Elogio della lentezza

Sì, no, non so

Stamane volevo telefonare alla trasmissione radiofonica “Prima pagina”, un bel format dove il giornalista di turno commenta le notizie dei quotidiani e, nella seconda parte, dà voce agli ascoltatori per quesiti e commenti.
M’hanno frenato due cose, la prima è che stavo troppo bene a letto, anche solamente per andare a prendere il telefono. Sapete, da me fa ancora abbastanza freddo da far apprezzare il calore delle lenzuola di flanella, specialmente la domenica…
Il secondo problema sono io, o meglio la mia incapacità di essere sintetico e di arrivare subito al punto, il che, stante il poco tempo a mia disposizione, mi avrebbe esposto al rischio di un intervento abborracciato e inconcludente. Così ho pensato bene di affliggervi con una di quelle mie solite tirate nelle quali non si capisce mai dove io voglia andare a parare.
Premessa indispensabile: siamo in guerra.
Lo so, forse non ve ne rendete conto, almeno fino a quando questa non vi tocca, ma siamo in guerra. Lo siamo non da oggi, non da ieri, non da un anno, ma da sempre, da centinaia di migliaia d’anni, sempre contro lo stesso nemico implacabile: la malattia.
Schiere e schiere di microbi, batteri e virus prendono d’assalto le nostre difese incuranti delle loro perdite, cercano un punto debole, una breccia, un passaggio non sorvegliato, e trovatolo si lanciano al nostro interno come i lanzichenecchi a Roma. Del resto anche noi facciamo del nostro peggio per agevolare gli assalitori, apriamo le nostre porte a innumerevoli cavalli di Troia, pur consapevoli del loro infido contenuto, e diamo ricetto a chi si mostrerà al momento opportuno un’esiziale quinta colonna.
I nostri antenati usavano rozze armi di legno e selce per difendersi dalla fiere, e parimenti si affidavano a radici, erbe e formule magiche, armi approssimative e di efficacia se non dubbia almeno casuale, per combattere la personale battaglia contro le malattie.
Anche noi, in apparenza più evoluti, dobbiamo combattere la stessa battaglia, pur sapendo che, escluso un incidente, l’esito finale ci vedrà soccombenti, ma armi più precise e potenti ci consentono almeno di procrastinare la resa. Con un termine sportivo si potrebbe dire che stiamo facendo melina.
Solamente da un paio di secoli nel nostro arsenale abbiamo a disposizione uno strumento di grande efficacia, disponiamo di alcuni traditori nelle file del nemico in grado di svelarci i suoi piani per darci la possibilità di preparare le adeguate contromisure. Sono i vaccini.
A meno che non siate appena tornati da un viaggio in luoghi remoti e irraggiungibili da ogni forma di comunicazione, un’isola deserta dell’Oceano Pacifico, una montagna dell’Himalaya, un pianeta extrasolare, vi è per certo toccato di sorbirvi le polemiche mediatiche tra vaccini sì e vaccini no, con tutti gli organi ufficiali inorriditi alla vista di qualche eretico che osa mettere in dubbio la santità di quel trattamento medico.
Da quel che so si è giunti alla decisione di rendere i vaccini obbligatori, con pesanti sanzioni economiche e sociali per gli obbiettori, fino a decidere di levare i figli ai loro genitori, parificando questi ultimi ai criminali della peggior specie. Se non è una distopia realizzata è perlomeno un atto da regime totalitario.
Badate bene, io non sono contrario alle vaccinazioni, tutt’altro. Son più di vent’anni che vengo preso per i fondelli perché mi vaccino contro l’influenza (a mie spese…), ed entrambi i miei due figli sono stati a suo tempo vaccinati con la trivalente.
E allora, direte voi a questo punto, perché ti scandalizza la decisione governativa?
La risposta sta nei bugiardini di una qualsiasi delle medicine che avete in casa. Anche se è un semplice analgesico, per ogni riga di indicazione terapeutica ve ne sono almeno dieci di possibili effetti collaterali. Non è che queste avvertenze vi fermino, poiché ogni volta decidete di correre il rischio purché il mal di testa, la tosse, la bronchite, l’infiammazione di turno smettano di tormentarvi. Si potrebbe parlare allora di rischio calcolato, ma di ogni calcolo, per considerarlo esatto, bisogna conoscere tutti i fattori, e i bugiardini (che quasi nessuno legge) servono proprio a questo.
Quindi se ogni cosa ha le sue controindicazioni, dalla capecitabina alla crema solare, perché non dovrebbe averle anche un vaccino?
È ovvio che si tratta di una domanda retorica; la domanda vera che si nasconde al suo interno è: perché non possiamo sapere quali sono e che peso hanno?
Invece no, nulla si sa di certo, e tutti sparano cifre massime a caso, a effetto, a scopo propagandistico, fino ad arrivare alla proposta assurda (sentita personalmente alla radio) di far pagare le eventuali cure mediche di bambini non vaccinati ai loro sciagurati genitori, una bella proposta di eugenetica economica. Seguendo questo metro dovremmo escludere dal Servizio Sanitario Nazionale i fumatori che contraggono malattie collegate all’apparato respiratorio, gli obesi per ogni problema cardiovascolare, gli alcolisti per ogni patologia epatica, i golosi che contraggono il diabete, e via dicendo.
Vedete bene che non se ne esce.
Allora, che si fa, dobbiamo continuare a separarci in favorevoli e contrari?
Sì, dobbiamo farlo, ma con coscienza e conoscenza.
Dobbiamo farlo, con la conoscenza di quali potrebbero essere i possibili e malaugurati effetti collaterali di una vaccinazione, capitasse anche un caso su un milione, per cui chi è favorevole lo è sapendo a cosa può andare incontro.
Dobbiamo farlo, con coscienza, perché sarei curioso di sapere quanti di quelle persone che non intendono far vaccinare i loro figli sarebbero disposti a rinunciare a proteggersi se si scoprisse un vaccino contro il cancro.
La coscienza, diceva Gaber, è come l’organo sessuale, o fa nascere la vita, o fa pisciare, ma io, Giorgio mi perdoni, non trovo disdicevole nessuna delle due funzioni, e se non ci credete provate a chiedere a chi ha sofferto di ritenzione urinaria. La coscienza in questo caso ammette il vaccino come conservazione della vita, e fa anche pisciare come umana liberazione dalla paura, nella stessa misura di come ci liberiamo, con rara felicità, di un’impellenza fisiologica.
La chiave di questa dilemma divisorio è racchiusa sempre e solamente in quella parola: guerra.
Il genere umano combatte le sue battaglie con le armi di cui dispone, conosce le sue vittorie e le sue sconfitte, e dovrebbe riconoscere anche i suoi eroi.
Sul petto di chi dobbiamo appuntare la medaglia, dei medici, degli scienziati, delle case farmaceutiche?
Nessuno di loro.
Sono abbastanza vecchio per ricordare un dettaglio degli sferraglianti tram di una volta, una targhetta in bachelite color crema avvitata accanto a determinali sedili del tram, e la relativa scritta in stampatello maiuscolo: “POSTO RISERVATO AGLI INVALIDI DI GUERRA E DEL LAVORO”.
Gli invalidi del lavoro ci sono ancora, ma sembra che nessuno se ne curi troppo, fanno parte del PIL, mentre le guerre sono lontane, combattute da gente considerata barbara o da professionisti del settore.
Invece è così che dovremmo considerare le persone, poche, pochissime, che soffrono degli effetti collaterali dei vaccini: invalidi di guerra, la guerra di tutti noi.
Quando assumiamo un farmaco, qualsiasi farmaco, lo facciamo per il nostro benessere individuale, ed è sempre una scommessa con altissime probabilità di vittoria. Ogni spiacevole conseguenza è perciò solamente una scommessa persa, un danno dovuto alla malasorte o a un difetto del nostro DNA.
Quando ci vacciniamo, o facciamo vaccinare i nostri figli, lo facciamo per il nostro o loro benessere (che poi è il nostro), ma parimenti agiamo anche a beneficio del resto dell’umanità, per chi non è ancora protetto, magari non per colpa sua, e per le generazioni a venire.
Un governo serio (quindi non questo), invece di emettere grida manzoniane dovrebbe considerare i timori di chi teme un eccesso di protezione farmacologica, di chi vede dietro a questa interessi economici o peggio, e dovrebbe farlo anche se costoro inseguissero dei fantasmi.
La frase che avrei voluto sentire è questa: i vaccini sono una parte fondamentale della medicina preventiva, ma purtroppo, come tutte le cose umane, essa non è una scienza esatta, perciò quei pochi, anzi pochissimi, che si sacrificheranno loro malgrado per un bene maggiore sappiano che saranno i nostri eroi, e che noi non li lasceremo soli, mai.
Niente di tutto ciò ho udito, bensì solamente schermaglie di partito, urla da stadio e frasi precompilate hanno invaso i formati comunicativi di maggior diffusione, in una nazione nella quale chi ha un figlio con problemi si trova a combattere con la rarefazione dell’assistenza sanitaria, uno scarso supporto specialistico per l’apprendimento, la disattenzione e il fastidio della società, fino all’abbandono terapeutico quando il bambino sofferente è diventato un adulto sofferente.
In buona sostanza, coloro che si oppongono alla vaccinazione obbligatoria hanno torto, però come dar loro torto?
Vedete bene che non mi sarebbe stato possibile concentrare tutto ciò nei due o tre minuti di intervento radiofonico, a meno di non essere obbligato a infilarmi anch’io nella trappola favorevoli/contrari, perché la libertà vera non è quella di poter scegliere, bensì quella di non essere costretti a scegliere.

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Oslo diventa car free

Facile profezia

Era il 2013, e già s’era capito l’andazzo…

Tre motivi

Che tristezza.

 

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Soffrire per piacere

Immagine da: www.dreadcentral.com

Immagine da: dreadcentral.com

Mi è capitato poco tempo fa di risolvere un quiz proposto dalla trasmissione radiofonica “Hollywood Party”. Non si vince niente, solamente la soddisfazione di aver indovinato per primi il titolo di un film partendo indizi minimi. Il film in questione era “2022: i sopravvissuti”, in originale “Soylent Green”.
Ripensando agli ingredienti del famoso Soylent Verde, ovvero al pericolo che quello sia il nostro destino, e cercando di valutare da un punto più distante le conseguenze per il pianeta dell’alimentazione umana, non ho potuto trattenere alcune considerazioni su certi aspetti barbari di quelle che amiamo definire tradizioni culinarie.

Qualche settimana fa una sentenza la Cassazione ha stabilito che la consuetudine di tenere dei crostacei vivi, nella fattispecie granchi e astici, con le chele legate e in frigorifero a zero gradi, è “incompatibile con la natura degli animali e produttiva di gravi sofferenze”. Di fatto i giudici hanno stabilito che questi crostacei conoscono il dolore e la sofferenza, anche se la questione è ancora dibattuta nel mondo scientifico.
Pur non essendo un emerito giudice della Cassazione (la quale è notoriamente ferrata in materia), e nemmeno possedendo alcun titolo accademico nel ramo biologico, come “utilizzatore finale” di quel che il mare offre mi arrischio a condividere le mie impressioni al riguardo.
Secondo me, pesci, molluschi e crostacei soffrono, fisicamente e psicologicamente. Sì, lo so che detta così potrebbe sembrare una boutade, un’affermazione gratuita fatta tanto per attirare l’attenzione, ma se foste avvezzi ai vari aspetti della cucina di pesce e affini qualche sospetto dovreste già averlo.
Fate attenzione, non si tratta di quanto abitualmente trovate in pescheria oppure al supermercato, prodotti ormai stanchi, cadaveri che forse mai furono neppure vivi, belli fuori e belli dentro, ma non molto di più. No, io sto parlando di esseri ancora vivi, tratti dal mare con violenza, con l’inganno, con pazienza, con fortuna.
Non so quanti di voi siano usi a pulire le cicale di mare, una specie di crostaceo che pare un incrocio tra una scolopendra, uno scorpione e una mantide religiosa, lungo pressapoco una quindicina di centimetri e più. Posso facilmente immaginare la faccia schifata di chi non ha dimestichezza col mare e cerca di visualizzare con la fantasia questa specie di “Alien”, e vi assicuro che, per ferocia, lo è a pieno titolo.
Ma non è del suo preoccupante aspetto esteriore che intendo trattare qui.

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Immagine da: biologiamarina.org

La cicala di mare possiede due peculiarità, la prima è che, come molti altri suoi simili che vivono sul fondale (e dal quale essa tende i micidiali agguati), può vivere a lungo anche fuori dall’acqua, mentre la seconda è che quando muore si “scioglie” il contenuto dei suoi organi interni, essa si svuota, e quando ciò avviene il crostaceo perde tutto il suo valore gastronomico.
Per evitare questo “disastro” culinario c’è chi usa porle nel congelatore, per indurirle, condannandole a una specie di morte per assideramento, ma la consistenza delle sue carni comunque ne soffre.
Il metodo tradizionale è invece quello di pulirle e cucinarle ancora vive, e per vive non intendo “non morte”, bensì attive e mordaci.
Bene, allora immaginativi il lavello di cucina colmo di una trentina di queste bestie che si agitano, si contorcono, muovono tutte le zampette, fanno scattare le micidiali chele lunghe 4-5 centimetri, e stanno le une sulle altre, le une attorno alle altre, le une contro le altre. Fatto? Bene, ma ancora non basta.

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Immagine da: aglioolioepeperoncino.com

Chi si è cimentato con il fitness acquatico, la ginnastica dolce in piscina (ginnastica salata nel mare?) avrà notato come i movimenti risultino più faticosi, più lenti, frenati dalla densità dell’acqua. La cicala di mare è una vera e propria tigre, attende mimetizzata sul fondo che la sua ignara vittima le passi davanti, quindi scatta in avanti come una molla, agitando dieci zampette a paletta, a mo’ di pinne, “delfinando” col suo corpo a segmenti, e utilizzando come pinna caudale la parte piatta e rigida della coda (per inciso dotata di spine e di due falsi occhi per far credere che sta guardando da un’altra parte). Durante l’attacco la sua velocità può raggiungere i 23 metri al secondo, pressapoco 80 (ottanta!) chilometri orari (circa 44 nodi, quasi il doppio della velocità dell’Andrea Doria), e arpiona la vittima mediante le chele da mantide religiosa con la stessa micidiale forza d’urto di un proiettile calibro 22, le quali poi si chiudono a scatto e non lasciano scampo alla preda.
Un vero e proprio killer vero? Riflettete un attimo su un particolare, e cioè che il tutto avviene in mare, ovvero con i suoi movimenti frenati dall’acqua, esattamente come nel fitness acquatico, e provate a valutare quanto sono rapidi i movimenti e i tempi di reattività di questo animale in aria libera. Quando le chele scattano (centesimi di secondo), se ne avvertono il suono e il secco contraccolpo, perciò immaginate di mettere una mano nel lavello, afferrare uno di questi “Alien”, tenerlo fermo mentre si divincola, e quindi pulirlo. Se non fate attenzione vi buca le dita.
Ma cosa significa pulirlo?
Innanzi tutto significa non usare l’acqua di rubinetto, in quanto la differenza di pressione osmotica tra acqua dolce e corpo intriso di acqua salata rovinerebbe le pareti cellulari, con quel che ne consegue sul piano della consistenza finale delle carni.
Pulire significa tagliare, prima le micidiali chele, poi gli occhi (che vedono molto meglio dei nostri), le sei zampette anteriori , il gruppetto di otto arti del torace che stanno accanto alla bocca, le dieci zampette palmate, le punte sulla coda e i lati acuminati della parte segmentata, e la coppia di zampe palmate posteriori, pure quelle puntute.
Per questi animali, abituati a vivere a una temperatura di non più di una decina di gradi, già la presa della nostra mano dev’essere dolorosa, come il contatto con un oggetto rovente.
Quando si tagliano le chele la cicala si agita “normalmente”, ma quando viene recisa la parte anteriore della “testa” con gli occhi essa si contorce, si avvolge sul ventre, e con la sua coda rigida e spinosa cerca di spingere via la cosa che la trattiene, mentre le zampine palmate si agitano velocissime, nuotano nell’aria alla ricerca di una fuga impossibile.
Mentre la si tiene, non è raro avvertire oltre la corazza segmentata le contrazioni muscolari durante la recisione delle sue appendici.
Finita la “pulizia”, la cicala di mare rimane comunque viva, e viva viene infine gettata a sfrigolare nell’olio, e solamente mediante questo trattamento per il quale lascio a voi la definizione riesce a diventare un piatto tra i più prelibati che si possano trovare.

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Immagine da: giallozafferano.it

Qualora foste delle anime sensibili ed empatiche, e perciò la descrizione del truculento trattamento vi ha sconvolto, è meglio che smettiate ora la lettura di questo articolo, poiché ciò che sto per affermare potrebbe provocarvi degli incubi.
Stabilito che la cicala di mare almeno in apparenza soffre, è il caso di scoprire cosa accade alle altre che sono nel lavello.
Mi è già capitato di osservare che proprio mentre sto recidendo antenne e occhi dell’animale, le altre prendono ad agitarsi convulsamente per qualche momento, come se la vittima fosse in grado di lanciare una specie di grido di dolore, silenzioso per noi, ma ben percepito dalle cicale di mare.
Potrebbe darsi benissimo che esse osservino il trattamento della loro consorella, che lo comprendano e ne provino orrore. Quindi non solamente dolore per questi crostacei, ma anche angoscia e paura, come le nostre, forse anche peggio.
Se pensate che si tratti di un trattamento disumano vi sbagliate, si tratta invece un trattamento tipicamente umano riservato a tutto ciò che non è “umano”.
Quando si immerge un granchio (ovviamente vivo) nell’acqua bollente, è come se noi fossimo costretti a respirare per qualche minuto dell’aria che ha una temperatura di cento gradi, un dolore interno indescrivibile che fa dibattere il crostaceo in maniera così violenta da spezzare o staccare più di qualche zampa, chele comprese.
Sogliole e anguille vanno scuoiate vive. Senza pelle e senza organi interni riescono ancora a vivere quel tanto da agitarsi per un po’ nell’olio bollente mentre friggono. E se prima di cucinarle vengono preventivamente salate, tutti i loro muscoli saltano e vibrano come percorsi da una ininterrotta e violenta scarica elettrica.
Quindi soffrono.
Facile darmi del sadico, del malato, ma si tenga conto che si tratta di esseri carnivori, e chi di spada ferisce…
Non mi pare che su National Geographic girino dei documentari sui sanguinari branchi di vitelli, o sugli stormi di tacchini assassini, come pure mi pare che solamente i vermi del letame possano temere la ferocia delle galline, eppure ben pochi provano compassione per le loro “non vite” sacrificate in massa sull’altare delle nostre tavole.

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Immagine da: breitbart.com

Tutti vegetariani quindi?
Certo, ma solamente perché i nostri sensi sono stati quasi totalmente anestetizzati, resi insensibili alla vita di tutto ciò che non sappiamo, o vogliamo, comprendere.
Altrimenti come potremmo restare indifferenti ai pigolii dell’insalatina appena nata? Se malauguratamente ci fosse concesso di sentire, proveremmo imbarazzo per la paura che la sola nostra presenza scatena nelle piante di carciofo; sentiremmo l’odio del melo per tutti figli non nati che gli abbiamo strappato; dovremmo rinunciare a tarpare le ali verdi a meloni e cetrioli; le urla degli asparagi recisi in primavera coprirebbero il suono della campane a Pasqua; le case sarebbero colme del sommesso pianto di foglioline che lentamente perdono forza, bisognose di quella linfa vitale che non potrebbero comunque suggere più; e come non comprendere la paura della lunga cicoria quando ella vede le volute di vapore uscire dalla sua bollente camera della morte?
Sì, l’unica alternativa percorribile sarebbe allora quella di lasciarsi morire di fame, ma non avverto in giro tutto questo entusiasmo.
Potremmo affermare allora che la specie umana potrà definirsi “evoluta” solamente quando sarà in grado di costruire da sé la materia organica necessaria al suo sostentamento, partendo esclusivamente da materia inorganica, proprio come già fanno le piante, in questo caso molto più avanti di noi.
Buon appetito.

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At-tenti

Immagine da: cnn.com

At-tenti
Attenti a quello che fate
un-due-un-due
avanti a ranghi compatti
un-due-un-due
belli dentro e belli fuori
un-due-un-due
mostrate quello che siete
un-due-un-due
dignità e decoro per tutti
un-due-un-due
più i desideri consentiti
un-due-un-due
Attenti a quello che fate
un-due-un-due
se tristi comunque siete
un-due-un-due
non sarà per colpa nostra
un-due-un-due
allora vi diremo di ridere
Passo-o
alle feste che già sapete
Passo-o
tutto è già pronto per voi
un-due-un-due
Attenti a quello che fate
un-due-un-due
per tutti gli anni a venire
un-due-un-due
potete sempre cambiare
un-due-un-due
la vostra divisa mimetica
un-due-un-due
con nuovi colori di moda
un-due-un-due
e chi appare è il pericolo
un-due-un-due
Attenti a quello che fate
un-due-un-due
una direzione e un verso
un-due-un-due
fatevi la vostra opinione
Fianco destr – Destr
come pensiamo convenga
Fianco sinistr – Sinistr
a voi per campare sereni
un-due-un-due
e fidenti del bene comune
un-due-un-due
Attenti a quello che fate
un-due-un-due
quando sparirà il guadagno
un-due-un-due
dalle vostre piccole vite
Dietro – Front
avrete vecchie maschere
Avanti – Marc’
spaventose e senz’occhi
un-due-un-due
e una promessa di gloria
un-due-un-due
Attenti a quello che fate
un-due-un-due
lasciate che i vagabondi
un-due-un-due
crepino di troppi sogni
un-due-un-due
l’unica illusione che conta
un-due-un-due
dimostrabile e misurata
un-due-un-due
è la felicità più conforme
Alt
Attenti a quello che fate
At-tenti
Presentat – Arm
Au-guri

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Nattività naturale

Auguri di Buon Natale.
Già…
E sarebbe?
Dunque, se diamo retta ai media, si tratta di un periodo nel quale si mangia molto, moltissimo, e i cibi sono particolarmente pesanti, ricchi di grassi saturi, ricchi di zuccheri semplici, ricchi di porcherie colorate. Se è vero che il Natale è una festa, allora si tratta della festa dei trigliceridi, del colesterolo, della glicemia, e della dislipidemia in genere.
Andiamo avanti.
Se diamo retta ai nostri sensi, si tratta di un periodo nel quale, inspiegabilmente, siamo tutti più buoni, più cortesi, più generosi, più allegri. Se è vero che il Natale è una festa, allora si tratta della festa dell’ipocrisia, della mendacia, dei sorrisi stereotipati, dei baci inflazionati, e della recitazione in genere.
Se diamo retta alle nostre tasche, si tratta di un periodo nel quale si è obbligati a regalare tutto quello che nei restanti trecentosessantaquattro giorni dell’anno mai ci sarebbe venuto in mente di regalare, nemmeno per dispetto. Se è vero che il Natale è una festa, allora si tratta della festa dei pacchetti infiocchettati, della bellezza in quanto costosa, delle sorprese già scritte, dei ringraziamenti di prammatica, e dell’angoscia consumistica in genere.
Andiamo avanti.
Se diamo retta alla famiglia tradizionale, si tratta di un periodo nel quale si addobbano le case, dentro e fuori, con lustrini, luminarie, palline colorate, ghirlande, conifere sintetiche o naturali, e presepi nei quali si riversa tutta la creatività di scenografi naif. Se è vero che il Natale è una festa, allora è la festa delle famiglie riunite controvoglia, delle musichette insistite fino alla nausea, delle luminarie cinesi da quattro soldi, della temutissima tombola, e della penitenza parentale in genere.
Andiamo avanti.
Se diamo retta alla chiesa cattolica, si tratta di un periodo nel quale viene celebrata la nascita del figlio di colui che sarebbe la ragione (e cagione) di tutto, e non servirebbe ribadire il fatto che la pompa e la solennità con le quali viene osannato quel lontano evento è inversamente proporzionale all’osservanza dei principi di povertà e umiltà che quella stessa chiesa promuove (a parole). Se è vero che il Natale è una festa, allora è la festa del “fate quello che dico ma non fate quello che faccio”, del sono qui perchè almeno una volta all’anno, del sentirsi più buoni perché si puzza d’incenso, dello scambiarsi un segno di pace e domani vedremo, del farsi vedere per sentirsi “a posto”, e dei rituali di comodo in genere.
Andiamo avanti.
Va bene, direte voi, s’era già capito l’anno scorso che gli eccessi di questo periodo mi procurano un’orticaria abbastanza fastidiosa che riesco a lenire solamente con la consapevolezza che è “a termine”, e che i partecipanti più o meno entusiati di questo rutilante luna-park consumistico probabilmente se la passano peggio di me.
Perchè allora ho deciso di insistere su questo argomento, di “grattarmi” in questa zona fastidiosa pur sapendo che il sollievo sarebbe stato effimero e altro non avrei ottenuto se non il riacutizzarsi del tormento?
Il fatto è che stamane sono stato fulminato da una delle mie (amare) constatazioni, episodi e impressioni che solamente oggi hanno raggiunto la massa critica e sono diventate appariscenti.
Se fate caso, la chiesa cattolica (ufficiale) è diventata più accomodante riguardo certi aspetti controversi della vita sociale e personale; non dico ora che si sia liberata da tutte le pastoie assurde che la rendono ancora, se non proprio cieca, miope su come vanno le faccende del mondo, ma almeno non abbiamo più scomuniche, accuse di eresia, roghi reali o mediatici, e altre amenità simili. Il divorzio non fa più scalpore, l’aborto, seppur deprecato, viene perdonato (ma non ai ginecologi per i quali la carriera viene stroncata), e persino l’omosessualità ha trovato uno spiraglio di comprensione. Mi si potrà dire che questi non sono eventi “straordinari” per la chiesa cattolica, in quanto sono aspetti della vita con i quali ha avuto spesso a che fare, e su entrambi i fronti, quello passivo e quello attivo. Ma non è su questi peccatucci che voglio portare la vostra attenzione, bensì sull’attuale e praticamente unico vero anatema che pervade tutto il mondo cattolico, ovvero quello contro la genitorialità omosessuale, a prescindere che sia cercata o determinata da eventi esterni alla coppia.
L’argomentazione utilizzata per combattere il desiderio di maternità/paternità delle coppie omosessuali è di una semplicità disarmante: se Dio ha previsto il matrimonio tra un uomo e una donna è perché loro generassero una prole, e non esiste in natura una procreazione sorta da due esseri dello stesso genere sessuale.
Dunque, se l’uomo vuole essere in armonia con la natura, aspetto ultimamente tornato di moda, è logico che “naturalmente” un figlio sia il prodotto dell’unione tra un uomo (maschio) e una donna (femmina), e questo su questo la chiesa non  transige. Punto.
Giusto, e come si potrebbe darle torto? La chiesa cattolica pertanto non ammetterebbe nulla che non sia in accordo con la natura, perciò diamo un’occhiata agli esempi sottostanti:

wikipedia-01

Fonte: Wikipedia

 

historyofeuropeanfashion-files-wordpress-com-02

Fonte: historyofeuropeanfashion.wordpress.com

 

geourdu-com

Fonte: geourdu.com

 

christmasgiftideaz-com

Fonte: christmasgiftideaz.com

 

historyofeuropeanfashion-files-wordpress-com-01

Fonte: historyofeuropeanfashion.wordpress.

 

darindaymusic-co-uk

Fonte: darindaymusic.co.uk

 

bestforbride-com

Fonte: bestforbride.com

 

qnm-it

Fonte: qnm.it

 

historytoday-com

Fonte: historytoday.com

 

dailymail-co-uk

Fonte: dailymail.co.uk

 

money series: different country money banknotes texture

Fonte: nevermindthebuspass.com

 

Forse non sono abbastanza al corrente di cose religiose, forse sono io che non capisco, ma mi pare che la chiesa cattolica non abbia messo all’indice questi aspetti della vita sociale, e che nemmeno abbia fatto pressioni, più o meno lecite, sui governi affichè vengano dichiarati illegali e pertanto perseguibili per legge, da cui ne desumo che siano tutte attività “naturali” dell’essere umano.
Come dite? Non lo sono? Ma allora perché se la prendono solamente con chi desidera un figlio ma questo gli è negato dalla natura, quella stessa natura che sommerge di figli i poveracci convinti dai preti che la contraccezione è tra i peggiori dei peccati verso Dio?
Se dovessimo stare agli stretti legami della natura staremmo ancora nudi, sugli alberi, preda di fiere e di malattie, ma, come disse bene Odisseo “fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza”, e dunque la conoscenza ci ha portato alla possibilità di essere genitori, consapevoli genitori e perciò meno peggio di tanti altri, utilizzando ciò che ci offre la natura per andare oltre i crudi limiti questa.
Ebbene, mi chiederete a questo punto, che c’entra tutto questo pistolotto col Natale?
C’entra, c’entra…
Se ci pensate bene, la gravidanza della Madonna non è di certa dovuta all’incontro tra uno spermatozoo e un ovulo, ed è uno dei punti fondamentali della religione cattolica. Se non vogliamo attribuire al Dio cristiano la stessa licenziosità delle divinità greche, si può parlar bene di una gravidanza che, almeno all’inizio, è stata assai poco “naturale”.
Quindi, auguri di Buon Natale, la festa della natività e della fecondazione assistita.

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