Catalunya

Escolta, Espanya, – la veu d’un fill
que et parla en llengua – no castellana:
parlo en la llengua – que m’ha donat
la terra aspra:
en ‘questa llengua – pocs t’han parlat;
en l’altra, massa.
 
T’han parlat massa – dels saguntins
i dels que per la pàtria moren:
les teves glòries – i els teus records,
records i glòries – només de morts:
has viscut trista.
 
Jo vull parlar-te – molt altrament.
Per què vessar la sang inútil?
Dins de les venes – vida és la sang,
vida pels d’ara – i pels que vindran:
vessada és morta.
 
Massa pensaves – en ton honor
i massa poc en el teu viure:
tràgica duies – a morts els fills,
te satisfeies – d’honres mortals,
i eren tes festes – els funerals,
oh trista Espanya!
 
Jo he vist els barcos – marxar replens
dels fills que duies – a que morissin:
somrients marxaven – cap a l’atzar;
i tu cantaves – vora del mar
com una folla.
 
On són els barcos. – On són els fills?
Pregunta-ho al Ponent i a l’ona brava:
tot ho perderes, – no tens ningú.
Espanya, Espanya, – retorna en tu,
arrenca el plor de mare!
 
Salva’t, oh!, salva’t – de tant de mal;
que el plo’ et torni feconda, alegre i viva;
pensa en la vida que tens entorn:
aixeca el front,
somriu als set colors que hi ha en els núvols.
 
On ets, Espanya? – no et veig enlloc.
No sents la meva veu atronadora?
No entens aquesta llengua – que et parla entre perills?
Has desaprès d’entendre an els teus fills?
Adéu, Espanya!
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Joan Maragall – Oda a Espanya – 1898
.
.
.
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( editazione di un’immagine presente sul sito di independent.co.uk )

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Cassandra Crossing / Non dimenticate la Data Retention

Fonte:  Punto Informatico del 30/08/17

di M. Calamari – Prima delle vacanze è passata alla Camera una proposta di legge liberticida; l’atto finale avverrà al Senato fra qualche settimana, ma occorre chiarezza e assunzione di responsabilità  

Chi non ha avuto la memoria cancellata dalle vacanze, ricorderà certamente lo scherzetto che i Deputati della Camera, a maggioranza bulgara, hanno ritenuto di fare agli italiani.
In estrema sintesi, un emendamento di portata devastante è stato inserito in una proposta di legge che tratta di sicurezza degli ascensori.

L’emendamento è stato discusso e approvato durante l’ultima seduta della Camera prima delle ferie, ben nascosto tra ascensori, tartufi ed energie rinnovabili, ed è stato regolarmente approvato anche a causa della distrazione di alcuni Deputati, che avrebbero invece dovuto, per i loro trascorsi, levare ben alta la voce.
L’emendamento prevede due modifiche devastanti per la privacy, ma gustosissime per gli amanti del tecnocontrollo sociale.
Il primo è la triplicazione da 2 a 6 anni della conservazione dei dati telefonici. Nessun paese civile ha periodi superiori a due anni, come richiesto anche dall’UE.
Il secondo, molto più grave perché più insidioso, è l’equiparazione dei dati Internet a quelli telefonici, cosa che farebbe automaticamente scattare una serie di adempimenti legislativi già in essere da tempo, tra l’altro molto onerosi anche per i provider.
In un solo colpo verrebbe attuata una data retention pesantissima nei confronti del Popolo della Rete, cioè della maggioranza degli innocenti cittadini italiani.
L’approvazione del decreto legge nella sua stesura attuale anche al Senato, che riprenderà i suoi lavori il 12 Settembre, farebbe scattare automaticamente l’estensione della data retention; dovrebbe poi essere seguito da un’ulteriore modifica dell’art. 132 della Legge 196/2003 (Testo Unico sulla Privacy), che definisce la data retention attualmente permessa in Italia.

Secondo Cassandra è vitale che questo secondo round avvenga con la massima chiarezza, trasparenza e pubblicità, in modo tale che chi vi parteciperà si prenda le sue responsabilità nei confronti dei cittadini e degli elettori. In questo modo coloro che, con il loro silenzio o con la loro esplicita approvazione, permetteranno questo abominio, almeno non potranno poi negare le loro responsabilità.
Sono, tra l’altro, le stesse persone che hanno permesso che l’infrastruttura tecnica della Rete italiana venisse stravolta e asservita alla censura come solo in Paesi “diversamente democratici” è fino ad oggi accaduto.

Cittadino avvisato…

Marco Calamari
Lo Slog (Static Blog) di Marco Calamari
L’archivio di Cassandra/ Scuola formazione e pensiero

Elogio della lentezza

Sì, no, non so

Stamane volevo telefonare alla trasmissione radiofonica “Prima pagina”, un bel format dove il giornalista di turno commenta le notizie dei quotidiani e, nella seconda parte, dà voce agli ascoltatori per quesiti e commenti.
M’hanno frenato due cose, la prima è che stavo troppo bene a letto, anche solamente per andare a prendere il telefono. Sapete, da me fa ancora abbastanza freddo da far apprezzare il calore delle lenzuola di flanella, specialmente la domenica…
Il secondo problema sono io, o meglio la mia incapacità di essere sintetico e di arrivare subito al punto, il che, stante il poco tempo a mia disposizione, mi avrebbe esposto al rischio di un intervento abborracciato e inconcludente. Così ho pensato bene di affliggervi con una di quelle mie solite tirate nelle quali non si capisce mai dove io voglia andare a parare.
Premessa indispensabile: siamo in guerra.
Lo so, forse non ve ne rendete conto, almeno fino a quando questa non vi tocca, ma siamo in guerra. Lo siamo non da oggi, non da ieri, non da un anno, ma da sempre, da centinaia di migliaia d’anni, sempre contro lo stesso nemico implacabile: la malattia.
Schiere e schiere di microbi, batteri e virus prendono d’assalto le nostre difese incuranti delle loro perdite, cercano un punto debole, una breccia, un passaggio non sorvegliato, e trovatolo si lanciano al nostro interno come i lanzichenecchi a Roma. Del resto anche noi facciamo del nostro peggio per agevolare gli assalitori, apriamo le nostre porte a innumerevoli cavalli di Troia, pur consapevoli del loro infido contenuto, e diamo ricetto a chi si mostrerà al momento opportuno un’esiziale quinta colonna.
I nostri antenati usavano rozze armi di legno e selce per difendersi dalla fiere, e parimenti si affidavano a radici, erbe e formule magiche, armi approssimative e di efficacia se non dubbia almeno casuale, per combattere la personale battaglia contro le malattie.
Anche noi, in apparenza più evoluti, dobbiamo combattere la stessa battaglia, pur sapendo che, escluso un incidente, l’esito finale ci vedrà soccombenti, ma armi più precise e potenti ci consentono almeno di procrastinare la resa. Con un termine sportivo si potrebbe dire che stiamo facendo melina.
Solamente da un paio di secoli nel nostro arsenale abbiamo a disposizione uno strumento di grande efficacia, disponiamo di alcuni traditori nelle file del nemico in grado di svelarci i suoi piani per darci la possibilità di preparare le adeguate contromisure. Sono i vaccini.
A meno che non siate appena tornati da un viaggio in luoghi remoti e irraggiungibili da ogni forma di comunicazione, un’isola deserta dell’Oceano Pacifico, una montagna dell’Himalaya, un pianeta extrasolare, vi è per certo toccato di sorbirvi le polemiche mediatiche tra vaccini sì e vaccini no, con tutti gli organi ufficiali inorriditi alla vista di qualche eretico che osa mettere in dubbio la santità di quel trattamento medico.
Da quel che so si è giunti alla decisione di rendere i vaccini obbligatori, con pesanti sanzioni economiche e sociali per gli obbiettori, fino a decidere di levare i figli ai loro genitori, parificando questi ultimi ai criminali della peggior specie. Se non è una distopia realizzata è perlomeno un atto da regime totalitario.
Badate bene, io non sono contrario alle vaccinazioni, tutt’altro. Son più di vent’anni che vengo preso per i fondelli perché mi vaccino contro l’influenza (a mie spese…), ed entrambi i miei due figli sono stati a suo tempo vaccinati con la trivalente.
E allora, direte voi a questo punto, perché ti scandalizza la decisione governativa?
La risposta sta nei bugiardini di una qualsiasi delle medicine che avete in casa. Anche se è un semplice analgesico, per ogni riga di indicazione terapeutica ve ne sono almeno dieci di possibili effetti collaterali. Non è che queste avvertenze vi fermino, poiché ogni volta decidete di correre il rischio purché il mal di testa, la tosse, la bronchite, l’infiammazione di turno smettano di tormentarvi. Si potrebbe parlare allora di rischio calcolato, ma di ogni calcolo, per considerarlo esatto, bisogna conoscere tutti i fattori, e i bugiardini (che quasi nessuno legge) servono proprio a questo.
Quindi se ogni cosa ha le sue controindicazioni, dalla capecitabina alla crema solare, perché non dovrebbe averle anche un vaccino?
È ovvio che si tratta di una domanda retorica; la domanda vera che si nasconde al suo interno è: perché non possiamo sapere quali sono e che peso hanno?
Invece no, nulla si sa di certo, e tutti sparano cifre massime a caso, a effetto, a scopo propagandistico, fino ad arrivare alla proposta assurda (sentita personalmente alla radio) di far pagare le eventuali cure mediche di bambini non vaccinati ai loro sciagurati genitori, una bella proposta di eugenetica economica. Seguendo questo metro dovremmo escludere dal Servizio Sanitario Nazionale i fumatori che contraggono malattie collegate all’apparato respiratorio, gli obesi per ogni problema cardiovascolare, gli alcolisti per ogni patologia epatica, i golosi che contraggono il diabete, e via dicendo.
Vedete bene che non se ne esce.
Allora, che si fa, dobbiamo continuare a separarci in favorevoli e contrari?
Sì, dobbiamo farlo, ma con coscienza e conoscenza.
Dobbiamo farlo, con la conoscenza di quali potrebbero essere i possibili e malaugurati effetti collaterali di una vaccinazione, capitasse anche un caso su un milione, per cui chi è favorevole lo è sapendo a cosa può andare incontro.
Dobbiamo farlo, con coscienza, perché sarei curioso di sapere quante di quelle persone che non intendono far vaccinare i loro figli sarebbero disposti a rinunciare a proteggersi se si scoprisse un vaccino contro il cancro.
La coscienza, diceva Gaber, è come l’organo sessuale, o fa nascere la vita, o fa pisciare, ma io, Giorgio mi perdoni, non trovo disdicevole nessuna delle due funzioni, e se non ci credete provate a chiedere a chi ha sofferto di ritenzione urinaria. La coscienza in questo caso ammette il vaccino come conservazione della vita, e fa anche pisciare come umana liberazione dalla paura, nella stessa misura di come ci liberiamo, con rara felicità, di un’impellenza fisiologica.
La chiave di questa dilemma divisorio è racchiusa sempre e solamente in quella parola: guerra.
Il genere umano combatte le sue battaglie con le armi di cui dispone, conosce le sue vittorie e le sue sconfitte, e dovrebbe riconoscere anche i suoi eroi.
Sul petto di chi dobbiamo appuntare la medaglia, dei medici, degli scienziati, delle case farmaceutiche?
Nessuno di loro.
Sono abbastanza vecchio per ricordare un dettaglio degli sferraglianti tram di una volta, una targhetta in bachelite color crema avvitata accanto a determinali sedili del tram, e la relativa scritta in stampatello maiuscolo: “POSTO RISERVATO AGLI INVALIDI DI GUERRA E DEL LAVORO”.
Gli invalidi del lavoro ci sono ancora, ma sembra che nessuno se ne curi troppo, fanno parte del PIL, mentre le guerre sono lontane, combattute da gente considerata barbara o da professionisti del settore.
Invece è così che dovremmo considerare le persone, poche, pochissime, che soffrono degli effetti collaterali dei vaccini: invalidi di guerra, la guerra di tutti noi.
Quando assumiamo un farmaco, qualsiasi farmaco, lo facciamo per il nostro benessere individuale, ed è sempre una scommessa con altissime probabilità di vittoria. Ogni spiacevole conseguenza è perciò solamente una scommessa persa, un danno dovuto alla malasorte o a un difetto del nostro DNA.
Quando ci vacciniamo, o facciamo vaccinare i nostri figli, lo facciamo per il nostro o loro benessere (che poi è il nostro), ma parimenti agiamo anche a beneficio del resto dell’umanità, per chi non è ancora protetto, magari non per colpa sua, e per le generazioni a venire.
Un governo serio (quindi non questo), invece di emettere grida manzoniane dovrebbe considerare i dubbi di chi teme un eccesso di protezione farmacologica, di chi vede dietro a questa interessi economici o peggio, e dovrebbe farlo anche se costoro inseguissero dei fantasmi.
La frase che avrei voluto sentire è questa: i vaccini sono una parte fondamentale della medicina preventiva, ma purtroppo, come tutte le cose umane, essa non è una scienza esatta, perciò quei pochi, anzi pochissimi, che si sacrificheranno loro malgrado per un bene maggiore sappiano che saranno i nostri eroi, e che noi non li lasceremo soli, mai.
Niente di tutto ciò ho udito, bensì solamente schermaglie di partito, urla da stadio e frasi precompilate hanno invaso i formati comunicativi di maggior diffusione, in una nazione nella quale chi ha un figlio con problemi si trova a combattere con la rarefazione dell’assistenza sanitaria, uno scarso supporto specialistico per l’apprendimento, la disattenzione e il fastidio della società, fino all’abbandono terapeutico quando il bambino sofferente è diventato un adulto sofferente.
In buona sostanza, coloro che si oppongono alla vaccinazione obbligatoria hanno torto, però come dar loro torto?
Vedete bene che non mi sarebbe stato possibile concentrare tutto ciò nei due o tre minuti di intervento radiofonico, a meno di non essere obbligato a infilarmi anch’io nella trappola favorevoli/contrari, perché la libertà vera non è quella di poter scegliere, bensì quella di non essere costretti a scegliere.

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Oslo diventa car free

Facile profezia

Era il 2013, e già s’era capito l’andazzo…

Tre motivi

Che tristezza.

 

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Soffrire per piacere

Immagine da: www.dreadcentral.com

Immagine da: dreadcentral.com

Mi è capitato poco tempo fa di risolvere un quiz proposto dalla trasmissione radiofonica “Hollywood Party”. Non si vince niente, solamente la soddisfazione di aver indovinato per primi il titolo di un film partendo indizi minimi. Il film in questione era “2022: i sopravvissuti”, in originale “Soylent Green”.
Ripensando agli ingredienti del famoso Soylent Verde, ovvero al pericolo che quello sia il nostro destino, e cercando di valutare da un punto più distante le conseguenze per il pianeta dell’alimentazione umana, non ho potuto trattenere alcune considerazioni su certi aspetti barbari di quelle che amiamo definire tradizioni culinarie.

Qualche settimana fa una sentenza la Cassazione ha stabilito che la consuetudine di tenere dei crostacei vivi, nella fattispecie granchi e astici, con le chele legate e in frigorifero a zero gradi, è “incompatibile con la natura degli animali e produttiva di gravi sofferenze”. Di fatto i giudici hanno stabilito che questi crostacei conoscono il dolore e la sofferenza, anche se la questione è ancora dibattuta nel mondo scientifico.
Pur non essendo un emerito giudice della Cassazione (la quale è notoriamente ferrata in materia), e nemmeno possedendo alcun titolo accademico nel ramo biologico, come “utilizzatore finale” di quel che il mare offre mi arrischio a condividere le mie impressioni al riguardo.
Secondo me, pesci, molluschi e crostacei soffrono, fisicamente e psicologicamente. Sì, lo so che detta così potrebbe sembrare una boutade, un’affermazione gratuita fatta tanto per attirare l’attenzione, ma se foste avvezzi ai vari aspetti della cucina di pesce e affini qualche sospetto dovreste già averlo.
Fate attenzione, non si tratta di quanto abitualmente trovate in pescheria oppure al supermercato, prodotti ormai stanchi, cadaveri che forse mai furono neppure vivi, belli fuori e belli dentro, ma non molto di più. No, io sto parlando di esseri ancora vivi, tratti dal mare con violenza, con l’inganno, con pazienza, con fortuna.
Non so quanti di voi siano usi a pulire le cicale di mare, una specie di crostaceo che pare un incrocio tra una scolopendra, uno scorpione e una mantide religiosa, lungo pressapoco una quindicina di centimetri e più. Posso facilmente immaginare la faccia schifata di chi non ha dimestichezza col mare e cerca di visualizzare con la fantasia questa specie di “Alien”, e vi assicuro che, per ferocia, lo è a pieno titolo.
Ma non è del suo preoccupante aspetto esteriore che intendo trattare qui.

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Immagine da: biologiamarina.org

La cicala di mare possiede due peculiarità, la prima è che, come molti altri suoi simili che vivono sul fondale (e dal quale essa tende i micidiali agguati), può vivere a lungo anche fuori dall’acqua, mentre la seconda è che quando muore si “scioglie” il contenuto dei suoi organi interni, essa si svuota, e quando ciò avviene il crostaceo perde tutto il suo valore gastronomico.
Per evitare questo “disastro” culinario c’è chi usa porle nel congelatore, per indurirle, condannandole a una specie di morte per assideramento, ma la consistenza delle sue carni comunque ne soffre.
Il metodo tradizionale è invece quello di pulirle e cucinarle ancora vive, e per vive non intendo “non morte”, bensì attive e mordaci.
Bene, allora immaginativi il lavello di cucina colmo di una trentina di queste bestie che si agitano, si contorcono, muovono tutte le zampette, fanno scattare le micidiali chele lunghe 4-5 centimetri, e stanno le une sulle altre, le une attorno alle altre, le une contro le altre. Fatto? Bene, ma ancora non basta.

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Immagine da: aglioolioepeperoncino.com

Chi si è cimentato con il fitness acquatico, la ginnastica dolce in piscina (ginnastica salata nel mare?) avrà notato come i movimenti risultino più faticosi, più lenti, frenati dalla densità dell’acqua. La cicala di mare è una vera e propria tigre, attende mimetizzata sul fondo che la sua ignara vittima le passi davanti, quindi scatta in avanti come una molla, agitando dieci zampette a paletta, a mo’ di pinne, “delfinando” col suo corpo a segmenti, e utilizzando come pinna caudale la parte piatta e rigida della coda (per inciso dotata di spine e di due falsi occhi per far credere che sta guardando da un’altra parte). Durante l’attacco la sua velocità può raggiungere i 23 metri al secondo, pressapoco 80 (ottanta!) chilometri orari (circa 44 nodi, quasi il doppio della velocità dell’Andrea Doria), e arpiona la vittima mediante le chele da mantide religiosa con la stessa micidiale forza d’urto di un proiettile calibro 22, le quali poi si chiudono a scatto e non lasciano scampo alla preda.
Un vero e proprio killer vero? Riflettete un attimo su un particolare, e cioè che il tutto avviene in mare, ovvero con i suoi movimenti frenati dall’acqua, esattamente come nel fitness acquatico, e provate a valutare quanto sono rapidi i movimenti e i tempi di reattività di questo animale in aria libera. Quando le chele scattano (centesimi di secondo), se ne avvertono il suono e il secco contraccolpo, perciò immaginate di mettere una mano nel lavello, afferrare uno di questi “Alien”, tenerlo fermo mentre si divincola, e quindi pulirlo. Se non fate attenzione vi buca le dita.
Ma cosa significa pulirlo?
Innanzi tutto significa non usare l’acqua di rubinetto, in quanto la differenza di pressione osmotica tra acqua dolce e corpo intriso di acqua salata rovinerebbe le pareti cellulari, con quel che ne consegue sul piano della consistenza finale delle carni.
Pulire significa tagliare, prima le micidiali chele, poi gli occhi (che vedono molto meglio dei nostri), le sei zampette anteriori , il gruppetto di otto arti del torace che stanno accanto alla bocca, le dieci zampette palmate, le punte sulla coda e i lati acuminati della parte segmentata, e la coppia di zampe palmate posteriori, pure quelle puntute.
Per questi animali, abituati a vivere a una temperatura di non più di una decina di gradi, già la presa della nostra mano dev’essere dolorosa, come il contatto con un oggetto rovente.
Quando si tagliano le chele la cicala si agita “normalmente”, ma quando viene recisa la parte anteriore della “testa” con gli occhi essa si contorce, si avvolge sul ventre, e con la sua coda rigida e spinosa cerca di spingere via la cosa che la trattiene, mentre le zampine palmate si agitano velocissime, nuotano nell’aria alla ricerca di una fuga impossibile.
Mentre la si tiene, non è raro avvertire oltre la corazza segmentata le contrazioni muscolari durante la recisione delle sue appendici.
Finita la “pulizia”, la cicala di mare rimane comunque viva, e viva viene infine gettata a sfrigolare nell’olio, e solamente mediante questo trattamento per il quale lascio a voi la definizione riesce a diventare un piatto tra i più prelibati che si possano trovare.

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Immagine da: giallozafferano.it

Qualora foste delle anime sensibili ed empatiche, e perciò la descrizione del truculento trattamento vi ha sconvolto, è meglio che smettiate ora la lettura di questo articolo, poiché ciò che sto per affermare potrebbe provocarvi degli incubi.
Stabilito che la cicala di mare almeno in apparenza soffre, è il caso di scoprire cosa accade alle altre che sono nel lavello.
Mi è già capitato di osservare che proprio mentre sto recidendo antenne e occhi dell’animale, le altre prendono ad agitarsi convulsamente per qualche momento, come se la vittima fosse in grado di lanciare una specie di grido di dolore, silenzioso per noi, ma ben percepito dalle cicale di mare.
Potrebbe darsi benissimo che esse osservino il trattamento della loro consorella, che lo comprendano e ne provino orrore. Quindi non solamente dolore per questi crostacei, ma anche angoscia e paura, come le nostre, forse anche peggio.
Se pensate che si tratti di un trattamento disumano vi sbagliate, si tratta invece un trattamento tipicamente umano riservato a tutto ciò che non è “umano”.
Quando si immerge un granchio (ovviamente vivo) nell’acqua bollente, è come se noi fossimo costretti a respirare per qualche minuto dell’aria che ha una temperatura di cento gradi, un dolore interno indescrivibile che fa dibattere il crostaceo in maniera così violenta da spezzare o staccare più di qualche zampa, chele comprese.
Sogliole e anguille vanno scuoiate vive. Senza pelle e senza organi interni riescono ancora a vivere quel tanto da agitarsi per un po’ nell’olio bollente mentre friggono. E se prima di cucinarle vengono preventivamente salate, tutti i loro muscoli saltano e vibrano come percorsi da una ininterrotta e violenta scarica elettrica.
Quindi soffrono.
Facile darmi del sadico, del malato, ma si tenga conto che si tratta di esseri carnivori, e chi di spada ferisce…
Non mi pare che su National Geographic girino dei documentari sui sanguinari branchi di vitelli, o sugli stormi di tacchini assassini, come pure mi pare che solamente i vermi del letame possano temere la ferocia delle galline, eppure ben pochi provano compassione per le loro “non vite” sacrificate in massa sull’altare delle nostre tavole.

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Immagine da: breitbart.com

Tutti vegetariani quindi?
Certo, ma solamente perché i nostri sensi sono stati quasi totalmente anestetizzati, resi insensibili alla vita di tutto ciò che non sappiamo, o vogliamo, comprendere.
Altrimenti come potremmo restare indifferenti ai pigolii dell’insalatina appena nata? Se malauguratamente ci fosse concesso di sentire, proveremmo imbarazzo per la paura che la sola nostra presenza scatena nelle piante di carciofo; sentiremmo l’odio del melo per tutti figli non nati che gli abbiamo strappato; dovremmo rinunciare a tarpare le ali verdi a meloni e cetrioli; le urla degli asparagi recisi in primavera coprirebbero il suono della campane a Pasqua; le case sarebbero colme del sommesso pianto di foglioline che lentamente perdono forza, bisognose di quella linfa vitale che non potrebbero comunque suggere più; e come non comprendere la paura della lunga cicoria quando ella vede le volute di vapore uscire dalla sua bollente camera della morte?
Sì, l’unica alternativa percorribile sarebbe allora quella di lasciarsi morire di fame, ma non avverto in giro tutto questo entusiasmo.
Potremmo affermare allora che la specie umana potrà definirsi “evoluta” solamente quando sarà in grado di costruire da sé la materia organica necessaria al suo sostentamento, partendo esclusivamente da materia inorganica, proprio come già fanno le piante, in questo caso molto più avanti di noi.
Buon appetito.

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