Ombre notturne

Mi si farà osservare che di notte le ombre non ci sono, perché non c’è luce.
A parte il fatto che è da un po’ che hanno inventato l’illuminazione artificiale, il titolo fa riferimento a un altro tipo di ombre, quelle venete.
Trattasi di comune bicchiere di vino rosso (il vino bianco non genera ombra) che in genere accompagna uno stuzzichino definito “cicchetto”.
Ma perché notturne?
C’arrivo.
Per Capodanno avevo organizzato tutto come al solito, ossia niente, e così, non avendo per la serata impegni predestinati, Rossana e memedesimo abbiamo deciso di prendere un treno per Venezia

Ecco il mio fido zainetto dove tengo macchina fotografica e ammennicoli utili all’uopo.

Era da tempo (circa 35 anni) che desideravo fare un lungo giro per Venezia dopo il tramonto, e allora perché non passarla lì l’ultima notte del 2018, tutta, fino all’alba? Va da sé che per (s)passarla bene non c’è niente di meglio di un’ombra di tanto in tanto, e già che c’ero ho scattato anche qualche fotografia. Devo dire che verso la fine della nottata le foto sono uscite un po’ sfocate, un po’ mosse, come se la mano e l’occhio fossero incerti, chissà poi perchè…

Buon 2019 (2020, 2021, 2022…)

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Il nonsenso della misura

Qualcuno potrebbe etichettare questo post come “sciacallaggio”, e tutto sommato non saprei dargli torto.
A Genova, una nave portacontainer ha avuto un problema (ai motori? Ai comandi? Non si sa ancora) e manovrando alla velocità di 3,6 nodi, circa 6,5 km/h (a passo d’uomo, letteralmente), ha urtato la banchina e fatto precipitare la torre piloti, causando morti e feriti.
Fermo restando lo sgomento per la gravità dell’ennesimo “incidente sul lavoro”(anche se tutti gli incidenti sul lavoro devono essere considerati gravi), la mia mente da sciacallo è corsa automaticamente a Venezia, a quell’ambiente unico e fragilissimo dove quotidianamente potrebbe ripetersi una tragedia del genere, ma elevata all’ennesima potenza.
Qui sotto ho inserito due immagini. La prima è quella di una nave da crociera ormeggiata nel porto di Venezia, la seconda è la vista aerea della zona dove transitano le navi da crociera, davanti alla Giudecca e a San Marco, e in più punti vi ho inserito la sagoma della stessa nave da crociera, tanto per dare un’idea delle proporzioni.
Il solo pensiero che un mastodonte del genere, il quale manovra a una velocità quasi doppia di quella tenuta dalla portacontainer di Genova, un malaugurato giorno possa avere un’avaria, anche minima, ai motori, al timone, ai comandi, è roba da fa accapponare la pelle, da tacciare di incoscienza pura chi permette che un gioiello unico al mondo come Venezia corra dei simili rischi.
Questi alberghi galleggianti arrivano a 100.000 (centomila) tonnellate di stazza, il doppio della nave che ha causato la tragedia di Genova, e la sua forza d’urto sarebbe inarrestabile, soprattutto tenendo conto che andrebbe a impattare su una struttura sospesa su pali; avrebbe l’effetto della palla da bowling che arriva sui birilli.
I numeri, confrontati con quelli della portacontainer di Genova, sono impressionanti: stazza doppia e velocità doppia. Tenendo conto che la l’inerzia cresce col quadrato della velocità, se questa è doppia l’energia cinetica accumulata è quadrupla, il che, moltiplicando per la stazza della nave (doppia anch’essa) porta ad avere una forza d’urto otto volte maggiore di quella che ha causato il crollo della torre piloti a Genova. Per questi pachidermi non esiste il freno a mano, gli spazi di arresto si misurano in decine, centinaia di metri, e anche se, per emergenza, venissero calate le ancore, queste ultime si limiterebbero ad “arare” il fondo fangoso della laguna, risultando inefficaci.
Perciò, la prossima volta che avrete la fortuna di visitare Venezia (fatelo, finché è ancora lì), e vi capitasse di vedere una nave da crociera che transita davanti al Palazzo Ducale, non ammiratela, non invidiate chi ci sta sopra, sono semplicemente degli ignoranti, dei vandali, i figli di una inciviltà che divora sé stessa.

Cliccare sulle immagini per ingrandirle

NaVe

CrocieraVenezia

Sobria-mentitori

300-venezia

31 dicembre: San Silvestro Mariomonti.

E’ da ieri che i giornali paludati vanno celebrando la bontà, l’umiltà, la frugalità di San Mariomonti.
Il poverino si sentiva un po’ stanco, e si è concesso qualche giorno di vacanza; dove? A Venezia. E chi non può permettersi una vacanza a Venezia?

Però il nostro ha fatto mostra di un’estrema moderazione (la sobrietà innanzitutto) e ha scelto di scendere in una pensioncina (ah no, lui direbbe “salire” in una pensioncina), un modesto ritiro a sole 3 stelle, la Pensione Accademia.

Già me l’immagino, alzarsi al mattino nella sua piccola camera arredata con armadi di truciolato rivestiti di vinile finto legno, scendere a fare la prima colazione, caffè acquoso e marmellata in contenitori monodose, e poi, a cena, l’odore di sugo rosso e cipolla bruciacchiata, e una milanese che sembra cartone da imballo. Ma, si sa, la sobrietà innanzitutto.

‘Sti cazzi!

Ci prendono proprio per scemi?

Basta andare su Booking.com per scoprire che la sua “sobria” pensioncina a 3 stelle è in realtà una villa, Villa Maravege (in veneto “meraviglie”), un hotel di lusso in una delle zone più belle di Venezia, una modesta pensioncina da 300 Euro a notte.

Accademia-prezzo

Meno male che nei 300 Euro è compresa anche la prima colazione, altrimenti gli toccava “salire” ogni mattina al Caffè Florian per una “sobria” brioche e cappuccino.

Votaantoniovotaantoniovotaantoniovotaantoniolatrippa.

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Venesia sconta

Ci sono persone che per tutta la vita sognano di andarci. Altre, più fortunate, per visitarla sopportano il disagio di ore e ore di volo in classe economica, oppure si fanno il culo quadrato sulle striminzite potrone di un pullman. Quelli votati al sacrificio assoluto sfidano la sorte, percorrendo sui loro cubicoli di latta e plastica i perigliosi nastri d’asfalto.

Dal momento in cui appoggiano la loro suola sul primo scalino del Ponte degli Scalzi, vengono intruppati e condotti, a tappe forzate, lungo un itinerario obbligato, un tour de force estetico e sensoriale che conduce rapidamente alla saturazione per overdose sinestetica: Rialto, Canal Grande, S. Marco, Palazzo Ducale, Sospiri, Basilica della Salute. Il tutto nella massima calca possibile, senza avere neanche il tempo di respirare l’aria della laguna. Come mangiare un pranzo del più raffinato ristorante di Parigi, ma in piedi, e in mezz’ora.

Non so cosa riportino a casa questi turisti, forse la consolazione di averla visitata almeno una volta prima della fine (loro o della città), o magari l’ebbrezza di aver visto con i propri occhi e toccato con mano le fantastiche scenografie di tanti amati film, oppure lo stupore per una città fuori dal tempo, senza automobili, senza semafori, senza voglia di cambiare. Di sicuro tornano alle loro dimore con qualche pezzetto di vetro, una scatola di dolcetti, un ricordino, magari quelle terribili gondole in miniatura, ma anche una sensazione di incompiutezza, come se ciò che si è visto non fosse tutto, e che al di là dello spettacolo permanente, qualcosa di fondamentale fosse rimasto celato: la Venezia nascosta.

Qua sta la nostra fortuna, quella di poter prendere un treno di primo mattino e, partendo da S. Lucia, girare in lungo e in largo per calli e porteghi, via dai tragitti obbligati, andando a caccia dell’anima vera di questa città, non la potenza marinara, ma la minuzia mercantile, per tornare poi in serata a casa, riposando le stanche caviglie durante il viaggio in treno. E poi un’altra volta ancora, cercando altri scorci e altri climi, e ancora, fino a diventarne dipendenti.

Capita spesso che, riferendo a qualcuno di una mia visita a Venezia, mi venga chiesto cosa c’era di bello da vedere. Ogni volta stupisco, e ogni volta la mia perentoria risposta è invariabilmente: Venezia, cos’altro! Perché (per me, fortunatissimo) ogni volta è come la prima volta, la meraviglia è sempre ineffabile; volentieri mi lascio sommergere dalla sensazione di meravigliosa precarietà e di tenacia (della città e della vita); così affondo estasiato tra le strette calli, dove anche la luce deve venire a patti con la storia,

“… e il naufragar m’è dolce in questo mare…” .

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