I mercanti di Venezia

Diciamoci la verità, pagare scoccia un po’ a tutti, anche quando si tratta di cifre modeste che non ci manderebbero in rovina.
È di questi giorni la notizia che, dal mese di maggio, per entrare a Venezia sarà necessario pagare una sorta di biglietto di ingresso, e a tal riguardo ho avuto modo di registrare un ampio panorama di commenti, generalmente critici. Si va da coloro che definiscono tale decisione come un balzello, richiamandosi alla gabella di 1 fiorino del noto film “Non ci resta che piangere”, fino al versante opposto che ritiene la cifra richiesta fin troppo modesta, e perciò inutile allo scopo.
Prima di schierarsi sarebbe buona cosa avere almeno un’idea di quale sia lo “scopo”, ossia dove si vorrebbe andare a parare; da quel che si è riusciti a capire l’intenzione primaria è quella di colpire il turista “mordi e fuggi”, il turista che scende a Venezia per una sola giornata o anche meno.
Secondo gli amministratori locali il prezzo del biglietto (che potrà variare dai 6 ai 10 Euro a seconda del numero previsto di ingressi) dovrebbe scoraggiare il turista “autogestito”, ossia quella figura invasiva che consuma il masegno, ma che non consuma nei locali pubblici della città lagunare.
Appurata l’intenzione “mercantile” di tale politica mi permetto di nutrire più qualche dubbio sulla sua reale efficacia.
Vero è che la stragrande maggioranza dei visitatori di Venezia si ferma in città per una visita a volo d’uccello, o in occasione di qualche importante esposizione museale, ma se poi decide di ripartire in serata non lo fa per una particolare disaffezione, bensì perché il pernottare per un fine settimana a Venezia potrebbe comportare dei costi non esattamente “popolari”.
Per capire quanto peso avrà tale biglietto sulla scelta se visitare o no Venezia servirebbe mettersi nei panni del possibile turista, e per farlo cercate di seguirmi, con un po’ di fantasia, in questo ragionamento. Io non ho idea di quali possano essere le località o i monumenti che voi vorreste visitare più di ogni altra cosa, le piramidi, il Grand Canyon, la muraglia cinese, Machu Picchu, il Partenone, New York, la Polinesia, non importa, però sono certo che per la massima parte di voi si tratti di eventualità più che rare, direi uniche, e che se vi si presentasse la possibilità di andarci non fareste troppi i difficili per una decina di Euro di differenza. Parimenti per il grosso dei turisti che arrivano a Venezia, specialmente se stranieri, si tratta di un incontro eccezionale, sognato, mitizzato, arrivo a definirlo feticistico, dato che la storica città è stata, è, e ancora sarà scenario e protagonista di eventi mediatici che hanno fortemente colpito l’immaginario popolare.
Per queste persone che hanno speso centinaia, forse migliaia di euro per vedere (e toccare) “una volta nella vita” la Venezia dei loro sogni, quei pochi euro in più sarebbero molto meno fastidiosi delle inevitabili zanzare estive.
Allora che si fa, accesso libero come adesso oppure una tassa di ingresso fortemente selettiva?
Non saprei.
La situazione attuale è insostenibile. Ci sono momenti nella giornata durante i quali le calli attorno a Rialto sono letteralmente ostruite dalla massa di corpi vocianti, altre invece che si riducono a una sorta di suk dove Venezia, o quel che ne resta, viene smerciata un tanto al chilo. Quella massa di poveracci che si spingono, si intralciano, si accalcano, cosa mai potranno capire di quanto hanno attorno a sé?
All’opposto avremmo una presenza elitaria di visitatori, ovvero una sommaria selezione tra chi può e chi non può, il che farebbe di certo calare la pressione antropica sulla città, ma la trasformerebbe in un parco a tema per soli benestanti. Venezia perderebbe la sua secolare anima di accoglienza liberale verso tutti, aristocratici e plebei, papisti ed eretici, amici e nemici, terricoli e marinai, artisti e trafficanti, sognatori e disperati, per diventare una vecchia cortigiana imbellettata o, se preferite, una puttana d’alto bordo.
Quindi?
Quindi niente.
I turisti “mordi e fuggi” continueranno a illudersi di aver visto Venezia, magari brontolando un po’ per l’odioso balzello, e faranno finta di non accorgersi che quanto hanno dovuto pagare è assai meno di ciò che devono sborsare per il vaporetto, o per una gondola, o per qualche momento di ristoro in una suggestiva piazzetta.
Potrebbe sembrare che io sia contrario a questa tassa di ingresso, ma non è così. Più volte negli anni passati ho espresso l’auspicio che Venezia venisse considerata un museo a cielo aperto, e che come tale venisse trattata e mantenuta.
Ecco, siamo arrivati al nocciolo della questione: la manutenzione.
I veneziani lo sanno bene, la città si sta lentamente svuotando. Troppo cara la vita, troppa attenzione verso il profitto, troppo assente l’amministrazione, troppo costosi i lavori di restauro, troppe pastoie burocratiche, e se ci si trova ad abitare lontano dai percorsi turistici si deve far da sé quando l’acqua e la salsedine aggrediscono i vecchi edifici lungo i canali. Chi non ce la fa, oppure ha un lavoro sulla terraferma, preferisce vendere tutto e andarsene piuttosto che impelagarsi con restauri il cui esito si profila incerto, dipendente da limitate risorse e dalle ubbie di qualche zelante funzionario in carriera.
Quanto vorrei che una consistente parte del ricavato della tassa di ingresso andasse in un fondo destinato al sostegno della manutenzione ordinaria e straordinaria di edifici “invisibili” al turista medio, ma “vitali” per i veneziani che non dispongono dei sufficienti mezzi economici e di tutte le competenze tecnico-storiche per eseguire dei lavori, in questo caso come non mai, “a regola d’arte”.
E già che ho citato l’arte, torno al concetto di museo a cielo aperto.
Per entrare in un museo si paga un biglietto il cui prezzo varia in funzione della qualità e della rarità di quanto vi viene esposto, ma che sia un piccolo museo comunale oppure la Galleria degli Uffizi, a tutti viene richiesto implicitamente di mantenere un comportamento consono all’ambiente. Se andate a Parigi per divertirvi non potete pretendere di andare a far casino al Louvre, per voi sarebbe più adatta Disneyland, oppure qualche caratteristica brasserie del Quartiere Latino.
Lo stesso dovrebbe valere per Venezia.
In questo blog ho inserito alcune suggestive immagini di una notte di capodanno interamente trascorsa a Venezia passeggiando per le calli, ma andando per bacari, di ombra in ombra, sono capitato anche in zona San Marco. Era un macello. A parte la gente che, pur non essendo ubriaca, si lasciava andare alla sguaiataggini più assurde, si camminava su un greto di cocci di vetro, cartacce, bicchieri di plastica e avanzi di cibo. Sarò scemo io, ma ancora oggi non riesco a comprendere il senso di arrivare fino a Venezia per fare quel casino che si può fare comodamente a casa propria. In buona sostanza ne ho dedotto che si tratta dello stesso approccio di chi si diverte a deturpare i monumenti con scritte o sfregi.
Mi chiedo allora se un biglietto d’ingresso possa essere un deterrente efficace contro l’arrivo di tali acefali. Suppongo di no, perciò si ritorna alla solita conclusione, ossia che parte dei nostri problemi non derivi da una mancanza di soldi, bensì da una mancanza di cultura.
Eccola qui la tanto magnificata, auspicata, celebrata, esaltata, santificata cultura, quella stessa che ci permette il vanto di ben 54 siti definiti dall’UNESCO “patrimoni dell’umanità”, quella stessa che ci fa detenere (ma non sempre esporre) il panorama artistico più grande al mondo (soprattutto per estensione temporale), quella stessa che offre ai visitatori provenienti da tutto il globo terracqueo una miriade di borghi storici e tante città d’arte, quella stessa che possiamo ascoltare in una sala da concerto, ma anche alla radio, quella stessa che ha fatto innamorare Goethe, Stendhal, Hemingway, tanto per fare dei nomi, quella stessa che dovremmo difendere con le unghie e con i denti dal pressapochismo montante, dalla monetizzazione uber alles, dall’incuria indifferente e dall’idea di un paese cartolina da spacciare in ogni agenzia turistica.
Lo so che rischio di essere tacciato di fondamentalismo, ma dato che dal 2022 per entrare a Venezia sarà necessaria la prenotazione, mi augurerei che essa fosse nominativa, e che per i buzzurri, qualsiasi cifra essi possiedano in banca o in tasca, sia emessa una sorta di DASPO.
Più realisticamente mi accontenterei di un dettagliato opuscolo (in)formativo, nel quale OGNI visitatore, leggesse ciò che può fare e ciò che non dovrebbe fare, suggerimenti più che regole, istruzioni per l’uso onde evitare l’abuso, come farebbe un veneziano accompagnando l’ospite che arriva da lontano, orgoglioso di ogni monumento, ogni edificio, ogni calle, ogni scalino, ma geloso della sua integrità, morale prima ancora che materiale.
Perché di Venezia ce n’è una, una soltanto, e una deve restare. Soprattutto deve restare.

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Ombre notturne

Mi si farà osservare che di notte le ombre non ci sono, perché non c’è luce.
A parte il fatto che è da un po’ che hanno inventato l’illuminazione artificiale, il titolo fa riferimento a un altro tipo di ombre, quelle venete.
Trattasi di comune bicchiere di vino rosso (il vino bianco non genera ombra) che in genere accompagna uno stuzzichino definito “cicchetto”.
Ma perché notturne?
C’arrivo.
Per Capodanno avevo organizzato tutto come al solito, ossia niente, e così, non avendo per la serata impegni predestinati, Rossana e memedesimo abbiamo deciso di prendere un treno per Venezia

Ecco il mio fido zainetto dove tengo macchina fotografica e ammennicoli utili all’uopo.

Era da tempo (circa 35 anni) che desideravo fare un lungo giro per Venezia dopo il tramonto, e allora perché non passarla lì l’ultima notte del 2018, tutta, fino all’alba? Va da sé che per (s)passarla bene non c’è niente di meglio di un’ombra di tanto in tanto, e già che c’ero ho scattato anche qualche fotografia. Devo dire che verso la fine della nottata le foto sono uscite un po’ sfocate, un po’ mosse, come se la mano e l’occhio fossero incerti, chissà poi perchè…

Buon 2019 (2020, 2021, 2022…)

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Il nonsenso della misura

Qualcuno potrebbe etichettare questo post come “sciacallaggio”, e tutto sommato non saprei dargli torto.
A Genova, una nave portacontainer ha avuto un problema (ai motori? Ai comandi? Non si sa ancora) e manovrando alla velocità di 3,6 nodi, circa 6,5 km/h (a passo d’uomo, letteralmente), ha urtato la banchina e fatto precipitare la torre piloti, causando morti e feriti.
Fermo restando lo sgomento per la gravità dell’ennesimo “incidente sul lavoro”(anche se tutti gli incidenti sul lavoro devono essere considerati gravi), la mia mente da sciacallo è corsa automaticamente a Venezia, a quell’ambiente unico e fragilissimo dove quotidianamente potrebbe ripetersi una tragedia del genere, ma elevata all’ennesima potenza.
Qui sotto ho inserito due immagini. La prima è quella di una nave da crociera ormeggiata nel porto di Venezia, la seconda è la vista aerea della zona dove transitano le navi da crociera, davanti alla Giudecca e a San Marco, e in più punti vi ho inserito la sagoma della stessa nave da crociera, tanto per dare un’idea delle proporzioni.
Il solo pensiero che un mastodonte del genere, il quale manovra a una velocità quasi doppia di quella tenuta dalla portacontainer di Genova, un malaugurato giorno possa avere un’avaria, anche minima, ai motori, al timone, ai comandi, è roba da fa accapponare la pelle, da tacciare di incoscienza pura chi permette che un gioiello unico al mondo come Venezia corra dei simili rischi.
Questi alberghi galleggianti arrivano a 100.000 (centomila) tonnellate di stazza, il doppio della nave che ha causato la tragedia di Genova, e la sua forza d’urto sarebbe inarrestabile, soprattutto tenendo conto che andrebbe a impattare su una struttura sospesa su pali; avrebbe l’effetto della palla da bowling che arriva sui birilli.
I numeri, confrontati con quelli della portacontainer di Genova, sono impressionanti: stazza doppia e velocità doppia. Tenendo conto che la l’inerzia cresce col quadrato della velocità, se questa è doppia l’energia cinetica accumulata è quadrupla, il che, moltiplicando per la stazza della nave (doppia anch’essa) porta ad avere una forza d’urto otto volte maggiore di quella che ha causato il crollo della torre piloti a Genova. Per questi pachidermi non esiste il freno a mano, gli spazi di arresto si misurano in decine, centinaia di metri, e anche se, per emergenza, venissero calate le ancore, queste ultime si limiterebbero ad “arare” il fondo fangoso della laguna, risultando inefficaci.
Perciò, la prossima volta che avrete la fortuna di visitare Venezia (fatelo, finché è ancora lì), e vi capitasse di vedere una nave da crociera che transita davanti al Palazzo Ducale, non ammiratela, non invidiate chi ci sta sopra, sono semplicemente degli ignoranti, dei vandali, i figli di una inciviltà che divora sé stessa.

Cliccare sulle immagini per ingrandirle

NaVe

CrocieraVenezia

Sobria-mentitori

300-venezia

31 dicembre: San Silvestro Mariomonti.

E’ da ieri che i giornali paludati vanno celebrando la bontà, l’umiltà, la frugalità di San Mariomonti.
Il poverino si sentiva un po’ stanco, e si è concesso qualche giorno di vacanza; dove? A Venezia. E chi non può permettersi una vacanza a Venezia?

Però il nostro ha fatto mostra di un’estrema moderazione (la sobrietà innanzitutto) e ha scelto di scendere in una pensioncina (ah no, lui direbbe “salire” in una pensioncina), un modesto ritiro a sole 3 stelle, la Pensione Accademia.

Già me l’immagino, alzarsi al mattino nella sua piccola camera arredata con armadi di truciolato rivestiti di vinile finto legno, scendere a fare la prima colazione, caffè acquoso e marmellata in contenitori monodose, e poi, a cena, l’odore di sugo rosso e cipolla bruciacchiata, e una milanese che sembra cartone da imballo. Ma, si sa, la sobrietà innanzitutto.

‘Sti cazzi!

Ci prendono proprio per scemi?

Basta andare su Booking.com per scoprire che la sua “sobria” pensioncina a 3 stelle è in realtà una villa, Villa Maravege (in veneto “meraviglie”), un hotel di lusso in una delle zone più belle di Venezia, una modesta pensioncina da 300 Euro a notte.

Accademia-prezzo

Meno male che nei 300 Euro è compresa anche la prima colazione, altrimenti gli toccava “salire” ogni mattina al Caffè Florian per una “sobria” brioche e cappuccino.

Votaantoniovotaantoniovotaantoniovotaantoniolatrippa.

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Venesia sconta

Ci sono persone che per tutta la vita sognano di andarci. Altre, più fortunate, per visitarla sopportano il disagio di ore e ore di volo in classe economica, oppure si fanno il culo quadrato sulle striminzite potrone di un pullman. Quelli votati al sacrificio assoluto sfidano la sorte, percorrendo sui loro cubicoli di latta e plastica i perigliosi nastri d’asfalto.

Dal momento in cui appoggiano la loro suola sul primo scalino del Ponte degli Scalzi, vengono intruppati e condotti, a tappe forzate, lungo un itinerario obbligato, un tour de force estetico e sensoriale che conduce rapidamente alla saturazione per overdose sinestetica: Rialto, Canal Grande, S. Marco, Palazzo Ducale, Sospiri, Basilica della Salute. Il tutto nella massima calca possibile, senza avere neanche il tempo di respirare l’aria della laguna. Come mangiare un pranzo del più raffinato ristorante di Parigi, ma in piedi, e in mezz’ora.

Non so cosa riportino a casa questi turisti, forse la consolazione di averla visitata almeno una volta prima della fine (loro o della città), o magari l’ebbrezza di aver visto con i propri occhi e toccato con mano le fantastiche scenografie di tanti amati film, oppure lo stupore per una città fuori dal tempo, senza automobili, senza semafori, senza voglia di cambiare. Di sicuro tornano alle loro dimore con qualche pezzetto di vetro, una scatola di dolcetti, un ricordino, magari quelle terribili gondole in miniatura, ma anche una sensazione di incompiutezza, come se ciò che si è visto non fosse tutto, e che al di là dello spettacolo permanente, qualcosa di fondamentale fosse rimasto celato: la Venezia nascosta.

Qua sta la nostra fortuna, quella di poter prendere un treno di primo mattino e, partendo da S. Lucia, girare in lungo e in largo per calli e porteghi, via dai tragitti obbligati, andando a caccia dell’anima vera di questa città, non la potenza marinara, ma la minuzia mercantile, per tornare poi in serata a casa, riposando le stanche caviglie durante il viaggio in treno. E poi un’altra volta ancora, cercando altri scorci e altri climi, e ancora, fino a diventarne dipendenti.

Capita spesso che, riferendo a qualcuno di una mia visita a Venezia, mi venga chiesto cosa c’era di bello da vedere. Ogni volta stupisco, e ogni volta la mia perentoria risposta è invariabilmente: Venezia, cos’altro! Perché (per me, fortunatissimo) ogni volta è come la prima volta, la meraviglia è sempre ineffabile; volentieri mi lascio sommergere dalla sensazione di meravigliosa precarietà e di tenacia (della città e della vita); così affondo estasiato tra le strette calli, dove anche la luce deve venire a patti con la storia,

“… e il naufragar m’è dolce in questo mare…” .

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