Abilmente Autunno 2014 – Vicenza

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Abilmente Autunno 2014 – Vicenza

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Ci credereste?

Nei miei viaggi mi è capitato di visitare posti belli e posti meno belli, accoglienti o inospitali, sonnacchiosi o convulsi, autentici o artificiali, e comunque tutti presentavano qualche incongruenza, uno spiraglio attraverso il quale facevano capolino aspetti inattesi e contrastanti, nel bene e nel male, ma in nessuno di questi posti ho trovato tanti paradossi come a Birmingham.

Questa città che oggi conta circa un milione di abitanti, sorse come un fungo nelle umide Midlands ai tempi della rivoluzione industriale del 18° secolo. Prima di allora era poco più di un villaggio specializzato nella produzione di armi leggere per l’esercito di Sua Maestà Britannica e, durante la guerra civile, per Oliver Cromwell.

Questa sua crescita “esplosiva”, irrigata da consistenti afflussi di capitali, permise la costruzione di edifici che avevano la funzione di status symbol, per differenziarsi da quelli modesti della working class, ma entrambe le costruzioni avevano una cosa in comune: il mattone. Sia che fosse stato poco più di un tugurio oppure un palazzo signorile ornato di  fregi e guglie, erano costruiti con dei piccoli mattoni faccia a vista, elementi dalle varie tonalità rossastre che sono tutt’altro che distensive.

Nel secondo dopoguerra si impose il cemento armato, precipitando la città dalla padella alla brace, grazie ad ardite quanto disarmoniche costruzioni che non avevano altra funzione se non quella di certificare la potenza industriale della città.

La relativamente recente crisi del settore manifatturiero inglese ha colpito duro, qui e nelle città satelliti, come Wolverhampton per esempio, un tempo floride e ora deprimenti come una gloriosa nave in disarmo. Solamente la favorevole posizione geografica di Birmingham e le sue ottime infrastrutture le hanno consentito di evitare la decadenza che hanno patito altri centri inglesi, e anche se la produzione di beni è diminuita drasticamente, il terziario e la ricerca ne supportano lo sviluppo.

Del periodo “ruggente” di Birmingham rimangono inalterate le contraddizioni, le quali si manifestano immediatamente anche nell’architettura. Quest’ultima, essendo onnipresente in città come l’aria che si respira, ne sortisce gli stessi effetti sulla popolazione. Questa è la mia tesi: se in un ambiente l’aria è buona ci si sente bene, invece se l’aria è inquinata oppure ci sono delle zone mefitiche, l’umore, oltre al fisico, ne risente; lo stesso vale per l’architettura, e troppo spesso quella di Birmingham mi perplime assai. Presumo sia questo motivo che, pur recandomi lì di mia spontanea volontà ed esauriti gli obblighi artistici, mi dissuada dal prolungare il mio soggiorno oltre il necessario. Ho il vago sospetto di non essere solamente io vittima di questa suggestione urbanistica, altrimenti non mi spiego il comportamento dei brummies, i suoi abitanti, generalmente ansiosi nelle loro occupazioni, che diventano addirittura febbrili nel divertimento. Forse questo è l’atteggiamento tipico di chi vive (vive?) nelle grandi città, ma troppe volte ho incrociato sguardi assenti e disperati, da lungodegenti, da soldati in trincea, da specchio nel bicchiere.

Immagino che a questo punto sarete un tantino curiosi di sapere cosa ha scatenato queste riflessioni poco esaltanti, e allora ho pensato di inserire in questo post alcune immagini che danno una vaga idea del caos urbanistico nel quale qui si è immersi (il caos del traffico e la cacofonia di rumori ve li dovete immaginare).

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Ecco Victoria Square, il centro storico, se possiamo dire così, di Birmingham.P1060091

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Bastano poche decine di metri perché la pospettiva cambi radicalmente e si propongano degli accostamenti che definire improbabili è un eufemismo pietoso.P1060102

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Quella che vedete in fondo è la nuova biblioteca municipale. No so a voi, ma a me non invita alla lettura, o magari dentro non ci sono nemmeno i volumi di carta ma tanti e-reader elettronici.

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Tutto è money, e a questo viene sacrificato anche un ingresso ottocentesco di rara fattura.P1060092

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Questo però è solamente “uno” strato di Birmingham, quello più appariscente (purtroppo). In realtà sopravvive ancora un testimone del secolo d’oro di Birmingham, un nobile che, caduto ormai in disgrazia, si nasconde alla vista altezzosa dei  parvenu di fresca ricchezza. Sto parlando della rete di canali navigabili (circa 60 km) che un tempo fungeva da comoda via per il trasporto delle materie prime e dei prodotti finiti, canali che poi uscivano dalla città e si estendevano fino a Sheffield, Hull, Liverpool, Manchester, Bristol, e ovviamente Londra. Ora queste vie d’acqua hanno perso la loro funzione commerciale, ma vengono ancora in gran parte utilizzati a scopo turistico,

Che ci crediate o no, qua sopra ci passa l’acqua.P1060121

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Eccolo, questo è il canale che passa sopra la stradaP1060124

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A volte i canali passano sotto le strade e i palazzi, salgono e scendono grazie a una serie di chiuse, con una pendenza anche del 5% (non è poco…)P1060086

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Certo, vista così può sembrare un’ambientazione molto caratteristica, tradizionale, quasi d’epoca, …Img_1958

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… toh, guarda, ci sono anche le paperelle! Ma no, sono anatre! Macché, sono oche canadesi! Canadesi? E che ci fanno a Birmingham?P1060078

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Ma, senza dover muovere troppo i piedi, basta girarsi dall’altra parte, guardare verso l’alto, per vedere questo, …Img_1936

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… questo, …Img_1938

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… questo, …Img_1956

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… questo, …Img_1949

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… e questo (ma ci sarebbe dell’altro, molto altro). Per inciso, l’edificio con quelle assurde croci non è un ospedale, e non è nemmeno la cattedrale di una nuova setta di cristiani siderali, è un palazzo d’affari con annesso albergo agli ultimi piani panoramici.P1060116

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Quindi, a coronare il tutto, ci va si terzo strato, quello che mi appare sovrumano ma senza possibilità di diventare trascendente, composto da gabbie di acciaio inox, …Img_1941

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… e di alveari di cristallo dove tutti siamo numeri, allineati e incolonnati, senza vie di fuga, …P1060109

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… uno strato di immani stalli per bizzarri animali che non consumano fieno, bensì seducenti veleni variamente confezionati ed etichettati, …P1060101

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… uno strato comunque effimero, cangiante, tirato su a forza di business e promesse da marinaio, vetrine sfavillanti e brame indotte, del quale alla fine resterà solamente un ricordo confuso di tre per due e uno strato di cemento. P1060097

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Quasi quasi è meglio che me ne torni a gironzolare tra i canali, tenendo lo sguardo basso, verso le piccole cose, anche se sono un po’ sgangherate, ma almeno sono vere, come direbbe Manola, “senza trucco e parrucco”.

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P.S. Comunque Birmingham resta la città ideale se avete intenzione di visitare il Regno Unito.
Per quelli che ancora non ne conoscono i motivi, suggerisco di dare un’occhiata all’articolo intitolato “Un post fuori luogo“.
Bye.

Un post fuori luogo – Five

Puntate precedenti:

Un post fuori luogo – One

Un post fuori luogo – Two

Un post fuori luogo – Three

Un post fuori luogo – Four

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Hello! How are you?

L’ultima volta che ci siamo sentiti eravamo stati a Warwick. Ho pensato bene che dopo qualche post un po’ troppo arrabbiato o magari fuori di testa, era il caso di prendersi un momento di relax con un’altra gitarella fuori porta.
A chi fortunatamente si fosse perso le puntate precedenti, va detto che anche questo articolo sta a dimostrare che per visitare (comodamente, è sottinteso) l’Inghilterra e dintorni, non è Londra (luogo comune) l’approdo ideale, bensì Birmingham (non luogo), poiché da questa poco attraente città si possono agevolmente raggiungere, via ferrovia, tutti gli angoli più remoti della Gran Bretagna.

Quest’oggi andremo a Ovest, verso il Mar d’Irlanda, e, solo per oggi, offerta speciale: due al prezzo di uno! Chester e Conwy!

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Un post fuori luogo – Four

Puntate precedenti:

Un post fuori luogo – One

Un post fuori luogo – Two

Un post fuori luogo – Three

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Ci rinuncio.

Sono ormai tre settimane che lotto con lo scanner, marchingegno troppo spesso riluttante a fare il suo dovere. L’ho già riparato solamente due volte e mi piange il cuore (e la tasca) all’eventualità di separarmi da lui. Vi starete chiedendo che ve ne cale di tutta questa faccenda. E’ presto detto.

Per vari motivi che non sto qui a dettagliare, non ho mai subito il fascino delle macchine fotografiche digitali e ho sempre preferito la compagnia della mia fedele reflex pellicolata. So di essere ormai un esemplare giurassico, però continuo a preferire una bella diapositiva, luminosa, incisiva, profonda, a una perfetta ma asettica immagine digitale. Sarà per il fatto che non sono un fotografo, sarà magari che per avere dei risultati accettabili in ambiente digitale bisogna sborsare migliaia di Euro (prospettiva che mi trova sempre abbastanza refrattario), ma ho tenuto duro finché ho potuto, ovvero fino a quando alcuni problemi tecnici mi hanno obbligato recentemente a cambiare macchina, sistema, e modo di fotografare. A imperitura memoria delle mie visioni analogiche resta una quantità di immagini che è impossibile diffondere in rete, a meno di spedirne una copia direttamente a casa del destinatario, oppure (più comodo) trattandole attraverso lo scanner, lo stesso oggetto che, al pari di un ostinatissimo ciuco, si rifiuta di collaborare.

Pazienza, mi sa che dovrò procurarmene uno nuovo (ovviamente usato) e, nel frattempo, andrò a pescare in rete le immagini che mi servono per illustrare questo articolo.

Se non ricordo male vi avevo lasciato come spaventapasseri presso la New Street Station di Birmingham, in attesa di scappare finalmente da quella città frettolosa e impersonale. Eccomi qua, on stage again, e vi do subito una bella notizia: dobbiamo muoverci perché non si parte da questa stazione.

Calma, calma, non è il caso di alterarsi, ma non penserete mica che uno snodo trafficato come Birmingham sia servito da una singola struttura? Oltre che da quella di New Street, i treni partono anche dalle stazioni di Snow Hill e Moor Street, ma non temete, entrambe sono facilmente raggiungibili anche a piedi in poche decine di minuti: il relax innanzitutto.

Birmingham, Snow Hill Station - da Googlemaps

Birmingham, Moor Street Station - Immagine di Brian Wilson

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La nostra destinazione è Warwick e il suo meraviglioso castello. Per arrivarci, il treno da Snow Hill ci mette mezz’ora, mentre se partissimo da Londra Marylebone di tempo ce ne vorrebbe almeno il triplo, senza contare quello per arrivare alla stazione ferroviaria.

Anche se il castello può vantare più di mezzo milione di visitatori ogni anno, ed è uno dei dieci edifici storici più importanti del Regno Unito, la stazione ferroviaria appare modesta, senza pretese, essenziale. Va detto però che si trova praticamente nel centro della cittadina, perciò con una passeggiata di mezz’oretta si arriva direttamente all’ingresso del castello.

Warwick, stazione ferroviaria - Immagine di Roger Marks

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Va da sé che anche le vie adiacenti concorrono alla piacevolezza dell’ambiente, con richiami storici più o meno autentici.

Warwick - da mysemesterabroadleeds.blogspot.com

Warwick - da idemonidiwestminster.blogspot.com

Warwick - da 3.bp.blogspot.com

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Mentre le automobili con sardine bipedi incluse si affollano nella Mill Street, noi possiamo percorrere comodamente la Marigold Ave attraverso il bosco e il giardino di Caste Hill, per arrivare alla spianata di fronte alla Guy’s Tower e all’imponente barbacane.

Barbacane e Guy's Tower - da http://www.coachholidaynews.com

Quasi dimenticavo: non pensate di fare i furbi arrivando di buon mattino per evitare l’affollamento, non servirebbe a niente perché il castello apre appena alle 10 del mattino. Gli addetti inglesi se la prendono comoda, si godono il loro breakfast mattutino, si prendono il tempo per una comoda digestione, e finalmente, dopo un tè di incoraggiamento, si decidono a soddisfare la curiosità dei tanti turisti che già si affollano all’ingresso.

Un pò di storia.

Le vicende del castello si intrecciano con quelle della guerra tra gli York e i Lancaster, le due famiglie che per trent’anni si sono contese il trono d’Inghilterra nella famosa guerra delle due rose.

Richard Neville conte di Warwick, ottenne il soprannome di “kingmaker” in quanto i suoi maneggi militari e politici influenzarono non poco le vicende di quel periodo. Grazie al matrimonio di sua figlia Anna divenne suocero di Riccardo duca di Gloucester, lo stesso che nel 1483 sarebbe salito al trono come Riccardo III d’Inghilterra, lo stesso Riccardo III che ritroviamo come protagonista meschino, infido e violento della famosa opera teatrale di Shakespeare, quella di “Un cavallo, un cavallo, il mio regno per un cavallo!”.

Interni - da wikimedia.org

Il castello di Warwick non è solamente un bel mucchio di pietre sovrapposte e allineate, testimone silente e imponente di un passato burrascoso, ma anche un’occasione per un viaggio nel passato inglese, la sua potenza, i suoi personaggi famosi e il loro ambiente.

Il castello sull'Avon- da ispilledthebeans2.blogspot.com

L'ingresso alle stanze interne - da photographybytmorey.blogspot.com

Interni - da tuftsmission.blogspot.com

Grazie alla collaborazione degli esperti del museo delle cere di Madame Tussauds, in alcune aree del castello sono stati ricreati alcuni momenti della vita nel castello, dal medioevo fin quasi ai giorni nostri. Le statue di cera sono straordinarie per il loro realismo, e ancor di più è ammirevole la cura del dettaglio nella ricostruzione storica di arredi e suppellettili. Fate attenzione perché potrebbe capitarvi di chiedere informazioni a una statua di cera, oppure, al contrario, di essere spaventati a morte dal movimento improvviso di una figura storica che, in realtà, è un collaboratore del museo vestito in tono con l’ambientazione.

Interni - Immagine di Tom Briggs

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Se siete particolarmente impressionabili vi sconsiglio la discesa nelle segrete del castello, locali cupi e opprimenti dove vengono riproposte con eccezionale crudezza le torture e le pene inflitte agli sventurati che lì venivano reclusi: sono pulp, molto pulp, pure troppo…

Permettetemi un’altra raccomandazione, cercate di evitare i giorni festivi e prefestivi, non tanto per l’inevitabile affollamento, ma soprattutto per schivare i nugoli di ragazzini impertinenti e chiassosi che si scatenano tra gli austeri saloni del castello, palpolando ciò che sarebbe vietato toccare, sovrastando le parole della guida, impedendo di scattare una fotografia decente, trasformando il castello di Warwick in quello di Disneyland, scarsamente seguiti dal sorriso imbelle degli evanescenti genitori incapaci di comprendere che un decenne, alla domenica, va portato a giocare all’aperto e non tra severe pareti rivestite di quercia scura.

Corte interna - da andrewtat.wordpress.com

A proposito, all’aperto le attrazioni non mancherebbero neanche. Sulla riva dell’Avon è stata installato un trabucco, una macchina da guerra medievale, e gli addetti amano offrire ai visitatori la dimostrazione pratica e realistica della sua devastante potenza, per quei tempi ovviamente.

Non meno interessante è l’esibizione dei falconieri, che non usano falchi come il nome suggerirebbe, bensì aquile di una taglia tale da indurre a un certo timore.

Una delle aquile di Warwick - da http://www.warrenwilliams.co.nz

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Irrinunciabile, se Giove Pluvio lo consente, un’escursione nel parco meravigliosamente curato, con un prato inglese che più inglese non si può. Ricordo che l’impressione di tappeto verde fu tale da indurmi a togliermi scarpe e calze, suscitando sì imbarazzo e riprovazione tra i britannici che incontravo, ma godendo di una sensazione indimenticabile di accoglienza e morbidezza. Il manto verde era ancora umido di pioggia, e l’impressione era quella di scivolare su una carezzevole superficie fatta d’acqua e di piume.

Il parco - da http://www.kto-to.de

Prato "inglese" - da en.wikipedia.org

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Siamo qui da un bel po’, per torri e merlature, ammirando le esibizioni di falconeria oppure i duelli medievali a piedi e a cavallo, godendo degli attimi di relax nel vastissimo parco sulle rive dell’onnipresente Avon, scorrendo, come fosse un album 3D a grandezza naturale, le raffigurazioni dei momenti che hanno fatto la storia di queste contrade, gustando le riproduzioni multimediali di eventi memorabili, e ancora permane la sensazione di non aver visto tutto, quando, quasi inaspettato, giunge l’annuncio che è giunta l’ora fatidica, l’ora di chiusura. Come, di già? Ma se sono appena le cinque! (le sei in estate, bontà loro).

C’è poco da fare, gran parte dei musei inglesi chiude alle diciassette, forse per dar modo al loro personale di conservare un’antichissima tradizione british, quella del tè delle cinque. Fateci l’abitudine, oppure cercate di programmare la vostra visita come se fosse una Strafexpedition, il che però non mi pare il massimo del divertimento.

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Si torna a Brum, in treno of course. Solamente durante il tragitto ci si accorge che per tutto il giorno non abbiamo fatto altro che salire e scendere, camminare colla tipica andatura museale stop and go, correre per riuscire a vedere tutte le esibizioni, e se per caso fossimo di memoria corta, le gambe doloranti ne sono ottime supplenti. Si rimane con lo spirito combattuto tra l’eccitazione per aver potuto godere di sensazioni indimenticabili, e il vago dispiacere causato dalla sensazione di esser dovuti scappar via dalla festa prima che arrivi la torta. Non fa nulla, se non piove possiamo farci una capatina anche domani stesso, tanto è a un tiro di schioppo da Birmingham. Appunto, proprio qui sta il colmo e il bello: per quanto insulsa si possa trovare questa città, è circondata da posti meravigliosi, Birmingham gode di una posizione centrale invidiabile, collocazione geografica che la frequentatissima e blasonata capitale non può vantare neanche minimamente.

Bene, se vi è piaciuta la gita, ci sono tante altre destinazioni facilmente raggiungibili in treno che meritano di essere visitate. Io sono a vostra disposizione.

Segue…

Un post fuori luogo – Three

Puntate precedenti:

Un post fuori luogo – One

Un post fuori luogo – Two

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Good Morning,

vi siete appena svegliati nella vostra camera d’albergo a Brum. Un’occhiata fuori dalla finestra vi informa che la giornata potrebbe anche non essere piovosa; meglio approfittarne prima che il tempo cambi idea.

Doccia veloce e via, per una colazione da campioni!

Tea or coffee?

Non conosco i vostri gusti, ma vi propongo lo stesso un esperimento. Prendete la vostra moka e preparatevi un buon caffè. Quando quell’aromatico e cremoso liquido è salito, versatelo nelle tazzine, e quindi svuotatele nel lavabo della cucina (sento in lontananza dei noooooooooo). Riempite di nuovo d’acqua la moka e, senza sostituire il contenuto del filtro, fate nuovamente il caffè (caffè?). Il liquido ottenuto, ormai poco aromatico e assolutamente brodoso, va versato in un bicchierone e allungato con acqua bollente. Aggiungeteci almeno tre cucchiaini di zucchero e avrete ottenuto quello scherzo della natura che per gli inglesi è coffee.

A Birmingham va per la maggiore il caffè Ritazza (richiamo italico ma procedura british) che abbiamo ribattezzato Slavazza (un nome una garanzia). Per farla breve, il coffee non va versato nella tazzina, bensì nella tazza (quella con lo sciacquone).


Quindi, se proprio bisogna bere dell’acqua calda, tanto vale optare per il tea, che almeno è una faccia nota.

Adesso fatevi forza.

Anche se a casa siete abituati a cappuccino e brioche (e stop), dovete trovare il coraggio di buttar giù qualcosa di solido, visto che vi aspetta una lunga traversata nel deserto (gastronomico).
Lo so che le uova all’occhio neanche a casa… certo che per riuscire a mangiare fette di prosciutto caldo prima di mezzogiorno ci vuole dello stomaco… e quelle cialde di origine belga trasudano burro da tutti i pori… la pancetta alla piastra poi, un “must” per il dislipidemico… il formaggio già vi stracca la panza a casa, qua, di primo mattino, è come buttar giù del solfato di bario… se proprio non ce la fate, prendete almeno delle crocchette di patate, uno yogurt con i fiocchi (intesi come cereali e non come eccezionale qualità), e frutta, tanta frutta.
Quando, verso l’ora di pranzo, con le gambe doloranti e lo stomaco che protesta, non riuscirete a trovare niente di meglio di uno spuntino freddo in piedi, potreste rimpiangere di aver rinunciato a quel corroborante breakfast (che, per inciso assolutamente venale, avete già pagato).

Su, buttate giù qualcosa, non fatevi pregare come i bambini!

Ecco, ora siamo pronti: scarpette comode, felpa leggera, k-way d’ordinanza, fotocamera, mappe, bussola, (beh, non esageriamo), possiamo andare; sì, ma come, e soprattutto, dove?

Piano, piano, una cosa alla volta! Punto primo: come.

Avendo tempo e buone gambe, anche a piedi non è male, un bel giro turistico modello pellegrinaggio, ma non avverto molto entusiasmo da parte vostra, anche perché il raggio d’azione sarebbe alquanto ristretto.

L’assenza di pendii elevati renderebbe interessante e conveniente l’uso della bicicletta, se non fosse per una certa incostanza del tempo, in grado di alternare nell’arco della giornata tutte le tipologie di fenomeni meteorologici ad eccezione del tornado; non è che girare in bici coll’ombrello sia molto comodo.

Mi sentirei di sconsigliarvi assolutamente l’uso dell’automobile. Come ben sapete, gli inglesi hanno la guida a sinistra, e ciò potrebbe avere degli spiacevoli effetti sulla vostra vacanza.

Non parlo del fatto che, appena entrati in macchina, vi mettete a protestare perché qualcuno vi ha rubato il volante, e nemmeno di quando, con grande attenzione, cercate di partire ingranando la prima mentre in realtà avete afferrato la maniglia della portiera.
Tralascio pure lo spavento che provocate tra i pedoni quando salite sul marciapiede affrontando le svolte a sinistra e anche i dubbi amletici che vi assalgono ogniqualvolta affrontate un incrocio. No, la questione è più seria.
Voglio dirvelo chiaro e tondo, evitate di guidare in Inghilterra a meno che non amiate le sensazioni forti e che abbiate le coronarie a posto.
Già le strade sono quelle che sono, spesso strette e tortuose, piste asfaltate patria di autovetture anni ’60, vecchie Norton con sidecar, autotreni, comitive di ciclisti, trattori, autobus a due piani, pecore, ecc., se poi ci mettete pure il brivido avete fatto Bingo.
Ogni volta che, in una curva, incrociate un altro automezzo vi spunta un capello bianco e il cuore manca un colpo, effetti tipici causati dalla sensazione di andare contromano (io, lui, noi?); mentre il piede va istintivamente sul pedale del freno (scatenando le ire e il clacson di chi vi segue), il sangue vi si raggela sentendo, alla vostra sinistra, l’urlo del passeggero, il quale è certissimo che perderà la vita in un catastrofico scontro frontale. Irrigiditi sul sedile, cogli occhi sbarrati aspettate ogni volta lo schianto inevitabile; sono istanti di brivido puro, magari anche piacevoli su un DVD di Brian De Palma, ma che ripetuti per miglia e miglia possono spezzare anche la fibra più tenace. Insistendo con questa perniciosa pratica ne ricavereste solamente delle spiacevoli conseguenze (psicologiche e fisiche), e magari riuscireste pure rovinare un bel rapporto (e non sto parlando degli ingranaggi del cambio dell’autovettura).

Scartando il bus, il volo a vela, l’hovercraft, il calesse, l’elicottero, la barca a remi e la mongolfiera, non rimane che il treno, e qui la faccenda si complica (ti pareva…).

Chi usa il treno in Italia sa bene a quali difficoltà va incontro.
Il viaggiatore entra in stazione, trova la biglietteria chiusa oppure non la trova per niente. Se è fortunato vede quattro biglietterie automatiche, di cui tre guaste, e aspetta in fila il suo turno. Tenta di selezionare la destinazione attraverso un touch-screen lento e arzigogolato. Al terzo tentativo riesce a farsi capire, ma la macchina non accetta carte e bancomat, e allora gli tocca partecipare a un simpatico gioco chiamato “infilalabanconotachepoitelarisputoindietro” il cui scopo è cercare di convincere il sospettoso marchingegno che il viaggiatore non è un volgare falsario. Finalmente ottiene l’agognato fazzoletto di cartone (perché poi devono essere cosi grandi? Che spreco!), e attende che i sofisticati meccanismi di quel congegno si degnino di far cadere nel contenitore anche il resto, con calma, una moneta alla volta, quasi si aspettasse che gli si lasciasse la mancia. Il viaggiatore ripone in tasca il resto, tre euro e venti, tutto in monetine da dieci centesimi (maledetta macchina!), va in cerca di un’obliteratrice, fuori servizio, fuori servizio, fuori servizio, funziona, ma è regolata sul fuso orario di Panama, fuori servizio, fuori servizio, funziona, l’ora è quella giusta, circa, vrrrrrrt, ritira il biglietto, non si vede quasi niente, come se l’obliteratrice usasse inchiostro simpatico, speriamo bene…,  e arriva il treno (in ritardo, meno male…altrimenti, dopo tutto il tempo che ha perso in questo calvario, col cavolo che ce la faceva a prenderlo). Si sale sul treno, partenza. Buon viaggio!

Nel Regno Unito (per la mia esperienza) niente di tutto ciò accade, ma è proprio l’ultimo passaggio, quello che da noi è apparentemente il più semplice, che invece lì si rivela come il più insidioso: potreste sbagliare treno.

Badate, non ho detto che siete incapaci di interpretare un orario ferroviario, né che non sapete leggere i tabelloni presenti nella stazione e sulle piattaforme, e neppure che siete particolarmente sbadati o svagati, ma solamente che potreste incorrere in un errore che commettono talvolta anche i sudditi di Sua Maestà Britannica.

Ok, l’ora è quella giusta, il binario è quello giusto, la destinazione è quella giusta, il treno è quello sbagliato. Perché?

Nel Regno Unito, gli stessi binari sono percorsi da una ventina di compagnie ferroviarie private. Se da Birmingham voleste andare a Londra, potreste utilizzare la London Midland, oppure la Virgin, la CrossCountry, la Chiltern Railways.
Nel caso la vostra destinazione fosse il Parco Nazionale di Snowdonia, per arrivare a Llandudno vi potrebbe capitare di dover cambiare treno due volte e utilizzare tre compagnie diverse, la First Great Western, la c2c e la Arriva.
E’ pacifico che se avete acquistato un biglietto della Northern non potete viaggiare su un treno della Virgin o della Scot Rail.

In questo guazzabuglio di marchi le compagnie hanno fatto del loro meglio verniciando i loro convogli con delle livree caratteristiche, ma un treno è sempre un treno, non ci sono ampi margini di differenziazione e, galeotta fu la fretta oppure la scarsa informazione, mi è capitato di assistere a imbarazzanti quanto penose discussioni tra il solerte controllore e il turista incauto, il quale, oltre ad avere in mano un biglietto ormai inutilizzabile, si è trovato a dover pagare nuovamente la tratta, a prezzo pieno.

Ecco, già che ci siamo, parliamo un po’ del prezzo, un altro labirinto.

Trattandosi di compagnie private è logico aspettarsi che si facciano un attimo di concorrenza; quello che non potete prevedere è che la differenza di prezzo tra il biglietto più caro e quello più economico (classe standard ovviamente) possa essere del novanta per cento, anche per la stessa compagnia. Un piccolo esempio: per andare da Birmingham a Londra potete spendere sette sterline e mezza oppure settantacinque sterline, a voi la scelta.

A questo punto, se fossi il vostro monitor, vi vedrei perplessi e increduli, e anch’io, credetemi, stento a orientarmi in questa giungla di tariffe, anzi, ci ho rinunciato (senza rimpianti, e poi saprete perché).
Le cause di queste oscillazioni di prezzo sono principalmente tre: concorrenza, orario e Internet.

La prima voce è la più ovvia in quanto (teoricamente, ma da noi non succede quasi mai) una pluralità di fornitori porta ad una differenziazione dei costi in base ai servizi offerti e alle previsioni di traffico.

Il fattore orario ci è già un po’ alieno, ma è altrettanto ragionevole.
La parola Peak vi dice niente? Urge allora una breve spiegazione.
In determinate fasce orarie il flusso di passeggeri è più intenso, generalmente di prima mattina e poco prima di sera; lavoratori e studenti pendolari si spostano in massa verso le loro destinazioni. Questa tipologia di utenti gode di particolari tariffe agevolate pensate per scoraggiare l’uso del mezzo privato (quasi come da noi…) ma saturano comunque la capacità della rete ferroviaria.
Per coloro che, per altri motivi o solo occasionalmente, intendessero viaggiare comunque in quelle determinate fasce orarie si applica la tariffa Peak, la più cara, mentre nel resto della giorno la tariffa è Off Peak, e cioè molto più economica.
Questo sistema non è stato immaginato per spennare il passeggero occasionale bensì per invitarlo a partire un po’ prima oppure un po’ dopo, con reciproca soddisfazione, quella del viaggiatore che evita la calca e risparmia dei bei soldi, e quella della compagnia che non rischia di dover far fa andare su e giù per le rotaie dei treni desolatamente vuoti durante gli altri periodi della giornata.

E siamo arrivati a Internet, il mostro o il salvatore, il diavolo o l’acqua santa, la rete che ci sostiene o che ci cattura, una “roba” con la quale, volenti o nolenti, dobbiamo fare i conti.
Immaginate che i treni siano aerei: il sistema è lo stesso. Si va in rete, si aprono le pagine web delle varie compagnie ferroviarie, si confrontano le offerte, si sceglie quella più economica, punto.
Se vi è capitato diprenotare un volo low cost, avrete notato che il prezzo aumenta man mano che ci si avvicina alla data prevista per la partenza e che, per determinati periodi o specifiche destinazioni, le compagnie offrono dei voli a prezzi stracciati. Per la ferrovia vale lo stesso discorso, si prenota in anticipo e si paga di meno, molto di meno.

A proposito di prenotazione, val la pena di informarvi circa una cattiva abitudine degli inglesi, una condotta che li qualifica molto anglo e poco sassoni.
A ogni prenotazione è ovviamente collegato un posto a sedere, numerato e univoco.
Mediante vari sistemi che vanno dal cartoncino sullo schienale al display elettronico posto sopra il sedile, viene segnalato che “quel” posto è stato prenotato dalla stazione X alla stazione Y.
Più volte mi è capitato di notare che questi posti rimanevano vuoti per tutta la durata del viaggio. La prima volta ho compatito quei poveracci che, pur avendo prenotato e pagato, a causa di qualche spiacevole accidente avevano dovuto rinunciare al viaggio. La seconda volta mi sono chiesto se per caso gli inglesi non fossero inguaribilmente sbadati, oppure cronicamente poco puntuali, patologie che li portavano con regolarità a perdere il treno. Siccome non sono particolarmente furbo, ho capito solamente al terzo tentativo che talvolta loro se ne fregano del posto prenotato; salgono e si siedono sulla prima poltrona comoda che trovano. Un controllore teutonico li farebbe alzare e li obbligherebbe, pena pesanti sanzioni, a occupare il “loro” posto, invece si vede che lì quella prassi individualista e menefreghista è ampiamente tollerata.
Il risultato è che il passeggero inglese, timoroso più che mai di trovarsi in imbarazzo per aver occupato un posto prenotato da altri, preferisce vagare su e giù per il treno come un’anima in pena cercando un sedile libero.

Va da sé che, sentendomi moralmente esentato da tale condotta, un attimo dopo che il convoglio si era messo in moto non mi facevo scrupolo di sedermi su un posto prenotato trovato libero: mai successo di dovermi alzare, e anche se fosse stato il caso mi sarei semplicemente spostato, tanto, che potevano fare, spararmi?

Chiusa questa parentesi, torniamo al dedalo tariffario delle ferrovie britanniche.

Di sicuro vi chiederete come diavolo allora io abbia fatto a spostarmi col treno su e giù per la Gran Bretagna. Forse avevo pianificato e prenotato tutto con mesi e mesi di anticipo? Stavo attaccato al computer ventiquattro su ventiquattro alla ricerca di sconti e offerte speciali? Ho semplicemente speso una fortuna? Niente di tutto ciò. Il filo di Arianna che mi ha permesso di non smarrirmi in quel labirinto ha un nome preciso: si chiama BritRail Pass.

Andando sul sito BritRail mi è stato possibile acquistare un abbonamento valido per tutte le compagnie ferroviarie delle isole britanniche. La scelta è ampia, sia per il periodo di validità che per la copertura territoriale, la quale può essere piccolissima come nel caso della Scozia Centrale, oppure può estendesi al massimo fino a comprendere anche l’Irlanda.

Come rinunciare alla comodità di arrivare in stazione, prendere il primo treno che arriva permettendosi di ignorare a che compagnia esso appartenga, un intercity, un pendolino, è lo stesso, o magari, a metà strada, cambiare idea e destinazione? Relax, questa è la mia parola d’ordine.

Ma anche la scarsella ne ha ricavato dei benefici (il mio patrimonio genetico, scarso e parsimonioso, mi avrebbe impedito il contrario). Fatti i conti, durante la mia ultima vacanza, ho sfruttato mediamente le ferrovie britanniche ogni giorno per 6 ore al modico prezzo di 25 sterline, perciò anche la convenienza è assicurata.

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E’ ovvio che questo sistema di visitare il paese è favorito dalla posizione centrale di Birmingham, una collocazione che permette di raggiungere in treno tutti gli angoli della Gran Bretagna, dalla Cornovaglia alla Scozia, dalle bianche scogliere di Dover ai verdi boschi gallesi; vedete che, a cercare bene, c’è del buono in ogni cosa.

Quello era il buono, mentre il bello è ciò che potete ammirare dal vostro finestrino durante il viaggio. Man mano che vi spostate il paesaggio muta continuamente, Andando verso nord passate dalle placide colline del Derbyshire alle modeste alture dei Pennini, oppure attraversate il fiabesco Lake District per arrivare alle aspre Uplands Meridionali. E così per gli altri punti cardinali, verso la grande storia a Sud, oppure il magico Galles a Ovest, e l’inghilterra che vive ancora di mare a Est. E poi il treno è pratico, è comodo, è veloce, è economico, è sociale, è capillare, è moderno. Sopra ogni principale stazione ferroviaria c’è sempre una nuvola, The Cloud, un servizio WiFi gratuito per la connessione a Internet, utilissima per consultare gli orari, telefonare con Skype, aggiornarsi sulle ultime notizie da casa, visualizzare le previsioni meteo, consultare una mappa, ecc.

Se poi non potete proprio fare a meno di restare incatenati, pardon, collegati alla rete, Virgin, National Express, Heathrow Express e Grand Central Trains, offrono la connessione WiFi anche sui loro treni (Tip: cercate sempre un posto vicino alla carrozza di prima classe, poi scoprirete il perché, ma non ditelo in giro…).

Toh, guarda, non c’è solamente il treno. Per meno di 34 sterline si può andare e tornare fino a Dublino con RyanAir. Il volo parte alle 8 e dura solamente un’ora. Lì ce ne sono di cose da vedere: il Temple Bar, il museo della birra (irrinunciabile), il castello, Kilmainham Gaol (la vecchia prigione), e altro ancora. Dopo una puntata serale in un chiassoso pub si prende il volo per Birmingham delle 20 e 30’ (o magari ci si innamora della città e si resta). Prendere nota per la prossima occasione…

Vi sento scalpitare. Lo so, siamo qua già da tre puntate; vi avevo promesso mari e monti (beh, monti… diciamo colline) e invece finora solo chiacchiere, non ci si è mossi di un pollice.

Non siate impazienti, vi avevo avvisato che non mi piace andare di fretta. Capisco, siete stufi di fare le belle statuine a Birmingham, bardati di tutto punto: scarpette walking, comodi pantaloni al ginocchio, camicetta di cotone con le maniche arrotolabili, leggero giubbino antivento, zainetto milletasche, cappellino parasole da ottimista, fotocamera al collo, mappa alla mano. In tutto quel viavai di persone indaffarate cominciate a provare un po’ di imbarazzo, e pure qualche agente di polizia vi sta osservando con sospetto; per soprammercato vi si sta riproponendo quella salsiccia della prima colazione… burp.

Niente paura, prometto che nella prossima puntata faremo la nostra prima uscita, una gitarella fuori porta, giusto per rompere il ghiaccio. Andremo a vedere uno dei più bei castelli della zona, ma non dico di più per non rovinarvi la sorpresa…

Segue…