iTaliano

Certe cose, anche minime, saltano agli occhi, ma non di tutti evidentemente. Forse il fatto che l’italiano sia, per me, la seconda lingua, e perciò io abbia faticato e tuttora fatichi per praticarla, mi rende più sensibile a certi usi irriguardosi della stessa.
Potrei supporre che pure a voi il disuso o l’abuso del congiuntivo provochi una sensazione sgradevole allo stomaco, come pure certi ridicoli e assurdi diminutivi, per non parlare della volatilità del condizionale, ma talvolta capita che errori minimi, dei peccati veniali, dimostrino quanta poca cura si pone nella stesura di una frase o nella definizione di un concetto.
Nel caso che sto per mostrarvi, l’inghippo è generato dall’assenza di un componente tanto piccolo quanto essenziale: la punteggiatura.

Mi si potrà obiettare che il significato è comunque chiaro, reso ancora più evidente dal simbolo soprastante la scritta, però mi si consenta di farvi notare l’assurdità di quanto scritto.
Fateci caso, se su quel cartello fosse stato scritto “non bere varechina” oppure “non bere inchiostro” avreste pensato che difficilmente a qualcuno verrebbe in mente di farlo, decretando così la sostanziale inutilità dell’avviso. Orbene, ditemi allora se ha senso bere dell’acqua non potabile, eppure questo è quanto impone quel cartello. Altro discorso sarebbe stato se tra “bere” e “acqua” un’anima pia avesse interposto una virgola o un trattino.
Lo so che è un po’ come cercare il pelo nell’uovo, e che andare a sottilizzare troppo su un’insignificante cartello posto su una fontana potrebbe essere futile, quasi il sintomo di malcelate presunzione e saccenteria, ma così non è, si tratta solamente di rispetto. Putroppo non nutro molte speranze che la situazione migliori, in quanto la lingua italiana soffre della concorrenza del più moderno “italianese”, e così, dopo l’iPod, l’iPhone e l’iPad, avremo tutti a che fare con l’iTaliano.
Auguri.

E ricordatevi che Uno pro puncto caruit Martinus Asello.

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Musica sacra – Prima puntata

Questo racconto a puntate l’ho scritto qualche anno fa, ma penso che oggi sia la giornata giusta per riproporlo, almeno per coloro che sono appassionati di certa musica.
Buon divertimento (forse…).
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MadamaButterfly

Clic.
Omero rimase ancora per qualche istante con la cornetta appoggiata all’orecchio. Si stava chiedendo se quel breve suono meccanico l’avesse partorito la sua mente. Ormai l’elettronica aveva soppiantato quel poco che c’era di meccanico nei telefoni, non era possibile che la chiusura della comunicazione venisse ancora certificata da un “clic”. Forse, nella loro smania di riverniciare e rivendere i simulacri del passato, qualche programmatore aveva inserito in maniera digitalizzata quel suono antico.
Comunque il clic lo aveva udito, forte e chiaro, come una porta sbattuta.
Proprio questo aveva giusto fatto, aveva sbattuto un porta, in maniera figurata s’intende, ma l’impeto e la soddisfazione erano comparabili a un’azione fisica.
Per meglio comprendere le ragioni di tale stato d’animo sarebbe opportuno fare le presentazioni del caso e aggiungere, per sommi capi, qualche scampolo del suo passato.
Omero Dossena, classe 1959, laurea in… ecc. ecc., regista, sposato e divorziato, senza figli, nato in Italia ma residente a Linz da una decina d’anni.
Che la vita di chi fa parte del mondo dello spettacolo non sia tutta rose e fiori è cosa nota, e peggio ancora va a chi è in cerca della pura arte lungo i meandri di quella rutilante giostra.
Si può ben dire che fino ad allora per Omero c’erano state più spine che rose, anzi nemmeno rose, cicoria. La sua carriera di regista era costellata di grandi apprezzamenti artistici, citazioni di merito, incoraggiamenti e strette di mano, ma soddisfazioni professionali scarse.
In parte la colpa era sua, aveva sempre rifiutato ciò che riteneva commerciale in maniera sfacciata, e si era sempre dedicato a opere cinematografiche e teatrali di alte aspirazioni artistiche ma di modestissimo risultato al botteghino.
Non per questo era sceso a più miti consigli, anzi si vantava di aver sempre rifiutato ogni collaborazione con la televisione italiana, ambiente immondo e retrogrado secondo il suo metro di giudizio, oppure, Dio ce ne scampi, con il mondo della pubblicità.
Per anni gli avevano presentato delle occasioni che altri avrebbero considerate ghiotte, tutt’altro che disprezzabili anche dal punto di vista professionale, ma gli altri non sapevano, non potevano capire che la fonte di tanta munificenza era sempre anche il motivo del suo irrigidimento, e che questa possedeva un nome: Primo.
Un bel nome per un fratello maggiore, peccato che di mestiere, perché di mestiere si tratta, facesse il politico di lungo corso. Era più di vent’anni che scorrazzava in lungo e in largo per tutto l’emiciclo camerale, raggiunto dopo una spericolata gavetta passata a camminare sui cadaveri di nemici e amici, fino ad arrivare a essere nominato sottosegretario praticamente a vita, dato che il fiuto e l’esperienza gli permettevano di saltare ogni volta sul cavallo vincente.
Anche a Primo erano occorsi degli, diciamo così, incidenti di percorso per aver solcato acque torbide frequentate da tipi poco raccomandabili, mari insidiosi sui quali si avventurava a pescare il consenso con metodi ambigui, e così facendo si era guadagnato, oltre alla poltrona in Parlamento, il sospetto di collusioni inconfessabili, di adesione a patti di mutua assistenza con gruppi di potere insofferenti alle leggi dello Stato, ed era stato fatto oggetto di attenzioni da parte di varie Procure, indagini che comunque si arenarono sempre sulle secche di autotutela modellate dai suoi colleghi a salvaguardia dei sacri principi repubblicani che nessuno di loro mai rispettava.
Perché lui, bazzicando chi altri bazzicava, mano a mano era venuto a conoscenza degli scheletri che questi “altri” tenevano ben chiusi nei loro armadi assieme agli abiti da cerimonia, e mai mancò di far pesare sul piatto delle decisioni politiche questa sua particolare erudizione in modo che il piatto pendesse sempre in suo favore.
E proprio di questi favori egli tentò più volte di far partecipe anche il fratello Omero, dato che, tutto sommato, alla famiglia ci teneva, e pur non condividendo, anzi rinunciando proprio a comprendere le scelte sue scelte artistiche, trovava più che normale procurargli le giuste entrature per una brillante carriera nella televisione di stato.
Omero ricordava con disgusto ancora vivido quelle discussioni con dirigenti viscidi e untuosi, le raccomandazioni insistite, quasi delle paternali, gli irrinunciabili suggerimenti piovuti da un Olimpo più sacro di quello greco, i nomi comunque non detti ma comunque scolpiti negli sguardi deferenti, le praterie dell’immaginario spogliate di ogni bellezza e ridotte a un angiporto nel quale arrivavano dall’alto le richieste assurde in apparenza ma ben mirate nell’effetto voluto dal lanciatore, le strette di mano sudate e flaccide, i sorrisi di circostanza verso il fratello di, i saluti e gli immancabili ossequi, ai quali seguiva immancabile una sua telefonata all’augusto fratello.
– Io di marchette non ne faccio! Io sono un artista libero, e libero voglio restare!
Al che Primo, senza scomporsi più di tanto, tornava a raccomandargli prudenza e un minimo di modestia. La conversazione telefonica prendeva toni più accesi quando Omero rinfacciava al fratello le sue amicizie equivoche, la sua dubbia moralità, l’attaccamento al denaro e il distacco da ogni forma di etica, dandogli, a seconda di dove si era accasasato Primo, del fascista, dello stalinista, del papista, del magnaccia, del reazionario, del capitalista, del voltagabbana, trattandolo come un appestato dal quale bisogna stare lontani per evitare l’immondo contagio, e ogni volta la comunicazione si chiudeva con gli usuali reciproci avvertimenti: la rovina, la prigione e l’ignominia per uno, la miseria, l’anonimato e l’infelicità per l’altro.
– La vedremo! – era l’ultima invariabile espressione di Omero prima di sbattere il ricevitore sulla forcella della base del telefono.
E ora, finalmente, avrebbe visto, ah, se avrebbe visto! Avrebbero visto tutti!

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Versi (di)sgraziati

Poco calore in queste parole
disperse qua e la come rottami,
sfatti dal tempo i frusti cascami
di arazzi ridotti a pezzuole.

Fantasmi recitano a soggetto
nel bigio teatro della memoria,
dal niente inventano una storia
per tema del vuoto, non per diletto.

Se della speranza l’uomo si nutre,
alzi la mano chi sazio può dirsi
del pane che lo muove a dannarsi,
lievi le tracce che neve ricopre.

Fate voi

Sapete come capitano certe idee bislacche, quasi per caso, con una genesi incerta e imprevedibile.
Stavo guidando verso casa e intanto mi facevo tenere compagnia dall’autoradio. Niente di eccezionale, intendo l’autoradio, un semplice apparecchio montato di serie, mentre eccezionale era ciò che usciva dagli altoparlanti: la nona sinfonia di Antonín Dvořák. Concedetemi lo spazio per un piccolo inciso, sappiate che solo un ceco riesce a pronunciare correttamente e con scioltezza il nome di quel famoso compositore.
Ma andiamo avanti.
Il tragitto era relativamente breve, e non riuscii a sentirla per intero, però il tempo fu sufficiente per imbastire un’ipotesi che definire azzardata sarebbe un eufemismo. Dato che, sprovvisto di titoli e corone, non temo il ridicolo, ora ve la espongo.
Come i più sapranno, la nona sinfonia è stata composta da Dvořák nel 1893 a New York, e per questo motivo è stata intitolata “Dal Nuovo Mondo”.
Molte parole sono state spese da eminenti studiosi di musica per sottolineare quanto Dvořák fosse stato ispirato dai motivi popolari di quella nazione, di come emergessero dei richiami agli spiritual afroamericani e alla musica dei nativi, quelli che siamo usi definire “indiani”. Badate, lungi da me ogni intenzione di mettere in dubbio questa lettura della sinfonia, non possiedo né titoli e né competenze per farlo, anche se trovo strano che a New York, alla fine dell’800, in un ambiente sicuramente colto ed elitario, giungessero anche solamente gli echi di certe espressioni musicali patrimonio di etnie e gruppi sociali molto distanti dall’uditorio raffinato che amava la musica classica europea, ma tant’è.
Invece mi va, anzi mi permetto di esporre i miei dubbi su fatto che tutta la sinfonia vada letta come un messaggio, o se preferite una cartolina, che il compositore volle inviare ai suoi compatrioti d’oltreoceano.
In effetti negli gli abitanti della “vecchia” Europa era invalsa l’inclinazione a far coincidere il continente americano con la definizione “Nuovo mondo”, o almeno era così fino a qualche decennio fa, perciò è spiegabile come una sinfonia composta a New York sia stata automaticamente percepita come proveniente “Dal Nuovo Mondo”.
Però, c’è un però.
Chi è stato a Praga, ma non si è limitato al solito giro Castello – Cattedrale – Ponte Carlo – Piazza Vecchia – Orologio – U Fleku, saprà che esiste quartiere nel quale ci sono, ancora in piedi e abitate, alcune case della Praga del XIV secolo. Furono costruite ex novo per destinarle ai dipendenti del castello, e indovinate come si chiamava e si chiama tuttora quella zona: Nový Svět (traduzione: Nuovo Mondo).
Se ancora non sono riuscito a instillare in voi il dubbio, vi riporto il titolo originale ceco della sinfonia: Novosvětská.
Bene, non potrebbe darsi che Dvořák abbia cercato di offrire all’uditorio americano anche alcuni passaggi tipicamente europei, qualcosa di antico, ma resistente al tempo, proveniente dalla “sua” Praga, dal “suo” Nuovo Mondo?
Mah, fate voi.
Intanto ascoltatevela e godete.