbe potuti arrivare al 1,6%, questo fino alla bomba lanciata in settembre da Di Maio e Salvini, i quali annunciavano la decisione governativa di portare il rapporto deficit/pil al 2,4%
Apriti cielo!
Da tutte le direzioni cominciarono a piovere scomuniche, ammonimenti, anatemi, intimidazioni, condanne, reprimende, e chi più ne ha più ne metta.
Da quanto sono riuscito a capire, all’opposizione, contraria com’è ovvio alle decisioni governative, stavano a cuore i risparmi degli italiani. Un vero peccato che con le politiche condotte fino a quel momento i risparmiatori fossero al palo, ma solamente quelli ai quali le cose erano andate bene, mentre gli altri risparmiatori, quelli che si erano affidati a MPS, alle banche venete, alle banche toscane, alla Coop, erano alla canna del gas in quanto i loro risparmi si erano volatilizzati grazie anche alla colpevole disattenzione di chi si stava scandalizzando per le scelte del governo attuale.
Passiamo avanti.
Da quel settembre abbiamo assistito a un dialogo tra sordi. Per quasi tre mesi si sono detti di tutto: incoscienti, dementi, ubriachi, truffatori, impotenti, bugiardi, disonesti, ciechi, ricattatori, incapaci, affamatori, e altro ancora, sempre stringendosi la mano e sorridendo in favore dei fotografi.
E oggi? Ah, oggi tutti contenti perché si sono accordati per un rapporto deficit/pil al 2,04%.
I “rigoristi” europei cantano vittoria per aver riportato l’Italia a più miti consigli, ma dimenticano, o preferiscono far dimenticare, che il rapporto deficit/pil italiano non calerà dal 2,4% al 2,04%, bensì aumenterà dal 1,4% al 2,04%.
Esempio esplicativo. Immaginate di voler comprare qualcosa e di accordarvi col venditore per un prezzo di 1400€, e poi, quando state per pagare, quello vi chiede 2400€, direi che sarebbe un’assai sgradevole sorpresa. Ma se infine, dopo un tira e molla, lui vi dice è in giornata buona e che vi fa uno sconto per cui ciò che state comprando ve lo fa a “solamente” 2040€, lo definireste un buon affare del quale andare soddisfatti? Io direi di no.
Beh, invece proprio questo hanno fatto i cervelloni europei, non so se ubriachi, sciocchi o in malafede.
Il buon affare invece lo fanno Di Maio e Salvini, i quali, oltre a portare a casa il macinato, ossia la sostanza delle loro riforme di bandiera, faranno scattare i provvedimenti a marzo, giusto un paio di mesi prima delle elezioni europee. Immagino che in campagna elettorale “Reddito di cittadinanza” e “Quota 100” saranno il loro cavallo di battaglia, giacché potranno vantarsi di aver mantenuto le promesse elettorali, di essere i soli che sono riusciti a farlo pur avendo tutti contro, l’Europa, le banche, i poteri forti, i poteri deboli (PD), la stampa di regime, le manine, la massoneria, le plutocrazie, Scientology e il Movimento raeliano, e parleranno di cose fresche, appena avvenute, fatto molto importante in quanto, Orwell insegna, la “gente” è di memoria volatile.
Per mantenere quelle promesse è ovvio che saranno costretti a tradire quelle appena fatte ai “rigoristi” europei sforando quella fatidica soglia, ma anche in quel caso non c’è nulla di cui preoccuparsi (almeno per loro). A maggio si vota, e la mentalità della nuova dirigenza economica europea potrebbe essere più affine alle idee dei nostri due eroi, i quali contano sul fatto che l’austerità abbia stufato la maggioranza degli elettori del continente, e che gli occhiuti paladini dell’ordine economico dovranno trovare altri lidi dove applicare le loro commendevoli capacità contabili, o, per dirla alla Salvini, si leveranno dalle palle.
Morale della favola: passata la festa, gabbato lo Santo.

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Canaglie

Immagine da: blogs.scientificamerican.com

Cos’è uno stato canaglia?
Se andiamo a fare un ricerca in rete se ne ricava che si tratta di uno stato la cui forma di governo ha aspetti autoritari, opera in violazione dei diritti umani, attenta, talvolta in maniera evidente e talvolta con mezzi subdoli, alla stabilità di paesi considerati “nemici”, detiene e ostenta sistemi in grado di provocare distruzioni di massa.
Detto ciò, provate a fare un elenco di stati simili, e suppongo che vi verranno in mente i soliti nomi, presenti e passati.
Forse non tutti si rendono conto di quante vittime, anche italiane, stia provocando il più potente stato canaglia del mondo: gli USA.
È innegabile che con Donald abbia fatto la comparsa una deriva autoritaria nella conduzione di governo. Che ciò sia dovuto al carattere, a una scelta politica, all’alzheimer ha poca importanza. Così è.
I diritti umani sono garantiti di nome, non di fatto, né per gli strati sociali più poveri del paese e men che meno per le popolazioni di stati autoritari “amici” degli USA.
Sempre nell’ottica di misurare tutto secondo la loro convenienza economica, gli USA hanno diviso il mondo in due categorie, quelli che fanno comodo e quelli che non fanno comodo, cercando in tutti i modi, leciti e soprattutto illeciti, di rovesciare i regimi di quelle nazioni “scomode”, e questo a prescindere dal loro stato di democraticità.
Quanto alle armi di distruzione di massa, immagino che l’arsenale nucleare sia al primo posto dei vostri pensieri. Però in tutte le nazioni che dispongono di tali armi
è diffusa una decisa riluttanza a farne uso, essendo ben consapevoli di quali sarebbero le conseguenze.
Da qualche tempo però si profila all’orizzonte, anzi direi che è già sopra le nostre teste, un altro sistema per sterminarci, e gli USA hanno deciso di premere il fatale bottone per la distruzione di massa. Si chiama riscaldamento globale del pianeta.
Anche se molte nazioni concorrono più o meno consapevolmente a questa tragedia planetaria, gli USA sono gli unici che se ne fanno un vanto, e si divertono a ridicolizzare i ripetuti allarmi degli scienziati, negando persino l’evidenza.
“Bisogna smetterla con questa costosissima cagata del riscaldamento globale”, questo è il concetto espresso più volte da Donald, e il dramma è che molti, troppi, americani prestano fede a quelle parole demenziali, ignorando che si tratta di una politica di bassissimo livello per favorire la grande industria americana, deus ex machina della nazione.
Badate, non è solamente l’innalzamento del livello del mare che deve preoccupare, bensì è lo sconvolgimento degli eventi climatici a fare i maggiori danni. Ne abbiamo avuto appena un assaggio quest’anno, e sarà sempre peggio.
Lo scioglimento dei ghiacci del polo Nord sta addolcendo le acque dell’Oceano Atlantico settentrionale, il che potrebbe far scomparire la Corrente del Golfo, con tutte le nefaste conseguenze sulle condizioni climatiche in Europa. Tanto che lo sappiate, Roma è alla stessa latitudine di Chicago, e Milano corrisponde a Montreal, in Canada, perciò dovremmo aspettarci lo stesso clima di quelle città, se non peggio ancora a causa della polarizzazione degli eventi meteorologici.
Quindi non limitatevi a maledire i fondamentalisti islamici, i suprematisti bianchi, i guerrafondai e i razzisti di ogni sorta, perché sul pennone della Casa Bianca invece della bandiera a stelle e strisce dovrebbe pendere uno straccio nero col teschio e le tibie incrociate.

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E allora il PD?

Ce lo chiede l’Europa!
Appunto, ce lo chiede Lei, per il nostro bene, come farebbe una mamma.
Ci chiede di continuare a tirare la cinghia, e soprattutto ci chiede di non fare le cicale in pensione. Ragazzi, qua non ci sono più soldi per andare in pensione dopo quarant’anni di lavoro, e portate pazienza, perché se insistete a voler andare in pensione mettete in pericolo i risparmi degli italiani.
Ah, sì, ora ricordo, i risparmi degli italiani, quelli di Banca Popolare di Vicenza, di Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio, di MPS, di Banca delle Marche, di Cassa di Risparmio di Chieti, di Cassa di Risparmio di Ferrara, e dei soci COOP, sì, di quelli non ci dobbiamo preoccupare, tanto sono già sfumati, perché chi doveva vigilare sui risparmi degli italiani (gli stessi personaggi che si stracciano le vesti oggi) non hanno vigilato, e non voglio dire altro…
Dicevamo, ce lo chiede l’Europa.
Un momento, ma stiamo parlando della stessa Europa attenta ai conti, morigerata, austera, virtuosa, quella stessa che ci da lezioni di continenza?
Io non ne sarei tanto sicuro, giacché il parlamento UE a Bruxelles ha appena respinto un emendamento per riformare il trattamento pensionistico privilegiato degli eurodeputati.
Questi (dis)onorevoli, al raggiungimento della veneranda età di 63 anni (e non 67 come da noi) si portano a casa un assegno mensile per il quale non hanno mai versato un euro di contributi.
Ma, dico, questi non ci pensano ai risparmi degli italiani?
E allora il PD?
Di certo non c’hanno pensato gli eurodeputati targati PD Bresso, Chinnici, Costa, Cozzolino, De Castro, De Monte, Gentile, Giuffrida, Morgano, Panzeri, Paolucci, Picierno, Sassoli, Viotti, Zanonato, i quali hanno votato per respingere l’emendamento e per mantenere i privilegi.
Come se questa fosse una novità…

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Le età

Immagine da wired.it

Vediamo se vi ricordate le principali fasi della civiltà umana
Età della pietra.
Età del rame.
Età del bronzo.
Età del ferro.
Oggi, in che età siamo?
Verrebbe da rispondere che siamo nell’età della plastica, ma ritengo che questo pervasivo materiale sia solo una delle manifestazioni dell’età che stiamo vivendo, come la ruggine lo era nell’età del ferro. Non si dovrebbe dimenticare che buona parte degli aspetti tecnologici che definiamo “moderni” derivano da un insieme di elementi che coniugano nuove forme di energia, quella elettrica in primis, e nuovi materiali, come per esempio le leghe leggere o le terre rare.
Mi si permetta allora di definire questi nostri tempi come “L’età del troppo”.
Convengo con voi nell’osservare che le ricadute di questa fase non sono uniformemente distribuite, ma non lo erano nemmeno quelle delle precedenti fasi protostoriche, però esiste una tensione universale che trova desiderabile alcuni aspetti gratificanti dei principali aspetti di questa nuova età.
Pensateci un attimo, il “troppo” è il marchio di fabbrica del primo mondo nel quale ci troviamo.
Troppo si mangia, e così siamo troppo grassi.
Troppi zuccheri e troppo sale nei nostri cibi e nelle nostre abitudini.
Troppe automobili e ciclomotori in città a fuori, e troppi gas di scarico.
Troppo caldo nelle case e negli uffici.
Troppi ammennicoli elettronici che diventano obsoleti troppo presto.
Troppi rifiuti, che poi vengono trattati troppo male.
Troppi centri commerciali, nei quali c’è quasi sempre troppa gente.
Troppo scadenti i capi di abbigliamento, e troppi nei nostri armadi.
Troppa fretta per andare da qua a là, e da là a qua.
Troppo facile fare e disfare un’unione.
Troppe voglie da soddisfare prima di subito.
Troppo bravi a scuola, tutti, e perciò troppo liberi di fare e non fare.
Troppe immagini e troppo suggestive per essere vere.
Troppo caldo e troppa pioggia nei nostri inverni.
Troppo forte la cacofonia di voci e rumori nei quali siamo immersi.
Troppo volubili le nostre opinioni, a causa di una memoria troppo corta.
Troppa aria condizionata, e sempre troppo fredda.
Troppo pesante il cemento che spargiamo ovunque.
Troppo sazi per comprendere chi ha fame.
Troppo artificiale la nostra vita.
Troppe parole che poi nessuno legge.
Nemmeno queste.
Per fortuna.
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Cose da pazzi

Travel

Immagine da: chriscruises.com

Come funziona un viaggio organizzato?
Definiamo innanzitutto il concetto di “viaggio organizzato”. Trattasi di uno spostamento di una o più persone nello spazio fisico durante un predeterminato spazio temporale al fine di raggiungere uno o più obbiettivi definiti, il tutto gestito dall’inizio alla fine da un ente terzo.
Durante questa azione intervengono vari fattori: la quantità e la qualità dei partecipanti, la quantità e la qualità degli obbiettivi, la quantità e la qualità delle risorse messe in atto dall’ente terzo.
Appare evidente che per definire la soddisfazione percepita durante questa esperienza alcuni di questi parametri sono in conflitto tra loro. Per esempio a una quantità maggiore di partecipanti potrebbe non corrispondere in quantità sufficiente la quantità di risorse dell’ente terzo, come pure un eccesso di obbiettivi potenzialmente raggiungibili potrebbe inficiare la capacità di godimento degli stessi anche in caso di risorse ottimali.
In genere funziona così: esiste un programma, allettante in misura sufficiente, al quale aderire versando preventivamente la somma richiesta. Nei termini previsti dal suddetto programma ci si deve presentare al punto di prelievo dove ci aspetta il mezzo di trasporto a noi riservato, e anche uno o più rappresentanti dell’ente terzo che hanno il compito di guidarci durante l’escursione e di fornirci tutte le informazioni previste dal programma.
Il mezzo di trasporto (inteso anche come più mezzi differenti per capacità e tipologia) ci conduce senza interruzioni immotivate fino al punto più comodo per raggiungere l’obbiettivo del viaggio. In quel momento intervengono uno o più rappresentanti dell’ente terzo per guidare i visitatori seguendo un percorso ottimale in termini di spazio percorribile e di informazioni ottenibili.
Terminata questa fase si può passare all’obbiettivo seguente, oppure, in assenza di questo, al ritorno fino al punto previsto dal programma. Nella maggior parte dei casi tale punto corrisponde a quello di partenza.
Bene, fine del viaggio organizzato, con piena soddisfazione dei partecipanti e degli organizzatori.
Male, perché nel peggiore dei casi potreste non aver capito niente, e se avrete voglia di proseguire nella lettura ve ne darò un esempio.
Mi è difficile definirmi un turista, direi più un viaggiatore occasionale, dato che le misurate risorse economiche e le limitazioni del contratto nazionale di lavoro non mi consentono di viaggiare come e dove vorrei, condizione ancora più sofferta poiché la definizione “nostalgia di casa” non è presente nel mio dizionario. Quando viaggio i miei spostamenti sono sempre abbastanza lenti secondo il metro corrente, ciò vuol dire che l’aereo non è in cima alle mie preferenze, e men che meno l’ancora più inquinante e asociale automobile. A questo punto andrebbe detto che la mia scelta sul mezzo di trasporto non è determinata sempre dal costo dello stesso, in quanto capita che il prezzo di un volo sia inferiore all’equivalente viaggio in treno o in autobus. Diciamo che mi muovo con lentezza per avere il tempo di assaporare ogni istante della mia isolata esperienza, anche a costo di momenti di stanchezza e, perché no, anche di noia.
Quindi avanti col treno, quale che sia la velocità promessa o raggiungibile, e con gli autobus, non solamente i lussuosi Granturismo, ma anche quelli che fermano a ogni paesino, e non di meno mi va di spostarmi col tram o col filobus quando mi si presenta l’occasione.
Sia chiaro che non pretendo l’unanimità di consensi circa questa mia opinione, anzi sono perfettamente consapevole su quanto essa sia scarsamente condivisibile, e tutto sommato avete il pieno diritto di trovarla irragionevole.
Però mi va di raccontarvi un episodio che mi ha confermato una volta di più come il mio modo di viaggiare mi riservi talvolta, e ribadisco talvolta, delle sorprese illuminanti.
Chi un po’ mi conosce sa che la Boemia è abbastanza nelle mie corde, in quanto alcune affinità culturali e (forse) spirituali mi riportano spesso in quel paese. Su Praga avrei molto da dire, da spiegare, da suggerire, da rivelare, ma non lo farò qui, sarebbe un’impresa che va ben oltre la mia capacità di raccontare e la vostra di sopportare, vi basti sapere che uso questa città come base di partenza per raggiungere altre località e altre esperienze altrettanto interessanti, e badate, ho detto interessanti, il che non sottintende anche piacevoli.
Dopo vari anni di rinvii sono riuscito finalmente a organizzarmi per una visita a Terezín, quella località che per secoli e durante l’occupazione nazista era nota come Theresienstadt.
Per quei pochi che non lo sanno, Theresienstadt venne costruita dagli Asburgo nel XVIII secolo come una fortezza. Per la precisione era composta da due strutture separate, ma collegate, la “Grande fortezza” e la “Piccola fortezza”, entrambe protette da larghi canali che potevano venire allagati in funzione difensiva con le acqua del fiume Ohře che scorre accanto.
La fortificazione non ebbe mai modo di mostrare la sua efficacia, e le vicende storiche la condussero a divenire ininfluente nel corso del XIX secolo. Cessata la sua funzione difensiva, la piccola fortezza venne utilizzata come prigione.
Furono i nazisti, nella loro visione malata del mondo, a trovare per Theresienstadt un nuovo scopo, quello di campo di concentramento per gli ebrei nella grande fortezza. Mentre la piccola fortezza mantenne la sua funzione di struttura per reclusione degli oppositori politici, ovviamente con le modalità efferate che erano tipiche del nazismo, per la grande fortezza passarono circa centocinquantamila ebrei, i quali, se sopravvivevano alle difficilissime condizioni di vita del ghetto, venivano poi deportati nei campi di sterminio.
Fin qui la storia che potete leggere su qualsiasi pubblicazione relativa a Terezín.
Altra esperienza è stata arrivarci al mattino con un fumigante bus locale.
Erano da poco passate le nove, e c’era nell’aria ancora un residuo della bruma mattutina che si era levata da un’infinita distesa di campi coltivati in maniera apparentemente casuale. Le foglie erano bagnate come se avesse piovuto, e la nebbiolina formava degli aloni attorno ai puntiformi riflessi di luce.
Non c’era molta gente sull’autobus, e fummo i soli a scendere alla fermata di Terezín, sulla piazza principale di quella che un tempo fu la grande fortezza. Misurando a spanne lo spazio che il bus aveva percorso dalle prime case fino alla piazza calcolai che sarebbe bastato un quarto d’ora a piedi per attraversare tutto il piccolo centro abitato, perciò fu abbastanza sorprendente trovarsi sul lato di un giardino rettangolare lungo circa centocinquanta metri e largo cento, più esteso di un campo di calcio.
Non era niente di che, una cornice di alberelli alquanto stentati e un largo prato attraversato da un geometrico disegno di vialetti, però appariva enorme quando confrontato alle ridotte dimensioni del paese.
Quel quadrilatero verde era circondato su tutti i lati da massicci edifici a due o tre piani di evidente matrice asburgica, file e file di finestre perfettamente allineate, sequenze di archi massicci e una distesa di malte esterne sagomate a richiamare dei blocchi di pietra. Coronava il tutto una grigia chiesa più respingente della media.
Non avendo alcuna fretta decidemmo di costeggiare tutti e quattro i lati del giardino, giusto per respirare l’atmosfera di quell’anomala sistemazione spaziale. Non avevamo ancora percorso molta strada che ci venne incontro una persona anziana un po’ male in arnese, soprabito leggero grigio ardesia sulle spalle e tuta blu da ginnastica sotto. Disse qualcosa che non compresi immediatamente perché non conosco il ceco, ma anche perché biascicava più che parlare. Non era ubriaco, e comunque per esserlo già alle nove di mattina ci sarebbe voluto un bell’impegno, perciò non era il caso di allarmarsi. Sfoderando la mia migliore pronuncia dissi – Prominte, nerozumím česky.
La notizia che a quell’ora vagasse per il paese quasi deserto qualcuno che non capiva il ceco non impressionò granché il tipo, il quale si limitò a tirare fuori dalla tasca del soprabito una sigaretta e a gesti eloquenti si fece capire. Ora non ricordo se risposi in sloveno o in ceco, fatto sta che, appresa la notizia che non avevo da accendere perché non fumavo (quella sì era una notizia sorprendente in Boemia), si limitò ad alzare le spalle, e senza dire altro si allontanò con passo lento, quello di chi non ha niente da fare per quel giorno, tranne trovare qualcuno che abbia del fuoco.
Proseguimmo la nostra esplorazione, e su una panchina di cemento e legno del giardino vedemmo due persone che fissavano con estremo interesse la facciata del palazzo di fronte a loro. Erano due uomini sulla cinquantina, anche loro vestiti senza troppo stile, per non dire alla buona. Se ne stavano seduti in silenzio, composti, le mani sulle ginocchia e i piedi sotto il sedile della panchina, e mi ricordarono la buffa immagine di due scolaretti che ascoltano con interesse le parole dell’insegnante perché poi sarebbero stati interrogati. Solo passando accanto a loro mi accorsi che non stavano guardando la facciata del palazzo, o almeno non con intenti estetici, e non guardarono troppo nemmeno noi mentre stavamo occupando il loro campo visivo, in realtà non stavano fissando niente, erano come appesi a una visione tutta loro che li teneva inchiodati lì.
La faccenda cominciava ad apparirci strana, o almeno curiosa.
Alzando lo sguardo notammo camminare frettolosamente sul marciapiede accanto a un lungo palazzo rosa con finestre bordate di bianco due donne, una davanti vestita con un cappotto leggero di colore indefinibile tra il marrone e il rossiccio, e un’altra a un paio di passi di distanza con la tipica divisa bianca da infermiera, entrambe in pantofole.
Sparite quelle dentro l’edificio restarono i due uomini sulla panchina, e il vecchio che stava percorrendo i lati della piazza aspettando di accendere quella benedetta sigaretta.
Fine della popolazione visibile di Terezín.
Dato che eravamo partiti abbastanza presto avevamo saltato la prima colazione, il che ci suggerì di trovare un locale in grado di offrire qualcosa di caldo e di corroborante.
Dopo aver percorso in lungo e in largo il paese, cioè dopo meno di mezz’ora, ripiegammo sull’unico locale aperto, una sorta di caffè-bar-birreria-trattoria, però con un’insegna esterna che prometteva dello strudel. Entrammo.
Il locale era abbastanza spartano, però luminoso e pulito; oltre a un sedicente avventore al banco, noi due eravamo gli unici clienti, e avremmo dovuto avere solo l’imbarazzo della scelta su dove sederci, peccato che su ben quattro tavoli della sala fossero presenti delle strutture singolari. Sopra un piatto erano state sistemate delle posate, e su quelle un altro piatto, e così via, fino a formare una torre di quattro elementi che doveva offrire bastanti garanzie di stabilità anche se il tavolo fosse stato urtato da un cliente maldestro.
Così ci sedemmo sull’unico tavolino rimasto libero accanto alla vetrina e ordinammo, in ceco ovviamente, due cappuccini velký, grandi, anche se non c’era bisogno di specificarlo.
Dato che il caffè era bevibile, ci facemmo tentare dagli strudel promessi dall’insegna all’esterno, quindi – Dva strudel, prosím.
Dopo qualche tempo cominciammo a sospettare che stessero ancora pelando le mele, poi che fossero appena andati a coglierle sull’albero, e finimmo col chiederci quanto tempo intercorre tra piantare il seme nella terra e raccogliere le prime mele.
Intanto che stavamo elaborando quelle ipotesi non ci restava altro che osservare le persone di quel locale. L’avventore al banco era sempre lì, di spalle, con la sua mezza birra, e ogni tanto scambiava qualche parola con un altro uomo nel locale, un tipo sulla quarantina in pullover beige e pantaloni noce, una persona che sembrava non avesse niente da fare; non era un cliente, e non pareva avere una mansione specifica o riconoscibile, si limitava ad andare su e giù per il locale senza combinare niente di concreto. Difficile che fosse il padrone del locale, o il gestore, troppo rilassato, o troppo lassista sull’efficienza della cucina e del bar. Anche la cameriera appariva vagamente frastornata; andava dal banco alla cucina e viceversa senza dire niente di più di qualche monosillabo. Si era avvicinata a noi solamente per prendere le ordinazioni, e poi aveva preferito stare in disparte come se fossimo gente pericolosa da trattare con le pinze.
Finalmente, dopo un’attesa infinita, arrivarono i due strudel. Caldi. Bollenti. Non posso pensare che li avessero appena cotti, semplicemente c’avevano messo una vita a scaldarli troppo.
Sorpresa: dopo qualche morso alla mia fetta vi trovai i semi della mela, indizio indiscutibile di una lavorazione sommaria, da principianti, ma fu invece Rossana a vincere il primo premio trovando nella sua fetta di strudel tre centimetri di legno, ovvero il picciolo della mela. Sull’insegna all’esterno avrebbero dovuto scrivere: specialità della casa, strudel integrale.
Ridemmo, pagammo e andammo, col proposito di approfondire in seguito i perché delle bizzarrie di quel paese. Ci aspettavano gli aspetti meno divertenti di Terezín, e dopo una passeggiata arrivammo alla fortezza piccola, dove, nel parcheggio dedicato, stavano già i lussuosi autobus turistici e la schiera di latta delle automobili.
Oggi so cosa vidi quella mattina a Terezín, e perché sembrassero tutti strani, fuori fase, compresa la cameriera.
Nello stesso grande edificio del ghetto, quello dove i nazisti avevano girato i falsi filmati per far credere alla Croce Rossa che a Terezín gli ebrei fossero trattati più che bene, ora c’è un centro per il ricovero (o reclusione?) di persone con diverse problematiche mentali causate dall’età, da dipendenze, da deficienze croniche o altro, e che hanno bisogno di un’assistenza continuativa.
Va bene, mi direte, hai visto dei matti girare liberi, succede talvolta anche qua, e allora?
Il punto è anch’io ho provato a fare come loro, ho vagato senza meta per il paese, la grande fortezza, e vi giuro che è difficile distinguere il sano dal malato, perché è il posto stesso che ti porta alla pazzia.
Immaginatevi un luogo relativamente piccolo, una struttura a griglia di severi palazzi, non una curva, una scalinata, una sinuosità, un tornante, ma solo angoli retti, squadrati, e delle vie larghe e diritte che si possono osservare per tutta la loro, per così dire, lunghezza. Provate a figurarvi di stare all’estremità di una di queste strade, alle spalle le mura della vecchia fortezza, e vedere, in fondo, la via sbarrata da quelle stesse mura; da ogni parte si volga lo sguardo, davanti, a sinistra, a destra, dietro, ci sono sempre le mura della fortezza a negare un orizzonte, a imporre un “dentro” e a far dubitare dell’esistenza di un “fuori”. Colori pochi, delle tonalità di giallo paglierino, qualche palazzo in rosa corallo, e pochi verdi, più spenti che pallidi, azzurro non pervenuto, e comunque non davano nessuna allegria, erano belletti sulla pelle di un cadavere. Nessuna concessione al frivolo, all’eccentrico, all’improvvisato, ma unicamente ordine e funzione, misura e progetto, esibizione di potere e certezza di un nemico in agguato. Ecco, se avete abbastanza fantasia per figurarvi tutto ciò ne avete altrettanta per trovare insopportabile la permanenza nella grande fortezza, e qualora vi capitasse doverci vivere per forza, l’unica alternativa alla fuga fisica sarebbe la fuga mentale, e magari vi troverete a vagare ai bordi del grande giardino cercando del fuoco per la vostra sigaretta.
Ciò che vi ho raccontato è tutto vero, non ho aggiunto né tolto niente, né le vicende e né le mie impressioni; si è trattato solamente un’esperienza interessante, il che, come ho scritto sopra, non sottintende piacevole, comunque così lontana da risultare irraggiungibile per chi non lascia mai la sicurezza della strada vecchia, il viaggio organizzato da altri, per la nuova, il viaggio vissuto in prima persona.

Ahoj

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