Anche i pesci nel loro piccolo s’incazzano

Per tradizione genetica e culturale (vedi post precedente), a casa mia, in cucina, tutto ciò che dal mare viene è “roba mia”, nel senso che mi occupo di pulire, preparare e in più di qualche caso cucinare pesci e crostacei.
A quanto mi capita di osservare da un bel po’, sono rimasto uno degli ultimi mohicani che non si fanno pulire il pesce nel punto vendita, a parte il fatto che talvolta il mio punto vendita è semplicemente una battana nel mandracchio.
Che siano otragani o agoni, ragni o bisati, gronghi o passere, barboni o musoduro, sepe o canoce, passano tutte per le mie mani prima di finire in pentola, perché la considero un’attività doverosa per un amante di quanto che il mare ci regala, perché lo trovo un passaggio rilassante, quasi zen, e anche perché posso riservare pregiati fegati e cuori per i miei gatti di corte.
Ebbene, stamattina pulendo una conca di oradele (piccole orade, ma di gran lunga più gustose), mi è capitato di constatare che alcune di queste avevano un fegato piccolissimo, quasi insignificante, mentre altre potevano vantare un fegato degno di un merluzzetto.
Mi pare evidente che anche tra i pesci c’è chi è più suscettibile, facile all’incazzatura e al rancore, e che di conseguenza si fa sangue cattivo e fegato grosso.
La conclusione è scontata, ovvero che brutto carattere e atteggiamenti rissosi non aiutano, né per godersi la vita e nemmeno per evitare di finire, come tutti, in padella.

Ora vado, la farsora è calda al punto giusto, gli odori han preso su la bianchera. Non resta che la classica “girada e voltada”, e poi via, pesce sul piatto e vino nel bicchiere!

🙂

 

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L’Europa e la pancia

Immagine da: wired.it

E così abbiamo sbagliato noi, noi elettori che non abbiamo premiato le politiche il PD, almeno secondo Richetti.
Sarà pur vero che il risultato delle ultime elezioni nazionali è frutto di un voto “di pancia”, ma non per questo si ci si dovrebbe scandalizzare, oppure paventare la fine della democrazia.
La pancia è importante, ce lo ricorda l’apologo dello stomaco e delle membra di Menenio Agrippa, concetti espressi 2500 anni fa, e per certi versi ancora attuali.
Quel tremendo leviatano chiamato “la gente” ogni tanto spunta da un mare procelloso per portare scompiglio, e lo fa seguendo ciò che gli dice la pancia, e se ci dice bene allora la società fa, come nel 1968, un balzo in avanti, se invece ci dice male abbiamo le adunate oceaniche.
Forse voi pensavate che l’anelito europeo degli italiani nei primi anni ’90 fosse frutto di acute speculazioni socioeconomiche o di asettiche valutazioni politiche? Assolutamente no, si trattava invece di un sentimento di pancia, altrimenti non si spiegano tutti i salti mortali che abbiamo dovuto, fideisticamente, compiere per entrare nella moneta unica europea.
Da parte mia godo di due opinabili vantaggi, una certa età e una precisa collocazione geografica, che mi consentono di essere stato testimone di eventi ignoti alla maggioranza degli italiani.
Noi si vive tra due confini, quello austriaco e quello sloveno (un tempo jugoslavo), e quindi ho potuto ben valutare le difficoltà che incontrano i possessori di una valuta debole quando si interfacciano con una nazione che ha una valuta forte.
Lo svalutato Dinaro jugoslavo permetteva gli italiani di fare gli americani in Istria e Dalmazia, spendendo e spandendo senza misura, mentre sloveni, croati e serbi arrivavano a Trieste per comprare beni introvabili nelle loro repubbliche, e che generavano un fiorente mercato nero.
Specularmente, quando noi si andava in gita a Klagenfurt ci si poteva concedere un cappuccino, un dolcetto, ma per tutto il resto erano dolenti calcoli di cambio tra il forte Scellino e la Liretta, e ai comuni mortali capitava spesso di rinunciare.
La moneta unica, pur non registrando una sufficiente armonia economica, ha portato la stabilità monetaria che ci è sempre mancata, almeno dal colpo di mano di Richard Nixon del 1971, il quale, pur di stampare i dollari che gli servivano per le armi, minò alla base il sistema di regolazione dei cambi internazionali di Bretton Woods.
Con la moneta unica sono finalmente finiti i giochini furbi che facevamo per agevolare le vendite del settore manifatturiero nazionale; niente più svalutazioni competitive che permettevano di esportare prodotti di qualità non sempre eccelsa, ingrassando chi si faceva pagare in valuta pregiata, ma penalizzando gli onesti lavoratori e i consumatori italiani.
Il meccanismo era semplice. Ipotizziamo un tasso di cambio 1:1 tra due paesi; mettiamo un prodotto nazionale del costo di 1000 Lire, per il quale la manodopera costa 500 Lire. Quando viene svalutata la Lira quello stesso prodotto costa all’estero sempre 1000 Lire, equivalenti però a 900 nella valuta straniera più forte, e quindi risulta conveniente.
Il venditore incamera i 900 in valuta pregiata, e quindi, compra le materie prime per la nuova fornitura, a un prezzo più caro ovviamente, e per restare concorrenziale ha necessità di una nuova svalutazione, quindi il prezzo all’estero del suo prodotto rimane basso, e intanto incamera alta valuta pregiata.
Alla fine il produttore italiano si ritrova a guadagnare, non solamente sulla vendita dei prodotti, bensì anche sull’incremento di valore della valuta pregiata che possiede, mentre i suoi dipendenti si ritrovano con le solite 500 Lire che valgono sempre meno e che impediscono loro l’accesso a beni che non siano di produzione nazionale, ovvero come prendere due piccioni con una fava.
Per questo e altri motivi non rinuncerei mai all’Euro e all’Europa, anche se so bene che per le stesse mie mansioni in Germania e in Francia verrei pagato di più, ma queste sperequazioni, in entrambi i sensi, non sono imputabili all’Euro, bensì al sistema paese. Per esempio, senza tirare in ballo i paesi scandinavi, la piccola Corona Ceca dal 2010 ha avuto oscillazioni non significative, e quindi, pur essendo fuori dall’Euro, il loro sistema paese ha garantito per il valore della valuta, un sistema paese che invece da noi, mi spiace dirlo, è ben lungi dall’essere accettabile, almeno per gli standard europei.
Vi chiederete il motivo di questo pistolotto noioso e deprimente.
Presto detto, si tratta di un richiamo al mio post precedente, quello sull’alimentazione.
Visto che si parla di pancia, sarebbe il caso di tenere sott’occhio ciò che buttiamo in pancia, perché va bene l’Europa, però per quanto io ci creda, non le ho staccato un assegno in bianco.
Come forse già saprete, nel Regno Unito la TESCO ha deciso di rimuovere la dicitura “Best before…”, tradotto “Da consumarsi preferibilmente entro il…”, da una settantina di generi alimentari confezionati.
Tanto per capirci, la TESCO è un colosso della grande distribuzione, attiva non solamente nel Regno Unito, ma anche in altri paesi europei e asiatici, e il suo fatturato è superiore a quello di COOP e SPAR assieme, quindi quando si muovono loro è ardua impresa fermarli. Non per caso già nel 2011 il DEFRA (Department for Environment Food & Rural Affairs) aveva dato parere favorevole alla soppressione della data consigliata di scadenza sui prodotti alimentari confezionati.
In buona sostanza nei supermercati inglesi vi potranno legalmente rifilare dei biscotti muffi, della lattuga marcia, dell’olio morto, dell’aranciata svampita, basta che il prodotto sia ancora “commestibile”.
Guardando come la clientela riempie i carrelli al supermercato mi capita spesso di notare che la data di scadenza o gli ingredienti siano informazioni ignorate dai più, in quanto contano il prezzo e la marca (meglio se vista in TV), perciò una simile politica nel resto d’Europa non avrebbe incontrato una grande resistenza, con l’eccezione dei pochi talebani come me, e pertanto mi sento di dire che, almeno stavolta, l’abbiamo scampata bella.
Sì, ci è andata bene grazie alla Brexit (non tutto il male viene per nuocere), e pertanto i sistemi di confezionamento della TESCO sono rimasti confinati al di là della Manica, ma non per questo motivo dovremmo abbassare la guardia.
L’azienda inglese si è mossa in tale direzione per favorire gli interessi dei grandi gruppi alimentari, aziende multinazionali che dispongono di un volume di fuoco impressionante, in grado di condizionare le scelte politiche di intere nazioni. Non è un caso che sia in corso da tempo una battaglia tra Italia e la Commissione Europea riguardante l’indicazione di origine dei prodotti alimentari. A un’informazione chiara ed esaustiva si oppongono i grandi gruppi, i quali vedono nella nostra libertà di informazione e di scelta un freno alle loro mire espansionistiche e al loro progetto di spacciare cibi di origine ignota come se fossero prodotti tradizionali. Non so voi, ma una conserva di pomodoro realizzata a Gmünd non è che mi vada troppo a genio, come pure potrei sospettare della caratteristiche salutari e organolettiche di un miele raccolto a Timisoara, e anche non troverei allettante l’idea di un formaggio latteria realizzato nella Rhur.
Ecco, questa è l’Europa che non mi piace, l’Europa dell’appiattimento verso il basso, della sudditanza ai poteri forti, l’Europa che si muove come un gigante cieco e sordo alle esigenze materiali della sua popolazione, e sono convinto che per questi e altri motivi più di qualcuno abbia votato con “la pancia”, premiando la Lega.
Da parte mia farò, come sempre, resistenza umana, spingendo al boicottaggio dei prodotti alimentari che non riportano l’origine in etichetta, in quanto questa informazione essenziale non sarà più obbligatori, ma nemmeno vietata.
Se stili di vita vorticosi, martellamento pubblicitario, cambio di costumi e disattenzione colpevole consentiranno alle grandi aziende di spacciare come buono del cibo di dubbia provenienza e incerta qualità, trasformando così la massa di consumatori in un branco di obesi coprofagi, sarebbe il caso di tenere bene a mente le parole del saggio Ludwig Feuerbach: l’uomo è ciò che mangia.
Auguri, e buon pro vi faccia.

Immagine da: nonciclopedia.wikia.com

Vetro

Immagine da: it.dreamstime.com

Provaznická

La birra è chiara e fresca, con quel giusto di schiuma che la rende ancora più invitante. Dal piatto che ho di fronte si levano nell’aria aromi che preannunciano sapidi bocconi, e che si mischiano al profumo di malto d’orzo, al fumo di sigarette fumate con discrezione e alle conversazioni eccitate.
Al tavolo siamo accanto a una coppia di giovani slavi, lui e lei, forse polacchi, non si capisce, ma discutono in inglese con la cameriera. Non sanno vivere, non sanno viaggiare, lasciano nei piatti metà di quello che hanno ordinato, però ridono, forse allegri.
Già. Era l’unico mezzo tavolo libero in quella birreria affollata, perciò noi due ce lo condividiamo con loro, e con una grande finestra che dà sulla strada, una laterale poco trafficata, quando invece, a quest’ora di sera, lungo la la gente fa quasi a botte per passare, come se dovesse farsi strada in una calle per San Marco la domenica pomeriggio
Mangio lentamente e ogni tanto guardo fuori, anche per non fissare troppo quei due giovani di fronte che fanno gli schizzinosi davanti al letto di cipolla cruda sotto al formaggio fresco. Di luce ce n’è quella che basta per sentirsi in un ambiente caratteristico e confortevole, non troppa, tipo sala chirurgica, non poca, che farebbe caverna, e quella di fuori è sufficiente per osservare cosa succede all’esterno. La finestra è un po’ una vetrina a rovescio, ma la merce esposta non è un granché, dei tavolini deserti, una saracinesca abbassata, la parete di fronte a quadrotti di cemento , le transenne arancione per i lavori sulla fermata di Můstek, e un paio di cassonetti di rifiuti, quelli grandi colle ruote, colore grigio ardesia o giù di lì. Ogni tanto passa qualcuno, chi ridendo, pochi, chi telefonando, troppi, chi apparentemente senza meta, un classico. L’altro lato della vetrina è di gran lunga più interessante, le pareti ambra e rosso veneziano sono decorate con rappresentazioni licenziose che invitano alla libagione e alla libertà dalle catene delle inibizioni; non troppi turisti, e comunque non troppo invasivi, convivono con gli avventori locali, degli abitué senz’altro, o dei personaggi oltremodo estroversi; il personale opera con quel tanto di caos necessario per generare incomprensioni ed equivoci, richiami e scuse, ridicoli interludi tra una portata e l’altra.
Tutto insomma sembrerebbe procedere come al solito, o per meglio dire, quel solito al quale sono avvezzo.
Ma ecco che la vetrina si anima: prima uno e poi un altro di quei cassonetti si muove, eppure non soffia un vento talmente violento da poterli spostare, e neppure sarebbe questo l’orario migliore per il ritiro della spazzatura. No, è vero, non sono né gli elementi naturali e nemmeno quelli comunali a muovere quei grossi contenitori, si tratta bensì di una sola persona, probabilmente anche una persona sola.
Lui è abbastanza alto e, a giudicare da come gli cade addosso un vecchio giubbotto di pelle color caffè, anche abbastanza magro. Dal collo gli esce il cappuccio di una felpa, rosso vivo, e quel sommario copricapo gli nasconde in parte il viso. Lo spicchio di volto che intravedo nella scarna luce della strada non mi permette di distinguere, perciò non saprei dire se è giovane, maturo, o vecchio: tratti scavati e barba ispida sono una maschera dietro alla quale si cela una vita senza compleanni.
Da come si muove noto però che non è un principiante e che sa quello che fa. Gli basta uno sguardo al contenuto del primo cassonetto per decidere che quello non fa al caso suo. Eppure l’interno di quei contenitori dovrebbe risultare abbastanza oscuro, sia come assenza di luce che come assenza di informazioni, ma forse il tipo si affida ad altri sensi al di fuori della vista. Intanto al giovane viziatello è arrivato il secondo giro di birra, stavolta scura, e delle fumanti salsicce alla paprica col contorno di cipolle dolci caramellate, contorno che, ne sono quasi quasi certo, lascerà colpevolmente nel piatto; la sua ragazza invece ha preso un dolce, e non mi capacito come si possa assaporare il papavero quando si ha praticamente sotto al naso gli aromi del maiale grigliato.
Torno con lo sguardo all’improbabile vetrina di fianco a me. Qualcosa è cambiato, pare che il contenuto dell’altro cassonetto sia più interessante; lui ha bloccato il coperchio in posizione aperta e con entrambe le braccia all’interno sta effettuando una specie di raccolta differenziata. Ogni tanto tira fuori qualcosa, la osserva da vicino, forse perché la luce della strada non è sufficiente per giudicare, forse perché non ha gli occhiali che comunque non potrebbe permettersi, forse perché è un tipo difficile, io non lo so, ma una selezione la fa, nel senso che qualcosa va a finire in un borsone di plastica blu con il logo di un marchio a me ignoto, forse quello di un grande e sfavillante centro commerciale, oppure di una famosa associazione calcistica, o magari quello di una firma esclusiva, un oggetto pensato per essere sfoggiato, e non per raccogliere le carabattole minime che la società rifiuta. Questa storia è tutta un forse, un grande mistero, soprattutto per chi non ne è il protagonista, l’uomo solo su un palcoscenico di cemento e porfido.
Il più grande mistero di questa serata mi si presenta però quando volgo lo sguardo verso la controparte di questo spettacolo improvvisato, ovvero verso gli spettatori, i quali però sono del tutto assenti, assenti dall’osservare, assenti dal partecipare, assenti dal prendere atto, assenti dal ponderare, assenti ingiustificati.
Per qualche motivo che mi sfugge, pare che solamente io stia osservando ciò che avviene fuori dal locale, eppure la finestra è abbastanza grande e la faccenda sta andando avanti da almeno cinque minuti. Forse qualcuno avrà gettato uno sguardo, ma avrà giudicato che la cosa non lo riguarda e sarà tornato a ciò che lo circonda, gli allegri amici, la buona birra, gli antichi soffitti a volta a vela, la procace cameriera, il medievale stinco di porco, l’elenco dei piatti del giorno, e lo stanco svolgersi dei casi suoi. Mi chiedo se magari lui di fuori sia illuminato da una luce che non fa parte della gamma del visibile, che ne so, infrarossi o ultravioletti, anche perché anche chi si trova a passargli accanto non fa neppure il moto di averlo notato, ma è un’ipotesi alquanto azzardata e fantascientifica.
La soluzione di questo enigma è invece tanto evidente quanto invisibile, e mi sta davanti fin da quando ho guardato fuori: è il vetro. Esso dovrebbe essere un materiale trasparente, ma a quanto pare non lo è per tutti, almeno non per quelli che poco si interessano a ciò che avviene fuori dalla loro cerchia di eventi accettabili, e allora in quel caso è come se la finestra fosse stata murata, ma non con dei volgari mattoni, bensì con solida pietra, la stessa con la quale sono state innalzate le mura del nostro castello egoistico.
Allora, non per capire, ma per accettare, mi trovo a dover osservare ciò che non si può vedere: quel vetro. E ci penso.
È un materiale particolare il vetro, specialmente quel vetro; lascia passare la luce, il suono, e per certi versi anche il calore, ma non gli odori e i sapori. Cosicché io lo vedo, e se lui guardasse la finestra mi vedrebbe, io sento il rumore che fa mentre rovista tra la spazzatura, e lui avverte certamente la cacofonia di voci e rumori che quel timpano trasparente propaga all’esterno, ma i sapori che con dovizia ci vengono offerti dalla cucina a lui sono preclusi, lontani come la Luna, e così gli odori, quelli del suo lato del vetro, dolciastri di decomposizione, fetidi di marcio, graveolenti di sudore mal lavato, non arrivano alle nostre narici così perbene.
Mi chiedo quanto spesso sia quel vetro, quanto resistente esso sia per tenerci separati abbastanza a lungo, noi contro di lui, lui contro di noi, per mantenere intatte, se non le certezze, le nostre aspettative di serenità.
Mi chiedo se e quando un evento catastrofico potrebbe infrangere quella parete trasparente e far precipitare me, e magari altri con me, nell’universo parallelo che sto osservando e che, intimamente, mi spaventa.
Mi chiedo se invece non sarebbe il caso di infrangerlo quel vetro, e non solo quello, ma tutti i vetri che ci mantengono, a vicenda, protetti ed esclusi, anche se temo che sui cocci finirebbero per ferirsi, come al solito, unicamente i poveracci.
E mentre mi pongo questi interrogativi i due giovani chiedono il conto, lo ricevono, lo scrutano, si vede che stanno facendo a mente i conti del cambio; infine il ragazzo tira fuori le banconote, paga e, stitico ignorante, non lascia nemmeno uno straccio di mancia.
E mentre mi pongo questi interrogativi finisco la mia birra, incerto se sentirmi un privilegiato o un verme ipocrita, o entrambe le cose.
E mentre mi pongo questi interrogativi lui ha finalmente scovato il primo premio della serata: una mela ancora intera, vergine, nemmeno morsa. Se la scruta per bene, ne ammira la superficie lucida, la tasta per sentirne la compattezza, la annusa per sentirne il profumo. Non insiste oltre, sarebbe chiedere troppo alla sorte, richiude il coperchio del cassonetto, prende il suo borsone e se ne va, sparisce tra le quinte di Staré Město, sempre colla mela nella destra, in alto, come se fosse un trofeo.
Lui se ne è andato, e io, troppo sazio, non saprò mai quanto gli sia stata odorosa e saporita quella mela. Se ne è andato con i suoi stracci e una vita contromano, ma lui ha trovato la sua mela, e io invece non ho ancora trovato la mia pace.

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Che novità!

Immagine da: The Economist

La novità di oggi è che Amazon ha realizzato il primo supermercato nel quale si entra, si prende, e si esce senza passare per la cassa. Un mix costituito dai nostri dati personali, dallo smartphone, da telecamere che osservano i nostri movimenti, e dalla tecnologia RFID, consente ad Amazon di addebitarci i costi di tutto quello che ci portiamo a casa.
Preferisco non entrare nel merito di varie questioni di privacy, e nemmeno tediarvi con una delle mie solite filippiche contro il consumismo sfrenato e le subdole strategie di marketing.
Parlerò di letteratura, anzi con la letteratura.
La mia età mi consente di riandare con la memoria (che spero di perdere quanto prima) ai tempi di quando i supermercati non esistevano, almeno non dove abitavo. Al loro posto esistevano delle realtà specifiche alla funzione, la latteria, con le bottiglie di vetro tappate con la stagnola, la salumeria, con le salsicce appese a catenaria, la macelleria, con un omone in alto che tagliava pezzi di carne su un ceppo di legno modello boia medievale, la drogheria, con il sapone marsiglia a scaglie e il perlin per il bucato, l’edicola, con i fumetti di Pedrito el Drito e le buste sorpresa, lo spaccio di vini, con avventori che ogni tanto intonavano qualche canzone, il negozio di biscotti, con i soli che ci potevamo permettere, i rotti, il calzaturificio, con quelle scarpe che allora si potevano riparare, la cartoleria, con i sussidiari e i quaderni delle Regioni, eccetera.
Tutto ciò è praticamente finito, fagocitato dai supermercati prima, dai grandi centri commerciali oggi, e ora questi utimi insidiati dallo shopping on-line.
Amazon ha pensato bene di coniugare la gratificazione psicologica di “acquistare” con la volontà tattile di “prendere”, nascondendo abilmente le forche caudine della cassa, e sono più che certo dell’esattezza dei suoi calcoli, anzi mi pare strano che qualcuno non c’abbia pensato prima.
Mi chiederete dova stia la letteratura in questo strampalato discorso.
C’arrivo, non siate impazienti.
Tra le mie letture preferite, sarebbe più esatto definirle riletture, ci sono i racconti di Italo Calvino. Mi capita spesso di consigliarli a chi si trova a dover imparare l’italiano, sia per la prosa raffinata , ma non troppo elaborata, e sia per le immagini che egli sapeva offrire delle italiche contraddizioni, o, se preferite, specificità.
A tutti suggerisco sempre di passare qualche ora in compagnia delle disavventure di Marcovaldo, e non solamente perché si rivelano spassose, bensì perché conducono il lettore attento a riconsiderare criticamente il suo atteggiamento e la sua correlazione con la modernità, nel senso che ognuno di noi è un potenziale Marcovaldo. Per quanto ci si atteggi a persone del nostro tempo si sta sempre a rincorrere il succedersi degli eventi, i mutamenti tecnologici, le capriole dei costumi, rimanendo sempre qualche passo indietro, affannati e spaesati. Dopo l’homo sapiens ecco l’homo modernus.
Ma Amazon, che c’entra?
In questo racconto di Calvino è descritto il primo contatto tra Marcovaldo e il supermercato, circa nel 1960. Riportatelo ai giorni nostri e provate a vedere se vi riconoscete…

Marcovaldo al supermarket    Continua a leggere

iTaliano

Certe cose, anche minime, saltano agli occhi, ma non di tutti evidentemente. Forse il fatto che l’italiano sia, per me, la seconda lingua, e perciò io abbia faticato e tuttora fatichi per praticarla, mi rende più sensibile a certi usi irriguardosi della stessa.
Potrei supporre che pure a voi il disuso o l’abuso del congiuntivo provochi una sensazione sgradevole allo stomaco, come pure certi ridicoli e assurdi diminutivi, per non parlare della volatilità del condizionale, ma talvolta capita che errori minimi, dei peccati veniali, dimostrino quanta poca cura si pone nella stesura di una frase o nella definizione di un concetto.
Nel caso che sto per mostrarvi, l’inghippo è generato dall’assenza di un componente tanto piccolo quanto essenziale: la punteggiatura.

Mi si potrà obiettare che il significato è comunque chiaro, reso ancora più evidente dal simbolo soprastante la scritta, però mi si consenta di farvi notare l’assurdità di quanto scritto.
Fateci caso, se su quel cartello fosse stato scritto “non bere varechina” oppure “non bere inchiostro” avreste pensato che difficilmente a qualcuno verrebbe in mente di farlo, decretando così la sostanziale inutilità dell’avviso. Orbene, ditemi allora se ha senso bere dell’acqua non potabile, eppure questo è quanto impone quel cartello. Altro discorso sarebbe stato se tra “bere” e “acqua” un’anima pia avesse interposto una virgola o un trattino.
Lo so che è un po’ come cercare il pelo nell’uovo, e che andare a sottilizzare troppo su un’insignificante cartello posto su una fontana potrebbe essere futile, quasi il sintomo di malcelate presunzione e saccenteria, ma così non è, si tratta solamente di rispetto. Putroppo non nutro molte speranze che la situazione migliori, in quanto la lingua italiana soffre della concorrenza del più moderno “italianese”, e così, dopo l’iPod, l’iPhone e l’iPad, avremo tutti a che fare con l’iTaliano.
Auguri.

E ricordatevi che Uno pro puncto caruit Martinus Asello.

Fate voi

Sapete come capitano certe idee bislacche, quasi per caso, con una genesi incerta e imprevedibile.
Stavo guidando verso casa e intanto mi facevo tenere compagnia dall’autoradio. Niente di eccezionale, intendo l’autoradio, un semplice apparecchio montato di serie, mentre eccezionale era ciò che usciva dagli altoparlanti: la nona sinfonia di Antonín Dvořák. Concedetemi lo spazio per un piccolo inciso, sappiate che solo un ceco riesce a pronunciare correttamente e con scioltezza il nome di quel famoso compositore.
Ma andiamo avanti.
Il tragitto era relativamente breve, e non riuscii a sentirla per intero, però il tempo fu sufficiente per imbastire un’ipotesi che definire azzardata sarebbe un eufemismo. Dato che, sprovvisto di titoli e corone, non temo il ridicolo, ora ve la espongo.
Come i più sapranno, la nona sinfonia è stata composta da Dvořák nel 1893 a New York, e per questo motivo è stata intitolata “Dal Nuovo Mondo”.
Molte parole sono state spese da eminenti studiosi di musica per sottolineare quanto Dvořák fosse stato ispirato dai motivi popolari di quella nazione, di come emergessero dei richiami agli spiritual afroamericani e alla musica dei nativi, quelli che siamo usi definire “indiani”. Badate, lungi da me ogni intenzione di mettere in dubbio questa lettura della sinfonia, non possiedo né titoli e né competenze per farlo, anche se trovo strano che a New York, alla fine dell’800, in un ambiente sicuramente colto ed elitario, giungessero anche solamente gli echi di certe espressioni musicali patrimonio di etnie e gruppi sociali molto distanti dall’uditorio raffinato che amava la musica classica europea, ma tant’è.
Invece mi va, anzi mi permetto di esporre i miei dubbi su fatto che tutta la sinfonia vada letta come un messaggio, o se preferite una cartolina, che il compositore volle inviare ai suoi compatrioti d’oltreoceano.
In effetti negli gli abitanti della “vecchia” Europa era invalsa l’inclinazione a far coincidere il continente americano con la definizione “Nuovo mondo”, o almeno era così fino a qualche decennio fa, perciò è spiegabile come una sinfonia composta a New York sia stata automaticamente percepita come proveniente “Dal Nuovo Mondo”.
Però, c’è un però.
Chi è stato a Praga, ma non si è limitato al solito giro Castello – Cattedrale – Ponte Carlo – Piazza Vecchia – Orologio – U Fleku, saprà che esiste quartiere nel quale ci sono, ancora in piedi e abitate, alcune case della Praga del XIV secolo. Furono costruite ex novo per destinarle ai dipendenti del castello, e indovinate come si chiamava e si chiama tuttora quella zona: Nový Svět (traduzione: Nuovo Mondo).
Se ancora non sono riuscito a instillare in voi il dubbio, vi riporto il titolo originale ceco della sinfonia: Novosvětská.
Bene, non potrebbe darsi che Dvořák abbia cercato di offrire all’uditorio americano anche alcuni passaggi tipicamente europei, qualcosa di antico, ma resistente al tempo, proveniente dalla “sua” Praga, dal “suo” Nuovo Mondo?
Mah, fate voi.
Intanto ascoltatevela e godete.

Borgia TDI

Immagine da: scienzaduepuntozero.pbworks.com

Il Diesel è sporco.
Il Diesel inquina.
Il Diesel fa male.
Il Diesel è la Morte Nera.
Vero.
Eppure io possiedo, guido, mantengo, conservo, un’automobile col motore Diesel.
E continuerò a farlo.
Perché?
Perché sono cattivo?
Perché sono un incosciente?
Perché non mi curo dell’ambiente?
Perché me ne infischio della vostra salute?
No.
Perché sono costretto a farlo.
Vedete, ogni giorno per andare al lavoro devo percorrere circa cinquanta chilometri.
Guidando con la prudenza che si conviene ci metto circa 45 minuti, ma se per lo stesso percorso volessi usare il trasporto pubblico la durata del viaggio si dilata a due ore e mezza. In poche parole, tra andare e tornare mi troverei a spendere ogni giorno ben 5 ore di viaggio, il che non è certo una prospettiva allettante.
Fatti quattro conti, possiamo scoprire che con il trasporto pubblico è possibile viaggiare alla fantastica velocità (e chiamiamola velocità…) di 20km/h, identica a quella di un cavallo che procede a un blando trotto.
Per questa organizzazione medievale del trasporto pubblico potremmo ringraziare le aziende del settore, le quali assumono (sicuramente per concorso) le menti migliori in grado di ottenere il minimo rendimento col massimo sforzo. Nondimeno dovremmo essere grati ai politici che scelgono sempre di non scegliere, lasciando la mobilità in balia di decisioni individuali e di strategie di corto respiro. E, perché no, un pensiero andrebbe anche ai sindachetti che sognano imperitura fama per aver fatto sorgere dal nulla e nel nulla zone industriali e artigianali prive di ogni collegamento logistico.
Fatto sta che per questi e altri motivi mi trovo costretto a utilizzare l’automobile.
Va bene, direte voi, ma perché proprio Diesel?
Semplice, perché questa motorizzazione mi posso/devo permettere.
L’utilizzo del mezzo privato è un costo, e per un lavoratore dipendente è una voce di spesa non indifferente, perciò le valutazioni vanno oltre il prezzo di acquisto.
In primis il prezzo del carburante, giacché il gasolio costa almeno il 10% in meno della benzina verde.
Poi bisogna tenere conto dell’efficienza, nel senso che a parità di potenza il motore Diesel consuma meno rispetto a quelli a benzina, GPL e metano.
Un discorso leggermente più complesso riguarda il regime di coppia, ovvero a che velocità deve andare il motore per riuscire a esprimere la potenza utilizzabile. Il motore a gasolio lo fa molto prima, e cioè fa meno giri di quello a benzina, e facendo meno giri ovviamente durerà di più, il che significa che non sarò costretto a cambiare l’automobile o ripararla tanto presto.
La capacità di poter avere a disposizione della potenza a bassi giri mi consente anche di non stare sempre a cambiare marcia, il che è una bella comodità.
Da non trascurare anche l’aspetto sicurezza, in quanto l’assenza di candele, e perciò di correnti ad alta tensione, mette al riparo il motore da fastidiosi quanto inopportuni spegnimenti in caso di eccesso di umidità. Se rimanere bloccati dalla pioggia con un’automobile a benzina in città è un contrattempo, sulla statale o in autostrada può diventare, a seconda dei casi, un grosso problema o un grave pericolo.
A proposito di pericoli, non dimenticatevi che, in caso di incidente e di perdite di carburante, il gasolio è infiammabile, ma i vapori di benzina sono esplosivi.
E se ancora qualcuno volesse accusarmi di essere un avvelenatore dell’ambiente perché vado a lavorare con un’automobile Diesel, vorrei rammentargli che, a parità di distanza percorsa, una sola nave da crociera, ovvero una struttura di intrattenimento, provoca un inquinamento atmosferico pari a quello di 5.000.000 (cinque milioni) di automobili Diesel. Fate conto che durante l’estate gironzolano per il Mediterraneo dalle cinquanta alle sessanta navi da crociera.
Va da sé che per comodità, sicurezza e rispetto dell’ambiente la vettura elettrica è una validissima scelta, sempre che si abbiano a disposizione abbastanza soldi in più da spendere, il che, mancando degli incentivi economici di un certo spessore, è raro sia possibile per un comune lavoratore dipendente che tiene famiglia.
Quindi mettetevi il cuore in pace, finché non avrò a disposizione un sistema di mobilità pubblica efficiente, finché non sarò incentivato verso l’elettrico, finché mi obbligheranno a spostarmi per lavoro, continuerò ad avvelenarvi, senza pietà.

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Imamgine da: dreamblog.it