Come sempre, diversamente da sempre

Lastoffagiusta Dal blog www.lastoffagiusta.i

Come sempre, diversamente da sempre

 

 

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Nun je dà retta, Roma!

Gatto Atlantico

Di chi è la colpa? Questo è il grido di tutti noi. La città è ai minimi storici, ma le persone litigano… è colpa della Raggi, no di Marino, no di Renzi, no di Alemanno, e allora Veltroni? No no Rutelli, Signorello, Ernesto Nathan, quel cazzo di Giulio Cesare.

Con Petroselli nessuno s’azzarda.

A me non importa più di chi sia la colpa; a me importa che la città si allaghi, si aprano le voragini, cadano pezzi di mura aureliane, i cassonetti, tutti, trabocchino, ci sia puzza ovunque, i bus non passino, e se passano puzzino anche loro, siano rotti, siano sporchi, le porte non si aprano.

Quando va bene,

perché quando va male

i bus esplodono.

Non esistono orari certezze, senso. Vogliono chiudere l’Angelo Mai, vogliono chiudere la Casa Internazionale delle donne, il Teatro Valle è morto lì.

Non riusciamo a fare neanche un albero di Natale decente.

Chiudono…

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La barca

Gatto Atlantico

La barca va,non dondola adesso. L’acqua è tranquilla ma la barca, lentamente va. Il vento accompagna e lo stomaco tace.

Non ci sono falle, non ci sono toppe. Forse è un po’ consumata. Ma l’odore del legno è vero, presente, intenso. E rassicura.

Io non ho paura. Il cuore è più limpido adesso. So bene come ama. Cosa desidera. Dove si ferma.

Non mi manca nulla. Ho cibo, da coprirmi, da prendere il sole.

E non sono mai sola. Perché so dove andare e so pure che ad ogni riva qualcuno mi aspetta.

Ognuno è nato a modo suo. Il mio è questo. Insieme eppure da sola. Nervosa eppure rappacificata.

A volte sono severa, ma il mondo mi interessa, gli altri mi piacciono. Adoro le storie e chi me le racconta.

La barca prosegue il viaggio.

A un certo punto si fermerà da qualche parte.

Ma che importanza ha ora?

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Vetro

Immagine da: it.dreamstime.com

Provaznická

La birra è chiara e fresca, con quel giusto di schiuma che la rende ancora più invitante. Dal piatto che ho di fronte si levano nell’aria aromi che preannunciano sapidi bocconi, e che si mischiano al profumo di malto d’orzo, al fumo di sigarette fumate con discrezione e alle conversazioni eccitate.
Al tavolo siamo accanto a una coppia di giovani slavi, lui e lei, forse polacchi, non si capisce, ma discutono in inglese con la cameriera. Non sanno vivere, non sanno viaggiare, lasciano nei piatti metà di quello che hanno ordinato, però ridono, forse allegri.
Già. Era l’unico mezzo tavolo libero in quella birreria affollata, perciò noi due ce lo condividiamo con loro, e con una grande finestra che dà sulla strada, una laterale poco trafficata, quando invece, a quest’ora di sera, lungo la la gente fa quasi a botte per passare, come se dovesse farsi strada in una calle per San Marco la domenica pomeriggio
Mangio lentamente e ogni tanto guardo fuori, anche per non fissare troppo quei due giovani di fronte che fanno gli schizzinosi davanti al letto di cipolla cruda sotto al formaggio fresco. Di luce ce n’è quella che basta per sentirsi in un ambiente caratteristico e confortevole, non troppa, tipo sala chirurgica, non poca, che farebbe caverna, e quella di fuori è sufficiente per osservare cosa succede all’esterno. La finestra è un po’ una vetrina a rovescio, ma la merce esposta non è un granché, dei tavolini deserti, una saracinesca abbassata, la parete di fronte a quadrotti di cemento , le transenne arancione per i lavori sulla fermata di Můstek, e un paio di cassonetti di rifiuti, quelli grandi colle ruote, colore grigio ardesia o giù di lì. Ogni tanto passa qualcuno, chi ridendo, pochi, chi telefonando, troppi, chi apparentemente senza meta, un classico. L’altro lato della vetrina è di gran lunga più interessante, le pareti ambra e rosso veneziano sono decorate con rappresentazioni licenziose che invitano alla libagione e alla libertà dalle catene delle inibizioni; non troppi turisti, e comunque non troppo invasivi, convivono con gli avventori locali, degli abitué senz’altro, o dei personaggi oltremodo estroversi; il personale opera con quel tanto di caos necessario per generare incomprensioni ed equivoci, richiami e scuse, ridicoli interludi tra una portata e l’altra.
Tutto insomma sembrerebbe procedere come al solito, o per meglio dire, quel solito al quale sono avvezzo.
Ma ecco che la vetrina si anima: prima uno e poi un altro di quei cassonetti si muove, eppure non soffia un vento talmente violento da poterli spostare, e neppure sarebbe questo l’orario migliore per il ritiro della spazzatura. No, è vero, non sono né gli elementi naturali e nemmeno quelli comunali a muovere quei grossi contenitori, si tratta bensì di una sola persona, probabilmente anche una persona sola.
Lui è abbastanza alto e, a giudicare da come gli cade addosso un vecchio giubbotto di pelle color caffè, anche abbastanza magro. Dal collo gli esce il cappuccio di una felpa, rosso vivo, e quel sommario copricapo gli nasconde in parte il viso. Lo spicchio di volto che intravedo nella scarna luce della strada non mi permette di distinguere, perciò non saprei dire se è giovane, maturo, o vecchio: tratti scavati e barba ispida sono una maschera dietro alla quale si cela una vita senza compleanni.
Da come si muove noto però che non è un principiante e che sa quello che fa. Gli basta uno sguardo al contenuto del primo cassonetto per decidere che quello non fa al caso suo. Eppure l’interno di quei contenitori dovrebbe risultare abbastanza oscuro, sia come assenza di luce che come assenza di informazioni, ma forse il tipo si affida ad altri sensi al di fuori della vista. Intanto al giovane viziatello è arrivato il secondo giro di birra, stavolta scura, e delle fumanti salsicce alla paprica col contorno di cipolle dolci caramellate, contorno che, ne sono quasi quasi certo, lascerà colpevolmente nel piatto; la sua ragazza invece ha preso un dolce, e non mi capacito come si possa assaporare il papavero quando si ha praticamente sotto al naso gli aromi del maiale grigliato.
Torno con lo sguardo all’improbabile vetrina di fianco a me. Qualcosa è cambiato, pare che il contenuto dell’altro cassonetto sia più interessante; lui ha bloccato il coperchio in posizione aperta e con entrambe le braccia all’interno sta effettuando una specie di raccolta differenziata. Ogni tanto tira fuori qualcosa, la osserva da vicino, forse perché la luce della strada non è sufficiente per giudicare, forse perché non ha gli occhiali che comunque non potrebbe permettersi, forse perché è un tipo difficile, io non lo so, ma una selezione la fa, nel senso che qualcosa va a finire in un borsone di plastica blu con il logo di un marchio a me ignoto, forse quello di un grande e sfavillante centro commerciale, oppure di una famosa associazione calcistica, o magari quello di una firma esclusiva, un oggetto pensato per essere sfoggiato, e non per raccogliere le carabattole minime che la società rifiuta. Questa storia è tutta un forse, un grande mistero, soprattutto per chi non ne è il protagonista, l’uomo solo su un palcoscenico di cemento e porfido.
Il più grande mistero di questa serata mi si presenta però quando volgo lo sguardo verso la controparte di questo spettacolo improvvisato, ovvero verso gli spettatori, i quali però sono del tutto assenti, assenti dall’osservare, assenti dal partecipare, assenti dal prendere atto, assenti dal ponderare, assenti ingiustificati.
Per qualche motivo che mi sfugge, pare che solamente io stia osservando ciò che avviene fuori dal locale, eppure la finestra è abbastanza grande e la faccenda sta andando avanti da almeno cinque minuti. Forse qualcuno avrà gettato uno sguardo, ma avrà giudicato che la cosa non lo riguarda e sarà tornato a ciò che lo circonda, gli allegri amici, la buona birra, gli antichi soffitti a volta a vela, la procace cameriera, il medievale stinco di porco, l’elenco dei piatti del giorno, e lo stanco svolgersi dei casi suoi. Mi chiedo se magari lui di fuori sia illuminato da una luce che non fa parte della gamma del visibile, che ne so, infrarossi o ultravioletti, anche perché anche chi si trova a passargli accanto non fa neppure il moto di averlo notato, ma è un’ipotesi alquanto azzardata e fantascientifica.
La soluzione di questo enigma è invece tanto evidente quanto invisibile, e mi sta davanti fin da quando ho guardato fuori: è il vetro. Esso dovrebbe essere un materiale trasparente, ma a quanto pare non lo è per tutti, almeno non per quelli che poco si interessano a ciò che avviene fuori dalla loro cerchia di eventi accettabili, e allora in quel caso è come se la finestra fosse stata murata, ma non con dei volgari mattoni, bensì con solida pietra, la stessa con la quale sono state innalzate le mura del nostro castello egoistico.
Allora, non per capire, ma per accettare, mi trovo a dover osservare ciò che non si può vedere: quel vetro. E ci penso.
È un materiale particolare il vetro, specialmente quel vetro; lascia passare la luce, il suono, e per certi versi anche il calore, ma non gli odori e i sapori. Cosicché io lo vedo, e se lui guardasse la finestra mi vedrebbe, io sento il rumore che fa mentre rovista tra la spazzatura, e lui avverte certamente la cacofonia di voci e rumori che quel timpano trasparente propaga all’esterno, ma i sapori che con dovizia ci vengono offerti dalla cucina a lui sono preclusi, lontani come la Luna, e così gli odori, quelli del suo lato del vetro, dolciastri di decomposizione, fetidi di marcio, graveolenti di sudore mal lavato, non arrivano alle nostre narici così perbene.
Mi chiedo quanto spesso sia quel vetro, quanto resistente esso sia per tenerci separati abbastanza a lungo, noi contro di lui, lui contro di noi, per mantenere intatte, se non le certezze, le nostre aspettative di serenità.
Mi chiedo se e quando un evento catastrofico potrebbe infrangere quella parete trasparente e far precipitare me, e magari altri con me, nell’universo parallelo che sto osservando e che, intimamente, mi spaventa.
Mi chiedo se invece non sarebbe il caso di infrangerlo quel vetro, e non solo quello, ma tutti i vetri che ci mantengono, a vicenda, protetti ed esclusi, anche se temo che sui cocci finirebbero per ferirsi, come al solito, unicamente i poveracci.
E mentre mi pongo questi interrogativi i due giovani chiedono il conto, lo ricevono, lo scrutano, si vede che stanno facendo a mente i conti del cambio; infine il ragazzo tira fuori le banconote, paga e, stitico ignorante, non lascia nemmeno uno straccio di mancia.
E mentre mi pongo questi interrogativi finisco la mia birra, incerto se sentirmi un privilegiato o un verme ipocrita, o entrambe le cose.
E mentre mi pongo questi interrogativi lui ha finalmente scovato il primo premio della serata: una mela ancora intera, vergine, nemmeno morsa. Se la scruta per bene, ne ammira la superficie lucida, la tasta per sentirne la compattezza, la annusa per sentirne il profumo. Non insiste oltre, sarebbe chiedere troppo alla sorte, richiude il coperchio del cassonetto, prende il suo borsone e se ne va, sparisce tra le quinte di Staré Město, sempre colla mela nella destra, in alto, come se fosse un trofeo.
Lui se ne è andato, e io, troppo sazio, non saprò mai quanto gli sia stata odorosa e saporita quella mela. Se ne è andato con i suoi stracci e una vita contromano, ma lui ha trovato la sua mela, e io invece non ho ancora trovato la mia pace.

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Donne all’ombra

Gatto Atlantico

Dedicato a Elisa Isoardi.

Un po’.

O forse no?

Marta è un’artista. Un’artista pura. Vive a Mantova, si occupa di grafica. In realtà è una illustratrice dell’anima; una volta abbiamo fatto un viaggio insieme, un tour in Francia seguendo dei ciclisti. Eravamo su un camper sgangherato e lei soffriva la macchina. Si arredò di immagini e disegni la cuccetta; al mattino si alzava coi suoi colori a cercare pace, ispirazioni, equilibrio. Quando tornammo aveva il rosso sulle gote e un gran sorriso.

Qualche tempo dopo ci siamo ritrovate a dividere una stanza. Io portavo una camicia da notte rossa e avevo i soliti lunghi capelli. Mentre dormivo mi ha disegnata. Come se dormissi in mezzo al mare e fossi un corallo tra i coralli. Quel mare era il mio pianto e quel disegno somigliava molto alla mia anima in quei giorni complicati. E mi somiglia molto anche ora.

E così…

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