Visibili trasparenze

E fuori piove continuamente e non vuole smettere. A me importa poco, io sto all’asciutto, mi vergogno soltanto di prendere l’abbondante colazione davanti all’imbianchino che proprio in questo momento sta sull’armatura sospesa davanti alle mie finestre e, furibondo per la pioggia che un po’ ha smesso e per la quantità di burro che stendo sul pane, spruzza i vetri senza che ve ne sia bisogno, e anche questa è soltanto fantasia e probabilmente egli si cura di me mille volte meno che io di lui. Adesso però lavora davvero sotto la pioggia torrenziale e nella tempesta.

Badate, non è farina del mio sacco. Si tratta di alcune frasi tratte da una lettera che Franz Kafka scrisse a Milena Jesenská durante un piovoso giovedì.
Ne ho sentito parlare nel corso di una dotta disquisizione sull’opera dello scrittore praghese, e sono rimasto colpito da come egli confessi il suo (immotivato) disagio per il solo fatto di stare al coperto, davanti a un’abbondante colazione, mentre fuori un poveraccio si trova a lottare contro gli elementi sociali e gli elementi della natura. A voler leggere oltre al testo si potrebbe percepire la vergogna di Kafka, quella causata dalla consapevolezza del godere di un immeritato privilegio quando ci si confronta con la vittima di quell’imbroglio.
Per separare lo scrittore e l’imbianchino non bastano le diversità culturali, nemmeno l’evidente sperequazione economica, e neppure il fatto che uno sia gravemente ammalato mentre il secondo magari gode di una salute di ferro, no, a separarli basta un vetro, ma essendo trasparente, esso rende insopportabile la separazione.
Per uno di quegli strani casi della vita mi trovai anch’io coinvolto in riflessioni simili, anzi, trattandosi di vetro, le definirei diffrazioni, nel senso che un dettaglio lo ha attraversato, quindi si è moltiplicato e scomposto in cento direzioni, e ancora riverbera nella mia mente.
Badate bene, non mi passa nemmeno per l’anticamera del cervello l’idea di paragonarmi a Franz Kafka, anche se, va detto, nessuno oggi riuscirebbe a scrivere anche una sola riga che possa reggere il paragone.
Ciò che mi ha impressionato è stata la coincidenza del catalizzatore, un materiale talmente comune, talmente abituale, talmente scontato da essere praticamente invisibile: il vetro.
È proprio “Vetro” si intitola un mio vecchio articolo, nel quale cercai di dare forma leggibile alle mie impressioni, e al quale, se ne avete voglia, vi rimando.

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Cose da pazzi

Travel

Immagine da: chriscruises.com

Come funziona un viaggio organizzato?
Definiamo innanzitutto il concetto di “viaggio organizzato”. Trattasi di uno spostamento di una o più persone nello spazio fisico durante un predeterminato spazio temporale al fine di raggiungere uno o più obbiettivi definiti, il tutto gestito dall’inizio alla fine da un ente terzo.
Durante questa azione intervengono vari fattori: la quantità e la qualità dei partecipanti, la quantità e la qualità degli obbiettivi, la quantità e la qualità delle risorse messe in atto dall’ente terzo.
Appare evidente che per definire la soddisfazione percepita durante questa esperienza alcuni di questi parametri sono in conflitto tra loro. Per esempio a una quantità maggiore di partecipanti potrebbe non corrispondere in quantità sufficiente la quantità di risorse dell’ente terzo, come pure un eccesso di obbiettivi potenzialmente raggiungibili potrebbe inficiare la capacità di godimento degli stessi anche in caso di risorse ottimali.
In genere funziona così: esiste un programma, allettante in misura sufficiente, al quale aderire versando preventivamente la somma richiesta. Nei termini previsti dal suddetto programma ci si deve presentare al punto di prelievo dove ci aspetta il mezzo di trasporto a noi riservato, e anche uno o più rappresentanti dell’ente terzo che hanno il compito di guidarci durante l’escursione e di fornirci tutte le informazioni previste dal programma.
Il mezzo di trasporto (inteso anche come più mezzi differenti per capacità e tipologia) ci conduce senza interruzioni immotivate fino al punto più comodo per raggiungere l’obbiettivo del viaggio. In quel momento intervengono uno o più rappresentanti dell’ente terzo per guidare i visitatori seguendo un percorso ottimale in termini di spazio percorribile e di informazioni ottenibili.
Terminata questa fase si può passare all’obbiettivo seguente, oppure, in assenza di questo, al ritorno fino al punto previsto dal programma. Nella maggior parte dei casi tale punto corrisponde a quello di partenza.
Bene, fine del viaggio organizzato, con piena soddisfazione dei partecipanti e degli organizzatori.
Male, perché nel peggiore dei casi potreste non aver capito niente, e se avrete voglia di proseguire nella lettura ve ne darò un esempio.
Mi è difficile definirmi un turista, direi più un viaggiatore occasionale, dato che le misurate risorse economiche e le limitazioni del contratto nazionale di lavoro non mi consentono di viaggiare come e dove vorrei, condizione ancora più sofferta poiché la definizione “nostalgia di casa” non è presente nel mio dizionario. Quando viaggio i miei spostamenti sono sempre abbastanza lenti secondo il metro corrente, ciò vuol dire che l’aereo non è in cima alle mie preferenze, e men che meno l’ancora più inquinante e asociale automobile. A questo punto andrebbe detto che la mia scelta sul mezzo di trasporto non è determinata sempre dal costo dello stesso, in quanto capita che il prezzo di un volo sia inferiore all’equivalente viaggio in treno o in autobus. Diciamo che mi muovo con lentezza per avere il tempo di assaporare ogni istante della mia isolata esperienza, anche a costo di momenti di stanchezza e, perché no, anche di noia.
Quindi avanti col treno, quale che sia la velocità promessa o raggiungibile, e con gli autobus, non solamente i lussuosi Granturismo, ma anche quelli che fermano a ogni paesino, e non di meno mi va di spostarmi col tram o col filobus quando mi si presenta l’occasione.
Sia chiaro che non pretendo l’unanimità di consensi circa questa mia opinione, anzi sono perfettamente consapevole su quanto essa sia scarsamente condivisibile, e tutto sommato avete il pieno diritto di trovarla irragionevole.
Però mi va di raccontarvi un episodio che mi ha confermato una volta di più come il mio modo di viaggiare mi riservi talvolta, e ribadisco talvolta, delle sorprese illuminanti.
Chi un po’ mi conosce sa che la Boemia è abbastanza nelle mie corde, in quanto alcune affinità culturali e (forse) spirituali mi riportano spesso in quel paese. Su Praga avrei molto da dire, da spiegare, da suggerire, da rivelare, ma non lo farò qui, sarebbe un’impresa che va ben oltre la mia capacità di raccontare e la vostra di sopportare, vi basti sapere che uso questa città come base di partenza per raggiungere altre località e altre esperienze altrettanto interessanti, e badate, ho detto interessanti, il che non sottintende anche piacevoli.
Dopo vari anni di rinvii sono riuscito finalmente a organizzarmi per una visita a Terezín, quella località che per secoli e durante l’occupazione nazista era nota come Theresienstadt.
Per quei pochi che non lo sanno, Theresienstadt venne costruita dagli Asburgo nel XVIII secolo come una fortezza. Per la precisione era composta da due strutture separate, ma collegate, la “Grande fortezza” e la “Piccola fortezza”, entrambe protette da larghi canali che potevano venire allagati in funzione difensiva con le acqua del fiume Ohře che scorre accanto.
La fortificazione non ebbe mai modo di mostrare la sua efficacia, e le vicende storiche la condussero a divenire ininfluente nel corso del XIX secolo. Cessata la sua funzione difensiva, la piccola fortezza venne utilizzata come prigione.
Furono i nazisti, nella loro visione malata del mondo, a trovare per Theresienstadt un nuovo scopo, quello di campo di concentramento per gli ebrei nella grande fortezza. Mentre la piccola fortezza mantenne la sua funzione di struttura per reclusione degli oppositori politici, ovviamente con le modalità efferate che erano tipiche del nazismo, per la grande fortezza passarono circa centocinquantamila ebrei, i quali, se sopravvivevano alle difficilissime condizioni di vita del ghetto, venivano poi deportati nei campi di sterminio.
Fin qui la storia che potete leggere su qualsiasi pubblicazione relativa a Terezín.
Altra esperienza è stata arrivarci al mattino con un fumigante bus locale.
Erano da poco passate le nove, e c’era nell’aria ancora un residuo della bruma mattutina che si era levata da un’infinita distesa di campi coltivati in maniera apparentemente casuale. Le foglie erano bagnate come se avesse piovuto, e la nebbiolina formava degli aloni attorno ai puntiformi riflessi di luce.
Non c’era molta gente sull’autobus, e fummo i soli a scendere alla fermata di Terezín, sulla piazza principale di quella che un tempo fu la grande fortezza. Misurando a spanne lo spazio che il bus aveva percorso dalle prime case fino alla piazza calcolai che sarebbe bastato un quarto d’ora a piedi per attraversare tutto il piccolo centro abitato, perciò fu abbastanza sorprendente trovarsi sul lato di un giardino rettangolare lungo circa centocinquanta metri e largo cento, più esteso di un campo di calcio.
Non era niente di che, una cornice di alberelli alquanto stentati e un largo prato attraversato da un geometrico disegno di vialetti, però appariva enorme quando confrontato alle ridotte dimensioni del paese.
Quel quadrilatero verde era circondato su tutti i lati da massicci edifici a due o tre piani di evidente matrice asburgica, file e file di finestre perfettamente allineate, sequenze di archi massicci e una distesa di malte esterne sagomate a richiamare dei blocchi di pietra. Coronava il tutto una grigia chiesa più respingente della media.
Non avendo alcuna fretta decidemmo di costeggiare tutti e quattro i lati del giardino, giusto per respirare l’atmosfera di quell’anomala sistemazione spaziale. Non avevamo ancora percorso molta strada che ci venne incontro una persona anziana un po’ male in arnese, soprabito leggero grigio ardesia sulle spalle e tuta blu da ginnastica sotto. Disse qualcosa che non compresi immediatamente perché non conosco il ceco, ma anche perché biascicava più che parlare. Non era ubriaco, e comunque per esserlo già alle nove di mattina ci sarebbe voluto un bell’impegno, perciò non era il caso di allarmarsi. Sfoderando la mia migliore pronuncia dissi – Prominte, nerozumím česky.
La notizia che a quell’ora vagasse per il paese quasi deserto qualcuno che non capiva il ceco non impressionò granché il tipo, il quale si limitò a tirare fuori dalla tasca del soprabito una sigaretta e a gesti eloquenti si fece capire. Ora non ricordo se risposi in sloveno o in ceco, fatto sta che, appresa la notizia che non avevo da accendere perché non fumavo (quella sì era una notizia sorprendente in Boemia), si limitò ad alzare le spalle, e senza dire altro si allontanò con passo lento, quello di chi non ha niente da fare per quel giorno, tranne trovare qualcuno che abbia del fuoco.
Proseguimmo la nostra esplorazione, e su una panchina di cemento e legno del giardino vedemmo due persone che fissavano con estremo interesse la facciata del palazzo di fronte a loro. Erano due uomini sulla cinquantina, anche loro vestiti senza troppo stile, per non dire alla buona. Se ne stavano seduti in silenzio, composti, le mani sulle ginocchia e i piedi sotto il sedile della panchina, e mi ricordarono la buffa immagine di due scolaretti che ascoltano con interesse le parole dell’insegnante perché poi sarebbero stati interrogati. Solo passando accanto a loro mi accorsi che non stavano guardando la facciata del palazzo, o almeno non con intenti estetici, e non guardarono troppo nemmeno noi mentre stavamo occupando il loro campo visivo, in realtà non stavano fissando niente, erano come appesi a una visione tutta loro che li teneva inchiodati lì.
La faccenda cominciava ad apparirci strana, o almeno curiosa.
Alzando lo sguardo notammo camminare frettolosamente sul marciapiede accanto a un lungo palazzo rosa con finestre bordate di bianco due donne, una davanti vestita con un cappotto leggero di colore indefinibile tra il marrone e il rossiccio, e un’altra a un paio di passi di distanza con la tipica divisa bianca da infermiera, entrambe in pantofole.
Sparite quelle dentro l’edificio restarono i due uomini sulla panchina, e il vecchio che stava percorrendo i lati della piazza aspettando di accendere quella benedetta sigaretta.
Fine della popolazione visibile di Terezín.
Dato che eravamo partiti abbastanza presto avevamo saltato la prima colazione, il che ci suggerì di trovare un locale in grado di offrire qualcosa di caldo e di corroborante.
Dopo aver percorso in lungo e in largo il paese, cioè dopo meno di mezz’ora, ripiegammo sull’unico locale aperto, una sorta di caffè-bar-birreria-trattoria, però con un’insegna esterna che prometteva dello strudel. Entrammo.
Il locale era abbastanza spartano, però luminoso e pulito; oltre a un sedicente avventore al banco, noi due eravamo gli unici clienti, e avremmo dovuto avere solo l’imbarazzo della scelta su dove sederci, peccato che su ben quattro tavoli della sala fossero presenti delle strutture singolari. Sopra un piatto erano state sistemate delle posate, e su quelle un altro piatto, e così via, fino a formare una torre di quattro elementi che doveva offrire bastanti garanzie di stabilità anche se il tavolo fosse stato urtato da un cliente maldestro.
Così ci sedemmo sull’unico tavolino rimasto libero accanto alla vetrina e ordinammo, in ceco ovviamente, due cappuccini velký, grandi, anche se non c’era bisogno di specificarlo.
Dato che il caffè era bevibile, ci facemmo tentare dagli strudel promessi dall’insegna all’esterno, quindi – Dva strudel, prosím.
Dopo qualche tempo cominciammo a sospettare che stessero ancora pelando le mele, poi che fossero appena andati a coglierle sull’albero, e finimmo col chiederci quanto tempo intercorre tra piantare il seme nella terra e raccogliere le prime mele.
Intanto che stavamo elaborando quelle ipotesi non ci restava altro che osservare le persone di quel locale. L’avventore al banco era sempre lì, di spalle, con la sua mezza birra, e ogni tanto scambiava qualche parola con un altro uomo nel locale, un tipo sulla quarantina in pullover beige e pantaloni noce, una persona che sembrava non avesse niente da fare; non era un cliente, e non pareva avere una mansione specifica o riconoscibile, si limitava ad andare su e giù per il locale senza combinare niente di concreto. Difficile che fosse il padrone del locale, o il gestore, troppo rilassato, o troppo lassista sull’efficienza della cucina e del bar. Anche la cameriera appariva vagamente frastornata; andava dal banco alla cucina e viceversa senza dire niente di più di qualche monosillabo. Si era avvicinata a noi solamente per prendere le ordinazioni, e poi aveva preferito stare in disparte come se fossimo gente pericolosa da trattare con le pinze.
Finalmente, dopo un’attesa infinita, arrivarono i due strudel. Caldi. Bollenti. Non posso pensare che li avessero appena cotti, semplicemente c’avevano messo una vita a scaldarli troppo.
Sorpresa: dopo qualche morso alla mia fetta vi trovai i semi della mela, indizio indiscutibile di una lavorazione sommaria, da principianti, ma fu invece Rossana a vincere il primo premio trovando nella sua fetta di strudel tre centimetri di legno, ovvero il picciolo della mela. Sull’insegna all’esterno avrebbero dovuto scrivere: specialità della casa, strudel integrale.
Ridemmo, pagammo e andammo, col proposito di approfondire in seguito i perché delle bizzarrie di quel paese. Ci aspettavano gli aspetti meno divertenti di Terezín, e dopo una passeggiata arrivammo alla fortezza piccola, dove, nel parcheggio dedicato, stavano già i lussuosi autobus turistici e la schiera di latta delle automobili.
Oggi so cosa vidi quella mattina a Terezín, e perché sembrassero tutti strani, fuori fase, compresa la cameriera.
Nello stesso grande edificio del ghetto, quello dove i nazisti avevano girato i falsi filmati per far credere alla Croce Rossa che a Terezín gli ebrei fossero trattati più che bene, ora c’è un centro per il ricovero (o reclusione?) di persone con diverse problematiche mentali causate dall’età, da dipendenze, da deficienze croniche o altro, e che hanno bisogno di un’assistenza continuativa.
Va bene, mi direte, hai visto dei matti girare liberi, succede talvolta anche qua, e allora?
Il punto è anch’io ho provato a fare come loro, ho vagato senza meta per il paese, la grande fortezza, e vi giuro che è difficile distinguere il sano dal malato, perché è il posto stesso che ti porta alla pazzia.
Immaginatevi un luogo relativamente piccolo, una struttura a griglia di severi palazzi, non una curva, una scalinata, una sinuosità, un tornante, ma solo angoli retti, squadrati, e delle vie larghe e diritte che si possono osservare per tutta la loro, per così dire, lunghezza. Provate a figurarvi di stare all’estremità di una di queste strade, alle spalle le mura della vecchia fortezza, e vedere, in fondo, la via sbarrata da quelle stesse mura; da ogni parte si volga lo sguardo, davanti, a sinistra, a destra, dietro, ci sono sempre le mura della fortezza a negare un orizzonte, a imporre un “dentro” e a far dubitare dell’esistenza di un “fuori”. Colori pochi, delle tonalità di giallo paglierino, qualche palazzo in rosa corallo, e pochi verdi, più spenti che pallidi, azzurro non pervenuto, e comunque non davano nessuna allegria, erano belletti sulla pelle di un cadavere. Nessuna concessione al frivolo, all’eccentrico, all’improvvisato, ma unicamente ordine e funzione, misura e progetto, esibizione di potere e certezza di un nemico in agguato. Ecco, se avete abbastanza fantasia per figurarvi tutto ciò ne avete altrettanta per trovare insopportabile la permanenza nella grande fortezza, e qualora vi capitasse doverci vivere per forza, l’unica alternativa alla fuga fisica sarebbe la fuga mentale, e magari vi troverete a vagare ai bordi del grande giardino cercando del fuoco per la vostra sigaretta.
Ciò che vi ho raccontato è tutto vero, non ho aggiunto né tolto niente, né le vicende e né le mie impressioni; si è trattato solamente un’esperienza interessante, il che, come ho scritto sopra, non sottintende piacevole, comunque così lontana da risultare irraggiungibile per chi non lascia mai la sicurezza della strada vecchia, il viaggio organizzato da altri, per la nuova, il viaggio vissuto in prima persona.

Ahoj

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Vetro

Immagine da: it.dreamstime.com

Provaznická

La birra è chiara e fresca, con quel giusto di schiuma che la rende ancora più invitante. Dal piatto che ho di fronte si levano nell’aria aromi che preannunciano sapidi bocconi, e che si mischiano al profumo di malto d’orzo, al fumo di sigarette consumate con discrezione e alle conversazioni eccitate.
Al tavolo siamo accanto a una coppia di giovani slavi, lui e lei, forse polacchi, non si capisce, ma discutono in inglese con la cameriera. Non sanno vivere, non sanno viaggiare, lasciano nei piatti metà di quello che hanno ordinato, però ridono, forse allegri.
Già. Era l’unico mezzo tavolo libero in quella birreria affollata, perciò noi due ce lo condividiamo con loro, e con una grande finestra che dà sulla strada, una laterale poco trafficata, quando invece, a quest’ora di sera, lungo la la gente fa quasi a botte per passare, come se dovesse farsi strada in una calle per San Marco la domenica pomeriggio.
Mangio lentamente e ogni tanto guardo fuori, anche per non fissare troppo quei due giovani di fronte che fanno gli schizzinosi davanti al letto di cipolla cruda sotto al formaggio fresco. Di luce ce n’è quella che basta per sentirsi in un ambiente caratteristico e confortevole, non troppa, tipo sala chirurgica, non poca, che farebbe caverna, e quella di fuori è sufficiente per osservare cosa succede all’esterno. La finestra è un po’ una vetrina a rovescio, ma la merce esposta non è un granché, dei tavolini deserti, una saracinesca abbassata, la parete di fronte a quadrotti di cemento , le transenne arancione per i lavori sulla fermata di Můstek, e un paio di cassonetti di rifiuti, quelli grandi colle ruote, colore grigio ardesia o giù di lì. Ogni tanto passa qualcuno, chi ridendo, pochi, chi telefonando, troppi, chi apparentemente senza meta, un classico. L’altro lato della vetrina è di gran lunga più interessante. Le pareti ambra e rosso veneziano sono decorate con rappresentazioni licenziose che invitano alla libagione e alla libertà dalle catene delle inibizioni; non troppi turisti, e comunque non troppo invasivi, convivono con gli avventori locali, degli abitué senz’altro, o dei personaggi oltremodo estroversi; il personale opera con quel tanto di caos necessario per generare incomprensioni ed equivoci, richiami e scuse, ridicoli interludi tra una portata e l’altra.
Tutto insomma sembrerebbe procedere come al solito, o per meglio dire, quel solito al quale sono avvezzo.
Ma ecco che la vetrina si anima: prima uno e poi un altro di quei cassonetti si muove, eppure non soffia un vento talmente violento da poterli spostare, e neppure sarebbe questo l’orario migliore per il ritiro della spazzatura. No, è vero, non sono né gli elementi naturali e nemmeno quelli comunali a muovere quei grossi contenitori, si tratta bensì di una sola persona, probabilmente anche una persona sola.
Lui è abbastanza alto e, a giudicare da come gli cade addosso un vecchio giubbotto di pelle color caffè, anche abbastanza magro. Dal collo gli esce il cappuccio di una felpa, rosso vivo, e quel sommario copricapo gli nasconde in parte il viso. Lo spicchio di volto che intravedo nella scarna luce della strada non mi permette di distinguere, perciò non saprei dire se sia giovane, maturo, o vecchio: tratti scavati e barba ispida sono una maschera dietro alla quale si cela una vita senza compleanni.
Da come si muove noto però che non è un principiante e che sa quello che fa. Gli basta uno sguardo al contenuto del primo cassonetto per decidere che quello non fa al caso suo. Eppure l’interno di quei contenitori dovrebbe risultare abbastanza oscuro, sia come assenza di luce che come assenza di informazioni, ma forse il tipo si affida ad altri sensi al di fuori della vista. Intanto al giovane viziatello è arrivato il secondo giro di birra, stavolta scura, e delle fumanti salsicce alla paprica col contorno di cipolle dolci caramellate, contorno che, ne sono quasi quasi certo, lascerà colpevolmente nel piatto; la sua ragazza invece ha preso un dolce, e non mi capacito come si possa assaporare il papavero quando si ha praticamente sotto al naso gli aromi del maiale grigliato.
Torno con lo sguardo all’improbabile vetrina di fianco a me. Qualcosa è cambiato, pare che il contenuto dell’altro cassonetto sia più interessante; lui ha bloccato il coperchio in posizione aperta e con entrambe le braccia all’interno sta effettuando una specie di raccolta differenziata. Ogni tanto tira fuori qualcosa, la osserva da vicino, forse perché la luce della strada non è sufficiente per giudicare, forse perché non ha gli occhiali che comunque non potrebbe permettersi, forse perché è un tipo difficile, io non lo so, ma una selezione la fa, nel senso che qualcosa va a finire in un borsone di plastica blu con il logo di un marchio a me ignoto, suppongo quello di un grande e sfavillante centro commerciale, oppure di una famosa associazione calcistica, o magari quello di una firma esclusiva, un oggetto pensato per essere sfoggiato e non per raccogliere le carabattole minime che la società rifiuta. Questa storia è tutta un forse, un grande mistero, soprattutto per chi non ne è il protagonista, l’uomo solo su un palcoscenico di cemento e porfido.
Il più grande mistero di questa serata mi si presenta però quando volgo lo sguardo verso la controparte di questo spettacolo improvvisato, ovvero verso gli spettatori, i quali però sono del tutto assenti, assenti dall’osservare, assenti dal partecipare, assenti dal prendere atto, assenti dal ponderare, assenti ingiustificati.
Per qualche motivo che mi sfugge, pare che solamente io stia osservando ciò che avviene fuori dal locale, eppure la finestra è abbastanza grande e la faccenda sta andando avanti da quasi cinque minuti. Forse qualcuno avrà gettato uno sguardo, ma avrà giudicato che la cosa non lo riguarda e sarà tornato a ciò che lo circonda, gli allegri amici, la buona birra, gli antichi soffitti a volta a vela, la procace cameriera, il medievale stinco di porco, l’elenco dei piatti del giorno, e lo stanco svolgersi dei casi suoi. Mi chiedo se magari lui di fuori sia illuminato da una luce che non fa parte della gamma del visibile, che ne so, infrarossi o ultravioletti, anche perché anche chi si trova a passargli accanto non fa neppure il moto di averlo notato, ma è un’ipotesi alquanto azzardata e fantascientifica.
La soluzione di questo enigma è invece tanto evidente quanto invisibile, e mi sta davanti fin da quando ho guardato fuori: è il vetro. Esso dovrebbe essere un materiale trasparente, ma a quanto pare non lo è per tutti, almeno non per quelli che poco si interessano a ciò che avviene fuori dalla loro cerchia di eventi accettabili, e allora in quel caso è come se la finestra fosse stata murata, ma non con dei volgari mattoni, bensì con solida pietra, la stessa con la quale sono state innalzate le mura del nostro castello egoistico.
Allora, non per capire, ma per accettare, mi trovo a dover osservare ciò che non si può vedere: quel vetro. E ci penso.
È un materiale particolare il vetro, specialmente quel vetro; lascia passare la luce, il suono, e per certi versi anche il calore, ma non gli odori e i sapori. Cosicché io lo vedo, e se lui guardasse la finestra mi vedrebbe, io sento il rumore che fa mentre rovista tra la spazzatura, e lui avverte certamente la cacofonia di voci e rumori che quel timpano trasparente propaga all’esterno, ma i sapori che con dovizia ci vengono offerti dalla cucina a lui sono preclusi, lontani come la Luna, e così gli odori, quelli del suo lato del vetro, dolciastri di decomposizione, fetidi di marcio, graveolenti di sudore mal lavato, non arrivano alle nostre narici così perbene.
Mi chiedo quanto spesso sia quel vetro, quanto resistente esso sia per tenerci separati abbastanza a lungo, noi contro di lui, lui contro di noi, per mantenere intatte, se non le certezze, le nostre aspettative di serenità.
Mi chiedo quale evento catastrofico possa infrangere quella parete trasparente e far precipitare me, e magari altri con me, nell’universo parallelo che sto osservando e che, intimamente, mi spaventa.
Mi chiedo se invece non sia il caso di infrangerlo quel vetro, e non solo quello, ma tutti i vetri che ci mantengono, a vicenda, protetti ed esclusi, anche se temo che sui cocci finirebbero per ferirsi, come al solito, unicamente i poveracci.
E mentre mi pongo questi interrogativi i due giovani chiedono il conto, lo ricevono, lo scrutano, si vede che stanno facendo a mente i conti del cambio; infine il ragazzo tira fuori le banconote, paga e, stitico ignorante, non lascia nemmeno uno straccio di mancia.
E mentre mi pongo questi interrogativi finisco la mia birra, incerto se sentirmi un privilegiato o un verme ipocrita, o entrambe le cose.
E mentre mi pongo questi interrogativi lui ha finalmente scovato il primo premio della serata: una mela ancora intera, vergine, nemmeno morsa. Se la scruta per bene, ne ammira la superficie lucida, la tasta per sentirne la compattezza, la annusa per sentirne il profumo. Non insiste oltre, sarebbe chiedere troppo alla sorte, richiude il coperchio del cassonetto, prende il suo borsone e se ne va, sparisce tra le quinte di Staré Město, sempre colla mela nella destra, in alto, come se fosse un trofeo.
Lui se n’è andato, e io, troppo sazio, non saprò mai quanto gli sia apparsa odorosa e saporita quella mela. Se n’è andato con i suoi stracci e una vita contromano, ma lui ha trovato la sua mela, mentre io invece non ho ancora trovato la mia pace, e il retrogusto della birra m’è reso ancor più amaro dal disagio, dall’imbarazzo, forse dalla vergogna.

 

P.S. del 24/12/18 – Circa 8 mesi dopo la pubblicazione di questo testo feci una scoperta sorprendente, e ne scrissi nel postVisibili trasparenze“.

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PraguePatchwork – 05

Tutte le (mie) strade portano a Praga, ma stavolta mi sono voluto fermare un po’ nella Boemia meridionale. Come si dice: ero di passaggio…

Ecco alcune immagini di Český Krumlov, un paese che si trova su un’ansa della Vltva (Moldava), e che ha mantenuto intatta parte della sua antica struttura. È una sensazione indimenticabile girare per le stradine che si insinuano tra le case vecchie di secoli, piccole come case di bambole, quasi la scenografia di un teatro per la rappresentazione di una commedia di Molière.

Dal 1992 Český Krumlov è stata dichiarata dall’UNESCO “Patrimonio dell’umanità”, e non serve molta immaginazione per comprenderne le motivazioni. Tra i miei propositi per gli anni a venire c’è sicuramente quello di tornarci.
Appena fuori dalla porta dalla mia pensioncina, ecco come si presentava dopo una spruzzata di neve, e si era alla fine di marzo!

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Český Krumlov è famosa anche per il suo castello le cui origini risalgono al XIII secolo. Il suo aspetto attuale è dovuto a un radicale rinnovamento in stile rinascimentale nel XVI secolo, e in stile barocco e rococó nel XVIII secolo.
L’edificio è un grande complesso monumentale, secondo solamente al Castello di Praga, ed è stato fino al 1871 lussuosa dimora degli Schwarzenberg, nobile e facoltosa casata franco-boema che oltre a questo possedeva castelli a Hluboká, Vimperk, Třeboň, Orlík nad Vltavou, Čimelice, Zvikov e Scheinfeld, un palazzo a Vienna e uno a Praga, più la cappella dell’ossario di Sedlec, vicino a Kutná Hora, del quale potete trovare alcune immagini qui.
Karel Schwarzenberg, (Karl Johannes Nepomuk Josef Norbert Friedrich Antonius Wratislaw Mena Prinz zu Schwarzenberg, per gli amici Carlo VII principe di Schwarzenberg) fu consigliere del presidente Václav Havel, ed è attualmente ministro degli esteri della Repubblica Ceca; della serie “questi qua son sempre sulla breccia e non li butti giù neanche a cannonate…”

Ecco uno degli ingressi del castello, sopra il fossato degli orsi (in estate ci sono veramente!). Gli orsi sono forse un omaggio alla (o della) famiglia degli Orsini (poi Orsini-Rosenberg) con i quali gli Schwarzenberg avevano ottimi rapporti.

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Il castello è curato nei minimi particolari. Anche un umile abbaino è decorato come se fosse una porcellana da esposizione, …

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… e una finestrella, magari quella del ripostiglio delle scope, può fregiarsi della sua bella decorazione in stile.

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Dal castello il paese offre, se possibile, una sua visione ancora più affascinante, e provatevi a immaginare questi luoghi in una bella giornata di sole, P1050358.

Una sbirciatina attraverso una specie di oblò della torre mi informa che sto salendo, e anche le ginocchia stanno mandando lo stesso messaggio.

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Dopo 160 scalini in pietra o in legno, alti e infidi, finalmente sono arrivato in cima alla torre. Sotto di me si stende tutta Český Krumlov, avvinta alla Vltva, quel fiume che ha rischiato di spazzarla via durante la tremenda alluvione del 2002, dalla quale però la cittadina si è ripresa benissimo, tanto che quasi non si notano più i segni di quell’evento. P1050386.

Ecco Latrán, la viuzza ricca di locali e negozi caratteristici, che va sino alla “Porta di Budějovice”, un’imponente (in proporzione al paese) costruzione a forma di arco trionfale.

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Per oggi basta, altrimenti mi metto a piangere, ma non finisce qui. C’è ancora molto da dire e vedere, e vi prometto che nel prossimo post vi racconterò anche le cose importanti, ovvero dove andare a mangiare e bere.

Ahoj

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Altre immagini sono disponibili nei post
PraguePatchwork – 01
PraguePatchwork – 02
PraguePatchwork – 03
PraguePatchwork – 04