Quit… Quet… Quite… Quiet Book

Lastoffagiusta Dal blog www.lastoffagiusta.i

Quit… Quet… Quite… Quiet Book

 

 

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Si parte?

Ormai c’è poco da fare, prima o poi dovrò scrivere quel maledetto racconto che mi gira per la testa già da qualche anno. Finora mi hanno frenato la consapevolezza di quanto inadeguata sia la mia tecnica e di come sia difficile esprimere a parole delle suggestioni che io stesso distinguo a malapena.
Ciò che posso dirvi con certezza che il tutto ha a che fare con il treno, ma, si badi bene, non con il concetto di viaggio o di medium dinamico, bensì con il microcosmo che esso crea al suo interno e attorno a sé.
Sono convinto di non essere la sola persona a provare sensazioni che poco hanno a che fare con i meri fini utilitaristici del mezzo, fantasie che superano i ragionevoli apprezzamenti tecnici e sociali.
Nel cinema, medium immaginifico per eccellenza e forgiatore di nuovi modelli inconsci, il treno è stato protagonista al pari di altre celebrate star, e questo fin dai suoi inizi. Tra tutti i soggetti che i fratelli Lumière potevano disporre per scatenare l’emozione del pubblico, non a caso fu scelto l’arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat. Quasi un secolo dopo Steven Spielberg tratta il treno come se questi fosse un attore, un’entità in grado di agire e interagire con il protagonista del film, l’autocisterna assassina. Dalle comiche del muto fino al convoglio fantascientifico di “Snowpiercer”, passando per le vaporiere del West, o il treno destinato a sfracellarsi nella gola sotto al fatiscente Cassandra Crossing, o anche quello di “Train de vie”, col quale gli ebrei tentano di sfuggire ai nazisti con lo stesso mezzo che questi ultimi usano di norma per condurli allo sterminio, il treno è andato oltre alla sua basilare funzione narrativa.
Anche in letteratura, ambiente artistico nel quale la presenza scenica è marginale, il treno si fa presente. Lasciando da parte i facili riferimenti a Georges Simenon e Agatha Christie, varrebbe la pena ricordare che Anna Karenina si affida a una locomotiva per porre termine alla sua travagliata esistenza, e che lo stesso Lev Tolstòj, quando avvertì vicina la fine, decise di andare incontro alla morte in treno, carrozze popolari di terza classe, e infine spirò nella stazione ferroviaria di Astàpovo.
Il treno è stato messo pure in musica, lo possiamo trovare nelle liriche di pezzi più o meno leggeri, ma a me piace ricordare il descrittivismo musicale di Gioacchino Rossini della sua composizione volutamente ironica “Un petit train du plaisir”, e accostargli per contrasto il costruttivismo dei Kraftwerk con l’assai meno melodico Trans Europe Express.
Detto ciò, rimane da spiegare quali sarebbero le peculiarità del treno che con tanta evidenza hanno fatto presa su di me, e vi annuncio qui e subito che non lo so.
Più volte sono andato con la memoria a cercare l’evento catalizzatore di tale attrazione, oppure ho indagato sui possibili aspetti che danno origine alle mie fantasticherie e quali le gratificazioni emotive io mi attenda, ma non ne sono venuto a capo, tutt’al più sono giunto all’ipotesi che sia stato un lento processo iniziato molto tempo fa, un lavoro ai fianchi che ha fiaccato la resistenza della logica.
Ricordo il treno fin da quando ho memoria, diciamo sui tre anni circa. Era una vaporiera, quella che oggi identificherei come locotender, che attraversava un ponte metallico trascinandosi dietro una fila di vagoni destinati alla “ferriera”. Non era niente di speciale, un convoglio che procedeva con estrema lentezza, ma lo faceva a poche decine di metri da casa mia, e nel transitare avvolgeva la via sottostante con una nuvola dall’odore strano.
Ben diverso fu l’impatto con un “vero” treno, quando, a cinque anni mi trovai a passare un po’ di tempo a San Giorgio di Nogaro, e dove, al passaggio a livello del paese, vidi sfrecciare un’aerodinamica automotrice elettrica, una freccia color marrone (castano-isabella per essere precisi) e rosso. La littorina, così la chiamavano allora, magari facendo confusione con un’altra tipologia di treno del passato. Qualche anno dopo mi trovavo su un treno per Bologna, e spinto da comprensibile curiosità arrivai fino al vagone di testa. Dal finestrino della porta della passerella intercomunicante, ovviamente bloccata, scorsi il muso dell’enorme locomotiva verde e grigio chiaro che ondeggiava nel suo procedere sui binari. Forse non tutti sanno che un tempo le teste delle rotaie non erano saldate tra loro, vi era un gioco per compensare la dilatazione termica dell’acciaio, e anche il binario non presentava sempre una perfetta linearità, perciò a ogni interruzione della rotaia la coppia di ruote del carrello trasmetteva alla carrozza un ritmico tu-tum-tu-tum, e magari mentre il vagone oscillava un po’ da un lato la locomotiva oscillava dall’altro, il che, avendo una vaga consapevolezza del suo enorme peso, causava nell’osservatore (cioè io) una certa quale apprensione e una reverente soggezione nei riguardi di tanta manifesta potenza.
E perché allora non parlare delle carrozze centoporte, quelle dei treni per andare in montagna, a sciare, e nelle quali al ritorno tutto si mischiava, gli odori di cuoio bagnato e di punch al rum, i suoni di risate e di improvvisati cori, il dolore al ginocchio per una sfortunata caduta e quello causato dalla panca di legno a una parte meno nobile del corpo, lo sferragliare dell’antiquato vagone e il monotono tramestio degli sci che, appoggiati di traverso sulle cappelliere, cozzavano a ogni sussulto contro quelle o contro i loro simili, il caldo soffocante all’interno e la sensazione di essere comunque protetti, come se quella carrozza traboccante di stanca umanità fosse in grado di sopportare un viaggio lungo la Transiberiana.
Senza arrivare a quelle distanze estreme, appena maggiorenne ebbi l’ardire di affrontare un viaggio in treno fino a Londra, con il Direct-Orient-Express, trentasei ore, cinque delle quali passate a dormire nel vano portabagagli posto sopra al corridoio. Il mio compagno di viaggio mi raccontò poi che il controllore svizzero rimase alquanto sorpreso nel contare cinque persone nello scompartimento pur ricevendo sei biglietti, e che quello neppure si accorse di me che stavo ronfando giusto sopra al suo cappello.
In seguito vennero altri viaggi, anche se non così “eccessivi”, e altre esperienze provai, suggestive e graveolenti di fuliggine su una carrozza anteguerra (il primo anteguerra), sbalorditive su un TGV lanciato a 300km/h, amabilmente popolari su un motoráček diesel, rilassanti oltre ogni aspettativa sugli intercity francesi, problematiche per via del caos ferroviario britannico, contrastanti sulla rete nazionale per tutta una serie di motivi che non vale nemmeno la pena di riportare, atemporali durante i lunghi viaggi notturni, sorprendenti quando mi capita di instaurare un “contatto” con occasionali compagni di viaggio, imbarazzanti quando dei problemi mi mettono alla prova, gratificanti se li risolvo.
Tutto questo e anche di più è, per me, il treno, perciò ritengo sia comprensibile il fatto che io lo preferisca all’asfalto e all’aria (per l’acqua è un altro discorso…), anche se è più lento e per certi versi persino obsoleto.
Questa mia affezione purtroppo deborda, mi è talmente intima che invade persino i miei sogni.
Mille sono i treni che ho perso, o che ho sbagliato, o che hanno mutato aspetto e direzione, o per i quali non avevo il biglietto, o altri accidenti probabili e improbabili che il mio cervello si diverte a imbastire nel sonno. Il suo stacanovismo onirico non si limita al mezzo, ma prende di mira anche le strutture, le stazioni, le località, i viaggiatori, senza riguardo alcuno.
Capita così di vedere la Victoria Station come un piccolo edificio color crema in cima a una collina, con una biglietteria degna di un cinema di paese e due soli binari sotto al livello dell’ingresso, due marciapiedi corti e abbastanza sporchi. Niente treni per almeno un’ora e mezza, così ne approfitto per un giretto giù in città, una passeggiata accanto a un bel giardino, curatissimo, una via storica del centro con tante botteghe artigiane. Inevitabilmente mi perdo. Inevitabilmente mi perdo anche il treno.
Alla stazione di Ferrara (mai stato a Ferrara) attendo un treno per Conegliano. Nessun edifico nei dintorni, solamente alcuni marciapiedi coperti, quattro o cinque, e due muraglioni in pietra accanto al primo e all’ultimo. C’è un bel sole, ci sono i viaggiatori in attesa, una ventina, ci sono i binari che si perdono dietro un’ampia curva in leggera discesa, c’è un silenzio innaturale, però non c’è il treno. Dovrò prenderne un altro per Trento (Trento?).
Un’entrata monumentale, colonne alte più di trenta metri nell’atrio, fatico a distinguere il soffitto a tempio greco-romano. So che è la stazione ferroviaria di Praga, vedo i treni in fondo, ma non devo partire, ho altro da fare, io sto seguendo una persona. Eccola, entra in un piccolo bar con porte a vetri, allora entro anch’io, ma non la vedo più, però c’è uno specchio, mi guardo, impermeabile colore beige, occhiali da vista molto grandi, viso lungo e occhi bovini, sono identico a Derrick.
Altra stazione altra avventura. Tutto è pronto, tutto è a posto, biglietti, bagagli, orario, ma io ho ancora da comprare qualcosa, il francobollo per una cartolina. Nell’atrio c’è un ascensore, anzi ce n’è più d’uno, tutti con le porte automatiche di un improbabile blu carta di zucchero. Prendo il primo, scendo, e dopo una decina di secondi le porte si riaprono sul piazzale del terminal degli autobus. Fino al muro perimetrale della stazione saranno almeno duecentocinquanta metri, e altrettanti per arrivare alla sala d’aspetto. Non ce la farò mai a prendere quel treno, ma non mi fido più dell’ascensore, chissà dove arriverei, così mi incammino, duecento, cento, cinquanta metri, forse sono ancora in tempo, mi metto a correre, e dietro a me il trolley balla sul selciato (selciato?). Sul binario numero uno alla mia destra è fermo il treno per Vienna, lo riconosco, l’ho già preso una volta, è tutto color legno con tanto di venature, e sui fianchi i finestrini quadrati dagli angoli arrotondati, più vetro che telaio, sembrano quelli dei vecchi autobus. Sembra accogliente, ma non è il mio treno. Corro oltre, arrivo finalmente al terzo binario dove mi aspettano, con impazienza, gli altri. Evviva, anche stavolta ce l’abbiamo fatta!
Ecco, questi sono solamente alcuni esempi, sogni che nemmeno mi vedono salire in treno, sogni “preliminari”, delle situazioni assurde (ma non lo sono sempre i sogni?), e vi prego di credere a quanto vi ho raccontato almeno quanto io credo alla mia memoria. Per inciso non sarebbero nemmeno i più strampalati, poiché sulla forma delle carrozze mi sono sbizzarrito ben oltre la barriera del possibile, come pure su tutti gli altri aspetti del viaggio (o del mancato viaggio).
Non so se mai riuscirò a liberarmi da queste fantasie, e tutto sommato temo persino che finirebbero col mancarmi, però sento il bisogno di liberare la mente almeno da un sogno a occhi aperti mediante ciò che viene definita “scrittura”, ossia un racconto che per bizzarria non avrebbe molto da invidiare a quanto vedo a occhi chiusi, e forse troverò un po’ di pace com’è già successo per un’altra delle mie suggestioni notturne: Londra.
Del resto il treno ha già fatto capolino nel mio racconto “Diario di viaggio”, ma ciò che spero di riuscire a scrivere andrebbe ben oltre il divertissement, e considero questo articolo come una rincorsa, oppure un momento di concentrazione prima di lanciarmi in una sfida dall’esito più che incerto.
Vedremo…

 

Quello che ho visto e sentito a Sanremo, tra canzoni e contaminazioni

Gatto Atlantico

Post musicale (più o meno). Andare oltre casomai

Vorrei lasciare alcune impressioni che mi restano su questa edizione del Festival di Sanremo, consapevole che tra una settimana tutto si spegnerà e resteranno solo le radio a mandare canzoni.

Ieri mattina però ero impegnata in un trasloco e tra andata e ritorno una era la canzone che già andava in giro: quella di Mahmood, “Soldi”. E ho pensato tra me e me che questo ragazzo aveva già vinto. Non pensavo mai che potesse farcela proprio per la vittoria finale, perché sapevo che la partecipazione popolare per sms avrebbe premiato persone con maggiore visibilità. In fondo Mahmood era un giovane esordiente, arrivato in finale per selezione. Uno come Ultimo invece, che fa i concerti allo Stadio Olimpico dopo un anno di carriera, è chiaro e banale che avrebbe preso più voti. Non ci poteva essere storia. Per fortuna il regolamento era fatto…

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I mercanti di Venezia

Diciamoci la verità, pagare scoccia un po’ a tutti, anche quando si tratta di cifre modeste che non ci manderebbero in rovina.
È di questi giorni la notizia che, dal mese di maggio, per entrare a Venezia sarà necessario pagare una sorta di biglietto di ingresso, e a tal riguardo ho avuto modo di registrare un ampio panorama di commenti, generalmente critici. Si va da coloro che definiscono tale decisione come un balzello, richiamandosi alla gabella di 1 fiorino del noto film “Non ci resta che piangere”, fino al versante opposto che ritiene la cifra richiesta fin troppo modesta, e perciò inutile allo scopo.
Prima di schierarsi sarebbe buona cosa avere almeno un’idea di quale sia lo “scopo”, ossia dove si vorrebbe andare a parare; da quel che si è riusciti a capire l’intenzione primaria è quella di colpire il turista “mordi e fuggi”, il turista che scende a Venezia per una sola giornata o anche meno.
Secondo gli amministratori locali il prezzo del biglietto (che potrà variare dai 6 ai 10 Euro a seconda del numero previsto di ingressi) dovrebbe scoraggiare il turista “autogestito”, ossia quella figura invasiva che consuma il masegno, ma che non consuma nei locali pubblici della città lagunare.
Appurata l’intenzione “mercantile” di tale politica mi permetto di nutrire più qualche dubbio sulla sua reale efficacia.
Vero è che la stragrande maggioranza dei visitatori di Venezia si ferma in città per una visita a volo d’uccello, o in occasione di qualche importante esposizione museale, ma se poi decide di ripartire in serata non lo fa per una particolare disaffezione, bensì perché il pernottare per un fine settimana a Venezia potrebbe comportare dei costi non esattamente “popolari”.
Per capire quanto peso avrà tale biglietto sulla scelta se visitare o no Venezia servirebbe mettersi nei panni del possibile turista, e per farlo cercate di seguirmi, con un po’ di fantasia, in questo ragionamento. Io non ho idea di quali possano essere le località o i monumenti che voi vorreste visitare più di ogni altra cosa, le piramidi, il Grand Canyon, la muraglia cinese, Machu Picchu, il Partenone, New York, la Polinesia, non importa, però sono certo che per la massima parte di voi si tratti di eventualità più che rare, direi uniche, e che se vi si presentasse la possibilità di andarci non fareste troppi i difficili per una decina di Euro di differenza. Parimenti per il grosso dei turisti che arrivano a Venezia, specialmente se stranieri, si tratta di un incontro eccezionale, sognato, mitizzato, arrivo a definirlo feticistico, dato che la storica città è stata, è, e ancora sarà scenario e protagonista di eventi mediatici che hanno fortemente colpito l’immaginario popolare.
Per queste persone che hanno speso centinaia, forse migliaia di euro per vedere (e toccare) “una volta nella vita” la Venezia dei loro sogni, quei pochi euro in più sarebbero molto meno fastidiosi delle inevitabili zanzare estive.
Allora che si fa, accesso libero come adesso oppure una tassa di ingresso fortemente selettiva?
Non saprei.
La situazione attuale è insostenibile. Ci sono momenti nella giornata durante i quali le calli attorno a Rialto sono letteralmente ostruite dalla massa di corpi vocianti, altre invece che si riducono a una sorta di suk dove Venezia, o quel che ne resta, viene smerciata un tanto al chilo. Quella massa di poveracci che si spingono, si intralciano, si accalcano, cosa mai potranno capire di quanto hanno attorno a sé?
All’opposto avremmo una presenza elitaria di visitatori, ovvero una sommaria selezione tra chi può e chi non può, il che farebbe di certo calare la pressione antropica sulla città, ma la trasformerebbe in un parco a tema per soli benestanti. Venezia perderebbe la sua secolare anima di accoglienza liberale verso tutti, aristocratici e plebei, papisti ed eretici, amici e nemici, terricoli e marinai, artisti e trafficanti, sognatori e disperati, per diventare una vecchia cortigiana imbellettata o, se preferite, una puttana d’alto bordo.
Quindi?
Quindi niente.
I turisti “mordi e fuggi” continueranno a illudersi di aver visto Venezia, magari brontolando un po’ per l’odioso balzello, e faranno finta di non accorgersi che quanto hanno dovuto pagare è assai meno di ciò che devono sborsare per il vaporetto, o per una gondola, o per qualche momento di ristoro in una suggestiva piazzetta.
Potrebbe sembrare che io sia contrario a questa tassa di ingresso, ma non è così. Più volte negli anni passati ho espresso l’auspicio che Venezia venisse considerata un museo a cielo aperto, e che come tale venisse trattata e mantenuta.
Ecco, siamo arrivati al nocciolo della questione: la manutenzione.
I veneziani lo sanno bene, la città si sta lentamente svuotando. Troppo cara la vita, troppa attenzione verso il profitto, troppo assente l’amministrazione, troppo costosi i lavori di restauro, troppe pastoie burocratiche, e se ci si trova ad abitare lontano dai percorsi turistici si deve far da sé quando l’acqua e la salsedine aggrediscono i vecchi edifici lungo i canali. Chi non ce la fa, oppure ha un lavoro sulla terraferma, preferisce vendere tutto e andarsene piuttosto che impelagarsi con restauri il cui esito si profila incerto, dipendente da limitate risorse e dalle ubbie di qualche zelante funzionario in carriera.
Quanto vorrei che una consistente parte del ricavato della tassa di ingresso andasse in un fondo destinato al sostegno della manutenzione ordinaria e straordinaria di edifici “invisibili” al turista medio, ma “vitali” per i veneziani che non dispongono dei sufficienti mezzi economici e di tutte le competenze tecnico-storiche per eseguire dei lavori, in questo caso come non mai, “a regola d’arte”.
E già che ho citato l’arte, torno al concetto di museo a cielo aperto.
Per entrare in un museo si paga un biglietto il cui prezzo varia in funzione della qualità e della rarità di quanto vi viene esposto, ma che sia un piccolo museo comunale oppure la Galleria degli Uffizi, a tutti viene richiesto implicitamente di mantenere un comportamento consono all’ambiente. Se andate a Parigi per divertirvi non potete pretendere di andare a far casino al Louvre, per voi sarebbe più adatta Disneyland, oppure qualche caratteristica brasserie del Quartiere Latino.
Lo stesso dovrebbe valere per Venezia.
In questo blog ho inserito alcune suggestive immagini di una notte di capodanno interamente trascorsa a Venezia passeggiando per le calli, ma andando per bacari, di ombra in ombra, sono capitato anche in zona San Marco. Era un macello. A parte la gente che, pur non essendo ubriaca, si lasciava andare alla sguaiataggini più assurde, si camminava su un greto di cocci di vetro, cartacce, bicchieri di plastica e avanzi di cibo. Sarò scemo io, ma ancora oggi non riesco a comprendere il senso di arrivare fino a Venezia per fare quel casino che si può fare comodamente a casa propria. In buona sostanza ne ho dedotto che si tratta dello stesso approccio di chi si diverte a deturpare i monumenti con scritte o sfregi.
Mi chiedo allora se un biglietto d’ingresso possa essere un deterrente efficace contro l’arrivo di tali acefali. Suppongo di no, perciò si ritorna alla solita conclusione, ossia che parte dei nostri problemi non derivi da una mancanza di soldi, bensì da una mancanza di cultura.
Eccola qui la tanto magnificata, auspicata, celebrata, esaltata, santificata cultura, quella stessa che ci permette il vanto di ben 54 siti definiti dall’UNESCO “patrimoni dell’umanità”, quella stessa che ci fa detenere (ma non sempre esporre) il panorama artistico più grande al mondo (soprattutto per estensione temporale), quella stessa che offre ai visitatori provenienti da tutto il globo terracqueo una miriade di borghi storici e tante città d’arte, quella stessa che possiamo ascoltare in una sala da concerto, ma anche alla radio, quella stessa che ha fatto innamorare Goethe, Stendhal, Hemingway, tanto per fare dei nomi, quella stessa che dovremmo difendere con le unghie e con i denti dal pressapochismo montante, dalla monetizzazione uber alles, dall’incuria indifferente e dall’idea di un paese cartolina da spacciare in ogni agenzia turistica.
Lo so che rischio di essere tacciato di fondamentalismo, ma dato che dal 2022 per entrare a Venezia sarà necessaria la prenotazione, mi augurerei che essa fosse nominativa, e che per i buzzurri, qualsiasi cifra essi possiedano in banca o in tasca, sia emessa una sorta di DASPO.
Più realisticamente mi accontenterei di un dettagliato opuscolo (in)formativo, nel quale OGNI visitatore, leggesse ciò che può fare e ciò che non dovrebbe fare, suggerimenti più che regole, istruzioni per l’uso onde evitare l’abuso, come farebbe un veneziano accompagnando l’ospite che arriva da lontano, orgoglioso di ogni monumento, ogni edificio, ogni calle, ogni scalino, ma geloso della sua integrità, morale prima ancora che materiale.
Perché di Venezia ce n’è una, una soltanto, e una deve restare. Soprattutto deve restare.

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Appunti politici

Gatto Atlantico

Insomma, ormai è chiaro che il Movimento Cinque stelle si è venduto all’alleato e che questo incontro ha mostrato quello che abbiamo più o meno sempre detto in tanti: quel reclamare la fine di destra e sinistra andava a destra. Anche sui migranti il movimento è sempre stato ambiguo. Nella scorsa legislatura i deputati grillini venivano spesso frenati dallo stesso Grillo ogni qualvolta sembravano appoggiare qualcosa di sinistra o di civiltà. Mai dimenticare la vicenda delle adozioni delle unioni civili e il loro squallido tradimento. Ma va bene. So che esiste un’anima movimentista sincera, specie in certi militanti, al di là di una certa stizza e il loro continuare a tirar fuori il famoso “e allora il PD”, che non ho mai votato ma mantengo la lucidità per sapere che non si può dar a lui la colpa di anni e anni di governo feroce e di crisi endemica…

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Ombre notturne

Mi si farà osservare che di notte le ombre non ci sono, perché non c’è luce.
A parte il fatto che è da un po’ che hanno inventato l’illuminazione artificiale, il titolo fa riferimento a un altro tipo di ombre, quelle venete.
Trattasi di comune bicchiere di vino rosso (il vino bianco non genera ombra) che in genere accompagna uno stuzzichino definito “cicchetto”.
Ma perché notturne?
C’arrivo.
Per Capodanno avevo organizzato tutto come al solito, ossia niente, e così, non avendo per la serata impegni predestinati, Rossana e memedesimo abbiamo deciso di prendere un treno per Venezia

Ecco il mio fido zainetto dove tengo macchina fotografica e ammennicoli utili all’uopo.

Era da tempo (circa 35 anni) che desideravo fare un lungo giro per Venezia dopo il tramonto, e allora perché non passarla lì l’ultima notte del 2018, tutta, fino all’alba? Va da sé che per (s)passarla bene non c’è niente di meglio di un’ombra di tanto in tanto, e già che c’ero ho scattato anche qualche fotografia. Devo dire che verso la fine della nottata le foto sono uscite un po’ sfocate, un po’ mosse, come se la mano e l’occhio fossero incerti, chissà poi perchè…

Buon 2019 (2020, 2021, 2022…)

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