Tempo perso

Immagine da: settimocell.it

Se ce la fate, immaginate di avere ancora sei o sette anni, e di trovarvi lontano da casa, a centinaia di chilometri da casa, in gita con i vostri genitori ancora giovani.
Visualizzate mentalmente il posto: c’è un castello fiabesco, bianco, a picco sul mare, e le onde si infrangono sul massiccio basamento di pietra che lo sostiene. Subito sotto a quello una piccola rada protegge l’approdo delle lance che portavano al castello imperatori, re, principi e principesse, mentre dal bordo del frangiflutti si vede schizzare in alto la bianca spuma.
Dietro al castello un grande giardino, con siepi di bosso che formano un labirinto di sentieri, e poi piccole radure che si aprono tra macchie di alberi mai visti prima.
Ma non basta, vi sedete con i vostri genitori in una graziosa kaffeehaus, la quale si apre davanti a un giardino fiorito, con aiuole che sembrano disegni fatti con le matite colorate. Candidi gabbiani in cielo, neri cormorani sugli scogli, e su tutto l’incessante rumore della risacca.
Suppongo che una simile esperienza, anche se non del tutto compresa, possa restare impressa nella memoria, per tornare ogni tanto a reclamare la sua razione di malinconica nostalgia.
Bene, ora immaginate di trovarvi esattamente nello stesso posto, ma i vostri genitori non vi raccontano nulla, vagano come annoiati e non cercano di indurvi a sognare eventi passati o inesistenti che ogni castello può ispirare. Nessuna suggestione in quella kaffeehaus stile settecentesco, e poche parole, solo quelle per discutere di lavoro, di gerarchie, di protocolli, di faccende lontane e, allo stato, irraggiungibili, tranne che per gli smartphone che stanno utilizzando per comunicare via chat.
E voi? Ecco, anche voi avete il vostro spettacolo interessante, un cartone animato che state guardando su altro ammennicolo mentre sbocconcellate il prosciutto cotto di un panino che non apprezzate come meriterebbe, forse nemmeno ne sentite il sapore.
Polvere di pixel e suoni campionati elettronicamente, più la sensazione di una camminata in un luogo strano dove non c’erano luci scintillanti e musica di sottofondo, questo resterà, praticamente meno di niente.
Visto, osservato e annotato personalmente, con infinita tristezza.

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L’infelicità promessa

Acqua

15/05/2019 – Italian Earth Overshoot Day

Per un motivo o per un altro, capita spesso che Praga faccia capolino nei miei discorsi, anche quando questi ultimi non hanno nulla a che fare con la Boemia.
Il fatto è che lì certe immagini mi si stampano nella mente in maniera indelebile, forse per effetto di un rimescolamento psichico che l’atmosfera praghese sempre mi cagiona, e che ormai comincio a temere.
Vengo al punto.
Mi trovo seduto a uno dei tavoli della birreria “U Černého vola”, e già questo è un fatto eccezionale, primo perché sono a Praga, e secondo perché, nonostante questa piccola birreria sia quasi sempre piena, sono riuscito a trovare due posticini per me e Rossana.
Per chi non c’è mai stato, spenderei qualche parola per dare un paio di coordinate. Nella saletta ci sono solamente quattro tavoli di legno scuro, finiti sommariamente, attorno ai quali si possono accomodare (per così dire, dato che non ci sono sedie, ma solamente panche) dalle sei alle otto persone, dipende dalla loro stazza, e noi stiamo condividendo il tavolo con altri sconosciuti avventori, fatto assolutamente normale in quasi tutti i paesi europei.
Un rapido giro di radar uditivo mi conferma che siamo gli unici non boemi, e del resto pochi sono i turisti che qui si avventurano, pochi, ovviamente, a paragone di tutti quelli che intasano le birrerie più in voga. Qualora non bastassero a scoraggiarli la difficoltà nel riconoscere l’improbabile ingresso della birreria, e l’aspetto interno che si potrebbe definire “soavemente trascurato”, a metterli in fuga sarebbero i modi bruschi e indifferenti del nutrito personale di sala, ossia lo spillatore e il cameriere, sempre sorridenti come il Frankeinstein di Boris Karloff.
Noi, ben consci che tale atteggiamento è tipico, quasi un marchio di fabbrica, nei locali praghesi, non ci facciamo caso, e anzi ci adeguiamo volentieri a questo rapporto essenziale, austero, basico, e veniamo ricambiati con l’invisibilità, dote altrimenti negata al turista.
Quindi, prima cosa, appoggio sul ripiano in legno i sottobicchieri di cartone, poi, al primo flemmatico passaggio di Frankenstein, indico un “due” con le dita e, con voce priva di ogni calore, preciso “černá”, ossia scure. Non serve altro.
Intanto che attendo le nostre Kozel, mi guardo un po’ attorno. Quasi immediatamente la mia attenzione viene rapita da un’immagine inusuale: all’estremità del tavolo di fronte al nostro una persona sta bevendo dell’acqua.
Si tratta di un uomo giovane, sui venticinque circa, giacca leggera blu di Prussia aperta su una camicia alice, capello mosso sul biondastro, e colorito tra lo slavato e l’esangue, quest’ultima percezione forse indotta dal suo sguardo triste immerso nella contemplazione di quel liquido incolore, inodore e insapore.
Ma a fare chiasso è il contrasto con la ragazza che gli siede accanto, la “sua” ragazza ipotizzo, una sadica do per certo.
Un tizzone acceso, ecco cosa sembra. Già il giubbino, carminio, dice molto di lei, e i due rotondi pomi rossicci degli zigomi le si intonano ammodo. I capelli corvini tirati indietro svelano tutto, la fronte alta e liscia, gli occhi brillanti, il volto più rotondo che ovale, le guance dalle morbidi curve che fanno ala alla regina del volto, una bocca dalle labbra vermiglie, la leggiadra messaggera d’amore, ma anche la porta per una delle meno effimere gioie terrene: la buona tavola.
Davanti a lei sta un boccale di birra chiara, il mezzo litro standard, forse nemmeno il primo, e accanto al boccale una porzione di salsicce con patatine fritte, e ancora qualcos’altro nel piatto che, per discrezione, evito di voler riconoscere a tutti i costi.
Ciò che sta calamitando il mio interesse non è la ragazza, anche se carina fuor di dubbio, carnalmente attraente, e né tanto meno lo stinto giovane che a lei si accompagna, bensì il feroce contrasto che li accomuna e allo stesso tempo li separa, la rassegnata continenza di lui alla quale si contrappone la gioia serena, verace, oserei definirla selvaggia, che da lei traspare a ogni boccone, a ogni sorso, a ogni sguardo verso il desco. Ecco, ora posso affermare di aver visto una persona alla quale ridono gli occhi.
E lì ho avuto, come San Paolo, una rivelazione.
Il giovane, per motivi salutistici, per obbligo medico, per altre cause che ignoro, si nega l’alcol e i grassi animali, mentre la ragazza, al contrario, non dico che si ingozzi, ma appare evidente che è lì per un motivo e uno soltanto, gustare i piaceri della tavola. E gli effetti immediati si vedono, lei appare tanto gongolante, luminosa nella sua gioia di vivere, appagata, quanto lui emana tristezza dal suo sguardo, dalla sua postura, dal suo bicchiere d’acqua.
Ma, in futuro, quali effetti si vedranno?
La di lei prorompente vitalità potrebbe virare in prorompente pinguedine. Le sue guance, belle ora come due pesche bianche, si afflosceranno, e la pelle non più setosa mostrerà tutte quelle piccole eruzioni attraverso le quali il magma lipidico trova finalmente il naturale sfogo. Questo sfacelo inestetico non sarebbe l’unica conseguenza, in quanto è probabile esso sia solo il vessillo di battaglia di altri nemici, invisibili quelli, ma non meno pericolosi: trigliceridi, colesterolo, diabete, peso eccessivo, problemi cardiocircolatori, e chi più ne ha più ne metta.
Guardo la ragazza, e un velo di tristezza mi scende sugli occhi, e mi auguro per lei, sinceramente, tutto il bene possibile, o, come diceva il signor Spock, lunga vita e prosperità, giacché la parte razionale della mia mente si figura lui, il giovane in dieta, afflitto, ma vivo, al capezzale di lei.
E vedo me, e vedo voi, e vedo noi, il destino che stiamo edificando, giorno dopo giorno, mattone dopo mattone, kilowatt dopo kilowatt, un’entità umana e sovrumana, ingorda e insaziabile, ilare e miope, superba e suicida, incomprensibile nella sua stupidità.
Ormai lo sanno anche le pietre, tranne quelli che hanno meno cervello di una pietra, che stiamo consumando troppo, che stiamo firmando pile di cambiali che non potremo onorare, ma sappiate che quando il pianeta Terra deciderà che ne ha abbastanza di noi non si curerà dei nostri risparmi in obbligazioni sicure, non terrà contro di orari e di appuntamenti, riderà del sempre auspicato incremento del PIL, brucerà codici e banconote, e non verrà nessuna arca a salvarci, perché un tumore non va salvato, va estirpato.
A meno che…
A meno che la si smetta di raccontarci l’un l’altro la bugia più grossa di tutte: quella della decrescita felice.
L’ho vista a Praga la decrescita, come si sta a dieta, e, fidatevi, non vi era nemmeno l’ombra di felicità in quella condotta misurata.
Parliamoci chiaro, almeno per una volta. Cosa significa, in soldoni, la decrescita?
Facciamo degli esempi.
Io, a casa, mi scaldo con la legna, un sistema antico che non utilizza carburanti di origine fossile, e moderno perché non produce diossina. Quindi, bruciando biomasse rigenerabili, dovrei essere ecologicamente a posto.
E invece no.
Con la legna che brucio in un solo mese, prima della guerra ci si scaldava per un anno intero. Ma come facevano, erano più bravi di noi? No, semplicemente avevano freddo. Per mettermi in pari con l’emissione di CO2 dei miei nonni dovrei adeguarmi, ossia venti gradi in cucina, e nel resto della casa quello che passa il convento, ossia l’ambiente esterno, anche zero quindi.
Ditemi voi, sareste molto felici?
Facciamo allora l’esempio contrario.
Avete caldo? No? Allora, o abitate sulle Svalbard, o state leggendo questo post a Natale, oppure avete l’aria condizionata, a casa, in ufficio, in automobile, nei negozi, ecc.
Bella invenzione quella, fa fresco, non si suda, non si puzza, e niente aloni sui capi colorati. Un vero peccato che quel sistema prelevi il calore da un ambiente interno e lo sputi nell’ambiente esterno, e per riuscire a farlo consumi anche molta elettricità, per produrre la quale sono stati necessari dei processi tecnologici che hanno liberato altro calore nell’ambiente esterno, quello stesso dal quale state cercano di difendervi abbassando la temperatura del termostato (col telecomando a pile, è ovvio).
Non serve essere dei luminari della fisica per capire che è una battaglia persa in partenza. Fuori fa caldo, e allora, per avere un po’ di refrigerio, faccio in maniera che fuori faccia ancora più caldo,e così mi tocca aumentare la potenza del refrigerante, con la conseguenza che fuori la temperatura aumenterà ancora di più, e così via, finché avremo venti gradi in casa e cento gradi all’esterno. Sarà da ridere (per quei pochi ancora vivi).
Per chi non fosse ancora convinto, ecco l’apparente paradosso del frigorifero in cucina.
Se in cucina avete freddo, per riscaldare l’ambiente è sufficiente aprire la porta del frigorifero. Lo so, a prima vista sembra una scemenza, ma ragionate un attimo. Il frigorifero sottrae calore ai ciò che sta al suo interno, e questo calore viene disperso nell’ambiente cucina dal condensatore, quella serpentina alettata che sta sul lato posteriore, e che, se la toccate, sentirete più calda.
Quindi aprendo la porta del frigorifero esso assorbe il calore, ma il condensatore posteriore lo restituisce quasi subito, e per farlo ha bisogno del compressore, una pompa dotata di motore elettrico, congegni che, durante il funzionamento si scaldano parecchio, immettendo a loro volta altro calore in cucina, almeno finché il frigorifero, sottoposto a questo gravoso compito, non deciderà di smettere di funzionare, per sempre.
Bene, allora rinunciamo all’aria condizionata.
Come, non siete felici nemmeno di questo?
Ora vi voglio fare una confessione: a mio gusto, un piatto di fagioli con la cipolla cruda affettata grossolanamente e una spolverata di pepe nero è un pranzo di nozze.
Però, fatto strano, pare che non piaccia a tutti. È un vero peccato perché, andando avanti così la faccenda, i fagioli con la cipolla potrebbero diventare un piatto da gourmet.
Vi racconto una storiella umoristica.
Il comandante di una grande stazione spaziale raduna tutto l’equipaggio, un centinaio tra astronauti e scienziati.
– Uomini, ho due notizie da darvi, una buona e una cattiva. Quale volete per prima?
Tutti si guardano, mormorando, finché una voce dall’assemblea si fa sentire sopra le altre.
– Beh, comandante, ci dia quella buona.
– Sta bene. Vi comunico che tutti i nostri impianti idroponici sono guasti. Da domani in avanti mangeremo solamente la merda.
– Ma…, ma…, come, e questa sarebbe una notizia buona? Ma la cattiva, allora, qual’è?
– Non ce n’è per tutti.
Fine dell’edificante storiella.
Vedete, voi che state leggendo queste righe, probabilmente stamane avete fatto colazione con dei biscotti, o pane e marmellata, o uova e pancetta, non ha importanza, ciò che conta è che non potrete più farlo.
Per pranzo avete gustato una cotoletta di maiale, una pasta col sugo o col pesto alla genovese, una fettina di tacchino ai ferri, del rombo al forno?
Li rimpiangerete.
Avete invitato degli amici a cena e volete stupirli con del salmone affumicato, sfogliata di carciofi e parmigiano, e, per finire, macedonia di frutta esotica col gelato?
Dimenticate, e stornate l’invito.
Se vogliamo decrescere dobbiamo accontentarci di cibi semplici, che non assorbano troppa acqua, e che abbiano una discreta resa vitaminica e proteica per ettaro lavorato.
Perciò anche i fagioli e la cipolla, per non parlare del pepe che diverrebbe prezioso come mille anni fa, sarebbero piatti riservati alle grandi occasioni.
Com’è, non siete felici della vostra nuova dieta a base di acqua e grano saraceno?
Siamo quasi ad Agosto, tempo di ferie, di vacanze, di viaggi,
Dove andrete di bello?
Suppongo non troppo lontano, perché dovrete andarci a piedi, oppure, i più fortunati, in bicicletta.
Avete una vaga idea quanto costi al pianeta un aereo, o anche una semplice automobile?
Vi raccomanderei di non tenere conto del puro consumo di carburante, ma di considerare anche tutte le infrastrutture per costruire, mantenere, e far viaggiare quei mezzi. I consumi di suolo, aria ed energia sono pazzeschi, insostenibili, e se le cose stanno tuttora in piedi è perché il saldo dei costi accumulati viene continuamente procrastinato per non deprimere i mercati azionari.
Tanto per capirci, anni fa calcolai quanta aria respirabile avvelenavano le automobili, unicamente delle semplici utilitarie, percorrendo un tratto lungo un chilometro di una qualsiasi via del centro a quattro corsie. Saltò fuori che quelle utilitarie, nei quattro minuti di percorrenza, mangiavano 256 metri cubi di aria respirabile, ossia tutta quella di un appartamento medio di 85 metri quadrati. In soli quattro minuti! Lascio a voi il calcolo del consumo di aria per ben 12 ore di traffico, e se qualcuno desidera altri dettagli non ha che da chiedere.
Quindi, ogni viaggio sarà “slow”.
Ditemi, non possederete un’automobile, perciò risparmierete un mucchio di soldi, e ancora non siete felici della decrescita? Ma allora siete proprio incontentabili.
Va da sé che la decrescita non si ferma a queste minuzie, in quanto potrebbero presentarsi degli aspetti interessanti su vasta scala, conseguenze che cadrebbero a pioggia sull’attuale sistema socioeconomico, e alle quali si dovrebbe far fronte con strategie coraggiose e di grande respiro.
A prima vista si potrebbe supporre che l’interruzione dell’attuale sovrapproduzione industriale di beni sia il problema principale, in quanto comporterebbe il licenziamento di un considerevole numero di lavoratori, e quindi potrebbero sorgere delle tensioni sociali difficilmente controllabili, fino a doverle soffocare con la violenza di un regime autoritario.
Ricordo che qualche decennio fa si favoleggiava di un futuro nel quale le macchine avrebbero lavorato affiancando l’uomo, una fedele servitù tecnologica finalizzata al benessere del genere umano. Un vero peccato che la tecnologia non abbia sollevato l’uomo dalla fatica lavorativa, ma l’abbia esautorato con il solo fine di una produzione esagerata (quindi inutile) di pezzi, e una spasmodica corsa verso la riduzione dei costi, il tutto, nella maggior parte dei casi, a scapito della qualità.
Magari si potrebbe riprendere in mano quell’ingenua utopia rivedendo gli obbiettivi e finalizzandoli a un miglioramento dei rapporti tempo/lavoro e produzione/consumo. Niente di inarrivabile, suppongo.
Il vero problema invece potrebbe essere causato dalle infrastrutture.
L’energia, la fornitura idrica, il sistema ospedaliero, la previdenza, la costruzione e la manutenzione delle vie e dei mezzi di trasporto, la gestione dei rifiuti, la gestione del territorio, e tutti gli altri servizi pubblici non si mantengono da sé, sono delle società finanziate, per dirla in maniera grossolana, dallo stato centrale, dalle istituzioni periferiche, e dagli utenti.
Una strada o una ferrovia vengono costruite con la prospettiva di collegare dei poli nei quali è previsto, e perciò favorito, uno sviluppo economico. Il costo iniziale dell’infrastruttura verrà ripagato nel tempo dalla tassazione diretta e indiretta proveniente dalle zone economiche che su quella insistono. Però, in caso di decrescita (felice o meno), tale sviluppo non è previsto, e anzi sarebbe auspicabile la contrazione dei poli economici non indispensabili.
Mancando questo flusso di cassa, e non scorgendo all’orizzonte nuove possibili fonti di finanziamento, verrebbero a mancare le risorse, e quindi molte vie di comunicazione tornerebbero al livello di quelle che percorreva il pellegrino nel Medioevo.
Eguale discorso si potrebbe fare per altri tipi di infrastrutture, e faccio fatica a immaginare la vostra felicità quando andrete al pozzo per tirare su un secchio d’acqua, oppure quando finalmente il cerusico del posto darà un’occhiata alla brutta scottatura che vi siete procurati accendendo il fuoco nel camino.
Quindi la decrescita equivale alla fine della civiltà?
Sì.
Ah, come sono felice allora.
Ebbene sì, lo sono, perché la decrescita decreterà la fine di “questa” civiltà.
Strano, ho la vaga impressione che il mio entusiasmo non sia condiviso, eppure dovrebbe.
Non vorrei apparire impietoso, ma sappiate che la civiltà, quella che voi, al pari del dottor Pangloss, considerate il migliore dei mondi possibili, ha le ore contate.
I sintomi della malattia esiziale sono evidenti: sovrappopolazione, inquinamento, riscaldamento globale, fanatismo religioso, accentramento del potere economico, esaurimento delle risorse, fascismi e nazionalismi, debito globale, proliferazione nucleare, e se vi viene in testa qualche altro sintomo non avete che da aggiungerlo alla lista.
Purtroppo l’esito previsto è infausto, in quanto il decorso della malattia comporta una fase che in questo caso particolare potrebbe uccidere il paziente, e questa fase ha un nome ben preciso: guerra.
Che sia economica, religiosa, nazionalista, razziale, comporterà, nel migliore dei casi, miliardi di vittime, e nel peggiore, tutte le vittime.
Purtroppo pare che non molte persone se ne rendano conto.
Mary Shelley ha immaginato che anche alla morte ci sia un rimedio, ma nemmeno una persona dotata della fantasia più sfrenata potrebbe ipotizzare che ci sia un rimedio alla stupidità, ed è quella la rovina del mondo.
È la stupidità che ci spinge ad accumulare beni e ricchezze che non ci servono, è la stupidità che ci spinge a odiare il vicino con la pelle o gli occhi non conformi ai nostri, è la stupidità che ci fa credere che i buoni stanno tutti in una chiesa e tutti i cattivi fuori dalla chiesa, è la stupidità che ci urla di non dare ascolto a chi afferma che forse abbiamo torto, è la stupidità che ci mette in riga dietro a un simbolo, di legno, di stoffa, di pietra, d’oro, e ci ordina di obbedire senza discutere, senza pensare, senza dubitare.
Migliaia di miliardi di dollari vengono buttati via ogni anno per vestire, armare e addestrare degli assassini, e ogni tanto bisogna rinnovare il guardaroba, perché bisogna pure farsi notare, e perché le armi più sofisticate sono come il latte, vanno in scadenza.
Così, con bandiere diverse, con divise diverse, con elmetti diversi, con armi diverse, con proclami diversi, tutti odiano tutti, e il nemico è ovunque. Solamente una cosa li accomuna sempre: un Dio è con loro, chiunque egli sia o comunque lo si chiami.
Tutti quei soldi sono cibo sottratto a bocche affamate, medicine negate a corpi malati, istruzione preclusa ai nuovi schiavi, esistenze vissute senza gioia e senza dignità.
Non ho cognizione di cosa ci riservi il futuro, non so se saranno i sanculotti del Terzo Mondo, o i fanatici islamici, o i neonazisti asiatici, o gli imperialisti americani a scatenare la guerra, ma quando non ci sarà più, come in quella storiella di prima, della merda per tutti, ci si scannerà senza pietà anche per quella.
Quindi, perché non augurarsi un coma farmacologico al posto di una fatale crisi epilettica?
La decrescita, per quanto, secondo me, auspicabile, di certo non sarà felice, e nemmeno generalizzata. Permarranno delle sacche di resistenza, gruppi economici troppo attaccati al potere, nazioni timorose di perdere il loro status privilegiato, popolazioni vogliose del benessere a loro sempre negato, bugiarde caste sacerdotali che negheranno l’evidenza e che lavoreranno per il disastro seguendo l’antica massima “del tanto peggio, tanto meglio” (per loro, ovviamente), persone spaventate dalla novità, che poi tanto novità non sarebbe, e dai disagi conseguenti, e, non servirebbe nemmeno dirlo, andrebbe tenuto conto anche della mandria ondivaga degli stupidi.
La sola speranza è che si riesca a far udire la verità, e che questa venga, a malincuore, compresa e accettata, come si fa per una diagnosi di una malattia grave, ma non incurabile. Da lì a formare un coerente movimento d’opinione in grado di orientare le scelte governative di una nazione il passo è, forze armate e servizi segreti permettendo, relativamente breve.
Quando si fosse formata una massa critica di nazioni “consapevoli”, potrebbero essere poste in quarantena le altre nazioni riottose al cambiamento, senza alcuna violenza, questo sia ben chiaro, bensì troncando ogni rapporto con le nazioni “conservatrici”. Di queste, le più ricche e produttive perderebbero parecchi clienti, e dato che la loro economia è un difficile esercizio di equilibrio, sarebbero prima o poi costrette a cedere per evitare un catastrofico crac finanziario. Altre nazioni mostrerebbero i muscoli, ma la maledetta/benedetta globalizzazione ci ha reso tutti interdipendenti, e non sarebbe strano se gli eserciti si bloccassero per l’assenza di pochi ma insostituibili pezzi di ricambio provenienti da una delle nazioni “consapevoli”. Altri popoli non accetterebbero la decrescita comune, nella certezza che il loro destino, ovviamente rivelato da Dio in persona, è diverso. Anche in quei casi basterebbe aspettare che la miseria, fedele compagna di tutti gli integralismi religiosi, faccia il suo sporco lavoro. A quel punto, se la loro divinità non si decide a scendere di persona per salvarli, le persone decideranno di salvarsi da sé esautorando, con le buone o con le cattive, quegli ipocriti che, per sete di potere, tenevano in pugno il popolo mediante la minaccia della dannazione eterna.
Contro gli stupidi, come ho scritto sopra, non c’è rimedio, però tutti costoro hanno un punto debole: temono la solitudine di un’opinione personale, e anelano a una parola d’ordine, un indirizzo, un mood, qualsiasi cosa che fornisca loro un’etichetta nella quale possano riconoscersi. Perciò niente discorsi politici con loro, è sufficiente uno slogan pubblicitario.
È probabile che queste parole vengano considerate come i vaneggiamenti di un vecchio idealista, e accetto volentieri entrambi i termini, li prendo come un complimento. In primo luogo ricordatevi che “cane vecchio sa”, e poi che non ci si dovrebbe mai vergognare di essere degli idealisti.
Il mondo attuale si dibatte tra cinismo e fanatismo, perciò l’idealista è destinato a essere il vaso di coccio in mezzo ai vasi di ferro, e viene considerato uno sciocco sognatore, una figura passé, incapace di adeguarsi alla modernità.
Perciò, sì, posso apparire severo, beffardo, di sicuro sono uno scettico, e talvolta ferisco per il piacere di ferire, però sono anche un inguaribile idealista, e non potrebbe essere altrimenti, perché in caso contrario la realtà mi risulterebbe insopportabile.
E se, con la forza della logica, temo che potremmo essere costretti a disputarci le gallette di Soylent Verde, continuo a cercare nelle parole e nei gesti delle nuove generazioni la lucidità necessaria per distinguere ciò che vitale da ciò che è solamente utile, perché sarebbe assurdo pretendere che sorga dal nulla un singolare desiderio di infelicità senza che esse possano prima avvertire il pericoloso desiderio di morte che sta avvelenando l’attuale cosiddetta civiltà.

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Ode a Mirella

O voi che fate acquisti nei centri commerciali,
o voi che andate al negozio sotto casa,
o voi che frequentate i mercatini rionali,
o voi che andate cercando le svendite di fine stagione,
o voi che passate ore sui siti internet,
voi non sapete che c’è Mirella, non sapete chi è Mirella, non sapete cos’è Mirella, non sapete com’è Mirella, non sapete dov’è Mirella.
Sono più di vent’anni che sento parlare di lei, però ogni descrizione, ogni commento, ogni credito, nulla dipanava del mistero, anzi altro non era che l’ennesima tessera di un puzzle dal disegno sibillino.
Era ora che vedessi, che sapessi, e che, forse, comprendessi.
Come disse Giulio Cesare, veni vidi vici.
E ora vi racconto, o almeno ci provo.
Mirella non è una persona, Mirella non è un luogo, Mirella non è una struttura. Mirella è un’esperienza sinestetica.
Immaginatevi un edificio anonimo, a due piani, il primo quasi senza finestre, ma con dei portoni quanto mai semplici. La soglia di questi ultimi non si trova a filo marciapiede, bensì stanno a un’ottantina di centimetri più in alto, e perché? Ve lo dico io, perché quello era un tempo un magazzino portuale. Le merci che stavano all’interno venivano caricate, a mano, su dei carretti, e perciò il pianale di quelli doveva trovarsi alla stessa altezza del pavimento del magazzino.
Inquadrato l’esterno, ci avviamo verso una scaletta di cemento che consente l’accesso a uno di questi portoni a tutto sesto, e nel farlo mi è impossibile scacciare dalla mente un’immagine assai bizzarra, anche se estremamente naturale.
Chi abita fuori città, oppure ama le gite in campagna, avrà forse avuto la possibilità di osservare un alveare, o un formicaio, notando come gli insetti si accalchino nei pressi del varco di accesso, ma che, nonostante il loro numero, come riescano a entrare e a uscire senza darsi troppo fastidio. L’essere umano, di gran lunga più in alto nella scala evolutiva, riesce invece a ottenere code chilometriche di autoveicoli fermi quando viene semplicemente a mancare una sola corsia in autostrada.
Bando alla facile ironia, torniamo a osservare quel portone, e intanto cerchiamo di dipanarne il mistero, perché l’andirivieni di persone che entrano ed escono senza soluzione di continuità non trova una palese ragion d’essere per quell’insignificante edificio, e perché il loro numero sembrerebbe incompatibile con le dimensioni della costruzione, come se ci fossero dei sotterranei all’interno, ma, essendo noi quasi in riva al mare, ciò sarebbe irrealizzabile, o magari è stata scoperta una quarta dimensione oltre alle tre già note, però in tal caso questo sarebbe un racconto di fantascienza.
Urge indagare.
Salgo la scaletta e attraverso il portone, già aperto, perennemente aperto, cronicamente aperto. Entrando non posso evitare di notare un foglio di carta attaccato con il nastro adesivo sull’anta spalancata. Il messaggio che contiene è chiaro, essenziale, garbatamente imperativo, e, nella sostanza, degnamente beckettiano, in quanto recita così: si prega di chiudere la porta. Per amor di precisione, confesso di non aver riportato le esatte parole del testo, giacché era redatto in sloveno, però potete fidarvi della mia traduzione.
Chi ha appiccicato quel cartello non si è reso conto di quali rischi avrebbe corso se l’ordine non fosse stato bellamente disatteso, o magari ha fatto affidamento sulla colpevole incuranza della gente nei riguardi di un avviso, augurandosi proprio che la porta non venga mai chiusa. Se invece le persone si fossero comportate conseguentemente a quel cartello, sarebbe stato inevitabile un quotidiano collasso delle cerniere e della maniglia, e pazienza se quest’ultima cedeva con la porta spalancata, ma non oso nemmeno immaginare cosa sarebbe potuto succedere se la porta fosse rimasta ostinatamente chiusa, con una massa di persone che strillava per poter uscire e una equivalente che dava in escandescenze per entrare prima dell’orario di chiusura.
Oltrepassata la soglia, apertasi la folla come le acque del Mar Rosso dinnanzi a Mosè, non riesco nemmeno a fare un paio di passi senza trovarmi la strada sbarrata da una fila compatta di magliette con vivaci disegni rossi. Eccomi bloccato come la cavalleria russa a Balaklava davanti al 93º Reggimento di fanteria Highlander.
Mi guardo attorno. A destra il passaggio tra gli stender è quasi del tutto occupato da un gruppo di giovani donne che stanno tramenando dei vestiti fiorati con spalline. Se li appoggiano al seno, si osservano l’un l’altra, si consigliano, ridono, scuotono il capo, mettono via, riprovano quello di prima, se li passano si mano, e così via.
A sinistra la via sembra sgombra almeno per tre o quattro metri, perché su un lato c’è il bancone per il ritiro degli acquisti, ma gli espositori immediatamente adiacenti non riescono a nascondere una situazione altrettanto caotica.
Dietro a me riesco ancora a scorgere l’arco che sormonta l’ingresso, ma questo mi sembra un’immagine creata dalla stessa Fata Morgana che illuse quel re barbaro fino a farlo annegare tra Scilla e Cariddi: praticamente irraggiungibile. Mi rassicura la consapevolezza che prima di chiudere dovrebbero buttarci fuori tutti, me compreso quindi, o almeno così spero.
Intanto che sono imbottigliato tra una falange di giubbini corti e un plotone di abitini da sera simileleganti, getto un’occhiata in giro per misurare l’ambiente. Gli stender sono alti circa un metro e mezzo, per cui mi pare di stare in un campo di erba altissima, o immerso in un variopinto mare dal quale spuntano qua e là le teste di altri naufraghi.
A occhio saranno una ventina di metri su un lato e una trentina sull’altro, però i prodotti sono sistemati in maniera molto furba, oserei dire diabolica, quasi un gioco di prestigio, e pare che ce ne siano talmente tanti da riempire un ettaro di superficie coperta. Tutti gli espositori sono caricati fitti fitti di grucce, ognuna col suo bel capo d’abbigliamento di colore e taglia esattamente uguali a quelli adiacenti, e questo genera una sensazione di sovrabbondanza che invita a cercare, curiosare, esplorare, con la subliminale certezza che, prima o poi, scoveremo qualcosa che fa sicuramente al caso nostro.
L’effetto in questo caso è duplice, ossia ci si trova a insistere nella ricerca dell’ago in un pagliaio, e dopo tutto quel voltare e rivoltare, distratti da forme, colori, sconti e offerte, è inevitabile l’oblio che porta a dimenticare cosa si è venuti a fare, per cui l’ago non lo troveremmo più neanche se ci sedessimo sopra.
Niente manichini, niente poster di famosi stilisti, rarissimi gli specchi, tutto è ridotto all’essenziale, e tutto è mescolato in ranghi compatti che formano un angusto labirinto nel quale è impossibile muoversi con la speditezza che il disinteresse imporrebbe. C’è ben poco da fare, volenti o nolenti si è costretti a procedere a rilento, attendendo i comodi di chi ci precede, o cedendo il passo a chi ci viene incontro, e in questo caso sembra proprio che ci sia capitato di incocciare in un’intera comitiva di perditempo. Se non avete la certezza di possedere la stessa flemma di un suddito di Sua Maestà Britannica, è meglio non tentare la sorte, a meno che non sia vostra la ferma intenzione dare scandalo uscendo con affermazioni inappropriate e inconsulte.
In ogni caso una scappata da Mirella è un’esperienza che toglie il fiato, letteralmente, ossia l’affollamento è tale che, complici l’innalzamento del tasso di umidità e del valore di temperatura, l’impressione è quella di essere entrati in una pentola a pressione nella quale sta bollendo una minestra, e voi siete uno degli ingredienti in corso di cottura, assieme all’umanità varia che vi circonda da ogni lato.
Proprio quest’ultima è, almeno per me, la prospettiva più interessante, con tutti i suoi aspetti bizzarri e le sue contraddizioni. Come non sorridere alla vista di una donna velatissima che va provando, da fuori, un reggiseno sexy? Come non paragonare all’arte contemporanea un fitto dialogo lunare tra una donna rumena e una croata attorno a un capo in offerta? Come non stupirsi di quanta strada sia disposta a fare una donna pur di trovare, o illudersi di aver trovato, ciò che aveva cercato per anni? Come non guardare con simpatia, e anche compassione, tutte queste persone che arrivano da lontano, ferme nella loro volontà di sembrare più ricche, magari rinunciando alla ricchezza della loro cultura?
È un bailamme di lingue e dialetti, ma non solo, anche di colori e di abbigliamenti particolari, ma non solo, anche di profumi troppo dolci e troppo floreali, ma non solo, anche di graveolenti odori di sudore, di piedi, di aglio, dipende dalla lunghezza del viaggio, dalla potenza del deodorante e dalla pesantezza della dieta.
Su tutto sovrasta la consapevolezza di trovarsi in un universo femminile. Gli uomini, attempati mariti in genere, sono pochi e spaesati. I più fungono da appendiabiti per la moglie, e supportano con pazienza giacche e borsette. Se ne stanno lì, mogi o annoiati a seconda del carattere, in qualche punto del negozio dove possano venire facilmente rintracciati dalla consorte, e ogni tanto, come cagnolini tristi, quelli buttano uno sguardo speranzoso in direzione dell’uscita, o almeno in quella che loro pensano si trovi l’uscita, dato che non è più in vista da un bel pezzo.
Per inciso, tutti i capi di abbigliamento maschile, per lo più magliette sportive e indumenti da lavoro, sono confinati in un angolino irrilevante, quasi un atto di presenza, il che la dice lunga sulla politica commerciale del negozio e sul target che si è prefissato.
Vi chiederete cosa porti tutta questa babele di donne da Mirella, quale sia il miele che le attira in maniera irresistibile, obbligandole a un disagevole viaggio per ottenere qualche ora di ebbrezza consumistica.
Ve lo dico io: i prezzi.
Adesso, in estate, potreste dover girare anche mezza giornata prima di trovare qualcosa da indossare che costi più di dieci Euro. La media si aggira sui cinque o sei Euro, e anche se l’aspetto estetico in qualche raro caso lascia abbastanza a desiderare, non ci sono grandissime differenze con le merci esposte nelle vetrine blasonate del centro, nelle quali capita troppo spesso di non riuscire nemmeno a sopportare la vista di capi creati da stilisti evidentemente daltonici o affetti da grave astigmatismo.
Se poi avete ricevuto in dote una buona memoria visiva, dopo una capatina da Mirella potrebbe capitarvi di ritrovare gli stessi prodotti in altri negozi, ma con un prezzo lievitato di quattro volte come minimo, e pure spacciati per offerta speciale superscontata.
Lo so, è bello girare per il centro commerciale, coccolati dall’aria condizionata e cullati da una gradevole (a seconda dei gusti, non i miei) musica di sottofondo, ci si compiace del proprio senso estetico contemplando una vetrina addobbata con eleganza, ci garba sentirsi lisciare il pelo da una commessa servizievole, è bello girovagare con aria di sufficienza tra le bancarelle di un mercatino, ma niente è paragonabile all’emozione forte, addirittura eccessiva per certi versi, che offre Mirella.
In buona sostanza si tratta di un bazar, l’ultimo superstite di quel fondaco multietnico che era Trieste ai tempi della defunta, e poi brevemente risorto, ma con estremo provincialismo e colpevole miopia commerciale, grazie alla provvisoria clientela proveniente dalla Jugoslavia titina.
Mirella è più di un caotico negozio di abbigliamento; è umana come sa essere la vanità, e artificiosa come può essere ciò che è in grado di saziarla, almeno per un breve attimo; è una terra di nessuno e di tutti, di nessuno al di sopra di un altro e di tutti quelli che ne accettano le regole; è un gioco nel quale sempre si vince, anche se il premio potrebbe risultare di infimo valore; è l’inferno dei dannati a comprare, e il paradiso di chi sa cercare con acume; è un irresistibile centro di gravità dove precipita chi desidera ciò che non gli è concesso altrove, e dal quale si diffonde in tutte le direzioni un’aura di leggenda di cui ogni cliente può vantare delle reliquie, di cotone, di lino, di poliestere, di nonsisa, ma tutte, ça va sans dire, rigorosamente non griffate. E tanto basta.

Immagine ricavata dalla pagina Facebook di Mirella

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TAK

La situazione è minima: un vicolo di una ventina di metri, poco più di un androne a cielo aperto tra pareti di malte più vecchie che antiche, in fondo un ingresso che fu patrizio disegnato da un largo portone ad arco, tre ampie finestre al piano nobile che soffrono dell’angustia di spazio, due sorelle minori di sopra a dar luce a vani appena appena abitabili sotto al tetto di tegole smosse, tre tavolini di legno ingrigito dalla vita all’aperto con la compagnia di alcune sedie altrettanto provate, e io su una di quelle, vecchiume sul vecchiume, ma con una fresca Pale Ale per scacciare i fantasmi che mi circondano.
La luce arriva di sghimbescio, e per un effetto speciale accende quella nuda scenografia degna di una corte dei miracoli. Il vicoletto si apre su una calle che il viavai di turisti illude di essere veneziana, il masegno lucido e la crepata arenaria raccontano degli infiniti passi che hanno dovuto sopportare, frettolosi, incerti, cadenzati, strascicati, ondivaghi come se la pietra fosse mare, e ogni tanto uno di quei metronomi umani si arresta, si accorge del vicolo, lo studia un po’, incerto sulla realtà di ciò che vede e sulla sua capacità di interpretarla, e poi caccia fuori una macchina fotografica.
Ecco, il gioco è fatto, in pochi secondi io sono stato catturato assieme a tutto il resto, il pesce sbagliato nella paranza digitale, l’essere antistorico e casuale in un palcoscenico senza una storia degna di questo nome, ma tant’è.
Latini, asiatici, teutonici, slavi, senza distinzione di censo e di pigmentazione cutanea, vedono e, quasi senza volontà propria, tentano di imprigionare in un ammennicolo elettronico quella suggerita fantasia, illudendosi di poterla rivedere una volta lontani. La ragione è che niente ci attira di più di quel che ci sfugge, e a loro sfugge la cosa più importante di tutte, il momento che solamente io sto vivendo.
La mattinata è, dopo una settimana di cielo lacrimoso, finalmente godibile; la mia birra è fresca e profumata, sa di fiori, e regala al palato aromi di arance amare e frutti della passione; niente e nessuno mi dà il tormento, almeno finché tengo questo Graal in mano, né il tempo, né pedestri impegni, né suggestioni ipocondriache, né rimpianti, e nemmeno un’idea di futuro. Solamente di una cosa sono consapevole, la netta percezione di vivere un miracolo, quello di poter esser lì in quel momento e in tale stato d’animo, soggetto e oggetto di quel vicolo e dell’universo, particella fugace come un’effimera, ma incisiva come una zanzara estiva di notte.
Può venir fotografato tutto questo? Ne dubito. Magari un’anima suggestionabile potrebbe ricavarne un quadro, anche se, nonostante le buone intenzioni, il dipinto difficilmente verrebbe compreso.
Io intanto bevo e lascio fare, mi godo il mio attimo di eternità, quando a Linz, a Oradea, a Brighton, a Gand, a Providence, a Busan, guarderanno una foto scattata durante le ferie e io sarò con loro a gustarmi quella birra ancora una volta e per sempre.

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I mercanti di Venezia

Diciamoci la verità, pagare scoccia un po’ a tutti, anche quando si tratta di cifre modeste che non ci manderebbero in rovina.
È di questi giorni la notizia che, dal mese di maggio, per entrare a Venezia sarà necessario pagare una sorta di biglietto di ingresso, e a tal riguardo ho avuto modo di registrare un ampio panorama di commenti, generalmente critici. Si va da coloro che definiscono tale decisione come un balzello, richiamandosi alla gabella di 1 fiorino del noto film “Non ci resta che piangere”, fino al versante opposto che ritiene la cifra richiesta fin troppo modesta, e perciò inutile allo scopo.
Prima di schierarsi sarebbe buona cosa avere almeno un’idea di quale sia lo “scopo”, ossia dove si vorrebbe andare a parare; da quel che si è riusciti a capire l’intenzione primaria è quella di colpire il turista “mordi e fuggi”, il turista che scende a Venezia per una sola giornata o anche meno.
Secondo gli amministratori locali il prezzo del biglietto (che potrà variare dai 6 ai 10 Euro a seconda del numero previsto di ingressi) dovrebbe scoraggiare il turista “autogestito”, ossia quella figura invasiva che consuma il masegno, ma che non consuma nei locali pubblici della città lagunare.
Appurata l’intenzione “mercantile” di tale politica mi permetto di nutrire più qualche dubbio sulla sua reale efficacia.
Vero è che la stragrande maggioranza dei visitatori di Venezia si ferma in città per una visita a volo d’uccello, o in occasione di qualche importante esposizione museale, ma se poi decide di ripartire in serata non lo fa per una particolare disaffezione, bensì perché il pernottare per un fine settimana a Venezia potrebbe comportare dei costi non esattamente “popolari”.
Per capire quanto peso avrà tale biglietto sulla scelta se visitare o no Venezia servirebbe mettersi nei panni del possibile turista, e per farlo cercate di seguirmi, con un po’ di fantasia, in questo ragionamento. Io non ho idea di quali possano essere le località o i monumenti che voi vorreste visitare più di ogni altra cosa, le piramidi, il Grand Canyon, la muraglia cinese, Machu Picchu, il Partenone, New York, la Polinesia, non importa, però sono certo che per la massima parte di voi si tratti di eventualità più che rare, direi uniche, e che se vi si presentasse la possibilità di andarci non fareste troppi i difficili per una decina di Euro di differenza. Parimenti per il grosso dei turisti che arrivano a Venezia, specialmente se stranieri, si tratta di un incontro eccezionale, sognato, mitizzato, arrivo a definirlo feticistico, dato che la storica città è stata, è, e ancora sarà scenario e protagonista di eventi mediatici che hanno fortemente colpito l’immaginario popolare.
Per queste persone che hanno speso centinaia, forse migliaia di euro per vedere (e toccare) “una volta nella vita” la Venezia dei loro sogni, quei pochi euro in più sarebbero molto meno fastidiosi delle inevitabili zanzare estive.
Allora che si fa, accesso libero come adesso oppure una tassa di ingresso fortemente selettiva?
Non saprei.
La situazione attuale è insostenibile. Ci sono momenti nella giornata durante i quali le calli attorno a Rialto sono letteralmente ostruite dalla massa di corpi vocianti, altre invece che si riducono a una sorta di suk dove Venezia, o quel che ne resta, viene smerciata un tanto al chilo. Quella massa di poveracci che si spingono, si intralciano, si accalcano, cosa mai potranno capire di quanto hanno attorno a sé?
All’opposto avremmo una presenza elitaria di visitatori, ovvero una sommaria selezione tra chi può e chi non può, il che farebbe di certo calare la pressione antropica sulla città, ma la trasformerebbe in un parco a tema per soli benestanti. Venezia perderebbe la sua secolare anima di accoglienza liberale verso tutti, aristocratici e plebei, papisti ed eretici, amici e nemici, terricoli e marinai, artisti e trafficanti, sognatori e disperati, per diventare una vecchia cortigiana imbellettata o, se preferite, una puttana d’alto bordo.
Quindi?
Quindi niente.
I turisti “mordi e fuggi” continueranno a illudersi di aver visto Venezia, magari brontolando un po’ per l’odioso balzello, e faranno finta di non accorgersi che quanto hanno dovuto pagare è assai meno di ciò che devono sborsare per il vaporetto, o per una gondola, o per qualche momento di ristoro in una suggestiva piazzetta.
Potrebbe sembrare che io sia contrario a questa tassa di ingresso, ma non è così. Più volte negli anni passati ho espresso l’auspicio che Venezia venisse considerata un museo a cielo aperto, e che come tale venisse trattata e mantenuta.
Ecco, siamo arrivati al nocciolo della questione: la manutenzione.
I veneziani lo sanno bene, la città si sta lentamente svuotando. Troppo cara la vita, troppa attenzione verso il profitto, troppo assente l’amministrazione, troppo costosi i lavori di restauro, troppe pastoie burocratiche, e se ci si trova ad abitare lontano dai percorsi turistici si deve far da sé quando l’acqua e la salsedine aggrediscono i vecchi edifici lungo i canali. Chi non ce la fa, oppure ha un lavoro sulla terraferma, preferisce vendere tutto e andarsene piuttosto che impelagarsi con restauri il cui esito si profila incerto, dipendente da limitate risorse e dalle ubbie di qualche zelante funzionario in carriera.
Quanto vorrei che una consistente parte del ricavato della tassa di ingresso andasse in un fondo destinato al sostegno della manutenzione ordinaria e straordinaria di edifici “invisibili” al turista medio, ma “vitali” per i veneziani che non dispongono dei sufficienti mezzi economici e di tutte le competenze tecnico-storiche per eseguire dei lavori, in questo caso come non mai, “a regola d’arte”.
E già che ho citato l’arte, torno al concetto di museo a cielo aperto.
Per entrare in un museo si paga un biglietto il cui prezzo varia in funzione della qualità e della rarità di quanto vi viene esposto, ma che sia un piccolo museo comunale oppure la Galleria degli Uffizi, a tutti viene richiesto implicitamente di mantenere un comportamento consono all’ambiente. Se andate a Parigi per divertirvi non potete pretendere di andare a far casino al Louvre, per voi sarebbe più adatta Disneyland, oppure qualche caratteristica brasserie del Quartiere Latino.
Lo stesso dovrebbe valere per Venezia.
In questo blog ho inserito alcune suggestive immagini di una notte di capodanno interamente trascorsa a Venezia passeggiando per le calli, ma andando per bacari, di ombra in ombra, sono capitato anche in zona San Marco. Era un macello. A parte la gente che, pur non essendo ubriaca, si lasciava andare alla sguaiataggini più assurde, si camminava su un greto di cocci di vetro, cartacce, bicchieri di plastica e avanzi di cibo. Sarò scemo io, ma ancora oggi non riesco a comprendere il senso di arrivare fino a Venezia per fare quel casino che si può fare comodamente a casa propria. In buona sostanza ne ho dedotto che si tratta dello stesso approccio di chi si diverte a deturpare i monumenti con scritte o sfregi.
Mi chiedo allora se un biglietto d’ingresso possa essere un deterrente efficace contro l’arrivo di tali acefali. Suppongo di no, perciò si ritorna alla solita conclusione, ossia che parte dei nostri problemi non derivi da una mancanza di soldi, bensì da una mancanza di cultura.
Eccola qui la tanto magnificata, auspicata, celebrata, esaltata, santificata cultura, quella stessa che ci permette il vanto di ben 54 siti definiti dall’UNESCO “patrimoni dell’umanità”, quella stessa che ci fa detenere (ma non sempre esporre) il panorama artistico più grande al mondo (soprattutto per estensione temporale), quella stessa che offre ai visitatori provenienti da tutto il globo terracqueo una miriade di borghi storici e tante città d’arte, quella stessa che possiamo ascoltare in una sala da concerto, ma anche alla radio, quella stessa che ha fatto innamorare Goethe, Stendhal, Hemingway, tanto per fare dei nomi, quella stessa che dovremmo difendere con le unghie e con i denti dal pressapochismo montante, dalla monetizzazione uber alles, dall’incuria indifferente e dall’idea di un paese cartolina da spacciare in ogni agenzia turistica.
Lo so che rischio di essere tacciato di fondamentalismo, ma dato che dal 2022 per entrare a Venezia sarà necessaria la prenotazione, mi augurerei che essa fosse nominativa, e che per i buzzurri, qualsiasi cifra essi possiedano in banca o in tasca, sia emessa una sorta di DASPO.
Più realisticamente mi accontenterei di un dettagliato opuscolo (in)formativo, nel quale OGNI visitatore, leggesse ciò che può fare e ciò che non dovrebbe fare, suggerimenti più che regole, istruzioni per l’uso onde evitare l’abuso, come farebbe un veneziano accompagnando l’ospite che arriva da lontano, orgoglioso di ogni monumento, ogni edificio, ogni calle, ogni scalino, ma geloso della sua integrità, morale prima ancora che materiale.
Perché di Venezia ce n’è una, una soltanto, e una deve restare. Soprattutto deve restare.

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