Ombre notturne

Mi si farà osservare che di notte le ombre non ci sono, perché non c’è luce.
A parte il fatto che è da un po’ che hanno inventato l’illuminazione artificiale, il titolo fa riferimento a un altro tipo di ombre, quelle venete.
Trattasi di comune bicchiere di vino rosso (il vino bianco non genera ombra) che in genere accompagna uno stuzzichino definito “cicchetto”.
Ma perché notturne?
C’arrivo.
Per Capodanno avevo organizzato tutto come al solito, ossia niente, e così, non avendo per la serata impegni predestinati, Rossana e memedesimo abbiamo deciso di prendere un treno per Venezia

Ecco il mio fido zainetto dove tengo macchina fotografica e ammennicoli utili all’uopo.

Era da tempo (circa 35 anni) che desideravo fare un lungo giro per Venezia dopo il tramonto, e allora perché non passarla lì l’ultima notte del 2018, tutta, fino all’alba? Va da sé che per (s)passarla bene non c’è niente di meglio di un’ombra di tanto in tanto, e già che c’ero ho scattato anche qualche fotografia. Devo dire che verso la fine della nottata le foto sono uscite un po’ sfocate, un po’ mosse, come se la mano e l’occhio fossero incerti, chissà poi perchè…

Buon 2019 (2020, 2021, 2022…)

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Cose da pazzi

Travel

Immagine da: chriscruises.com

Come funziona un viaggio organizzato?
Definiamo innanzitutto il concetto di “viaggio organizzato”. Trattasi di uno spostamento di una o più persone nello spazio fisico durante un predeterminato spazio temporale al fine di raggiungere uno o più obbiettivi definiti, il tutto gestito dall’inizio alla fine da un ente terzo.
Durante questa azione intervengono vari fattori: la quantità e la qualità dei partecipanti, la quantità e la qualità degli obbiettivi, la quantità e la qualità delle risorse messe in atto dall’ente terzo.
Appare evidente che per definire la soddisfazione percepita durante questa esperienza alcuni di questi parametri sono in conflitto tra loro. Per esempio a una quantità maggiore di partecipanti potrebbe non corrispondere in quantità sufficiente la quantità di risorse dell’ente terzo, come pure un eccesso di obbiettivi potenzialmente raggiungibili potrebbe inficiare la capacità di godimento degli stessi anche in caso di risorse ottimali.
In genere funziona così: esiste un programma, allettante in misura sufficiente, al quale aderire versando preventivamente la somma richiesta. Nei termini previsti dal suddetto programma ci si deve presentare al punto di prelievo dove ci aspetta il mezzo di trasporto a noi riservato, e anche uno o più rappresentanti dell’ente terzo che hanno il compito di guidarci durante l’escursione e di fornirci tutte le informazioni previste dal programma.
Il mezzo di trasporto (inteso anche come più mezzi differenti per capacità e tipologia) ci conduce senza interruzioni immotivate fino al punto più comodo per raggiungere l’obbiettivo del viaggio. In quel momento intervengono uno o più rappresentanti dell’ente terzo per guidare i visitatori seguendo un percorso ottimale in termini di spazio percorribile e di informazioni ottenibili.
Terminata questa fase si può passare all’obbiettivo seguente, oppure, in assenza di questo, al ritorno fino al punto previsto dal programma. Nella maggior parte dei casi tale punto corrisponde a quello di partenza.
Bene, fine del viaggio organizzato, con piena soddisfazione dei partecipanti e degli organizzatori.
Male, perché nel peggiore dei casi potreste non aver capito niente, e se avrete voglia di proseguire nella lettura ve ne darò un esempio.
Mi è difficile definirmi un turista, direi più un viaggiatore occasionale, dato che le misurate risorse economiche e le limitazioni del contratto nazionale di lavoro non mi consentono di viaggiare come e dove vorrei, condizione ancora più sofferta poiché la definizione “nostalgia di casa” non è presente nel mio dizionario. Quando viaggio i miei spostamenti sono sempre abbastanza lenti secondo il metro corrente, ciò vuol dire che l’aereo non è in cima alle mie preferenze, e men che meno l’ancora più inquinante e asociale automobile. A questo punto andrebbe detto che la mia scelta sul mezzo di trasporto non è determinata sempre dal costo dello stesso, in quanto capita che il prezzo di un volo sia inferiore all’equivalente viaggio in treno o in autobus. Diciamo che mi muovo con lentezza per avere il tempo di assaporare ogni istante della mia isolata esperienza, anche a costo di momenti di stanchezza e, perché no, anche di noia.
Quindi avanti col treno, quale che sia la velocità promessa o raggiungibile, e con gli autobus, non solamente i lussuosi Granturismo, ma anche quelli che fermano a ogni paesino, e non di meno mi va di spostarmi col tram o col filobus quando mi si presenta l’occasione.
Sia chiaro che non pretendo l’unanimità di consensi circa questa mia opinione, anzi sono perfettamente consapevole su quanto essa sia scarsamente condivisibile, e tutto sommato avete il pieno diritto di trovarla irragionevole.
Però mi va di raccontarvi un episodio che mi ha confermato una volta di più come il mio modo di viaggiare mi riservi talvolta, e ribadisco talvolta, delle sorprese illuminanti.
Chi un po’ mi conosce sa che la Boemia è abbastanza nelle mie corde, in quanto alcune affinità culturali e (forse) spirituali mi riportano spesso in quel paese. Su Praga avrei molto da dire, da spiegare, da suggerire, da rivelare, ma non lo farò qui, sarebbe un’impresa che va ben oltre la mia capacità di raccontare e la vostra di sopportare, vi basti sapere che uso questa città come base di partenza per raggiungere altre località e altre esperienze altrettanto interessanti, e badate, ho detto interessanti, il che non sottintende anche piacevoli.
Dopo vari anni di rinvii sono riuscito finalmente a organizzarmi per una visita a Terezín, quella località che per secoli e durante l’occupazione nazista era nota come Theresienstadt.
Per quei pochi che non lo sanno, Theresienstadt venne costruita dagli Asburgo nel XVIII secolo come una fortezza. Per la precisione era composta da due strutture separate, ma collegate, la “Grande fortezza” e la “Piccola fortezza”, entrambe protette da larghi canali che potevano venire allagati in funzione difensiva con le acqua del fiume Ohře che scorre accanto.
La fortificazione non ebbe mai modo di mostrare la sua efficacia, e le vicende storiche la condussero a divenire ininfluente nel corso del XIX secolo. Cessata la sua funzione difensiva, la piccola fortezza venne utilizzata come prigione.
Furono i nazisti, nella loro visione malata del mondo, a trovare per Theresienstadt un nuovo scopo, quello di campo di concentramento per gli ebrei nella grande fortezza. Mentre la piccola fortezza mantenne la sua funzione di struttura per reclusione degli oppositori politici, ovviamente con le modalità efferate che erano tipiche del nazismo, per la grande fortezza passarono circa centocinquantamila ebrei, i quali, se sopravvivevano alle difficilissime condizioni di vita del ghetto, venivano poi deportati nei campi di sterminio.
Fin qui la storia che potete leggere su qualsiasi pubblicazione relativa a Terezín.
Altra esperienza è stata arrivarci al mattino con un fumigante bus locale.
Erano da poco passate le nove, e c’era nell’aria ancora un residuo della bruma mattutina che si era levata da un’infinita distesa di campi coltivati in maniera apparentemente casuale. Le foglie erano bagnate come se avesse piovuto, e la nebbiolina formava degli aloni attorno ai puntiformi riflessi di luce.
Non c’era molta gente sull’autobus, e fummo i soli a scendere alla fermata di Terezín, sulla piazza principale di quella che un tempo fu la grande fortezza. Misurando a spanne lo spazio che il bus aveva percorso dalle prime case fino alla piazza calcolai che sarebbe bastato un quarto d’ora a piedi per attraversare tutto il piccolo centro abitato, perciò fu abbastanza sorprendente trovarsi sul lato di un giardino rettangolare lungo circa centocinquanta metri e largo cento, più esteso di un campo di calcio.
Non era niente di che, una cornice di alberelli alquanto stentati e un largo prato attraversato da un geometrico disegno di vialetti, però appariva enorme quando confrontato alle ridotte dimensioni del paese.
Quel quadrilatero verde era circondato su tutti i lati da massicci edifici a due o tre piani di evidente matrice asburgica, file e file di finestre perfettamente allineate, sequenze di archi massicci e una distesa di malte esterne sagomate a richiamare dei blocchi di pietra. Coronava il tutto una grigia chiesa più respingente della media.
Non avendo alcuna fretta decidemmo di costeggiare tutti e quattro i lati del giardino, giusto per respirare l’atmosfera di quell’anomala sistemazione spaziale. Non avevamo ancora percorso molta strada che ci venne incontro una persona anziana un po’ male in arnese, soprabito leggero grigio ardesia sulle spalle e tuta blu da ginnastica sotto. Disse qualcosa che non compresi immediatamente perché non conosco il ceco, ma anche perché biascicava più che parlare. Non era ubriaco, e comunque per esserlo già alle nove di mattina ci sarebbe voluto un bell’impegno, perciò non era il caso di allarmarsi. Sfoderando la mia migliore pronuncia dissi – Prominte, nerozumím česky.
La notizia che a quell’ora vagasse per il paese quasi deserto qualcuno che non capiva il ceco non impressionò granché il tipo, il quale si limitò a tirare fuori dalla tasca del soprabito una sigaretta e a gesti eloquenti si fece capire. Ora non ricordo se risposi in sloveno o in ceco, fatto sta che, appresa la notizia che non avevo da accendere perché non fumavo (quella sì era una notizia sorprendente in Boemia), si limitò ad alzare le spalle, e senza dire altro si allontanò con passo lento, quello di chi non ha niente da fare per quel giorno, tranne trovare qualcuno che abbia del fuoco.
Proseguimmo la nostra esplorazione, e su una panchina di cemento e legno del giardino vedemmo due persone che fissavano con estremo interesse la facciata del palazzo di fronte a loro. Erano due uomini sulla cinquantina, anche loro vestiti senza troppo stile, per non dire alla buona. Se ne stavano seduti in silenzio, composti, le mani sulle ginocchia e i piedi sotto il sedile della panchina, e mi ricordarono la buffa immagine di due scolaretti che ascoltano con interesse le parole dell’insegnante perché poi sarebbero stati interrogati. Solo passando accanto a loro mi accorsi che non stavano guardando la facciata del palazzo, o almeno non con intenti estetici, e non guardarono troppo nemmeno noi mentre stavamo occupando il loro campo visivo, in realtà non stavano fissando niente, erano come appesi a una visione tutta loro che li teneva inchiodati lì.
La faccenda cominciava ad apparirci strana, o almeno curiosa.
Alzando lo sguardo notammo camminare frettolosamente sul marciapiede accanto a un lungo palazzo rosa con finestre bordate di bianco due donne, una davanti vestita con un cappotto leggero di colore indefinibile tra il marrone e il rossiccio, e un’altra a un paio di passi di distanza con la tipica divisa bianca da infermiera, entrambe in pantofole.
Sparite quelle dentro l’edificio restarono i due uomini sulla panchina, e il vecchio che stava percorrendo i lati della piazza aspettando di accendere quella benedetta sigaretta.
Fine della popolazione visibile di Terezín.
Dato che eravamo partiti abbastanza presto avevamo saltato la prima colazione, il che ci suggerì di trovare un locale in grado di offrire qualcosa di caldo e di corroborante.
Dopo aver percorso in lungo e in largo il paese, cioè dopo meno di mezz’ora, ripiegammo sull’unico locale aperto, una sorta di caffè-bar-birreria-trattoria, però con un’insegna esterna che prometteva dello strudel. Entrammo.
Il locale era abbastanza spartano, però luminoso e pulito; oltre a un sedicente avventore al banco, noi due eravamo gli unici clienti, e avremmo dovuto avere solo l’imbarazzo della scelta su dove sederci, peccato che su ben quattro tavoli della sala fossero presenti delle strutture singolari. Sopra un piatto erano state sistemate delle posate, e su quelle un altro piatto, e così via, fino a formare una torre di quattro elementi che doveva offrire bastanti garanzie di stabilità anche se il tavolo fosse stato urtato da un cliente maldestro.
Così ci sedemmo sull’unico tavolino rimasto libero accanto alla vetrina e ordinammo, in ceco ovviamente, due cappuccini velký, grandi, anche se non c’era bisogno di specificarlo.
Dato che il caffè era bevibile, ci facemmo tentare dagli strudel promessi dall’insegna all’esterno, quindi – Dva strudel, prosím.
Dopo qualche tempo cominciammo a sospettare che stessero ancora pelando le mele, poi che fossero appena andati a coglierle sull’albero, e finimmo col chiederci quanto tempo intercorre tra piantare il seme nella terra e raccogliere le prime mele.
Intanto che stavamo elaborando quelle ipotesi non ci restava altro che osservare le persone di quel locale. L’avventore al banco era sempre lì, di spalle, con la sua mezza birra, e ogni tanto scambiava qualche parola con un altro uomo nel locale, un tipo sulla quarantina in pullover beige e pantaloni noce, una persona che sembrava non avesse niente da fare; non era un cliente, e non pareva avere una mansione specifica o riconoscibile, si limitava ad andare su e giù per il locale senza combinare niente di concreto. Difficile che fosse il padrone del locale, o il gestore, troppo rilassato, o troppo lassista sull’efficienza della cucina e del bar. Anche la cameriera appariva vagamente frastornata; andava dal banco alla cucina e viceversa senza dire niente di più di qualche monosillabo. Si era avvicinata a noi solamente per prendere le ordinazioni, e poi aveva preferito stare in disparte come se fossimo gente pericolosa da trattare con le pinze.
Finalmente, dopo un’attesa infinita, arrivarono i due strudel. Caldi. Bollenti. Non posso pensare che li avessero appena cotti, semplicemente c’avevano messo una vita a scaldarli troppo.
Sorpresa: dopo qualche morso alla mia fetta vi trovai i semi della mela, indizio indiscutibile di una lavorazione sommaria, da principianti, ma fu invece Rossana a vincere il primo premio trovando nella sua fetta di strudel tre centimetri di legno, ovvero il picciolo della mela. Sull’insegna all’esterno avrebbero dovuto scrivere: specialità della casa, strudel integrale.
Ridemmo, pagammo e andammo, col proposito di approfondire in seguito i perché delle bizzarrie di quel paese. Ci aspettavano gli aspetti meno divertenti di Terezín, e dopo una passeggiata arrivammo alla fortezza piccola, dove, nel parcheggio dedicato, stavano già i lussuosi autobus turistici e la schiera di latta delle automobili.
Oggi so cosa vidi quella mattina a Terezín, e perché sembrassero tutti strani, fuori fase, compresa la cameriera.
Nello stesso grande edificio del ghetto, quello dove i nazisti avevano girato i falsi filmati per far credere alla Croce Rossa che a Terezín gli ebrei fossero trattati più che bene, ora c’è un centro per il ricovero (o reclusione?) di persone con diverse problematiche mentali causate dall’età, da dipendenze, da deficienze croniche o altro, e che hanno bisogno di un’assistenza continuativa.
Va bene, mi direte, hai visto dei matti girare liberi, succede talvolta anche qua, e allora?
Il punto è anch’io ho provato a fare come loro, ho vagato senza meta per il paese, la grande fortezza, e vi giuro che è difficile distinguere il sano dal malato, perché è il posto stesso che ti porta alla pazzia.
Immaginatevi un luogo relativamente piccolo, una struttura a griglia di severi palazzi, non una curva, una scalinata, una sinuosità, un tornante, ma solo angoli retti, squadrati, e delle vie larghe e diritte che si possono osservare per tutta la loro, per così dire, lunghezza. Provate a figurarvi di stare all’estremità di una di queste strade, alle spalle le mura della vecchia fortezza, e vedere, in fondo, la via sbarrata da quelle stesse mura; da ogni parte si volga lo sguardo, davanti, a sinistra, a destra, dietro, ci sono sempre le mura della fortezza a negare un orizzonte, a imporre un “dentro” e a far dubitare dell’esistenza di un “fuori”. Colori pochi, delle tonalità di giallo paglierino, qualche palazzo in rosa corallo, e pochi verdi, più spenti che pallidi, azzurro non pervenuto, e comunque non davano nessuna allegria, erano belletti sulla pelle di un cadavere. Nessuna concessione al frivolo, all’eccentrico, all’improvvisato, ma unicamente ordine e funzione, misura e progetto, esibizione di potere e certezza di un nemico in agguato. Ecco, se avete abbastanza fantasia per figurarvi tutto ciò ne avete altrettanta per trovare insopportabile la permanenza nella grande fortezza, e qualora vi capitasse doverci vivere per forza, l’unica alternativa alla fuga fisica sarebbe la fuga mentale, e magari vi troverete a vagare ai bordi del grande giardino cercando del fuoco per la vostra sigaretta.
Ciò che vi ho raccontato è tutto vero, non ho aggiunto né tolto niente, né le vicende e né le mie impressioni; si è trattato solamente un’esperienza interessante, il che, come ho scritto sopra, non sottintende piacevole, comunque così lontana da risultare irraggiungibile per chi non lascia mai la sicurezza della strada vecchia, il viaggio organizzato da altri, per la nuova, il viaggio vissuto in prima persona.

Ahoj

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Lasciarsi un po’

Scritto il 2 Aprile, sul treno che da Český Krumlov mi sta portando a Tábor.

C’è chi si lascia, e chi lascia, lascia correre, lascia fare, lascia cadere, lascia fuori, lascia da parte, lascia di stucco, lascia la pelle, lascia indietro, lascia un ricordo, lascia in giro, lascia stare; e chi lascia e se ne va, punto.
C’è chi si abbandona, e chi abbandona, rinuncia, desiste, scappa, demorde, si ritira, cede, molla, sgombra il campo, getta la spugna, se ne infischia, pianta in asso; e chi abbandona perché è destino, punto.
Lasciarsi e lasciare sono fratelli coltelli, l’azione ultima prodotta da un contesto insostenibile.
Abbandonarsi e abbandonare sono termini antitetici, un bivio iniziale destinato a segnare indelebilmente il futuro.
Troppo spesso capita che di queste parole se ne faccia un uso “ristretto”, limitato a determinate situazioni che interessano i rapporti umani, quasi sempre i sentimenti, quelli che con un termine talvolta abusato vengono definiti “amore”.
Di ciò io sono totalmente all’oscuro, essendo incapace di comprendere, e perciò mi trovo costretto più alla speranza che alla coscienza; però mi sono ben chiari il distacco e la rinuncia.
Perché l’abbandono è di casa, è un fedele compagno di strada, è l’ombra che mi segue anche nella notte senza luna.
Si potrebbe pensare che, scrivendo queste righe, io stia passando un brutto momento, una crisi depressiva. E invece no, tutt’altro: sono con chi vorrei essere, sono dove vorrei essere, sono quasi come vorrei essere. Eppure la natura, intesa come composizione della mia natura con quella della realtà tangibile, porta ogni discorso a una conclusione inevitabile: abbandono.
Il mio treno corre avanti, veloce; ogni tanto il rumore di uno scambio, una possibilità di deviazione dal percorso, ma non è mia la scelta; il mio treno rallenta, si ferma; una stazione, un’altra possibilità, forse un’eventualità; ho scelta? Scendere? Restare? Tornare?
Intanto, dietro al tessuto sintetico blu, dietro all’imbottitura dello schienale, dietro alla parete dello scompartimento, dietro alle luci rosse dell’ultimo vagone, sto lasciando secoli di storia, di sudore, di sangue, di carne condensati nell’unica materia capace di contenerli tutti: la pietra.
Ho trascorso giorni meravigliosi in un villaggio medievale, giorni completi, di ventiquattr’ore, quelli dove si vive anche la notte, magari solamente per udire i propri passi sul selciato delle viuzze deserte, talmente silenziose da smascherare un pensiero.
Eppure io lo sto lasciando, e sicuramente senza nessuna garanzia di trovare di meglio.
Mentre sto abbandonando ciò che mai vorrei abbandonare, mi rendo conto che, magra consolazione, ci stiamo lasciando a vicenda.
Quelle pietre, grezze o lavorate, squadrate o erose, portanti o pestate, nobili o insignificanti, tutte comunque custodi di un messaggio plurisecolare, non sono incorruttibili, ci lasceranno, anzi, lo stanno già facendo, lentamente, molto più lentamente di me, ma mi stanno abbandonando.
Ma prima che ci lasciassimo, marmo e granito hanno insistito per raccontarmi le loro storie, le trame per giungere al potere assoluto, trame generate da una sconfinata ambizione, trame il cui scopo era generare paura, trame che hanno avvolto i castelli, dalle buie segrete sotterranee alla merlatura del mastio, e anche le trame non meno insidiose che si sono nutrite (e si nutrono) di ancestrali paure, trame dalle quali emergeva (ed emerge) una malcelata ambizione, trame che hanno portato (e portano) a un potere supremo, trame che straboccano nelle cupe cattedrali, dall’umile inginocchiatoio alle volute barocche in oro del pulpito.
Mentre questo treno mi sta portando via ripenso al loro messaggio e provo a immaginare per quanto tempo ancora avranno voce: cent’anni, mille anni, diecimila anni? E poi? E noi? Chi racconterà di noi, forse uno sbrecciato spezzone di cemento armato, una pista di asfalto fessurata e gibbosa, un rugginoso capitello di acciaio saldato, un perennemente esiziale pannello in eternit? Meglio allora che di noi si perda traccia.
In ogni caso, tutti i castelli, le cattedrali, le statue a cavallo, gli imperiosi ritratti, i tesori accumulati nei forzieri, i suggestivi borghi medievali, sono inesorabilmente destinati a lasciarci, e con loro i regni millenari, le fortezze, i templi, le piramidi, tutto, a partire dalla memoria delle eroiche imprese di effimeri condottieri e delle loro velleitarie conquiste.
Queste testimonianze mi stanno lasciando, e io abbandono, le lascio, molto più in fretta, quasi a volermi prendere la soddisfazione di fregarle sul tempo, quello stesso tempo che mi farà lasciare una vita alla quale mi sto affezionando e che mi ha sempre troppo amato.
Allora se tutto, me per primo, è destinato all’oblio, verrebbe da chiedersi quale senso abbia affannarsi, andare, costruire, cercare, vedere, speculare; la sostanziale e inevitabile vacuità dell’esistenza materiale potrebbe portare a considerazioni assai deprimenti.
Invece il mio pensiero va nella direzione opposta, evitando però facili e consolanti illusioni dal sapore zen.
Se l’atto di lasciarsi è un’eventualità da considerare, se l’abbandono è comunque una certezza, l’unico sollievo sta nell’abbandonarsi, sempre e comunque, senza remore, non appena si presenta un’occasione, abbandonarsi alla vita, forse la sola che avremo a disposizione: carpe diem.
Il saggio che si guarda sempre alle spalle per evitare le brutte sorprese, cadrà nella stessa buca dove rischia di finire l’imprudente che danza e che non bada troppo a dove mette i piedi.
Allora il saggio camminerà a capo chino per evitare di cadere ancora, e per il resto della sua vita non vedrà altro che buche.

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P.S. Com’è noto, io amo molto giocare di sponda, e queste righe non fanno eccezione in quanto ispirate da un post precedente di Evaporata.
Cercatelo.

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Un post fuori luogo – Three

Puntate precedenti:

Un post fuori luogo – One

Un post fuori luogo – Two

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Good Morning,

vi siete appena svegliati nella vostra camera d’albergo a Brum. Un’occhiata fuori dalla finestra vi informa che la giornata potrebbe anche non essere piovosa; meglio approfittarne prima che il tempo cambi idea.

Doccia veloce e via, per una colazione da campioni!

Tea or coffee?

Non conosco i vostri gusti, ma vi propongo lo stesso un esperimento. Prendete la vostra moka e preparatevi un buon caffè. Quando quell’aromatico e cremoso liquido è salito, versatelo nelle tazzine, e quindi svuotatele nel lavabo della cucina (sento in lontananza dei noooooooooo). Riempite di nuovo d’acqua la moka e, senza sostituire il contenuto del filtro, fate nuovamente il caffè (caffè?). Il liquido ottenuto, ormai poco aromatico e assolutamente brodoso, va versato in un bicchierone e allungato con acqua bollente. Aggiungeteci almeno tre cucchiaini di zucchero e avrete ottenuto quello scherzo della natura che per gli inglesi è coffee.

A Birmingham va per la maggiore il caffè Ritazza (richiamo italico ma procedura british) che abbiamo ribattezzato Slavazza (un nome una garanzia). Per farla breve, il coffee non va versato nella tazzina, bensì nella tazza (quella con lo sciacquone).


Quindi, se proprio bisogna bere dell’acqua calda, tanto vale optare per il tea, che almeno è una faccia nota.

Adesso fatevi forza.

Anche se a casa siete abituati a cappuccino e brioche (e stop), dovete trovare il coraggio di buttar giù qualcosa di solido, visto che vi aspetta una lunga traversata nel deserto (gastronomico).
Lo so che le uova all’occhio neanche a casa… certo che per riuscire a mangiare fette di prosciutto caldo prima di mezzogiorno ci vuole dello stomaco… e quelle cialde di origine belga trasudano burro da tutti i pori… la pancetta alla piastra poi, un “must” per il dislipidemico… il formaggio già vi stracca la panza a casa, qua, di primo mattino, è come buttar giù del solfato di bario… se proprio non ce la fate, prendete almeno delle crocchette di patate, uno yogurt con i fiocchi (intesi come cereali e non come eccezionale qualità), e frutta, tanta frutta.
Quando, verso l’ora di pranzo, con le gambe doloranti e lo stomaco che protesta, non riuscirete a trovare niente di meglio di uno spuntino freddo in piedi, potreste rimpiangere di aver rinunciato a quel corroborante breakfast (che, per inciso assolutamente venale, avete già pagato).

Su, buttate giù qualcosa, non fatevi pregare come i bambini!

Ecco, ora siamo pronti: scarpette comode, felpa leggera, k-way d’ordinanza, fotocamera, mappe, bussola, (beh, non esageriamo), possiamo andare; sì, ma come, e soprattutto, dove?

Piano, piano, una cosa alla volta! Punto primo: come.

Avendo tempo e buone gambe, anche a piedi non è male, un bel giro turistico modello pellegrinaggio, ma non avverto molto entusiasmo da parte vostra, anche perché il raggio d’azione sarebbe alquanto ristretto.

L’assenza di pendii elevati renderebbe interessante e conveniente l’uso della bicicletta, se non fosse per una certa incostanza del tempo, in grado di alternare nell’arco della giornata tutte le tipologie di fenomeni meteorologici ad eccezione del tornado; non è che girare in bici coll’ombrello sia molto comodo.

Mi sentirei di sconsigliarvi assolutamente l’uso dell’automobile. Come ben sapete, gli inglesi hanno la guida a sinistra, e ciò potrebbe avere degli spiacevoli effetti sulla vostra vacanza.

Non parlo del fatto che, appena entrati in macchina, vi mettete a protestare perché qualcuno vi ha rubato il volante, e nemmeno di quando, con grande attenzione, cercate di partire ingranando la prima mentre in realtà avete afferrato la maniglia della portiera.
Tralascio pure lo spavento che provocate tra i pedoni quando salite sul marciapiede affrontando le svolte a sinistra e anche i dubbi amletici che vi assalgono ogniqualvolta affrontate un incrocio. No, la questione è più seria.
Voglio dirvelo chiaro e tondo, evitate di guidare in Inghilterra a meno che non amiate le sensazioni forti e che abbiate le coronarie a posto.
Già le strade sono quelle che sono, spesso strette e tortuose, piste asfaltate patria di autovetture anni ’60, vecchie Norton con sidecar, autotreni, comitive di ciclisti, trattori, autobus a due piani, pecore, ecc., se poi ci mettete pure il brivido avete fatto Bingo.
Ogni volta che, in una curva, incrociate un altro automezzo vi spunta un capello bianco e il cuore manca un colpo, effetti tipici causati dalla sensazione di andare contromano (io, lui, noi?); mentre il piede va istintivamente sul pedale del freno (scatenando le ire e il clacson di chi vi segue), il sangue vi si raggela sentendo, alla vostra sinistra, l’urlo del passeggero, il quale è certissimo che perderà la vita in un catastrofico scontro frontale. Irrigiditi sul sedile, cogli occhi sbarrati aspettate ogni volta lo schianto inevitabile; sono istanti di brivido puro, magari anche piacevoli su un DVD di Brian De Palma, ma che ripetuti per miglia e miglia possono spezzare anche la fibra più tenace. Insistendo con questa perniciosa pratica ne ricavereste solamente delle spiacevoli conseguenze (psicologiche e fisiche), e magari riuscireste pure rovinare un bel rapporto (e non sto parlando degli ingranaggi del cambio dell’autovettura).

Scartando il bus, il volo a vela, l’hovercraft, il calesse, l’elicottero, la barca a remi e la mongolfiera, non rimane che il treno, e qui la faccenda si complica (ti pareva…).

Chi usa il treno in Italia sa bene a quali difficoltà va incontro.
Il viaggiatore entra in stazione, trova la biglietteria chiusa oppure non la trova per niente. Se è fortunato vede quattro biglietterie automatiche, di cui tre guaste, e aspetta in fila il suo turno. Tenta di selezionare la destinazione attraverso un touch-screen lento e arzigogolato. Al terzo tentativo riesce a farsi capire, ma la macchina non accetta carte e bancomat, e allora gli tocca partecipare a un simpatico gioco chiamato “infilalabanconotachepoitelarisputoindietro” il cui scopo è cercare di convincere il sospettoso marchingegno che il viaggiatore non è un volgare falsario. Finalmente ottiene l’agognato fazzoletto di cartone (perché poi devono essere cosi grandi? Che spreco!), e attende che i sofisticati meccanismi di quel congegno si degnino di far cadere nel contenitore anche il resto, con calma, una moneta alla volta, quasi si aspettasse che gli si lasciasse la mancia. Il viaggiatore ripone in tasca il resto, tre euro e venti, tutto in monetine da dieci centesimi (maledetta macchina!), va in cerca di un’obliteratrice, fuori servizio, fuori servizio, fuori servizio, funziona, ma è regolata sul fuso orario di Panama, fuori servizio, fuori servizio, funziona, l’ora è quella giusta, circa, vrrrrrrt, ritira il biglietto, non si vede quasi niente, come se l’obliteratrice usasse inchiostro simpatico, speriamo bene…,  e arriva il treno (in ritardo, meno male…altrimenti, dopo tutto il tempo che ha perso in questo calvario, col cavolo che ce la faceva a prenderlo). Si sale sul treno, partenza. Buon viaggio!

Nel Regno Unito (per la mia esperienza) niente di tutto ciò accade, ma è proprio l’ultimo passaggio, quello che da noi è apparentemente il più semplice, che invece lì si rivela come il più insidioso: potreste sbagliare treno.

Badate, non ho detto che siete incapaci di interpretare un orario ferroviario, né che non sapete leggere i tabelloni presenti nella stazione e sulle piattaforme, e neppure che siete particolarmente sbadati o svagati, ma solamente che potreste incorrere in un errore che commettono talvolta anche i sudditi di Sua Maestà Britannica.

Ok, l’ora è quella giusta, il binario è quello giusto, la destinazione è quella giusta, il treno è quello sbagliato. Perché?

Nel Regno Unito, gli stessi binari sono percorsi da una ventina di compagnie ferroviarie private. Se da Birmingham voleste andare a Londra, potreste utilizzare la London Midland, oppure la Virgin, la CrossCountry, la Chiltern Railways.
Nel caso la vostra destinazione fosse il Parco Nazionale di Snowdonia, per arrivare a Llandudno vi potrebbe capitare di dover cambiare treno due volte e utilizzare tre compagnie diverse, la First Great Western, la c2c e la Arriva.
E’ pacifico che se avete acquistato un biglietto della Northern non potete viaggiare su un treno della Virgin o della Scot Rail.

In questo guazzabuglio di marchi le compagnie hanno fatto del loro meglio verniciando i loro convogli con delle livree caratteristiche, ma un treno è sempre un treno, non ci sono ampi margini di differenziazione e, galeotta fu la fretta oppure la scarsa informazione, mi è capitato di assistere a imbarazzanti quanto penose discussioni tra il solerte controllore e il turista incauto, il quale, oltre ad avere in mano un biglietto ormai inutilizzabile, si è trovato a dover pagare nuovamente la tratta, a prezzo pieno.

Ecco, già che ci siamo, parliamo un po’ del prezzo, un altro labirinto.

Trattandosi di compagnie private è logico aspettarsi che si facciano un attimo di concorrenza; quello che non potete prevedere è che la differenza di prezzo tra il biglietto più caro e quello più economico (classe standard ovviamente) possa essere del novanta per cento, anche per la stessa compagnia. Un piccolo esempio: per andare da Birmingham a Londra potete spendere sette sterline e mezza oppure settantacinque sterline, a voi la scelta.

A questo punto, se fossi il vostro monitor, vi vedrei perplessi e increduli, e anch’io, credetemi, stento a orientarmi in questa giungla di tariffe, anzi, ci ho rinunciato (senza rimpianti, e poi saprete perché).
Le cause di queste oscillazioni di prezzo sono principalmente tre: concorrenza, orario e Internet.

La prima voce è la più ovvia in quanto (teoricamente, ma da noi non succede quasi mai) una pluralità di fornitori porta ad una differenziazione dei costi in base ai servizi offerti e alle previsioni di traffico.

Il fattore orario ci è già un po’ alieno, ma è altrettanto ragionevole.
La parola Peak vi dice niente? Urge allora una breve spiegazione.
In determinate fasce orarie il flusso di passeggeri è più intenso, generalmente di prima mattina e poco prima di sera; lavoratori e studenti pendolari si spostano in massa verso le loro destinazioni. Questa tipologia di utenti gode di particolari tariffe agevolate pensate per scoraggiare l’uso del mezzo privato (quasi come da noi…) ma saturano comunque la capacità della rete ferroviaria.
Per coloro che, per altri motivi o solo occasionalmente, intendessero viaggiare comunque in quelle determinate fasce orarie si applica la tariffa Peak, la più cara, mentre nel resto della giorno la tariffa è Off Peak, e cioè molto più economica.
Questo sistema non è stato immaginato per spennare il passeggero occasionale bensì per invitarlo a partire un po’ prima oppure un po’ dopo, con reciproca soddisfazione, quella del viaggiatore che evita la calca e risparmia dei bei soldi, e quella della compagnia che non rischia di dover far fa andare su e giù per le rotaie dei treni desolatamente vuoti durante gli altri periodi della giornata.

E siamo arrivati a Internet, il mostro o il salvatore, il diavolo o l’acqua santa, la rete che ci sostiene o che ci cattura, una “roba” con la quale, volenti o nolenti, dobbiamo fare i conti.
Immaginate che i treni siano aerei: il sistema è lo stesso. Si va in rete, si aprono le pagine web delle varie compagnie ferroviarie, si confrontano le offerte, si sceglie quella più economica, punto.
Se vi è capitato diprenotare un volo low cost, avrete notato che il prezzo aumenta man mano che ci si avvicina alla data prevista per la partenza e che, per determinati periodi o specifiche destinazioni, le compagnie offrono dei voli a prezzi stracciati. Per la ferrovia vale lo stesso discorso, si prenota in anticipo e si paga di meno, molto di meno.

A proposito di prenotazione, val la pena di informarvi circa una cattiva abitudine degli inglesi, una condotta che li qualifica molto anglo e poco sassoni.
A ogni prenotazione è ovviamente collegato un posto a sedere, numerato e univoco.
Mediante vari sistemi che vanno dal cartoncino sullo schienale al display elettronico posto sopra il sedile, viene segnalato che “quel” posto è stato prenotato dalla stazione X alla stazione Y.
Più volte mi è capitato di notare che questi posti rimanevano vuoti per tutta la durata del viaggio. La prima volta ho compatito quei poveracci che, pur avendo prenotato e pagato, a causa di qualche spiacevole accidente avevano dovuto rinunciare al viaggio. La seconda volta mi sono chiesto se per caso gli inglesi non fossero inguaribilmente sbadati, oppure cronicamente poco puntuali, patologie che li portavano con regolarità a perdere il treno. Siccome non sono particolarmente furbo, ho capito solamente al terzo tentativo che talvolta loro se ne fregano del posto prenotato; salgono e si siedono sulla prima poltrona comoda che trovano. Un controllore teutonico li farebbe alzare e li obbligherebbe, pena pesanti sanzioni, a occupare il “loro” posto, invece si vede che lì quella prassi individualista e menefreghista è ampiamente tollerata.
Il risultato è che il passeggero inglese, timoroso più che mai di trovarsi in imbarazzo per aver occupato un posto prenotato da altri, preferisce vagare su e giù per il treno come un’anima in pena cercando un sedile libero.

Va da sé che, sentendomi moralmente esentato da tale condotta, un attimo dopo che il convoglio si era messo in moto non mi facevo scrupolo di sedermi su un posto prenotato trovato libero: mai successo di dovermi alzare, e anche se fosse stato il caso mi sarei semplicemente spostato, tanto, che potevano fare, spararmi?

Chiusa questa parentesi, torniamo al dedalo tariffario delle ferrovie britanniche.

Di sicuro vi chiederete come diavolo allora io abbia fatto a spostarmi col treno su e giù per la Gran Bretagna. Forse avevo pianificato e prenotato tutto con mesi e mesi di anticipo? Stavo attaccato al computer ventiquattro su ventiquattro alla ricerca di sconti e offerte speciali? Ho semplicemente speso una fortuna? Niente di tutto ciò. Il filo di Arianna che mi ha permesso di non smarrirmi in quel labirinto ha un nome preciso: si chiama BritRail Pass.

Andando sul sito BritRail mi è stato possibile acquistare un abbonamento valido per tutte le compagnie ferroviarie delle isole britanniche. La scelta è ampia, sia per il periodo di validità che per la copertura territoriale, la quale può essere piccolissima come nel caso della Scozia Centrale, oppure può estendesi al massimo fino a comprendere anche l’Irlanda.

Come rinunciare alla comodità di arrivare in stazione, prendere il primo treno che arriva permettendosi di ignorare a che compagnia esso appartenga, un intercity, un pendolino, è lo stesso, o magari, a metà strada, cambiare idea e destinazione? Relax, questa è la mia parola d’ordine.

Ma anche la scarsella ne ha ricavato dei benefici (il mio patrimonio genetico, scarso e parsimonioso, mi avrebbe impedito il contrario). Fatti i conti, durante la mia ultima vacanza, ho sfruttato mediamente le ferrovie britanniche ogni giorno per 6 ore al modico prezzo di 25 sterline, perciò anche la convenienza è assicurata.

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E’ ovvio che questo sistema di visitare il paese è favorito dalla posizione centrale di Birmingham, una collocazione che permette di raggiungere in treno tutti gli angoli della Gran Bretagna, dalla Cornovaglia alla Scozia, dalle bianche scogliere di Dover ai verdi boschi gallesi; vedete che, a cercare bene, c’è del buono in ogni cosa.

Quello era il buono, mentre il bello è ciò che potete ammirare dal vostro finestrino durante il viaggio. Man mano che vi spostate il paesaggio muta continuamente, Andando verso nord passate dalle placide colline del Derbyshire alle modeste alture dei Pennini, oppure attraversate il fiabesco Lake District per arrivare alle aspre Uplands Meridionali. E così per gli altri punti cardinali, verso la grande storia a Sud, oppure il magico Galles a Ovest, e l’inghilterra che vive ancora di mare a Est. E poi il treno è pratico, è comodo, è veloce, è economico, è sociale, è capillare, è moderno. Sopra ogni principale stazione ferroviaria c’è sempre una nuvola, The Cloud, un servizio WiFi gratuito per la connessione a Internet, utilissima per consultare gli orari, telefonare con Skype, aggiornarsi sulle ultime notizie da casa, visualizzare le previsioni meteo, consultare una mappa, ecc.

Se poi non potete proprio fare a meno di restare incatenati, pardon, collegati alla rete, Virgin, National Express, Heathrow Express e Grand Central Trains, offrono la connessione WiFi anche sui loro treni (Tip: cercate sempre un posto vicino alla carrozza di prima classe, poi scoprirete il perché, ma non ditelo in giro…).

Toh, guarda, non c’è solamente il treno. Per meno di 34 sterline si può andare e tornare fino a Dublino con RyanAir. Il volo parte alle 8 e dura solamente un’ora. Lì ce ne sono di cose da vedere: il Temple Bar, il museo della birra (irrinunciabile), il castello, Kilmainham Gaol (la vecchia prigione), e altro ancora. Dopo una puntata serale in un chiassoso pub si prende il volo per Birmingham delle 20 e 30’ (o magari ci si innamora della città e si resta). Prendere nota per la prossima occasione…

Vi sento scalpitare. Lo so, siamo qua già da tre puntate; vi avevo promesso mari e monti (beh, monti… diciamo colline) e invece finora solo chiacchiere, non ci si è mossi di un pollice.

Non siate impazienti, vi avevo avvisato che non mi piace andare di fretta. Capisco, siete stufi di fare le belle statuine a Birmingham, bardati di tutto punto: scarpette walking, comodi pantaloni al ginocchio, camicetta di cotone con le maniche arrotolabili, leggero giubbino antivento, zainetto milletasche, cappellino parasole da ottimista, fotocamera al collo, mappa alla mano. In tutto quel viavai di persone indaffarate cominciate a provare un po’ di imbarazzo, e pure qualche agente di polizia vi sta osservando con sospetto; per soprammercato vi si sta riproponendo quella salsiccia della prima colazione… burp.

Niente paura, prometto che nella prossima puntata faremo la nostra prima uscita, una gitarella fuori porta, giusto per rompere il ghiaccio. Andremo a vedere uno dei più bei castelli della zona, ma non dico di più per non rovinarvi la sorpresa…

Segue…

Un post fuori luogo – Two

Puntata precedente:  Un post fuori luogo – One Dov’ero rimasto? Ah sì, la posizione centrale di Birmingham… Dunque vediamo intanto come arrivarci. Se qualcuno di voi è stato già a Londra saprà che i suoi aeroporti destinati ai voli low cost (Stansed, Gatwick e Luton) si trovano a una cinquantina di chilometri dal centro e, una volta sbrigate le formalità e recuperati i bagagli, ci si deve sobbarcare un lungo e costoso trasferimento. Questa condizione è comune a molti altre stazioni aeroportuali, ed è sempre una bella seccatura. L’aeroporto di Birmingham invece è situato a meno di 10 km dal centro città. Usciti dalla zona bagagli ci si dirige verso una piccola e simpatica la monorotaia che collega (gratuitamente) l’aeroporto all’adiacente stazione ferroviaria.

Il viaggiatore, senza dover uscire o perdersi in complicati labirinti e saliscendi, oserei dire senza accorgersene, si trova immediatamente nella stazione di Birmingham International: Da lì può salire sul primo treno che passa, il quale, dopo una decina di minuti, lo scaricherà a Birmingham New Street, in pieno centro. La mappa della stazione di Birmingham international è qui. Mi raccomando, non fatevi contagiare dalla fretta imperante, siete lì per rilassarvi. Anche se vedete che le persone attorno a voi corrono come forsennate per raggiungere il treno in partenza, mantenete la calma. Evitate di slogarvi una spalla tentando di sollevare, per far prima, il vostro trolley classe “Sisifo”. Anche scendere di corsa giù per la scala mobile come fanno loro non è una buona idea, a meno che non vogliate sperimentare l’accoglienza degli ospedali inglesi. Lasciate che il treno se ne vada per i fatti suoi e aspettate il successivo. Dopo qualche ora di volo, un’attesa di 5 o 10 minuti non sarà la fine del mondo. Se non ci credete, questo è l’orario delle partenze da Birmingham International verso il centro città.

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Qualora l’idea di sollevarsi da terra di qualche migliaio di metri affidando la propria vita a una specie di rumoroso tubone metallico con le ali, e dal quale non vi è via di fuga, ovvero se avete paura di volare, a Birmingham ci si arriva anche in treno. Prendendo l’EuroNight da Venezia o da Milano si arriva a destinazione giusto per l’ora di pranzo. Per maggiori informazioni andare Qui. Ovviamente voi siete stati previdenti, e alla stazione degli arrivi dell’aeroporto siete andati subito al Visitor Centre per procurarvi la mappa della città e gli orari degli autobus. No eh? Pazienza. Potete allora rivolgervi all’ufficio turistico del centro, ammesso che lo troviate. C’è, ne sono sicuro, ma la vocazione turistica della città è tale che quando chiederete informazioni sull’ubicazione del Visitor Centre, tutti penseranno che stiate scherzando. Per stavolta vi toccherà andare in albergo in taxi.

Foto di Beax19gr

Quello sarà probabilmente il primo contatto con la gente di Birmingham e con vostra sorpresa scoprirete che, anche se non sapete l’inglese, non c’è problema, neanche loro lo parlano! In verità, l’idioma locale ricorda vagamente qualcosa di anglosassone, ma molto alla lontana, e molto masticato. Questo è solamente un esempio , quindi, buon divertimento. Cominciamo con i primi suggerimenti pratici: l’albergo. Preferite sempre un albergo che offre la prima colazione inclusa, questo perché per i brummies (gli abitanti di Birmingham) il breakfast è veramente fast, talmente fast che talvolta non lo vedi nemmeno. Magari voi siete inguaribilmente viziati, pensate che, usciti dall’albergo, troverete una schiera di panetterie, pasticcerie, caffetterie, insomma dei localini dove consumare una ricca e corroborante prima colazione. Dimenticate. Riuscirete a trovare qualche bel localino aperto solo nei paraggi della New Street Station, di Broad Street e nella zona del Bullring, mentre i restanti aprono appena alle 10. Altrimenti vi dovrete accontentare di un bicchierozzo di acqua calda sporca che loro chiamano coffee (tipico humor inglese) e una baguette che sa di sapone, oppure un triangolino di pane e mistero che sa di muffa. Mi raccomando, prima di addentare un muffin accertatevi di avere a portata di mano l’insulina! Altro argomento capitale: mangiare e bere, anzi, secondo le abitudini locali, bere e poi (forse, talvolta, non si sa, ma che sarà mai…) mangiare. I pub non mancano e il prodotto servito è eccellente, generalmente spillato in maniera esemplare. Oltre all’immancabile Guinness potete gustare la Harp, la Smithwick’s (quella che da noi viene chiamata Kilkenny perchè nessuno è in grado di imbroccare la corretta pronuncia Smidcks’), la Caffrey’s, la Courage, e altre ancora, tutte rigorosamente alla spina.

Foto da Fake Food Free

Qualche nome? The White Swan al 276 di Bradford Street dove, se avete fortuna, potrete anche ascoltare qualche gruppo di avventori che, con strumenti tradizionali, si diverte in compagnia sorseggiando una buona birra (ma anche due, tre…) e intonando vecchi pezzi di musica folk. Da O’Neill’s in Broad Street, se riuscite a capire come si ordina (è un test per sapere se siete abbastanza anglosassoni), potrete anche mangiare qualcosa di caldo e accettabilmente saporito. Se cercate un ambiente originale (nel senso di autoctono) provate The Old Crown al 188 di High Street, il più antico pub di Birmingham. Qualora foste stufi di carne e patatine fritte vi consiglio di assaggiare la specialità locale, che guardacaso è indiana/pakistana/bengalese: il Balti.

In pratica si tratta di cucina orientale la cui caratteristica principale è che il cuoco prepara il cibo direttamente nel piatto che vi sarà servito. Quindi, se volete evitare di fare come Fantozzi nell’omonimo film durante la scena del ristorante giapponese, non cercate di aiutare il cameriere mentre vi sta servendo. Uno dei più noti ristoranti Balti è Al Frash al 186 di Ladypool Road, niente fronzoli ma molta sostanza. Quando, di fronte al menù, vi sentirete in imbarazzo nella scelta, non abbiate remore ad affidarvi alle cure del cameriere, egli sarà felicissimo di guidarvi tra i sapori di questa particolarissima cucina. Lì non servono alcolici, quindi se proprio non sapete rinunciare a un bicchiere di vino dovrete portarvelo da casa. Un suggerimento. Magari non siete degli avventurosi amanti del trasporto pubblico come me, e molto probabilmente per arrivarci avrete utilizzato un taxi. Quando, saldato il conto, sarete pronti per uscire, avvicinate con discrezione uno dei camerieri e pregatelo se può chiamare per voi una vettura. Non sorprendetevi se egli, invece di sollevare il telefono, prende un WalkieTalkie. Dopo qualche minuto si fermerà davanti all’ingresso una berlina a vostra disposizione, ovviamente guidata da un indiano/pakistano/bengalese (parente? Amico? Socio?) che vi porterà a destinazione e si accontenterà di una cifra leggermente inferiore di quella richiesta dal taxi british. Nota di colore (rumoroso). Durante tutta la settimana i giovani Brummies hanno i loro scazzi sul lavoro (chi ce l’ha), a scuola (chi ci va), per strada (i restanti). Ma il venerdì e il sabato sera si scatena il sabba. Lungo la Broad Street va in onda una specie di impazzimento generale, un carnevale fuori stagione dove si balla, si beve, si va a caccia, con l’imperativo di apparire e divertirsi, ad ogni costo. Impensabile trovare un posticino tranquillo per passare la serata: o si è disposti a strafare e strafarsi o non si ha diritto di cittadinanza. Altro? Beh, si ci sarebbe anche dell’altro. Potrei parlarvi dei canali, del quartiere dei gioiellieri, della zona del Bullring ma, primo, sono notizie che potete trovare su quasiasi guida turistica, secondo, Birmingham non è l’obbiettivo del vostro viaggio ma solamente il punto di partenza per un viaggio molto più interessante. Siete pronti?

Segue…

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Un post fuori luogo – One

Un luogo comune non è solamente uno strumento concettuale, astratto e letterario, per indicare uno stereotipo mentale o sociale, un preconcetto diffuso che prospera grazie alla nostra pigrizia mentale, una specie di funzione matematica nella quale, a prescindere del valore assegnato alle variabili, abbiamo già prestabilito il rassicurante risultato. Esistono anche dei luoghi comuni reali, quelli che si possono vedere, toccare, annusare, e tutto ciò che i nostri sensi sono in grado di percepire.

Uno di questi è Londra.

Londra – Foto ricavata dal sito /poster.4teachers.org

Quante volte avrete sentito dire “vado in Inghilterra” per scoprire poi che la destinazione di cotanto viaggiare è unicamente e prevalentemente Londra.

Lo so che mi sto attirando le ire di chi ama questa metropoli (megalopoli? monopoli? paperopoli?), e sono in tanti.

Lo so che Londra è unica (mi verrebbe da dire, per fortuna!) e che per i giovani (e non) in cerca di un’iniziazione culturale viene considerata una tappa obbligata per una versione moderna del “Grand Tour” di settecentesca memoria.

Lo so che talvolta il “viaggio a Londra” viene concepito, atteso, sentito, pianificato e vissuto, in versione laica, con lo stesso spirito che muove il pellegrino alla Città Eterna o verso La Mecca.

Lo so che poi si torna a casa con mille cose da mostrare, da raccontare, da ricordare, da rimpiangere, perché “ci dobbiamo tornare”.

So tutto questo, giacché ci sono stato anch’io.

Però so anche un’altra cosa, e mi ci son voluti due viaggi per capirlo: Londra non è l’Inghilterra (o la Gran Bretagna, il Regno Unito, quello che è).

Non è che io sia particolarmente furbo, in quanto è stato solamente il caso a mostrarmi quanta distanza fisica e culturale separi quel “luogo comune” da tutto il resto delle Isole Britanniche. Il caso rivelatore ha preso le vesti di una mostra di arte tessile, il Festival of Quilts, che si tiene annualmente in quel di Birmingham.

Odio fare le cose di fretta, mi va sempre di avere del lasco, dei tempi che altri definiscono “morti”, ma che a me piace definire “aperti”, ovvero disponibili all’opportunità e al ghiribizzo, quindi, sbrigato piacevolmente il motivo principale della trasferta, avevo ancora in saccoccia dei giorni per delle scappate “fuori porta”. E li impiegai bene.

Risultato: se volete visitare il Regno Unito (Londra compresa, of course) andate a Birmingham.

Why?

Forse perché Birmingham (Brum per i locali, detti brummies) rispecchia il tipico spirito inglese? No.

O magari perché questa città è particolarmente interessante dal punto di vista turistico? No.

Oppure vi si trova la stessa spumeggiante attività (divertimento, negozi, musei, teatri, ecc.) che caratterizza la capitale? No.

Architettura? No.

Oasi di verde? No.

Panorami? No.

Storia antica? No.

Buona cucina? No.

SPA e relax? No.

Anima tradizionale? No.

Clima? No.

Birmingham è una città industriale di poco più di un milione di abitanti, situata nel West Midland, un territorio prevalentemente pianeggiante il cui orizzonte è mosso da qualche timida collina, e dove scorrono pigri fiumiciattoli dalle acque color kaki.

La città non offre monumenti di particolare valore storico, e la sua opera architettonica più rappresentativa è indubbiamente Il Selfridges Building,

Foto di roberthunt – da Panoramio

un’opera che non lascia indifferenti (ma neppure estasiati).

Birmingham è attraversata da alcuni canali navigabili che si intrufolano tra i vecchi quartieri di case realizzate con mattoni rossi di terracotta a vista, antiche vestigia di una rivoluzione industriale ormai assopita. Il resto sono solamente soldi e cemento, produzione e fretta, scartoffie e centri commerciali.

Chi ama la cucina indiana potrà trovare ristoro con il Balti, nell’omonimo triangolo; ma non si vive di solo Tandoori.

Ma allora perché diavolo si dovrebbe andare in un posto del genere?

Perché è lì.

Se è già qualche annetto che avete lasciato la scuola e magari anche allora in geografia andavate così così (dimmi i fiumi del…), prendete una carta geografica oppure andate in Google Maps e cercate Birmingham. Ecco guardate la sua posizione: è centrale; da lì passa tutto, treni, aerei, strade.

Penso che abbiate già inteso dove io voglia andare a parare ma, come ho detto prima, odio fare le cose di fretta, quindi nelle prossime puntate vi darò ulteriori ragguagli e suggerimenti.

Non è che dovete partire domani, vero?

See You soon.

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Segue…

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