Che novità!

Immagine da: The Economist

La novità di oggi è che Amazon ha realizzato il primo supermercato nel quale si entra, si prende, e si esce senza passare per la cassa. Un mix costituito dai nostri dati personali, dallo smartphone, da telecamere che osservano i nostri movimenti, e dalla tecnologia RFID, consente ad Amazon di addebitarci i costi di tutto quello che ci portiamo a casa.
Preferisco non entrare nel merito di varie questioni di privacy, e nemmeno tediarvi con una delle mie solite filippiche contro il consumismo sfrenato e le subdole strategie di marketing.
Parlerò di letteratura, anzi con la letteratura.
La mia età mi consente di riandare con la memoria (che spero di perdere quanto prima) ai tempi di quando i supermercati non esistevano, almeno non dove abitavo. Al loro posto esistevano delle realtà specifiche alla funzione, la latteria, con le bottiglie di vetro tappate con la stagnola, la salumeria, con le salsicce appese a catenaria, la macelleria, con un omone in alto che tagliava pezzi di carne su un ceppo di legno modello boia medievale, la drogheria, con il sapone marsiglia a scaglie e il perlin per il bucato, l’edicola, con i fumetti di Pedrito el Drito e le buste sorpresa, lo spaccio di vini, con avventori che ogni tanto intonavano qualche canzone, il negozio di biscotti, con i soli che ci potevamo permettere, i rotti, il calzaturificio, con quelle scarpe che allora si potevano riparare, la cartoleria, con i sussidiari e i quaderni delle Regioni, eccetera.
Tutto ciò è praticamente finito, fagocitato dai supermercati prima, dai grandi centri commerciali oggi, e ora questi utimi insidiati dallo shopping on-line.
Amazon ha pensato bene di coniugare la gratificazione psicologica di “acquistare” con la volontà tattile di “prendere”, nascondendo abilmente le forche caudine della cassa, e sono più che certo dell’esattezza dei suoi calcoli, anzi mi pare strano che qualcuno non c’abbia pensato prima.
Mi chiederete dova stia la letteratura in questo strampalato discorso.
C’arrivo, non siate impazienti.
Tra le mie letture preferite, sarebbe più esatto definirle riletture, ci sono i racconti di Italo Calvino. Mi capita spesso di consigliarli a chi si trova a dover imparare l’italiano, sia per la prosa raffinata , ma non troppo elaborata, e sia per le immagini che egli sapeva offrire delle italiche contraddizioni, o, se preferite, specificità.
A tutti suggerisco sempre di passare qualche ora in compagnia delle disavventure di Marcovaldo, e non solamente perché si rivelano spassose, bensì perché conducono il lettore attento a riconsiderare criticamente il suo atteggiamento e la sua correlazione con la modernità, nel senso che ognuno di noi è un potenziale Marcovaldo. Per quanto ci si atteggi a persone del nostro tempo si sta sempre a rincorrere il succedersi degli eventi, i mutamenti tecnologici, le capriole dei costumi, rimanendo sempre qualche passo indietro, affannati e spaesati. Dopo l’homo sapiens ecco l’homo modernus.
Ma Amazon, che c’entra?
In questo racconto di Calvino è descritto il primo contatto tra Marcovaldo e il supermercato, circa nel 1960. Riportatelo ai giorni nostri e provate a vedere se vi riconoscete…

Marcovaldo al supermarket    Continua a leggere

Annunci

iTaliano

Certe cose, anche minime, saltano agli occhi, ma non di tutti evidentemente. Forse il fatto che l’italiano sia, per me, la seconda lingua, e perciò io abbia faticato e tuttora fatichi per praticarla, mi rende più sensibile a certi usi irriguardosi della stessa.
Potrei supporre che pure a voi il disuso o l’abuso del congiuntivo provochi una sensazione sgradevole allo stomaco, come pure certi ridicoli e assurdi diminutivi, per non parlare della volatilità del condizionale, ma talvolta capita che errori minimi, dei peccati veniali, dimostrino quanta poca cura si pone nella stesura di una frase o nella definizione di un concetto.
Nel caso che sto per mostrarvi, l’inghippo è generato dall’assenza di un componente tanto piccolo quanto essenziale: la punteggiatura.

Mi si potrà obiettare che il significato è comunque chiaro, reso ancora più evidente dal simbolo soprastante la scritta, però mi si consenta di farvi notare l’assurdità di quanto scritto.
Fateci caso, se su quel cartello fosse stato scritto “non bere varechina” oppure “non bere inchiostro” avreste pensato che difficilmente a qualcuno verrebbe in mente di farlo, decretando così la sostanziale inutilità dell’avviso. Orbene, ditemi allora se ha senso bere dell’acqua non potabile, eppure questo è quanto impone quel cartello. Altro discorso sarebbe stato se tra “bere” e “acqua” un’anima pia avesse interposto una virgola o un trattino.
Lo so che è un po’ come cercare il pelo nell’uovo, e che andare a sottilizzare troppo su un’insignificante cartello posto su una fontana potrebbe essere futile, quasi il sintomo di malcelate presunzione e saccenteria, ma così non è, si tratta solamente di rispetto. Putroppo non nutro molte speranze che la situazione migliori, in quanto la lingua italiana soffre della concorrenza del più moderno “italianese”, e così, dopo l’iPod, l’iPhone e l’iPad, avremo tutti a che fare con l’iTaliano.
Auguri.

E ricordatevi che Uno pro puncto caruit Martinus Asello.

Fate voi

Sapete come capitano certe idee bislacche, quasi per caso, con una genesi incerta e imprevedibile.
Stavo guidando verso casa e intanto mi facevo tenere compagnia dall’autoradio. Niente di eccezionale, intendo l’autoradio, un semplice apparecchio montato di serie, mentre eccezionale era ciò che usciva dagli altoparlanti: la nona sinfonia di Antonín Dvořák. Concedetemi lo spazio per un piccolo inciso, sappiate che solo un ceco riesce a pronunciare correttamente e con scioltezza il nome di quel famoso compositore.
Ma andiamo avanti.
Il tragitto era relativamente breve, e non riuscii a sentirla per intero, però il tempo fu sufficiente per imbastire un’ipotesi che definire azzardata sarebbe un eufemismo. Dato che, sprovvisto di titoli e corone, non temo il ridicolo, ora ve la espongo.
Come i più sapranno, la nona sinfonia è stata composta da Dvořák nel 1893 a New York, e per questo motivo è stata intitolata “Dal Nuovo Mondo”.
Molte parole sono state spese da eminenti studiosi di musica per sottolineare quanto Dvořák fosse stato ispirato dai motivi popolari di quella nazione, di come emergessero dei richiami agli spiritual afroamericani e alla musica dei nativi, quelli che siamo usi definire “indiani”. Badate, lungi da me ogni intenzione di mettere in dubbio questa lettura della sinfonia, non possiedo né titoli e né competenze per farlo, anche se trovo strano che a New York, alla fine dell’800, in un ambiente sicuramente colto ed elitario, giungessero anche solamente gli echi di certe espressioni musicali patrimonio di etnie e gruppi sociali molto distanti dall’uditorio raffinato che amava la musica classica europea, ma tant’è.
Invece mi va, anzi mi permetto di esporre i miei dubbi su fatto che tutta la sinfonia vada letta come un messaggio, o se preferite una cartolina, che il compositore volle inviare ai suoi compatrioti d’oltreoceano.
In effetti negli gli abitanti della “vecchia” Europa era invalsa l’inclinazione a far coincidere il continente americano con la definizione “Nuovo mondo”, o almeno era così fino a qualche decennio fa, perciò è spiegabile come una sinfonia composta a New York sia stata automaticamente percepita come proveniente “Dal Nuovo Mondo”.
Però, c’è un però.
Chi è stato a Praga, ma non si è limitato al solito giro Castello – Cattedrale – Ponte Carlo – Piazza Vecchia – Orologio – U Fleku, saprà che esiste quartiere nel quale ci sono, ancora in piedi e abitate, alcune case della Praga del XIV secolo. Furono costruite ex novo per destinarle ai dipendenti del castello, e indovinate come si chiamava e si chiama tuttora quella zona: Nový Svět (traduzione: Nuovo Mondo).
Se ancora non sono riuscito a instillare in voi il dubbio, vi riporto il titolo originale ceco della sinfonia: Novosvětská.
Bene, non potrebbe darsi che Dvořák abbia cercato di offrire all’uditorio americano anche alcuni passaggi tipicamente europei, qualcosa di antico, ma resistente al tempo, proveniente dalla “sua” Praga, dal “suo” Nuovo Mondo?
Mah, fate voi.
Intanto ascoltatevela e godete.

Borgia TDI

Immagine da: scienzaduepuntozero.pbworks.com

Il Diesel è sporco.
Il Diesel inquina.
Il Diesel fa male.
Il Diesel è la Morte Nera.
Vero.
Eppure io possiedo, guido, mantengo, conservo, un’automobile col motore Diesel.
E continuerò a farlo.
Perché?
Perché sono cattivo?
Perché sono un incosciente?
Perché non mi curo dell’ambiente?
Perché me ne infischio della vostra salute?
No.
Perché sono costretto a farlo.
Vedete, ogni giorno per andare al lavoro devo percorrere circa cinquanta chilometri.
Guidando con la prudenza che si conviene ci metto circa 45 minuti, ma se per lo stesso percorso volessi usare il trasporto pubblico la durata del viaggio si dilata a due ore e mezza. In poche parole, tra andare e tornare mi troverei a spendere ogni giorno ben 5 ore di viaggio, il che non è certo una prospettiva allettante.
Fatti quattro conti, possiamo scoprire che con il trasporto pubblico è possibile viaggiare alla fantastica velocità (e chiamiamola velocità…) di 20km/h, identica a quella di un cavallo che procede a un blando trotto.
Per questa organizzazione medievale del trasporto pubblico potremmo ringraziare le aziende del settore, le quali assumono (sicuramente per concorso) le menti migliori in grado di ottenere il minimo rendimento col massimo sforzo. Nondimeno dovremmo essere grati ai politici che scelgono sempre di non scegliere, lasciando la mobilità in balia di decisioni individuali e di strategie di corto respiro. E, perché no, un pensiero andrebbe anche ai sindachetti che sognano imperitura fama per aver fatto sorgere dal nulla e nel nulla zone industriali e artigianali prive di ogni collegamento logistico.
Fatto sta che per questi e altri motivi mi trovo costretto a utilizzare l’automobile.
Va bene, direte voi, ma perché proprio Diesel?
Semplice, perché questa motorizzazione mi posso/devo permettere.
L’utilizzo del mezzo privato è un costo, e per un lavoratore dipendente è una voce di spesa non indifferente, perciò le valutazioni vanno oltre il prezzo di acquisto.
In primis il prezzo del carburante, giacché il gasolio costa almeno il 10% in meno della benzina verde.
Poi bisogna tenere conto dell’efficienza, nel senso che a parità di potenza il motore Diesel consuma meno rispetto a quelli a benzina, GPL e metano.
Un discorso leggermente più complesso riguarda il regime di coppia, ovvero a che velocità deve andare il motore per riuscire a esprimere la potenza utilizzabile. Il motore a gasolio lo fa molto prima, e cioè fa meno giri di quello a benzina, e facendo meno giri ovviamente durerà di più, il che significa che non sarò costretto a cambiare l’automobile o ripararla tanto presto.
La capacità di poter avere a disposizione della potenza a bassi giri mi consente anche di non stare sempre a cambiare marcia, il che è una bella comodità.
Da non trascurare anche l’aspetto sicurezza, in quanto l’assenza di candele, e perciò di correnti ad alta tensione, mette al riparo il motore da fastidiosi quanto inopportuni spegnimenti in caso di eccesso di umidità. Se rimanere bloccati dalla pioggia con un’automobile a benzina in città è un contrattempo, sulla statale o in autostrada può diventare, a seconda dei casi, un grosso problema o un grave pericolo.
A proposito di pericoli, non dimenticatevi che, in caso di incidente e di perdite di carburante, il gasolio è infiammabile, ma i vapori di benzina sono esplosivi.
E se ancora qualcuno volesse accusarmi di essere un avvelenatore dell’ambiente perché vado a lavorare con un’automobile Diesel, vorrei rammentargli che, a parità di distanza percorsa, una sola nave da crociera, ovvero una struttura di intrattenimento, provoca un inquinamento atmosferico pari a quello di 5.000.000 (cinque milioni) di automobili Diesel. Fate conto che durante l’estate gironzolano per il Mediterraneo dalle cinquanta alle sessanta navi da crociera.
Va da sé che per comodità, sicurezza e rispetto dell’ambiente la vettura elettrica è una validissima scelta, sempre che si abbiano a disposizione abbastanza soldi in più da spendere, il che, mancando degli incentivi economici di un certo spessore, è raro sia possibile per un comune lavoratore dipendente che tiene famiglia.
Quindi mettetevi il cuore in pace, finché non avrò a disposizione un sistema di mobilità pubblica efficiente, finché non sarò incentivato verso l’elettrico, finché mi obbligheranno a spostarmi per lavoro, continuerò ad avvelenarvi, senza pietà.

image

Imamgine da: dreamblog.it

Catalunya

Escolta, Espanya, – la veu d’un fill
que et parla en llengua – no castellana:
parlo en la llengua – que m’ha donat
la terra aspra:
en ‘questa llengua – pocs t’han parlat;
en l’altra, massa.
 
T’han parlat massa – dels saguntins
i dels que per la pàtria moren:
les teves glòries – i els teus records,
records i glòries – només de morts:
has viscut trista.
 
Jo vull parlar-te – molt altrament.
Per què vessar la sang inútil?
Dins de les venes – vida és la sang,
vida pels d’ara – i pels que vindran:
vessada és morta.
 
Massa pensaves – en ton honor
i massa poc en el teu viure:
tràgica duies – a morts els fills,
te satisfeies – d’honres mortals,
i eren tes festes – els funerals,
oh trista Espanya!
 
Jo he vist els barcos – marxar replens
dels fills que duies – a que morissin:
somrients marxaven – cap a l’atzar;
i tu cantaves – vora del mar
com una folla.
 
On són els barcos. – On són els fills?
Pregunta-ho al Ponent i a l’ona brava:
tot ho perderes, – no tens ningú.
Espanya, Espanya, – retorna en tu,
arrenca el plor de mare!
 
Salva’t, oh!, salva’t – de tant de mal;
que el plo’ et torni feconda, alegre i viva;
pensa en la vida que tens entorn:
aixeca el front,
somriu als set colors que hi ha en els núvols.
 
On ets, Espanya? – no et veig enlloc.
No sents la meva veu atronadora?
No entens aquesta llengua – que et parla entre perills?
Has desaprès d’entendre an els teus fills?
Adéu, Espanya!
.
 
Joan Maragall – Oda a Espanya – 1898
.
.
.
./

( editazione di un’immagine presente sul sito di independent.co.uk )

Cassandra Crossing / Non dimenticate la Data Retention

Fonte:  Punto Informatico del 30/08/17

di M. Calamari – Prima delle vacanze è passata alla Camera una proposta di legge liberticida; l’atto finale avverrà al Senato fra qualche settimana, ma occorre chiarezza e assunzione di responsabilità  

Chi non ha avuto la memoria cancellata dalle vacanze, ricorderà certamente lo scherzetto che i Deputati della Camera, a maggioranza bulgara, hanno ritenuto di fare agli italiani.
In estrema sintesi, un emendamento di portata devastante è stato inserito in una proposta di legge che tratta di sicurezza degli ascensori.

L’emendamento è stato discusso e approvato durante l’ultima seduta della Camera prima delle ferie, ben nascosto tra ascensori, tartufi ed energie rinnovabili, ed è stato regolarmente approvato anche a causa della distrazione di alcuni Deputati, che avrebbero invece dovuto, per i loro trascorsi, levare ben alta la voce.
L’emendamento prevede due modifiche devastanti per la privacy, ma gustosissime per gli amanti del tecnocontrollo sociale.
Il primo è la triplicazione da 2 a 6 anni della conservazione dei dati telefonici. Nessun paese civile ha periodi superiori a due anni, come richiesto anche dall’UE.
Il secondo, molto più grave perché più insidioso, è l’equiparazione dei dati Internet a quelli telefonici, cosa che farebbe automaticamente scattare una serie di adempimenti legislativi già in essere da tempo, tra l’altro molto onerosi anche per i provider.
In un solo colpo verrebbe attuata una data retention pesantissima nei confronti del Popolo della Rete, cioè della maggioranza degli innocenti cittadini italiani.
L’approvazione del decreto legge nella sua stesura attuale anche al Senato, che riprenderà i suoi lavori il 12 Settembre, farebbe scattare automaticamente l’estensione della data retention; dovrebbe poi essere seguito da un’ulteriore modifica dell’art. 132 della Legge 196/2003 (Testo Unico sulla Privacy), che definisce la data retention attualmente permessa in Italia.

Secondo Cassandra è vitale che questo secondo round avvenga con la massima chiarezza, trasparenza e pubblicità, in modo tale che chi vi parteciperà si prenda le sue responsabilità nei confronti dei cittadini e degli elettori. In questo modo coloro che, con il loro silenzio o con la loro esplicita approvazione, permetteranno questo abominio, almeno non potranno poi negare le loro responsabilità.
Sono, tra l’altro, le stesse persone che hanno permesso che l’infrastruttura tecnica della Rete italiana venisse stravolta e asservita alla censura come solo in Paesi “diversamente democratici” è fino ad oggi accaduto.

Cittadino avvisato…

Marco Calamari
Lo Slog (Static Blog) di Marco Calamari
L’archivio di Cassandra/ Scuola formazione e pensiero