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Sète

Omaggio alla Catalogna?

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari,
e fui contento, perché rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei,
e stetti zitto, perché mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali,
e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente, perché non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare

Magari queste non saranno le esatte parole pronunciate negli anni ’30 dal pastore Martin Niemöller, però il loro senso è chiaro.
Meno evidente potrebbe apparire il loro legame con quanto sta avvenendo in Catalogna, ma se avrete un attimo di pazienza tenterò di mostrare quanto quei concetti siano attuali e applicabili nella penisola iberica.

Innanzitutto il luogo e il tempo.

Quasi coeva a quel sermone fu la guerra civile spagnola, durante la quale Barcellona, la vera rivoluzionaria, resistette fino al 1939 prima di cedere all’aggressione fascista. Ho precisato “fascista”, perché gli aeroplani che sganciavano le bombe sui civili inermi erano italiani, e fascisti.

Immagine da Wikipedia

Per quella predilezione repubblicana, e per la tenace resistenza, la Catalogna subì la dura punizione franchista, la quale si tradusse nella soppressione di tutto quanto non fosse assolutamente “spagnolo”.
Non sono passati che pochi decenni da quelle tristi vicende, perciò è probabile che ci sia un latente spirito di rivalsa nelle ambizioni catalane, anche se, come sempre alla fine è sempre una questione di soldi.

Confesso di non sapere molto della Catalogna, perciò mi astengo da affermazioni categoriche del tipo giusto o sbagliato. Questo posso dire, ci sono stato, ci tornerei, ma non ci vivrei, perlomeno non a Barcelona.
Da quel che ho letto, la Spagna trova nella Catalogna la sua regione più produttiva, e perciò i proclami sull’inalienabile unità del paese nascondono la paura di perdere i gioielli di casa. Come sempre, è sempre una questione di soldi.

Dalla loro parte i catalani sono stufi di mantenere la parte più inefficiente del paese, e desiderano che una parte dei proventi delle loro tasse rientri nei servizi pubblici della Catalogna. Come sempre, è sempre una questione di soldi.
Del resto è successa la stessa cosa a pochi chilometri da noi, quando la piccola Slovenia decise di separarsi dalla gigantesca sanguisuga serba che drenava i guadagni delle più efficienti aziende slovene.

A proposito, la Catalogna è grande una volta e mezza la Slovenia, e ha il triplo di abitanti, oltre ovviamente risorse economiche ben maggiori, quindi se sono più di 25 anni che la piccola Slovenia è indipendente, senza per questo fallire o morire di fame, non vedo perché non dovrebbe farcela la Catalogna.
Sono bugiardo, lo vedo eccome.
L’indipendenza della Slovenia è stata accettata, se non addirittura favorita, perché l’Europa non aveva molti interessi in Jugoslavia, se non quello magari di indebolirla a causa della sua vicinanza politica e sociale con l’orso russo.
In Spagna la faccenda è diversa. Al governo ci sta un fantoccio che, pur privo di una maggioranza, viene tenuto in piedi a garanzia degli interessi economici interni ed esterni. L’emersione della Spagna dalla fase depressiva la si deve agli stipendi in caduta libera e ai tassi di disoccupazione ben sopra la media europea. Se si se esclude l’isola felice della Catalogna (guardacaso), la disoccupazione giovanile è al 40% (fonte ANSA).
Vedete bene che ciò che rende felici i banchieri rende infelice la popolazione, e provate a indovinare chi sono gli sponsor di Rajoy, e da che parte stanno in questa contesa con la Catalogna.

Però non è questo il punto al quale volevo portare la vostra attenzione.

A scanso di equivoci vorrei precisare che diffido dei nazionalismi, di tutti i nazionalismi, specialmente quelli declinati nella forma patriottica.
“Il patriottismo è l’estremo rifugio delle canaglie” scriveva nel ‘700 Samuel Johnson, e confesso di essere d’accordo con questa affermazione.
Provengo da una terra dove i perversi effetti del nazionalismo e del patriottismo hanno portato dolore e tragedia, hanno distrutto famiglie, hanno cancellato tradizioni, hanno travisato le menti, con uno strascico di ignoranza che stenta a ritirarsi.

Per questo motivo non me la sento di esultare al sorgere di una nuova nazione, di nuovi confini, di nuovi guardiani, di nuovi sospetti, ma se, non me ne vogliano i catalani, trovo inattuale e interessato il movimento indipendentista, la mia mentalità mi porta invece a giudicare “ignobile” il comportamento degli spagnoli.
Badate, non mi sto riferendo agli utili idioti che stanno a Madrid e che si fanno forti di sentenze tanto ovvie quanto anacronistiche, emesse da corti che, al pari della nostra Cassazione, troppo spesso sono telecomandate per impedire alla popolazione di far sentire liberamente la sua voce.
Nossignori, a me fa schifo il comportamento dello spagnolo comune, quello che scende (materialmente o idealmente) in strada con un’altra bandiera, per un altro nazionalismo, per una competizione su chi è più scemo, su chi ha l’anello più grosso al naso.
Se la Catalogna sbaglia, la Spagna ha fatto di peggio, l’ha trattata da incapace di intendere e volere.
Mettiamo il caso che la persona con la quale dividete la vita manifesti la sua intenzione di separarsi da voi, che fate, cercate di capire il problema, di andarle incontro, di immaginare il suo punto di vista, oppure la picchiate, la insultate e la ammanettate a un termosifone perché non scappi?
Quando hanno cominciato a girare le immagini della Guardia (in)Civil che picchiava senza pietà e senza ragione dei cittadini indifesi, disarmati, pacifici, mi sarei aspettato che da tutta la Spagna sorgesse un corale “Basta! BASTA! Fermate quella violenza! Ma che state facendo, siete impazziti?”. Invece, tranne qualche voce isolata e ritardataria, tutti sono rimasti in silenzio, quasi soddisfatti di vedere quei presuntuosi di catalani, impenitenti e ribelli, presi a calci nel culo. E così, dopo decenni, la Spagna ha dimostrato di essere ancora un paese clericofascista.

Verrà il giorno che quegli stessi spagnoli vorranno esprimere con un voto, con una dimostrazione, con una protesta, la loro opinione contraria alle politiche ottuse e servili al potere, e allora anche loro proveranno quanto imparziale e inevitabile sia la repressione fascista. Ma non ci sarà più nessuno a difenderli, nemmeno l’anarchica Catalogna.

Sitges (Catalunya)

Sitges (Catalunya)

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Fête du Fil

Lastoffagiusta Dal blog www.lastoffagiusta.i

Fête du Fil

 

 

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Catalunya

Escolta, Espanya, – la veu d’un fill
que et parla en llengua – no castellana:
parlo en la llengua – que m’ha donat
la terra aspra:
en ‘questa llengua – pocs t’han parlat;
en l’altra, massa.
 
T’han parlat massa – dels saguntins
i dels que per la pàtria moren:
les teves glòries – i els teus records,
records i glòries – només de morts:
has viscut trista.
 
Jo vull parlar-te – molt altrament.
Per què vessar la sang inútil?
Dins de les venes – vida és la sang,
vida pels d’ara – i pels que vindran:
vessada és morta.
 
Massa pensaves – en ton honor
i massa poc en el teu viure:
tràgica duies – a morts els fills,
te satisfeies – d’honres mortals,
i eren tes festes – els funerals,
oh trista Espanya!
 
Jo he vist els barcos – marxar replens
dels fills que duies – a que morissin:
somrients marxaven – cap a l’atzar;
i tu cantaves – vora del mar
com una folla.
 
On són els barcos. – On són els fills?
Pregunta-ho al Ponent i a l’ona brava:
tot ho perderes, – no tens ningú.
Espanya, Espanya, – retorna en tu,
arrenca el plor de mare!
 
Salva’t, oh!, salva’t – de tant de mal;
que el plo’ et torni feconda, alegre i viva;
pensa en la vida que tens entorn:
aixeca el front,
somriu als set colors que hi ha en els núvols.
 
On ets, Espanya? – no et veig enlloc.
No sents la meva veu atronadora?
No entens aquesta llengua – que et parla entre perills?
Has desaprès d’entendre an els teus fills?
Adéu, Espanya!
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Joan Maragall – Oda a Espanya – 1898
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( editazione di un’immagine presente sul sito di independent.co.uk )

Cassandra Crossing / Biometria o PIN?

Fonte: Punto Informatico del 19/09/17

di M. Calamari – L’iPhone X introduce il riconoscimento facciale e riapre il dibattito sull’uso dei sistemi biometrici nei dispositivi consumer. Servono davvero o questa estenuante corsa all’ultima funzione ci metterà tutti a rischio?

Immagine da: mrrobot.it

Una delle novità tecnologiche dell’ultimo smartphone di “firma” (il cui prezzo parte da 900 euro) è l’uso del rilevamento biometrico 3D del volto per sbloccarlo, o più precisamente come credenziale di identificazione del proprietario. Sorridere al telefonino eviterà di battere il noioso PIN un sacco di volte al giorno, ma soprattutto farà rosicare tutti quelli attorno.
L’annuncio sdogana definitivamente una tecnologia già da molto tempo sugli scaffali dei negozi, ma finora accolta tiepidamente dal mercato, senza grandi clamori o reazioni degli addetti ai lavori.
Al di là della fascinazione, dell’eleganza e della moda, occorre chiedersi seriamente: “Cosa significa per gli utenti normali utilizzare il riconoscimento facciale per sbloccare il telefonino?”. Anzi, più in generale: “Cosa significa usare una qualsiasi credenziale di tipo biometrico, come l’impronta digitale, il volto o l’iride, in una data situazione?”.

Prima di rispondere, partiamo dalle origini.

Avete davvero bisogno di bloccare il telefonino con una qualsiasi credenziale (dal classico PIN in su)?

Ovviamente la risposta dipende dal tipo di informazioni che avete archiviato sul telefonino; se lo usate per eseguire pagamenti, per collegarvi alla banca o custodire informazioni personali e sensibili (pessima idea!) certamente sì. In questo caso però la domanda seguente sarebbe “Cosa fate per proteggere tali informazioni dal telefonino stesso e dalla pletora di app di dubbia provenienza che ci girano sopra?”.

La soluzione che Cassandra, dopo la sua personale adozione di un telefono “furbo” (“smart” per i millennials) dovuta alla necessità di un minimo di interazione con la “Internet degli Idioti“, è stata quella di minimizzare la quantità di informazioni personali presenti sul telefono e di azzerare quelle riservate o sensibili. Così facendo, a parere di Cassandra, anche la necessità stessa di bloccare il telefono praticamente si azzera, e una semplice gesture di sblocco per evitare che il dispositivo “faccia cose” mentre lo mettete o lo togliete dalla tasca può essere assolutamente sufficiente.

Si potrebbe aprire un dibattito infinito sul concetto di “minimizzare le informazioni personali” e sull’efficacia reale di una sua applicazione, ma richiederebbe un articolo dedicato; quindi, per adesso passiamo oltre.

Cosa significa invece l’adozione della biometria (qualsiasi biometria) non per l’identificazione delle persone, cosa che si fa da più di un secolo, ma come credenziali di identificazione?

Non è la stessa cosa? No! Se lo pensate vuol dire che non vi siete mai posti il problema. Smettete un attimo di leggere e fatelo. Gli altri proseguano pure.
No, perché le necessità e l’ambito di utilizzo sono completamente diversi, come pure gli scopi, anche se le tecnologie, dal tampone inchiostrato alla telecamera 3D a infrarossi, sono le stesse.

Quando la biometria viene usata per identificare fisicamente una persona (posto che questo sia fatto da chi ha motivi democratici per farlo) ci si trova in un ambito “statico”. La biometria è esattamente ciò che serve; infatti non è previsto (né desiderato) che si debba cambiare identità fisica.
Ma una credenziale di identificazione ad un computer (cosa del tutto diversa) deve invece soddisfare due requisiti fon-da-men-tal-men-te diversi: deve essere utilizzabile solo dall’interessato e deve poter essere cambiata se compromessa.
La biometria non soddisfa nessuno di questi due requisiti, e quindi semplicemente non può essere impiegata come credenziale. Punto!

Per chiarezza, facciamo qualche esempio.

Possono usare le vostre impronte digitali al posto vostro?

Certamente sì, perché le lasciate in giro continuamente. Da un paio di decenni sono disponibili (e utilizzati) semplici metodi per farlo; dal truce (ma efficace) tagliare il dito e portarselo via, alla più gentile creazione di un simulacro dell’agognata estremità raccogliendo l’impronta da un bicchiere e usando gelatina alimentare.

È possibile cambiare le credenziali biometriche se “compromesse”?

Questa è semplice; no!

Potreste trovarvi nella situazione di essere costretti (anche con la forza) a fornire le credenziali per sbloccare il vostro telefonino?

Sì, ed è immensamente più facile farvelo fare che con un normale PIN di 4 cifre. Vi minacciano e vi fanno passare il dito sul lettore, o meglio ancora vi prendono il telefonino e vi inquadrano la faccia.

Ma vogliamo scherzare!? Se avete bisogno di credenziali usate PIN o password, funzionano molto meglio, stanno nella vostra testa e solo lì, e avete sempre il rischio o l’opportunità di dimenticarvele.

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Malborghetto 2017