Ra

Cathédrale Saint-Pierre de Montpellier

.

.

Annunci

Il maiale di Giovanna

Gatto Atlantico

Nessuno probabilmente tra Castello di Tora e Colle di Tora ha mai saputo cosa pensasse il maiale di Giovanna.

Fatto sta che le vicende legate al Lago del Turano sono interessanti.

Ogni tanto in Italia qualcuno – nel secolo scorso – si alzava molto presto e decideva: “ci serve tanta ma tanta energia elettrica, POFFERBACCO!”

E costruiva centrali e dighe. Per fortuna non sempre le dighe si costruivano in luoghi inadatti comequella del disastro del Vajont.

Per esempio quella che ha poi formato il lago del Turano (e pure un altro lago ma noi oggi parliamo di questo) ha addirittura addolcito il clima e creato un nuovo habitat per flora fauna e cristianetti. Tranne per quelli che abitavano naturalmente nel villaggio ormai sommerso.

Ma – almeno così dicono le cronache – li dovrebbero aver avvertiti prima e la loro sorte deve essere stata più banale di quella degli abitanti di…

View original post 295 altre parole

Una storia stupida

Questa è venuta così, di getto, senza pensarci (e si vede…).

Una storia stupida

C’era una volta una piccola valle di montagna. In quella valle c’era un piccolo paese di montagna, e in quel paese viveva della piccola gente di montagna, perché, si sa, la gente di montagna non è tanto alta.
Fuori dal paese, su un rialzo, stava una casetta, ovviamente di montagna, e lì ci vivevano due sposini, purtroppo ancora senza figli. Ma finalmente, quando ormai non ci speravano più, furono fortunati ed ebbero una bambina, una bella bambina, e loro decisero di chiamarla proprio Fortunabella.
Lei era una bimbetta veramente fuori dal comune, sempre allegra, e girava per il paese osservando la gente, i lavori di ogni giorno e soprattutto i contrattempi; qualsiasi accidente capitasse te la trovavi subito a commentare il fatto e a consolare il malcapitato.
Succedeva che uno si era segato via un dito mentre tagliava le assi per il tetto, e, zac, eccola arrivare tutta contenta.
– Che fortuna, che fortuna – lei esclamava.
– Come sarebbe a dire che fortuna? – chiedeva quell’altro con la mano insanguinata.
– Se non ti facevi male a quest’ora saresti sul tetto a inchiodare quell’asse, poi ti scappava il chiodo e ti pestavi il dito. Dal dolore mollavi il martello, e per riprenderlo perdevi la presa, cadendo di sotto. Così adesso avresti tutte le dita, però saresti morto.
– Eh già, – diceva sorridendo il malcapitato – hai proprio ragione, sono stato veramente fortunato –, e detto ciò se ne andava saltellando per la gioia.
Un altro giorno capitava che un cavallo con un calcio rompesse la gamba al padrone. Il tipo se ne stava sdraiato sulla paglia della stalla gemendo dal dolore, quando sulla porta appariva Fortunabella.
– Ehilà, che fortuna, che fortuna!
– Fortuna dici? Ma se non riesco nemmeno a stare in piedi!
– Così è, pensaci. Tu stavi qui a sellare il cavallo, e tuo figlio avrebbe voluto farci un giro. Il cavallo allora partiva al galoppo, e tuo figlio non riusciva a fermarlo. Arrivato nel bosco, tuo figlio non avrebbe visto il ramo basso di una quercia e ci si spaccava mezza testa. Se ancora non bastava, tuo figlio cadeva da cavallo, e su una pietra si spaccava l’altra mezza. Così ora tu eri senza figlio e senza cavallo.
– Che bellezza, che fortuna! – diceva quello sulla paglia – ora ho un cavallo e un figlio. Presto moglie, offri da bere a quelli che stanno qui fuori. Meno male che c’è Fortunabella!
Capitava ancora che uno si ammalasse, qualcosa di grave, non un banale raffreddore, e per questo motivo non potesse più lavorare. Immancabile giungeva Fortunabella al capezzale dell’infermo.
– Ma guarda tu che fortuna, proprio una grande fortuna!
– Ma che dici, non lo vedi che sono malato?
– Bravo tu che volevi esser sano. Poi andavi a a lavorare, facevi i formaggi e scendevi in città a venderli. Al mercato li vendevi tutti e tornavi a casa con un bel gruzzolo nella scarsella.
– Eh, vedi che jella?
– Ma sulla strada di ritorno incontravi i briganti, e tu scappavi, scappavi, scappavi, e intanto nascondevi i soldi, una moneta qua una moneta là, ma quelli alla fine ti prendevano. Poi ti legavano a un pino e ti bastonavano per punirti di averli fatti correre tanto, e siccome i soldi non li avevi ti bastonavano ancora, e ancora, e ancora, fino a toglierti la pelle. Finita la luce del giorno, stanchi e stufi i banditi ti slegavano e ti lasciavano da solo nel bosco. Allora tu cominciavi a cercare le monete che avevi seminato, ma era buio, e non le trovavi più. Però, attirato dall’odore del sangue, ti trovava un orso e ti sbranava. Invece, guarda là che fortuna, sei qui, a casa tua, nel tuo letto, con tutta la tua famiglia intorno.
– O benedetta Fortunabella, meno male che ci sei tu, grazie, grazie. Presto miei cari, presto fatele un bel regalo, che oggi è il mio giorno fortunato.
Lei accettò di buon grado una forma di stravecchio, salutò educatamente e uscì dalla stanza per far posto al prete con l’olio santo.
E così ogni benedetto giorno che si levava al mattino e finiva la sera, tutti fortunati in quel paese, zoppi, guerci, sciancati, senza tetto e senza scarpe, colle pulci e colle cimici, senza pane e senza fuoco, tanto che nei paesi vicini si mormorava e montava l’invidia.
Capitò che una notte d’inverno nevicasse ben bene, non so se avete idea di quella neve con i fiocchi larghi un dito, e al mattino tutta la valle era imbiancata.
Fortunabella uscì di casa di prima mattina per il suo solito giro in paese, a portare fortuna a tutti.
Non era neanche a un quarto di strada quando si accorse di qualcosa che non andava nei suoi stivaletti.
Era un bel paio di stivaletti di camoscio, di un marrone vivace, quasi rosso, col pelo di coniglio dentro e tre bottoncini di madreperla bianca sul collo.
Ecco cosa non andava, uno stivale ne aveva solamente due di bottoni; uno era andato perso.
Fortunabella tornò subito a casa, lo cercò nell’armadio, lo cercò sotto al suo letto, lo cercò per tutto il pavimento, ma non c’era. Lo aveva perso camminando nella neve.
Allora si mise a piangere, forte, ma così forte che tutto il paese salì sull’altura per vedere chi stava piangendo in quella maniera.
Quando incontrarono Fortunabella seduta sulla soglia di casa si affannarono a chiederle il motivo di tanta disperazione.
– Cosa succede Fortunabella, ti sei fatta male?
– Cosa succede Fortunabella, ti hanno fatto male?
– Cosa succede Fortunabella, stai male?
– No! No! No! – rispondeva lei piangendo – Ho perso il bottone del mio stivaletto!
E allora tutti cominciavano a girare, su e giù, vicino alla casa e attorno alla casa, sul sentiero e fuori dal sentiero per trovare quel bottone.
Dopo qualche ora smisero di cercare.
– Non lo abbiamo trovato Fortunabella; sai, è bianco, e anche la neve è bianca, così…
A sentire quelle parole Fortunabella riprese a singhiozzare ancora più forte – Il mio bottone! Oh, il mio bottone… povera me!
Così la gente del paese, impietosita, riprese a cercarlo quel bottone di madreperla.
Dovete sapere che quell’anno l’inverno era piuttosto cattivo, pieno di bufere, con poco sole e tanto vento, e gli animali del bosco, orsi e scoiattoli esclusi, stavano soffrendo la fame.
I lupi si accorsero subito che in paese non c’era più gente, o almeno non ce n’era l’odore, così  uscirono dal bosco e sciamarono tra le case facendo strage di capre, maiali e vitelli da latte.
Dopo i lupi arrivarono saltellando le volpi, e quelle razziarono tutto il pollame presente, quindi linci e faine finirono il lavoro.
I paesani neanche udirono gli strazianti versi degli animali predati, e nemmeno i rumori dell’impari lotta, tanto era il chiasso sull’altura tra il pianto di Fortunabella e i richiami della gente.
– Cerca! Cerca!
– Trova! Trova!
– Il mio bottone, trovate il mio bottone!
– Di qua niente, prova di là!
– Di là niente, prova di qua!
– Hai guardato bene?
– Guarda meglio!
– Ehi voi, venite qua!
– Ehi voi, andate là!
– Il mio bottone, trovate il mio bottone!
Dopo un po’ si arresero e tornarono sulla soglia della casetta di Fortunabella.
– Ci dispiace, non lo troviamo; sai, oltre al fatto che il bottone è bianco e anche la neve è bianca, ora noi abbiamo pestato tutto, e non si capisce più dove abbiamo cercato e dove no, così…
A sentire quel discorso Fortunabella si mise a piangere a dirotto, che pareva la sorgente dell’acqua amara che sta in altura – Il mio povero bottone! Oh che disgrazia, che disgrazia. E io che ho fatto tanto per voi… povera me!
Colti sul vivo, pur di non passare per ingrati i paesani ripresero le ricerche con più lena, e non sapendo più che fare misero in opera i metodi più strambi. C’era chi si sdraiava sulla neve e ci nuotava sopra o ci strisciava come un verme, c’era chi la stacciava con la mano, come si fa per i semi di grano saraceno, c’era chi si metteva in bocca manciate di neve e le masticava, nella speranza di sentire quel bottone sotto ai denti, c’era chi prendeva un bastoncino biforcuto e, a occhi chiusi, girava per l’altura cercando il bottone come se fosse acqua sotterranea, e c’era anche chi dava anima e vita a quel bottoncino – Su caro, vieni fuori… – Su bottoncino mio, fatti vedere che sei tanto bellino… – Dai non fare il timido, vieni che la tua padroncina ti aspetta… – Ci ci ci, qua qua qua, ho una sorpresa per te… – Dove sei, dove sei? Su, dammi una voce… – Piccolino, birichino, vieni fuori, tanto sei già perdonato…
Intanto che tutti avevano messo su quel bel teatrino, in paese non c’era nessuno a badare alla case, e soprattutto ai fuochi. Una pentola dove si stava sciogliendo dello strutto si scaldò troppo, e il grasso prese fuoco. Dal focolare le fiamme arrivarono in un attimo al soffitto, in due attimi al tetto, e in tre attimi le faville di quello infiammarono il tetto della casa vicina. Tempo mezz’ora del paese non restavano che tizzoni fumanti.
Quelli sull’altura non si accorsero di niente. Silenziosi loro adesso, ma silenzioso anche il fuoco, e poi stavano collo sguardo sulla neve, gli occhi accecati da tutto quel bianco, tanto che non avrebbero visto nemmeno il loro cappello se gli fosse cascato davanti ai piedi. E poi il vento  soffiava dall’altra parte, così neppure l’odore di bruciato riusciva a svegliarli da quella penitenza.
Dopo molto più di un po’ smisero di vagare in tondo come quelli rinchiusi alla casa dei pazzi, e tornarono sulla soglia dove stava seduta la disperata Fortunabella.
– Ci dispiace, abbiamo fatto di tutto, ma non lo troviamo; sai, oltre al fatto che il bottone è bianco e anche la neve è bianca, e che noi abbiamo pestato tutto, perciò non si capisce più dove abbiamo cercato e dove no, ormai si sta facendo tardi, il sole calerà tra un po’, e non c’è più tanta luce, così…
A sentire quel funerale Fortunabella balzò in piedi e si mise a strillare, che pareva di sentire lo stridìo della nuova sega a vapore, quel marchingegno diabolico che uno di città aveva impiantato più a valle – Iiiiiiii… cosa farò senza il mio bottore, iiiiii… iiiiii… iiiiiiiiiiii…
Tutti i paesani si misero le mani sulle orecchie per non sentire quelle urla. Mai avrebbero immaginato che la voce di una bambina tanto piccola potesse essere così forte, così penetrante, così fastidiosa.
Ma se la gente poteva tapparsi le orecchie, altrettanto non era in grado di fare la neve della montagna. Così, disturbata da tutte quelle urla isteriche più che acute, acuminate, ebbe tutta un tremito, mollò la presa e rovinò a valle sommergendo il paese, o quel che ne restava.
Questa volta i paesani si riscossero da quello stato che li aveva impegnati fin dal mattino. Prima furono i piedi a sentire la vibrazione, poi la faccia fu lambita da un soffio strano, e infine le orecchie vennero riempite fino all’orlo da un rombo che pareva dovesse durare all’infinito.
Quanto l’aria si acquietò si avvicinarono a uno sbalzo sull’altura per vedere cos’era successo.
Il loro paese non esisteva più, al suo posto stava una distesa di neve sporca dalla quale spuntavano qua e là, come lapidi di un cimitero abbandonato, i neri tizzoni di ciò che restava delle loro case. Qualche lupo si aggirava ancora in quello sfacelo per sbranare la carcassa di qualche vacca morta per aver respirato la neve o il fumo del precedente incendio.
Anche Fortunabella, finalmente muta, si sporse per vedere cos’era successo. Stette a osservare quella scena per qualche attimo, quindi si volse verso i paesani e con voce allegra ne decantò la loro sorte.
– Che fortuna, che fortuna! Mai vista una tale fortuna. Pensate, se non era per me sareste rimasti in paese, le belve vi avrebbero sbranati, l’incendio vi avrebbe bruciati, e i pochi rimasti sarebbero stati sepolti dalla neve. Ma ci pensate quanto siete fortunati? Dico, vi rendete conto?
La gente si guardava in faccia l’un l’altro cercando di intuire, tra gli occhi e le rughe, un pensiero, un’opinione, una conferma. Nessuno aveva voce per parlare, al massimo si mormorava qualche parola, neanche una intera, mezza, per paura di pronunciarsi apertamente contro il pensiero comune che finora li aveva soggiogati. Poi, pian piano, ci fu chi prese coraggio, e altri gli fecero eco, finché da tutte le bocche uscì, con frasi diverse, lo stesso messaggio : – Fortunati un corno!
Da quel momento si scatenò una bolgia, e ognuno espresse apertamente la sua opinione su Fortunabella, e su come si doveva fargliela pagare.
– Una strega, è una strega!
– La colpa è sua, e lei deve pagare!
– Prendila, prendila, dagli!
– Leghiamola nel bosco, che la mangino i lupi!
– No, lei è amica dei lupi, gettiamola nel torrente!
– Acchiappa, acchiappa, bastona!
– Maledetta, ci ha sempre gabbato!
– Ammazza, ammazza!
– Lavorare per noi deve, come una bestia da soma!
– Sì, finché il paese non torna come prima!
– In prigione deve andare, in catene!
– Tenetela ferma, che le spacco la stessa gamba che mi sono spaccato io!
– Sì, e anche le braccia!
– Bruciate la sua casa come è bruciata la mia!
– Dagli, dagli, ormai non ci scappa!
– Tutta colpa sua, anche delle mele che sono marcite nella stalla!
– Anche dei topi nel granaio!
– Anche del ragazzo che non mi vuole più sposare!
– Sì, è cattiva, cattiva, ci ha preso in giro!
– Ah, ma adesso faremo i conti una volta per tutte!
Questo e ancora di peggio urlavano, che parevano gli ossessi usciti dall’Inferno, e le donne erano ancora più inferocite degli uomini, ma… tanto più le teste erano accalorate, tanto più le mani se ne stavano in disparte. Nessuno aveva il coraggio, e in fin dei conti nemmeno l’intenzione di passare dalle parole ai fatti. I paesani si gridavano addosso tutto il loro sdegno, le promesse minacciose, le ingiurie, ma evitavano di guardare il volto della bambina, non reggevano il suo sguardo impaurito.
Alle fine, impietositi dalla disperazione dei genitori di Fortunabella, e tutto sommato incapaci di far del male, ma che dico, neanche di accennare un buffetto ammonitore, tanto più contro una bimba,  smorzarono il tono, arrivando persino a consolarla per lo spavento che si era presa, e le donne più e meglio degli uomini.
In fondo, disse chi non temeva la bruciante verità, la bimba non era colpevole di nulla. Quel che lei raccontava era solamente ciò che loro speravano di sentirsi dire, e Fortunabella era molto brava a far passare il magone alle persone. Se c’era una qualche sua colpa era quella di essere stata troppo brava, ma tutti loro avevano bevuto con avidità il vino che lei versava senza malizia.
– Va bene, va bene, siamo stati tutti degli allocchi, ma adesso come faremo, senza casa, senza bestie, senza sementi, e senza attrezzi per lavorare?
Quello che per primo aveva deciso di aprire gli occhi ai paesani sembrava che avesse le idee chiare  – Non c’è problema, legna e buone braccia non ci mancano, le case le ricostruiremo più belle di prima; per le bestie ci procureremo vitelli, agnelli, pulcini, o quel che vi pare; sementi e attrezzi le compreremo in città.
– Ah, sì. E come? – chiese a voce alta il solito malfidante.
– Con un po’ di fortuna, quella stessa che gli altri valligiani ci invidiano.
In buona sostanza la bimba avrebbe finalmente fatto onore al suo nome. In paese lei non poteva restarci più ormai, però la sua fama si era sparsa nelle vallate vicine. Le disgrazie, si sa, non mancano mai, da nessuna parte, e il paese avrebbe potuto privarsi di Fortunabella, ovviamente in cambio di un equo risarcimento, col quale avrebbero ricostruito il paese. Per certo alla bimba e ai suoi genitori sarebbero stati fatti ponti d’oro ovunque fossero andati, e avrebbero vissuto agiatamente, almeno finché avessero evitato di fermarsi a lungo nello stesso posto. Il troppo stroppia, e la fortuna non fa eccezione.
Così fecero, e, come si dice nelle favole, vissero tutti felici e contenti.
Però mi par di capire che c’è chi vorrebbe sapere il seguito, o almeno qualche dettaglio. Ebbene, siccome oggi sono di buonumore voglio accontentarvi.
Per farla breve, Fortunabella visse serenamente, giusto come i paesani avevano previsto. Poi, come è nelle cose, crebbe, divenne una ragazza e infine una donna. Smise, per ovvie ragioni, di fare la bambina consolatrice, si trovò un bel ragazzo e se lo sposò. Aveva messo da parte un bel gruzzoletto col quale comprarsi una fattoria, e lì sfornò una nidiata di marmocchi. Nonostante la sua disavventura in montagna, trasmise a tutti loro il suo strano modo di vedere le cose del mondo.
Sapete, io sono più che sicuro che anche voi avete incontrato uno o una bis-bis-bisnipote di Fortunabella. Non vi è forse mai capitato di parlare con qualche persona che, di fronte alla vostre disavventure, vuole a tutti i costi tirarvi su il morale con ipotesi assurde, improbabili, inappropriate, o con frasi del tipo “poteva andarti peggio”, oppure “non tutto il male viene per nuocere”? E quando quella comincia anche col citare catastrofi cosmiche, oppure fa cadere sulla sua testa tutte le calamità del mondo, dalle piaghe d’Egitto alle maledizioni dei faraoni, solamente per ridurre la vostra disgrazia allo stato di trascurabile bagatella, dico, non vi è forse venuta voglia, come minimo, di ucciderla? Beh, non fatelo, non è colpa sua, è fatta così, come Fortunabella.

.

.

.

Pubblicato su Freak, Prosa. Leave a Comment »

Cassandra Crossing / Non dimenticate la Data Retention

Fonte:  Punto Informatico del 30/08/17

di M. Calamari – Prima delle vacanze è passata alla Camera una proposta di legge liberticida; l’atto finale avverrà al Senato fra qualche settimana, ma occorre chiarezza e assunzione di responsabilità  

Chi non ha avuto la memoria cancellata dalle vacanze, ricorderà certamente lo scherzetto che i Deputati della Camera, a maggioranza bulgara, hanno ritenuto di fare agli italiani.
In estrema sintesi, un emendamento di portata devastante è stato inserito in una proposta di legge che tratta di sicurezza degli ascensori.

L’emendamento è stato discusso e approvato durante l’ultima seduta della Camera prima delle ferie, ben nascosto tra ascensori, tartufi ed energie rinnovabili, ed è stato regolarmente approvato anche a causa della distrazione di alcuni Deputati, che avrebbero invece dovuto, per i loro trascorsi, levare ben alta la voce.
L’emendamento prevede due modifiche devastanti per la privacy, ma gustosissime per gli amanti del tecnocontrollo sociale.
Il primo è la triplicazione da 2 a 6 anni della conservazione dei dati telefonici. Nessun paese civile ha periodi superiori a due anni, come richiesto anche dall’UE.
Il secondo, molto più grave perché più insidioso, è l’equiparazione dei dati Internet a quelli telefonici, cosa che farebbe automaticamente scattare una serie di adempimenti legislativi già in essere da tempo, tra l’altro molto onerosi anche per i provider.
In un solo colpo verrebbe attuata una data retention pesantissima nei confronti del Popolo della Rete, cioè della maggioranza degli innocenti cittadini italiani.
L’approvazione del decreto legge nella sua stesura attuale anche al Senato, che riprenderà i suoi lavori il 12 Settembre, farebbe scattare automaticamente l’estensione della data retention; dovrebbe poi essere seguito da un’ulteriore modifica dell’art. 132 della Legge 196/2003 (Testo Unico sulla Privacy), che definisce la data retention attualmente permessa in Italia.

Secondo Cassandra è vitale che questo secondo round avvenga con la massima chiarezza, trasparenza e pubblicità, in modo tale che chi vi parteciperà si prenda le sue responsabilità nei confronti dei cittadini e degli elettori. In questo modo coloro che, con il loro silenzio o con la loro esplicita approvazione, permetteranno questo abominio, almeno non potranno poi negare le loro responsabilità.
Sono, tra l’altro, le stesse persone che hanno permesso che l’infrastruttura tecnica della Rete italiana venisse stravolta e asservita alla censura come solo in Paesi “diversamente democratici” è fino ad oggi accaduto.

Cittadino avvisato…

Marco Calamari
Lo Slog (Static Blog) di Marco Calamari
L’archivio di Cassandra/ Scuola formazione e pensiero

What else? (2)


.
.
.

Pubblicato su Immagini. Tag: , , . 3 Comments »

Il cimitero dei ricchi

 

Quel tetto quieto, corso da colombe,
In mezzo ai pini palpita, alle tombe;
Mezzodì il giusto in fuochi vi ricrea
II mare, il mare, sempre rinnovato!
Che ristoro a un pensiero è un lungo sguardo
Posato sulla calma degli dèi!

Da: “Il cimitero marino” – Paul Valery – Sète 1920

 

What else?


.
.
.