Intanto

Dal blog www.ultimelune.it

Praga non è solamente il Ponte Carlo, il Castello, la Cattedrale di San Vito, il Vicolo d’Oro, la Torre dell’Orologio, Piazza Venceslao, Mala Strana, la Casa Danzante, eccetera, tutte cose che trovate abbondantemente illustrate in qualsiasi libriccino turistico, Praga è un palcoscenico sul quale, a vostra insaputa, dovete da recitare a braccio, e se avete un po’ di fortuna potreste accorgervi che anche dietro le quinte ci sono aspetti interessanti, e forse più veri.
Intanto

Visibili trasparenze

E fuori piove continuamente e non vuole smettere. A me importa poco, io sto all’asciutto, mi vergogno soltanto di prendere l’abbondante colazione davanti all’imbianchino che proprio in questo momento sta sull’armatura sospesa davanti alle mie finestre e, furibondo per la pioggia che un po’ ha smesso e per la quantità di burro che stendo sul pane, spruzza i vetri senza che ve ne sia bisogno, e anche questa è soltanto fantasia e probabilmente egli si cura di me mille volte meno che io di lui. Adesso però lavora davvero sotto la pioggia torrenziale e nella tempesta.

Badate, non è farina del mio sacco. Si tratta di alcune frasi tratte da una lettera che Franz Kafka scrisse a Milena Jesenská durante un piovoso giovedì.
Ne ho sentito parlare nel corso di una dotta disquisizione sull’opera dello scrittore praghese, e sono rimasto colpito da come egli confessi il suo (immotivato) disagio per il solo fatto di stare al coperto, davanti a un’abbondante colazione, mentre fuori un poveraccio si trova a lottare contro gli elementi sociali e gli elementi della natura. A voler leggere oltre al testo si potrebbe percepire la vergogna di Kafka, quella causata dalla consapevolezza del godere di un immeritato privilegio quando ci si confronta con la vittima di quell’imbroglio.
Per separare lo scrittore e l’imbianchino non bastano le diversità culturali, nemmeno l’evidente sperequazione economica, e neppure il fatto che uno sia gravemente ammalato mentre il secondo magari gode di una salute di ferro, no, a separarli basta un vetro, ma essendo trasparente, esso rende insopportabile la separazione.
Per uno di quegli strani casi della vita mi trovai anch’io coinvolto in riflessioni simili, anzi, trattandosi di vetro, le definirei diffrazioni, nel senso che un dettaglio lo ha attraversato, quindi si è moltiplicato e scomposto in cento direzioni, e ancora riverbera nella mia mente.
Badate bene, non mi passa nemmeno per l’anticamera del cervello l’idea di paragonarmi a Franz Kafka, anche se, va detto, nessuno oggi riuscirebbe a scrivere anche una sola riga che possa reggere il paragone.
Ciò che mi ha impressionato è stata la coincidenza del catalizzatore, un materiale talmente comune, talmente abituale, talmente scontato da essere praticamente invisibile: il vetro.
È proprio “Vetro” si intitola un mio vecchio articolo, nel quale cercai di dare forma leggibile alle mie impressioni, e al quale, se ne avete voglia, vi rimando.

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Il più grande

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È indubbiamente un cavallo, …DSCN0050_R

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 … di un monumento equestre, …P1060644.

… di un GRANDE monumento equestre!P1060646

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Si tratta del monumento a Jan Žižka, il condottiero hussita (della fazione taborita) che dopo la prima defenestrazione di Praga armò i contadini boemi e sconfisse ripetutamente le armate del Re di Boemia e alleato del Papa, Sigismondo di Lussemburgo.
Nel 1420 Žižka difese Praga e respinse i crociati sul colle di Vítkov, poi rinominato in Žižkov proprio per ricordare l’incredibile vittoria sui temibili cavalieri di Sigismondo.
Žižka, avendo a disposizione delle forze ben motivate ma scarsamente armate, apportò delle geniali innovazioni di tecnica militare, tra le quali il cerchio di carri (come quelli che avrebbero poi realizzato con i Conestoga i pionieri del Far West) e l’artiglieria mobile, oppure inventò armi nuove, per esempio applicò dei chiodi al correggiato, lo strumento contadino per battere i cereali, trasformandolo in una temibile arma simile al mazzafrusto.
Già cieco di un occhio, nel 1921 fu colpito da una freccia durante l’assedio del castello di Rabí e perse anche l’altro occhio. Nonostante la completa cecità egli continuò a guidare gli hussiti di vittoria in vittoria contro i papisti. Poco prima di soccombere alla di peste nei pressi di Přibyslav, egli chiese che la sua pelle fosse utilizzata per i tamburi del suo esercito, così da poterli guidare ancora dopo la morte.
Jan Žižka fu uno dei pochi condottieri che non perse mai una battaglia, e senz’altro fu il più grande stratega militare del suo tempo. Il suo monumento equestre eretto nel 1950 sul colle di Žižkov, con le sedici tonnellate e mezza di bronzo che lo compongono, è il più grande d’Europa (e il terzo nel mondo).
Qualcuno si starà chiedendo come mai nei nostri testi di storia il suo nome non appaia con la giusta rilevanza che meriterebbe.
La risposta è molto semplice: come un altro illustre personaggio di due secoli prima, il re di Boemia Otakar II che estese i suoi domini fino all’Adriatico settentrionale, ebbe il torto di porsi in conflitto con la curia di Roma, e si sa che il Vaticano, da sempre influente se non addirittura invasivo nelle vicende secolari italiane ed europee, è uso manipolare la storia a suo esclusivo beneficio, precedendo di molti secoli ciò che G. Orwell paventava nel suo “1984”.
Per Roma era preferibile che scivolassero nell’oblio gli importanti accadimenti boemi del ‘400, quel generoso movimento di popolo che anticipò di cent’anni la Riforma Protestante di Martin Lutero, e che impallidisse anche il ricordo di coloro che predicarono e difesero, anche a costo della vita, una loro idea di chiesa meno formale, meno contigua al potere e al denaro, Jan Hus, Girolamo da Praga, Jan Želivský, e ovviamente Jan Žižka.

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P.S. “All’occhio accecato” la birreria-pub di Praga con le decorazioni che narrano in maniera molto originale le avventure di Žižka, è uno dei locali che preferisco. Se ce la fate a trovarlo, a entrarci, e a restarci abbastanza a lungo (per un paio di birre almeno), forse potremmo anche andare d’accordo. 🙂

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Tutte le (mie) strade portano a Praga, ma stavolta mi sono voluto fermare un po’ nella Boemia meridionale. Come si dice: ero di passaggio…

Ecco alcune immagini di Český Krumlov, un paese che si trova su un’ansa della Vltva (Moldava), e che ha mantenuto intatta parte della sua antica struttura. È una sensazione indimenticabile girare per le stradine che si insinuano tra le case vecchie di secoli, piccole come case di bambole, quasi la scenografia di un teatro per la rappresentazione di una commedia di Molière.

Dal 1992 Český Krumlov è stata dichiarata dall’UNESCO “Patrimonio dell’umanità”, e non serve molta immaginazione per comprenderne le motivazioni. Tra i miei propositi per gli anni a venire c’è sicuramente quello di tornarci.
Appena fuori dalla porta dalla mia pensioncina, ecco come si presentava dopo una spruzzata di neve, e si era alla fine di marzo!

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Český Krumlov è famosa anche per il suo castello le cui origini risalgono al XIII secolo. Il suo aspetto attuale è dovuto a un radicale rinnovamento in stile rinascimentale nel XVI secolo, e in stile barocco e rococó nel XVIII secolo.
L’edificio è un grande complesso monumentale, secondo solamente al Castello di Praga, ed è stato fino al 1871 lussuosa dimora degli Schwarzenberg, nobile e facoltosa casata franco-boema che oltre a questo possedeva castelli a Hluboká, Vimperk, Třeboň, Orlík nad Vltavou, Čimelice, Zvikov e Scheinfeld, un palazzo a Vienna e uno a Praga, più la cappella dell’ossario di Sedlec, vicino a Kutná Hora, del quale potete trovare alcune immagini qui.
Karel Schwarzenberg, (Karl Johannes Nepomuk Josef Norbert Friedrich Antonius Wratislaw Mena Prinz zu Schwarzenberg, per gli amici Carlo VII principe di Schwarzenberg) fu consigliere del presidente Václav Havel, ed è attualmente ministro degli esteri della Repubblica Ceca; della serie “questi qua son sempre sulla breccia e non li butti giù neanche a cannonate…”

Ecco uno degli ingressi del castello, sopra il fossato degli orsi (in estate ci sono veramente!). Gli orsi sono forse un omaggio alla (o della) famiglia degli Orsini (poi Orsini-Rosenberg) con i quali gli Schwarzenberg avevano ottimi rapporti.

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Il castello è curato nei minimi particolari. Anche un umile abbaino è decorato come se fosse una porcellana da esposizione, …

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… e una finestrella, magari quella del ripostiglio delle scope, può fregiarsi della sua bella decorazione in stile.

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Dal castello il paese offre, se possibile, una sua visione ancora più affascinante, e provatevi a immaginare questi luoghi in una bella giornata di sole, P1050358.

Una sbirciatina attraverso una specie di oblò della torre mi informa che sto salendo, e anche le ginocchia stanno mandando lo stesso messaggio.

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Dopo 160 scalini in pietra o in legno, alti e infidi, finalmente sono arrivato in cima alla torre. Sotto di me si stende tutta Český Krumlov, avvinta alla Vltva, quel fiume che ha rischiato di spazzarla via durante la tremenda alluvione del 2002, dalla quale però la cittadina si è ripresa benissimo, tanto che quasi non si notano più i segni di quell’evento. P1050386.

Ecco Latrán, la viuzza ricca di locali e negozi caratteristici, che va sino alla “Porta di Budějovice”, un’imponente (in proporzione al paese) costruzione a forma di arco trionfale.

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Per oggi basta, altrimenti mi metto a piangere, ma non finisce qui. C’è ancora molto da dire e vedere, e vi prometto che nel prossimo post vi racconterò anche le cose importanti, ovvero dove andare a mangiare e bere.

Ahoj

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Avrete certo sentito nominare i cristalli di Boemia. Questi oggetti di eccezionale brillantezza vengono lavorati da abili artigiani che ne ricavano dei veri gioielli, ricercatissimi in tutta Europa fin dal 1600.
Girando per Praga incontrerete un’infinità di negozi che vendono queste crazioni in cristallo, da un grazioso fermacarte a un imponente lampadario, o dalla bigiotteria alla gioielleria. Avendo un occhio esperto saprete riconoscere gli oggetti lavorati a mano, quelli che “brillano” per originalità e valore artistico. Se invece voleste andare sul sicuro, dato che la Staroměstské Náměstí dovete obbligatoriamente vederla, potreste fare una capatina da Moser.

Si dà il caso però che io non possa permettermi il “cristallo di Boemia”, e allora sono costretto a ripiegare sul “vetro di Praga”, che anche questo fa la sua bella figura, sia del suo che per riflesso.

Ciò che per noi è una finestra, apertura generalmente rettangolare contornata da un telaio di metallo o di legno che sostiene un pannello sottile di materiale trasparente in grado di isolare l’ambiente interno dagli agenti atmosferici esterni e di consentire il passaggio della luce solare, a Praga diventa l’ccasione per comporre un quadro.

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Il vetro c’è ma non si vede (anche perché è pulitissimo) sopra questo elaborato ingresso che si trova nella prima corte del castello.

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Il vetro oppone poca resistenza alla luce, le cede volentieri, ma talvolta ci gioca un po’. E’ sempre lì, da secoli, e allora in qualche modo bisogna pur passare il tempo.

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A volte una grigia finestra si fa bella con qualche riflesso maestoso, quasi a ricordarci che lei può, perché lei è comunque a casa sua, e noi no, noi siamo solamente ospiti che vagano per Praga con la bocca spalancata.

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Capita che il riflesso sia assai fuori dall’ordinario, come questo qua che ho pescato su una vetrata della Galeria Lucerna.

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Il vetro dell’insegna di questa birreria riflette la sagoma del convento di Loreto (di Praga), il cui edificio principale, la Santa Casa, è la replica di quella che si trova presso il Santuario di Loreto, vicino ad Ancona.
Allo scoccare di ogni ora, dalle nove di mattina alle sei di sera, è possibile ascoltare il suono del carrillon olandese del ‘700, formato da ventisette campane le quali intonano la canzone mariana “Ti salutiamo mille volte”. Notevoli le decorazioni interne del santuario e la collezione denominata “Il tesoro di Loreto”, preziosi oggetti liturgici tra i quali anche un ostensorio del ‘600 che fa sfoggio di più di 6000 (seimila) diamanti incastonati.
Ogni volta che vado a Praga non manco mai da fare una visita… alla birreria ovviamente!

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Questa sottile lastra di vetro non è sufficiente a proteggerci dal messaggio inquietante che ci trasmette il vecchio cimtero ebraico di Praga. In questo francobollo di terra, dal XV al XVIII secolo sono state sepolte circa 100.000 persone, uno strato sopra l’altro, una lapide sopra l’altra, un dolore sopra l’altro. E’ impossibile non restarne impressionati.

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Vetro e luce, un binomio inscindibile. Come vetro e fantasia del resto, in quanto il vetro si presta a mille forme. E allora luce sia, da questo splendido lume di una casa a Nový Svět.

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E’ tardi, giusto il tempo per un passaggio sul Ponte Carlo. Ora che non c’è più luminosità sufficiente per fare una scialba foto ricordo, la massa di turisti è scappata, il ponte si è ripreso i suoi spazi, e il vetro di questo fanale non si è ancora acceso di luce abbagliante, lasciando che a splendere sia Praga.

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Come l’altra volta, adesso vado a farmi una Staropramen, tanto per affogare la malinconia di non essere lì, ora. Mi consolo con la prospettiva di ritornarci, perché ne ho ancora di cose da scoprire, oltre ai vecchi luoghi da ritrovare.
Badate che, rispetto alla realtà, le mie foto sono poca cosa, un brodino annacquato, ma è il meglio che riesco a fare. Andate e vedete, capirete che non sto esagerando. Io intanto comincio a scegliere le fotografie per il prossimo post…

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Basta stare al chiuso, usciamo e andiamo a prendere un po’ d’aria.

Niente di meglio di un giretto sul lungofiume, o, se il pazzerello tempo boemo lo permette, nel fiume, in battello ovviamente.

Sto parlando della Vltava (Moldava), il fiume che nasce in una selva ai confini con la Germania e l’Austria, e che, dopo aver attraversato le famose località di Český Krumlov (città e castello patrimonio UNESCO) e di České Budějovice (culla della birra Budweiser), e aver fatto visita a numerosi castelli, Rožmberk, Hluboká, Zvíkov, Orlík, arriva a finalmente Praga, dove diventa protagonista e indissolubile compagna della vita di questa città.
Lasciata Praga, la Vltava quindi prosegue verso Nord, per unirsi infine con il fiume Labe (Elba).

Alla Vltava Bedřich Smetana dedicò un poema sinfonico, uno dei sei che fa parte del ciclo Má vlast (la mia patria) composto fra il 1874 ed il 1879.

Già che ci sono, ho aggiunto un link a questo poema sinfonico di Smetana.

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Ecco la Vltava vista da Vyšehrad (il castello alto), prima residenza dei duchi di Boemia e dei re cechi, località antesignana della futura gloria di Praga. Per inciso, a Vyšehrad è dedicato il primo poema sinfonico del ciclo Má vlast

A Vyšehrad ci si arriva in tram, magari passandoci sotto (o dentro).

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Imperativo, ineludibile, inevitabile, imprescindibile, un passaggio sotto Karlův Most (Ponte Carlo), il più famoso (e frequentato) ponte di Praga.
Fu fatto costrurire agli inizi del ‘400 da Carlo IV, Re di Boemia e Imperatore del Sacro Romano Impero. Sul suo conto (del ponte) girano parecchie storie, a metà tra la leggenda e la bufala. Una di queste racconta che, per rendere più resistente la malta, venne usato nell’impasto anche tuorlo d’uovo, anzi, Carlo IV ordinò che tutti i paesi del regno fornissero a tale scopo un carro di uova. Si narra che uno dei villaggi più lontani, per incomprensione, per ignoranza, o semplicemente per prudenza vista la lunghezza del viaggio, inviò un carro di uova sode!

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Successivo a Smetana, ma non per questo meno famoso, é Antonín Dvořák, il quale si è sempre distinto dal suo illustre predecessore per una visione abbastanza diversa del suo paese (e della vita), e anche lo stile musicale ne ha risentito di conseguenza. Meno di vent’anni dividono i due compositatri, ma sembrano un secolo. E’ abbastanza indicativo il fatto che Dvořák, pur avendo dedicato moltissime composizioni alla sua terra, è noto al grande pubblico per la Sinfonia n. 9 in mi minore intitolata “Dal Nuovo Mondo”, composta a New York nel 1893.

Eccovi il 4° movimento di questa famosa sinfonia.

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Forse Dvořák, in quella metropoli già frenetica di un continente sterminato, si ricordava di un altro Nuovo Mondo, più piccolo, più antico, più familiare. Sto parlando di Nový Svět (Nuovo Mondo), un quartiere di piccole case di epoca rinascimentale, un pugno di piccoli edifici ai piedi di Loreta.
Nato intorno al 1360 come sobborgo di Hradčany, questo quartire venne ben presto inglobato nel castello, diventando la dimora dei dipendenti del castello stesso.
Mi restano ancora ignoti i motivi che indussero i praghesi a chiamare questo quartiere “Nuovo Mondo”, però mi permetto di sottolineare due coincidenze. La prima è che proprio nel periodo della ricostruzione del borgo dopo un furioso incendio, qualche avventuroso attraversando l’oceano aveva effettivamente scoperto un “nuovo mondo”. La seconda è che nel 1600 in questo quartiere dimorò l’astronomo Tycho Brahe, il quale non si accontentava di un solo nuovo mondo, ma ipotizzava un intero nuovo universo.

Il posto non è semplicissimo da trovare e, come ben vedete, non è stato ancora invaso dai turisti.

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Queste casette un tempo ospitavano la povera gente, pescatori, falegnami, braccianti, mentre oggi sono tra le più quotate di tutta Praga, anche perché la zona è tranquillissima, pur essendo a quattro passi (ma veramente quattro) dal centro.

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Bene, ora mi è venuta sete; vi lascio e vado a farmi una birra, una Staropramen ovviamente. Comunque niente paura, ce ne sono ancora di cose strane da vedere, vi chiedo solamente un po’ di pazienza. Come dice quel proverbio: meglio le cose brutte tutte in una volta, e quelle belle una alla volta. E mi sa che qua la storia è ancora lunga…

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Come promesso, ecco qualche altra patch (pezza) su Praga. Restiamo ancora un po’ nella Zlatá ulička, il Vicolo d’Oro. Non ci sono solamente i negozietti, ma anche testimonianze del tempo che fu.

La visita storica al vicolo può cominciare coll’inerpicarsi su per la torre di Dalibor. Nata come opera difensiva, la torre fu in seguito trasformata in prigione. Tra i suoi “ospiti” si annovera un tale Dalibor, condannato a morte per ribellione, sovversione, roba del genere. I monarchi dell’epoca non andavano tanto per il sottile: chi si arrischiava ad alzare la testa, ben presto la perdeva. Questo Dalibor era però anche un bravo violinista e, seppur imprigionato (c’è chi dice per anni), continuò a suonare il suo strumento. Si narra che i praghesi si accalcassero sotto alla torre per ascoltarlo. Un giorno però non si udì il suono del violino: la pena capitale era stata eseguita. E’ storia? E’ leggenda?

Lasciamo perdere queste cose epiche, e andiamo invece a vedere come viveva la gente comune in queste minuscole casette.

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Oggi lo si definirebbe un monolocale, roba per giovanotti di belle speranze. Nel XVI secolo questo era il laboratorio-studio-camera di un alchimista al servizio di Rodolfo II d’Asburgo. Se questi erano gli standard di comodità per un luminare al servizio del sovrano, potete farvi un’idea di come vivevano (si fa per dire) i poveri diavoli.

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Così si facevano le candele. La luce per illuminare la stanza (non ho usato il flash) proviene da una minuscola finestra in alto, quindi all’epoca si lavorava praticamente sempre in penombra, in quanto le candele dovevano essere vendute e non “consumate” in loco. Ah, e non pensate che ci fosse un camino. I fumi uscivano dalla stessa finestrella in alto, dopo aver svolto la funzione accessoria di riscaldamento del locale. Alla faccia della salute!

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Dopo tanto lavorare, una sosta è più che meritata. Ecco allora questo locale trattoria-bar-enoteca-birreria-ostello-refugio peccatorum, e forse, visto l’immagine licenziosa a sinistra, attività atta a fornire altri tipi di ristoro. In quegli anni gli avventori, pagando, potevano trovare alloggio per la notte, ma non in una camera, bensì direttamente dove avevano gozzovigliato: in pratica si addormentavano sul tavolo. Come va la cervicale?

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Il percorso storico del Vicolo d’Oro si snoda attraverso varie epoche, ognuna con una sua stanza caratteristica, un laboratorio, e la relativa oggettistica, fino ad arrivare alle case dei nostri bisnonni, ancora senza l’acqua in casa e men che meno l’energia elettrica. Questa cucina (ma anche soggiorno, stanza da lavoro, sala da pranzo) racconta di tempi antichi, però in rapida evoluzione, di povertà e dignità, di vita sempre misurata, nell’economia e nei gesti, di un mondo, piccolo e in parte ancora misterioso, che di lì a poco sarebbe stato sconvolto da una guerra distruttiva.

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Ecco le prime tre patch (pezze) su Praga. Se avrete pazienza, vedrete quanti aspetti diversi presenta questa città, fino a darvi l’illusione di aver capito il disegno globale di questo puzzle. Ho detto l’illusione, perché quando si arriva lì ci si rende subito conto di non aver ancora compreso, e si dispera di riuscire a farlo. Pazienza, la ragionevole conoscenza non è sempre un bene, molto meglio talvolta restare bambini, non capire, ma continuare a meravigliarsi.

Cominciamo dal castello, e per la precisione dalla Zlatá ulička, il Vicolo d’Oro.

In origine, nel diciassettesimo secolo, queste casette minuscole servivano ad alloggiare le guardie del castello (con relative famiglie). Poi, venute meno le esigenze militari, vi si stabilirono orafi e alchimisti, questi ultimi impegnati nella ricerca della pietra filosofale, la sostanza che avrebbe posseduto tre poteri, primo, quello di garantire l’immortalità, essendo una panacea universale, secondo, quello di donare la sapienza suprema, l’onniscienza, la conoscenza assoluta del bene e del male, del passato e del futuro, e terzo, la capacità di trasformare i metalli vili in oro, un Re Mida alchemico che faceva gola a tutti. Il vicolo deve appunto il suo nome alla presenza dei laborarori orafi, opportunamente vicini al centro di potere boemo.

Dal diciottesimo secolo il castello subì un’inevitabile fase di decadenza, in quanto il potere degli Asburgo aveva sede a Vienna, e anche il Vicolo d’Oro si dovette adeguare, ospitando attività meno nobili. A fine ‘800 divenne un quartiere un po’ bohemien, una specie di Greenwich Village di Praga, ospitando numerosi artisti, tra i quali, al numero 22, anche Franz Kafka, durante il 1916 e il 1917.

In questi ultimi anni il Vicolo d’Oro ha ritrovato la sua antica ragion d’essere, realizzando, almeno in parte, una delle promesse della mitica pietra filosofale,  l’elemento tanto cercato in questi minuscoli laboratori. Sì, in questa viuzza si produce oro, tanto oro, è quello degli innumerevoli turisti che la percorrono, e che vi trovano delle bottegucce caratteristiche nelle quali si vendono gradevoli (e spesso costosi) oggetti di produzione artigianale, alcuni anche con una non indifferente valenza artistica. Impossibile resistere.

Voilà

Nel vicolo anche la luce è d’oro,…

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… la stessa luce che sfiora le foglie di questo albero imprigionato nel castello.

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Ah, Praga, oro, tesoro, coloro, decoro. Adoro!

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Praga – Istruzioni per l’uso

  Una gita a Praga,  

ovvero come unire al dilettevole anche il dilettevole.

Dall’1 al 3 aprile 2011, in quel di Praga, si terrà il 5° Meeting internazionale di Patchwork.

Le due edizioni precedenti, che ho avuto la fortuna di vedere, sono state piacevolmente sorprendenti per l’originalità e la freschezza dei lavori esposti. Anche il clima aveva una certa sua freschezza, ma questo è un altro discorso…

Un’inventiva sciolta, unita a una assoluta temerarietà nell’uso del colore, hanno generato dei veri capolavori, composizioni geniali, mai scadenti nella supponenza o nell’inutilmente elaborato.

L’ammirazione è maggiormente dovuta anche in considerazione del fattore età, che nel caso delle quilter praghesi è relativamente bassa, e sappiamo bene quanto conti l’esperienza in questa attività. Non oso pensare cosa saranno capaci di combinare tra qualche anno!


In molte parti della Boemia, il patchwork è una piacevole novità, e le artiste locali hanno trovato in esso vasti spazi di espressione estetica e culturale. Se poi sommiamo pure la voglia di libertà espressiva, di spensieratezza, di vivacità, in un paese per troppo tempo confinato e compresso in spazi angusti, soffocato da poteri occhiuti e pervasivi, emergono una passione e una creatività senza limiti.


La sensazione di trovarsi di fronte a un processo in divenire, destinato a crescere, un bocciolo che non ha ancora pienamente disteso al sole la sua affascinante corolla, è confermata dall’organizzazione un po’ naif (mi piace!) della manifestazione, e da come questa sia ancora (purtroppo) relegata in periferia, collocata in ambienti resi adatti solo grazie alla fantasia e alla buona volontà dell’associazione locale.


Tra l’altro, per motivi che mi sono ignoti, finora questo interessante meeting internazionale è stato, quasi sempre, un po’ snobbato dalle riviste del settore, le quali insistono nel promuovere prevalentemente le grandi manifestazioni che sono ben note al pubblico.

Visto l’innegabile successo delle mostre precedenti, in futuro le quotazioni del patchwork a Praga godranno probabilmente di maggior credito, e sarà finalmente riconosciuto il valore artistico di queste opere tessili, alle quali verrà offerta una sistemazione adeguata, più centrale, sperando che, col crescere della considerazione, non si perda per strada la schiettezza che rende unici questi gioielli del cucito creativo.



Se per raggiungere l’esposizione è necessario soffrire (ma solo un po’), la visita di Praga è una gioia per gli occhi: non si sa dove posare lo sguardo, tante e tali sono le cose da vedere.

Non è necessario che descriva tutte le attrazioni che offre questa antica città, il castello, la città piccola con le sue caratteristiche viuzze, la Moldava e i suoi ponti (non perdetevi una gita in battello!), il vecchio quartiere ebraico, il parco di Stramovska, i musei (Kafka e Mucha, tanto per fare dei nomi);  se già non le conoscete le potete pregustare su qualsiasi guida turistica, oppure anche in qualche sito internet (es. Guida di Praga , Praga con Alberto, ecc.).

Però ci sono ancora altri buoni motivi che giustificano un viaggio nella capitale ceca.



In primis, è il paradiso del bon viveur. I locali di Praga offrono il conforto di un ambiente caldo, birra fresca a fiumi, e piatti che fanno venire l’acquolina in bocca solo a leggerli sul menù.

Ricordo ancora, con angoscia, le serate a Birmingham, un buco nello stomaco e nessun posto decente dove buttar giù un boccone, solo dei plastificati fast food, dove di plastica sembrava anche il cibo (e già chiamarlo cibo è un’iperbole). Mi salvai solo al Triangolo del Balti, dei ristorantini di periferifa dove venivano serviti dei piatti di origine indiana, o giù di lì.


A Praga è tutta un’altra musica. Dietro ogni angolo si apre la porta di una birreria, di un ristorante e, purtroppo, anche qualche pizzeria.

Concedetemi di darvi, come si dice, qualche dritta.

Personalmente ho sempre preferito la semplicità dei piatti serviti da U Medvíků, da U Kata, nel ristorante Pilsner Urquell originale Kolkovna, o alla Novoměstský Pivovar, locali che servono i menù tipici della cucina mitteleuropea.

Tre semplici avvertimenti.

Primo: non aspettatevi dei camerieri servizievoli e pazienti. I praghesi, mai maleducati, sono però generalmente bruschi, sbrigativi, rigidi. Anche se il primato della scortesia spetta ai tassisti e ai conduttori di mezzi pubblici, i camerieri vi serviranno con sufficienza, come se stessero concedendovi un favore supremo.

Secondo: quando entrate in una birreria, intendo una “vera” birreria praghese, appena seduti prendete il sottobicchiere di cartone dal centro del tavolo e ponetelo di fronte a voi. Il cameriere vi porterà automaticamente una birra. Se non lo fa, è sufficiente indicare quante birre volete con le dita; parlare è considerato superfluo, roba da raffinati. Quando vi porterà le agognate birre, egli porrà sul vostro tavolo un minuscolo foglietto di carta, quasi un pizzino, sul quale egli segnerà, come le tacche che fanno i carcerati nelle celle, i boccali che vi ha servito. Conservatelo gelosamente, guai a perderlo o a stropicciarlo, anche se esso sembra niente di più che un pezzetto di carta malamente strappato da un foglio pescato dal cestino dell’immondizia. Quella modesta strisciolina ha, per il locale, più valore di una regolare fattura commerciale, e rovinandolo vi guadagnerete solamente le rampogne, ovviamente in ceco, dei camerieri, del gestore, e di tutti gli avventori presenti.  Quando ne avrete abbastanza (di birra, intendo), ponete il sottobicchiere sopra il vostro boccale, altrimenti, finita la birra, è probabile che ve ne portino un’altra.

Terzo: ricordatevi che non siete a Oslo (ma neppure a Tijuana, tranquillizzatevi). I borseggiatori di Praga sono dei veri artisti, al pari di quelli di Barcellona. Bazzicano, ovviamente, i posti turistici maggiormente frequentati, i tram e la metropolitana. Vi conviene girare pertanto con pochi soldi, tenere una copia dei documenti personali, e lasciare tutto il resto (es. i biglietti) in albergo. Una carta ricaricabile è l’ideale.

Sono finite le cattive notizie.

Una delle cose più piacevoli di Praga e la capillarità e l’efficienza del trasporto pubblico. La rete formata dalla metropolitana, dai tram e dagli autobus, copre incessantemente la città, fino a notte fonda.

Per chi, come me, arriva da un paese dove se perdi un autobus oppure un treno devi avvisare amici e parenti affinché non denuncino la tua scomparsa ai Carabinieri, tale è l’attesa tra una corsa e quella successiva, godere di un servizio (economico) che garantisce un tram ogni 5 minuti anche a mezzanotte è roba da film di fantascienza.

Se non siete deboli di cuore, vi consiglio di provare l’ebbrezza da otto volante che vi offrono le scale mobili della metropolitana alla stazione di Andel: veloci come una formula uno e con una pendenza dolomitica, sono perfette per i praghesi, sempre di fretta, sempre di corsa, tant’è che, una sera nei corridoi della metro, ci lasciò indietro anche un povero sciancato.

Quale sia la ragione di tutta quella frenesia da formicaio, non mi è dato ancora di comprendere.

Per la sistemazione alberghiera non avete che l’imbarazzo della scelta. Potreste scegliere di alloggiare proprio in mezzo alla Moldava, al Kampa Garden sull’isoletta omonima; se vi piace l’arte moderna, per voi c’è l’Art Hotel; altrettanto fuori dai canoni è il Vintage Design Hotel Sax; se invece vi affascina l’ambientazione storica, l’Hotel Constans, una costruzione del XVI secolo, fa al caso vostro. E già, a Praga, anche tornare in albergo è qualcosa di eccitante.

Tra le centinaia di alberghi è certo che troverete quello che fa al caso vostro. Basta un minimo di dimestichezza con internet per scegliere e prenotare la vostra sistemazione. Grazie a siti specializzati come Boooking e Venere potete anche consultare le opinioni degli ospiti dei relativi alberghi e, credetemi, non sono filtrate oppure “accomodate”, in quanto non mancano casi di giudizi estremamente negativi, bocciature inappellabili, e critiche taglienti.

Grazie a questi “feedback” sarete in grado si evitare brutte sorprese, e potrete trovare il meglio che c’è in rapporto a quello che intendete spendere.

Allora, vi è venuta voglia di visitare Praga? Bene, vediamo ora come arrivarci.

Voli low cost ce ne sono, da Roma, Napoli, Bari, Bergamo e Treviso con WizzAir, da Milano con EasyJet, da Venezia con Germanwings, e altri ancora che potete tutti trovare sul sito WhichBudget, dedicato a chi vuole volare senza spendere troppo.

Quando uscite dall’aeroporto, Terminal 1, potete prendere l’autobus n°100 (facile da ricordare…) che termina la sua corsa al capolinea di Zličín. Ce n’è uno ogni mezz’ora e costa 18 Corone per 18 minuti di viaggio (strana coincidenza).

 
Stazione di Zličín

Da Zličín parte la metropolitana per il centro di Praga. Gli abbonamenti per 3 o 5 giorni sono molto convenienti (330 o 500 Corone).

Chi non volesse prendere l’aereo o non trovasse posto, ha una valida alternativa: il treno.

Da Roma, passando per Firenze, Bologna, Venezia e Udine, parte un comodissimo EuroNight delle ferrovie austriache (OBB) che vi porterà direttamente a Vienna, senza cambi e nella più assoluta comodità.

Oltre ai vagoni dotati di letti e cuccette, sono disponibili delle carrozze con i tradizionali scompartimenti a 6 posti, con le poltrone che si abbassano e si uniscono a formare una fattispecie di giaciglio dove prendere qualche oretta di sonno.

Niente problemi di check-in, bagagli in eccesso, attese per l’imbarco, documenti da esibire mille volte. Si sale in carrozza di sera e si viene amabilmente svegliati alle 7 e 30 da una cortese signorina che vi offre pure un bel caffè caldo.

Alle 8 e 30 si arriva a Vienna. Se la giornata è propizia, dalla stazione di Meidling, in 10 minuti arrivate al castello di Schönbrunn. Niente di meglio di una bella passeggiata nel parco per sgranchirsi un po’ le gambe. Immancabile una capatina in qualche pasticceria per tirare un po’ su i valori del colesterolo.

Da Vienna, i treni per Praga non mancano. Ce n’è giusto uno diretto che parte da Vienna Meidling alle 14 e 33 e arriva a Praga alle 19 e 19. Come dire: dopo aver spazzolato una robusta Wienerscnitzel in Austria, si digerisce in treno e si arriva in Boemia giusto all’ora di cena, dove ci attendono birra e anatra arrosto. Addio linea!

La metropolitana (linea C rossa) si prende direttamente nella stazione di Praga. Se arrivate di sera, dopo le 18 e 30, è probabile che troviate le biglietterie chiuse, preparatevi allora ad acquistare un biglietto presso un distributore automatico. Prendete quello da 26 corone che vi permette di girare per un’ora e un quarto (in tram, autobus e metropolitana).

Ah, dimenticavo: se scegliete OBB, non sperate di prenotare il vostro viaggio, di comprare un biglietto, di ricevere informazioni, nelle biglietterie della stazione. Nulla sanno, nulla possono (o vogliono) dirvi. Eppure questi convogli passano, si fermano, la gente ci sale, ripartono, ma per FS sono inesistenti, irreali, parto della fantasia di qualche eccentrico. Di fronte alla concorrenza, FS e Trenitalia oppongono delle manovre protezionistiche, vessatorie, mi arrischierei a definirle puerili, poco rispettose del viaggiatore e delle sue esigenze.

Poco male. Basta andare sul sito di OBB Italia per consultare gli orari e le offerte, comprare direttamente on-line i biglietti, oppure ordinarli per telefono e riceverli a domicilio.

Se non ricordo male, siete a Praga per una certa mostra patchwork, giusto? Allora vi faccio strada.

Dal centro prendete la metropolitana, linea B gialla (direzione Černý Most) e scendete a Vysočanská.

La stazione fa angolo tra la Solokovsà e la Freyova. Proprio sul vostro lato della Freyova trovate la fermata dell’autobus n°136. L’intervallo tra una corsa e l’altra è di circa un quarto d’ora, non vi toccherà aspettare molto, quindi.

Vysočanská – Fermata degli autobus
Percorso del 136 da Vysočanská a Sklonená

Dovete scendere alla terza fermata, Sklonená,. Sono circa 6 minuti di percorrenza.

Arrivo alla fermata di Sklonená

Sklonená è la prima strada a destra, dove sta svoltando quella automobile blu.

Fermata di Sklonená

Si scende giù per questa stradina. Lo so, non è il massimo come accesso ad una mostra internazionale.

Sklonená

Proseguite per un centinaio di metri e poi girate a sinistra, sulla Mallenkova. Dovreste trovare dei cartelli che indicano la direzione per l’Hotel Step.

Mallenkova

Qualche centinaio di metri ancora e finalmente si arriva all’Hotel Step. Il purgatorio è finito.

Finalmente !

Badate che venerdì, primo giorno di apertura della mostra, questa è visitabile solo dalle ore 14 alle 18, mentre gli altri giorni si può entrare già alle 9 e 30.

La fermata dell’autobus n°136 per il ritorno a Vysočanská si trova, dall’altra parte della strada, vicino ad un edificio giallo (bè, insomma, circa giallo, giallino, nocciolino, crema, boh…).

Potrebbe capitare che, dopo aver goduto della vista di tanti colori, non vi vada di inabissarvi di nuovo nel buio sottosuolo. Allora, per tornare in centro, potreste prendere un tram, per esempio il n°15, che ha il suo capolinea proprio lì vicino, dall’altra parte dell’incrocio (vedi foto), di fronte a quel palazzo azzurro, arrivare fino a Balabenka, e lì prendere il n°8 che vi riporterà nel cuore di Praga.

Vysočanská

Una delle attività più amate dai praghesi è quella di spostare le linee dei tram. Nel caso foste già in possesso di una mappa della rete tranviaria, lasciatela pure a casa, è superata quanto il Codice di Hammurabi, e forse anche queste mie informazioni potrebbero essere già inattuali.

Piccola curiosità. Quando un tram oppure un autobus arriva al capolinea, ne scendono tutti i passeggeri (va bene, fin qui niente di strano…), ma voi non ci potete salire! Il conducente chiude tutte le porte e attende lo scoccare dell’ora fatidica, quella indicata sulla sua tabella di marcia. Solo allora avanzerà di una decina di metri, riaprirà le porte, e voi potrete finalmente salire in vettura. Questo vale anche se fuori sta diluviando, nevicando, cadendo un meteorite: la pausa del conducente è sacra, e lui pretende la sua privacy.

Tiriamo un po’ di somme.

Città storica + attrazioni turistiche + semplice accesso + accoglienza su misura + specialità gastronomiche + Meeting Internazionale del Patchwork = Gita indimenticabile.

Cosa si potrebbe desiderare di più?

Se l’aspettativa di questa esperienza sinestetica non solletica la vostra fantasia, rassegnatevi: siete veramente incontentabili.

A chi invece piacerebbe lasciarsi affascinare da un patchwork mirabilmente composto dai frammenti di rimpianta Belle Époque, potente Mitteleuropa Asburgica, opulento Barocco, indelebile impronta ebraica, severo gotico, deliziosa Art Noveau, sperimentale cubismo, ricordo che per Praga sono passati Giuseppe Arcimboldo, Tycho Brahe, Giacomo Casanova, Christian Doppler, Antonín Dvořák, Albert Einstein, Leóš Janáček, Franz Kafka, Giovanni Keplero, Milan Kundera, Wolfgang Amadeus Mozart, Alfons Mucha, Rainer Maria Rilke, Jaroslav Seifert, Bedřich Smetana, e che lei non aspetta altri che voi.

Allora… ci vediamo lì.

 

 

 

Dal blog www.lastoffagiusta.it