Visibili trasparenze

E fuori piove continuamente e non vuole smettere. A me importa poco, io sto all’asciutto, mi vergogno soltanto di prendere l’abbondante colazione davanti all’imbianchino che proprio in questo momento sta sull’armatura sospesa davanti alle mie finestre e, furibondo per la pioggia che un po’ ha smesso e per la quantità di burro che stendo sul pane, spruzza i vetri senza che ve ne sia bisogno, e anche questa è soltanto fantasia e probabilmente egli si cura di me mille volte meno che io di lui. Adesso però lavora davvero sotto la pioggia torrenziale e nella tempesta.

Badate, non è farina del mio sacco. Si tratta di alcune frasi tratte da una lettera che Franz Kafka scrisse a Milena Jesenská durante un piovoso giovedì.
Ne ho sentito parlare nel corso di una dotta disquisizione sull’opera dello scrittore praghese, e sono rimasto colpito da come egli confessi il suo (immotivato) disagio per il solo fatto di stare al coperto, davanti a un’abbondante colazione, mentre fuori un poveraccio si trova a lottare contro gli elementi sociali e gli elementi della natura. A voler leggere oltre al testo si potrebbe percepire la vergogna di Kafka, quella causata dalla consapevolezza del godere di un immeritato privilegio quando ci si confronta con la vittima di quell’imbroglio.
Per separare lo scrittore e l’imbianchino non bastano le diversità culturali, nemmeno l’evidente sperequazione economica, e neppure il fatto che uno sia gravemente ammalato mentre il secondo magari gode di una salute di ferro, no, a separarli basta un vetro, ma essendo quest’ultimo trasparente rende insopportabile la separazione.
Per uno di quegli strani casi della vita mi trovai anch’io coinvolto riflessioni simili, anzi, trattandosi di vetro, le definirei diffrazioni, nel senso che un dettaglio lo ha attraversato, quindi si è moltiplicato e scomposto in cento direzioni, e ancora riverbera nella mia mente.
Badate bene, non mi passa nemmeno per l’anticamera del cervello l’idea di paragonarmi a Franz Kafka, anche se, va detto, nessuno oggi riuscirebbe a scrivere anche una sola riga che possa reggere il paragone.
Ciò che mi ha impressionato è stata la coincidenza del catalizzatore, un materiale talmente comune, talmente abituale, talmente scontato da essere praticamente invisibile: il vetro.
È proprio “Vetro” si intitola un mio vecchio articolo, nel quale ho cercato di dare forma leggibile alle mie impressioni, e al quale, se ne avete voglia, vi rimando.

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Il più grande

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È indubbiamente un cavallo, …DSCN0050_R

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 … di un monumento equestre, …P1060644.

… di un GRANDE monumento equestre!P1060646

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Si tratta del monumento a Jan Žižka, il condottiero hussita (della fazione taborita) che dopo la prima defenestrazione di Praga armò i contadini boemi e sconfisse ripetutamente le armate del Re di Boemia e alleato del Papa, Sigismondo di Lussemburgo.
Nel 1420 Žižka difese Praga e respinse i crociati sul colle di Vítkov, poi rinominato in Žižkov proprio per ricordare l’incredibile vittoria sui temibili cavalieri di Sigismondo.
Žižka, avendo a disposizione delle forze ben motivate ma scarsamente armate, apportò delle geniali innovazioni di tecnica militare, tra le quali il cerchio di carri (come quelli che avrebbero poi realizzato con i Conestoga i pionieri del Far West) e l’artiglieria mobile, oppure inventò armi nuove, per esempio applicò dei chiodi al correggiato, lo strumento contadino per battere i cereali, trasformandolo in una temibile arma simile al mazzafrusto.
Già cieco di un occhio, nel 1921 fu colpito da una freccia durante l’assedio del castello di Rabí e perse anche l’altro occhio. Nonostante la completa cecità egli continuò a guidare gli hussiti di vittoria in vittoria contro i papisti. Poco prima di soccombere alla di peste nei pressi di Přibyslav, egli chiese che la sua pelle fosse utilizzata per i tamburi del suo esercito, così da poterli guidare ancora dopo la morte.
Jan Žižka fu uno dei pochi condottieri che non perse mai una battaglia, e senz’altro fu il più grande stratega militare del suo tempo. Il suo monumento equestre eretto nel 1950 sul colle di Žižkov, con le sedici tonnellate e mezza di bronzo che lo compongono, è il più grande d’Europa (e il terzo nel mondo).
Qualcuno si starà chiedendo come mai nei nostri testi di storia il suo nome non appaia con la giusta rilevanza che meriterebbe.
La risposta è molto semplice: come un altro illustre personaggio di due secoli prima, il re di Boemia Otakar II che estese i suoi domini fino all’Adriatico settentrionale, ebbe il torto di porsi in conflitto con la curia di Roma, e si sa che il Vaticano, da sempre influente se non addirittura invasivo nelle vicende secolari italiane ed europee, è uso manipolare la storia a suo esclusivo beneficio, precedendo di molti secoli ciò che G. Orwell paventava nel suo “1984”.
Per Roma era preferibile che scivolassero nell’oblio gli importanti accadimenti boemi del ‘400, quel generoso movimento di popolo che anticipò di cent’anni la Riforma Protestante di Martin Lutero, e che impallidisse anche il ricordo di coloro che predicarono e difesero, anche a costo della vita, una loro idea di chiesa meno formale, meno contigua al potere e al denaro, Jan Hus, Girolamo da Praga, Jan Želivský, e ovviamente Jan Žižka.

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P.S. “All’occhio accecato” la birreria-pub di Praga con le decorazioni che narrano in maniera molto originale le avventure di Žižka, è uno dei locali che preferisco. Se ce la fate a trovarlo, a entrarci, e a restarci abbastanza a lungo (per un paio di birre almeno), forse potremmo anche andare d’accordo. 🙂

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