Sanremo 2018. Un gancio in mezzo al cielo?

Gatto Atlantico

POST PER QUELLI CHE SI OCCUPANO DI MUSICA COME ME.

Beh lo dico subito che il mio personale bilancio sul Sanremo 2018 è positivo. E siccome non accade mai e il Direttore Artistico di quest’anno è un artista che per me musicalmente ha sempre rappresentato “il male” (con la emme minuscola però), due parole proprio mi va di spenderle. Sono considerazioni varie per le quali sto cercando una sintesi. Vediamo dove riesco ad arrivare.

Parto forse da Flavia e dai nostri fratelli maggiori che sentivano i Genesis e i Pink Floyd. Come potevamo quindi amare Claudio Baglioni? Flavia ed io siamo amiche da sempre ed eravamo compagne di Liceo. E per noi la musica era importante. Quando io ero ragazza la musica che si ascoltava ci divideva. Io non frequentavo quelli che ascoltavano Claudio Baglioni. Questa cosa mi fa ridere fino alle lacrime, soprattutto se penso che a malapena sopportavo…

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Che novità!

Immagine da: The Economist

La novità di oggi è che Amazon ha realizzato il primo supermercato nel quale si entra, si prende, e si esce senza passare per la cassa. Un mix costituito dai nostri dati personali, dallo smartphone, da telecamere che osservano i nostri movimenti, e dalla tecnologia RFID, consente ad Amazon di addebitarci i costi di tutto quello che ci portiamo a casa.
Preferisco non entrare nel merito di varie questioni di privacy, e nemmeno tediarvi con una delle mie solite filippiche contro il consumismo sfrenato e le subdole strategie di marketing.
Parlerò di letteratura, anzi con la letteratura.
La mia età mi consente di riandare con la memoria (che spero di perdere quanto prima) ai tempi di quando i supermercati non esistevano, almeno non dove abitavo. Al loro posto esistevano delle realtà specifiche alla funzione, la latteria, con le bottiglie di vetro tappate con la stagnola, la salumeria, con le salsicce appese a catenaria, la macelleria, con un omone in alto che tagliava pezzi di carne su un ceppo di legno modello boia medievale, la drogheria, con il sapone marsiglia a scaglie e il perlin per il bucato, l’edicola, con i fumetti di Pedrito el Drito e le buste sorpresa, lo spaccio di vini, con avventori che ogni tanto intonavano qualche canzone, il negozio di biscotti, con i soli che ci potevamo permettere, i rotti, il calzaturificio, con quelle scarpe che allora si potevano riparare, la cartoleria, con i sussidiari e i quaderni delle Regioni, eccetera.
Tutto ciò è praticamente finito, fagocitato dai supermercati prima, dai grandi centri commerciali oggi, e ora questi utimi insidiati dallo shopping on-line.
Amazon ha pensato bene di coniugare la gratificazione psicologica di “acquistare” con la volontà tattile di “prendere”, nascondendo abilmente le forche caudine della cassa, e sono più che certo dell’esattezza dei suoi calcoli, anzi mi pare strano che qualcuno non c’abbia pensato prima.
Mi chiederete dova stia la letteratura in questo strampalato discorso.
C’arrivo, non siate impazienti.
Tra le mie letture preferite, sarebbe più esatto definirle riletture, ci sono i racconti di Italo Calvino. Mi capita spesso di consigliarli a chi si trova a dover imparare l’italiano, sia per la prosa raffinata , ma non troppo elaborata, e sia per le immagini che egli sapeva offrire delle italiche contraddizioni, o, se preferite, specificità.
A tutti suggerisco sempre di passare qualche ora in compagnia delle disavventure di Marcovaldo, e non solamente perché si rivelano spassose, bensì perché conducono il lettore attento a riconsiderare criticamente il suo atteggiamento e la sua correlazione con la modernità, nel senso che ognuno di noi è un potenziale Marcovaldo. Per quanto ci si atteggi a persone del nostro tempo si sta sempre a rincorrere il succedersi degli eventi, i mutamenti tecnologici, le capriole dei costumi, rimanendo sempre qualche passo indietro, affannati e spaesati. Dopo l’homo sapiens ecco l’homo modernus.
Ma Amazon, che c’entra?
In questo racconto di Calvino è descritto il primo contatto tra Marcovaldo e il supermercato, circa nel 1960. Riportatelo ai giorni nostri e provate a vedere se vi riconoscete…

Marcovaldo al supermarket    Continua a leggere

iTaliano

Certe cose, anche minime, saltano agli occhi, ma non di tutti evidentemente. Forse il fatto che l’italiano sia, per me, la seconda lingua, e perciò io abbia faticato e tuttora fatichi per praticarla, mi rende più sensibile a certi usi irriguardosi della stessa.
Potrei supporre che pure a voi il disuso o l’abuso del congiuntivo provochi una sensazione sgradevole allo stomaco, come pure certi ridicoli e assurdi diminutivi, per non parlare della volatilità del condizionale, ma talvolta capita che errori minimi, dei peccati veniali, dimostrino quanta poca cura si pone nella stesura di una frase o nella definizione di un concetto.
Nel caso che sto per mostrarvi, l’inghippo è generato dall’assenza di un componente tanto piccolo quanto essenziale: la punteggiatura.

Mi si potrà obiettare che il significato è comunque chiaro, reso ancora più evidente dal simbolo soprastante la scritta, però mi si consenta di farvi notare l’assurdità di quanto scritto.
Fateci caso, se su quel cartello fosse stato scritto “non bere varechina” oppure “non bere inchiostro” avreste pensato che difficilmente a qualcuno verrebbe in mente di farlo, decretando così la sostanziale inutilità dell’avviso. Orbene, ditemi allora se ha senso bere dell’acqua non potabile, eppure questo è quanto impone quel cartello. Altro discorso sarebbe stato se tra “bere” e “acqua” un’anima pia avesse interposto una virgola o un trattino.
Lo so che è un po’ come cercare il pelo nell’uovo, e che andare a sottilizzare troppo su un’insignificante cartello posto su una fontana potrebbe essere futile, quasi il sintomo di malcelate presunzione e saccenteria, ma così non è, si tratta solamente di rispetto. Putroppo non nutro molte speranze che la situazione migliori, in quanto la lingua italiana soffre della concorrenza del più moderno “italianese”, e così, dopo l’iPod, l’iPhone e l’iPad, avremo tutti a che fare con l’iTaliano.
Auguri.

E ricordatevi che Uno pro puncto caruit Martinus Asello.

Musica sacra – Prima puntata

Questo racconto a puntate l’ho scritto qualche anno fa, ma penso che oggi sia la giornata giusta per riproporlo, almeno per coloro che sono appassionati di certa musica.
Buon divertimento (forse…).
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MadamaButterfly

Clic.
Omero rimase ancora per qualche istante con la cornetta appoggiata all’orecchio. Si stava chiedendo se quel breve suono meccanico l’avesse partorito la sua mente. Ormai l’elettronica aveva soppiantato quel poco che c’era di meccanico nei telefoni, non era possibile che la chiusura della comunicazione venisse ancora certificata da un “clic”. Forse, nella loro smania di riverniciare e rivendere i simulacri del passato, qualche programmatore aveva inserito in maniera digitalizzata quel suono antico.
Comunque il clic lo aveva udito, forte e chiaro, come una porta sbattuta.
Proprio questo aveva giusto fatto, aveva sbattuto un porta, in maniera figurata s’intende, ma l’impeto e la soddisfazione erano comparabili a un’azione fisica.
Per meglio comprendere le ragioni di tale stato d’animo sarebbe opportuno fare le presentazioni del caso e aggiungere, per sommi capi, qualche scampolo del suo passato.
Omero Dossena, classe 1959, laurea in… ecc. ecc., regista, sposato e divorziato, senza figli, nato in Italia ma residente a Linz da una decina d’anni.
Che la vita di chi fa parte del mondo dello spettacolo non sia tutta rose e fiori è cosa nota, e peggio ancora va a chi è in cerca della pura arte lungo i meandri di quella rutilante giostra.
Si può ben dire che fino ad allora per Omero c’erano state più spine che rose, anzi nemmeno rose, cicoria. La sua carriera di regista era costellata di grandi apprezzamenti artistici, citazioni di merito, incoraggiamenti e strette di mano, ma soddisfazioni professionali scarse.
In parte la colpa era sua, aveva sempre rifiutato ciò che riteneva commerciale in maniera sfacciata, e si era sempre dedicato a opere cinematografiche e teatrali di alte aspirazioni artistiche ma di modestissimo risultato al botteghino.
Non per questo era sceso a più miti consigli, anzi si vantava di aver sempre rifiutato ogni collaborazione con la televisione italiana, ambiente immondo e retrogrado secondo il suo metro di giudizio, oppure, Dio ce ne scampi, con il mondo della pubblicità.
Per anni gli avevano presentato delle occasioni che altri avrebbero considerate ghiotte, tutt’altro che disprezzabili anche dal punto di vista professionale, ma gli altri non sapevano, non potevano capire che la fonte di tanta munificenza era sempre anche il motivo del suo irrigidimento, e che questa possedeva un nome: Primo.
Un bel nome per un fratello maggiore, peccato che di mestiere, perché di mestiere si tratta, facesse il politico di lungo corso. Era più di vent’anni che scorrazzava in lungo e in largo per tutto l’emiciclo camerale, raggiunto dopo una spericolata gavetta passata a camminare sui cadaveri di nemici e amici, fino ad arrivare a essere nominato sottosegretario praticamente a vita, dato che il fiuto e l’esperienza gli permettevano di saltare ogni volta sul cavallo vincente.
Anche a Primo erano occorsi degli, diciamo così, incidenti di percorso per aver solcato acque torbide frequentate da tipi poco raccomandabili, mari insidiosi sui quali si avventurava a pescare il consenso con metodi ambigui, e così facendo si era guadagnato, oltre alla poltrona in Parlamento, il sospetto di collusioni inconfessabili, di adesione a patti di mutua assistenza con gruppi di potere insofferenti alle leggi dello Stato, ed era stato fatto oggetto di attenzioni da parte di varie Procure, indagini che comunque si arenarono sempre sulle secche di autotutela modellate dai suoi colleghi a salvaguardia dei sacri principi repubblicani che nessuno di loro mai rispettava.
Perché lui, bazzicando chi altri bazzicava, mano a mano era venuto a conoscenza degli scheletri che questi “altri” tenevano ben chiusi nei loro armadi assieme agli abiti da cerimonia, e mai mancò di far pesare sul piatto delle decisioni politiche questa sua particolare erudizione in modo che il piatto pendesse sempre in suo favore.
E proprio di questi favori egli tentò più volte di far partecipe anche il fratello Omero, dato che, tutto sommato, alla famiglia ci teneva, e pur non condividendo, anzi rinunciando proprio a comprendere le scelte sue scelte artistiche, trovava più che normale procurargli le giuste entrature per una brillante carriera nella televisione di stato.
Omero ricordava con disgusto ancora vivido quelle discussioni con dirigenti viscidi e untuosi, le raccomandazioni insistite, quasi delle paternali, gli irrinunciabili suggerimenti piovuti da un Olimpo più sacro di quello greco, i nomi comunque non detti ma comunque scolpiti negli sguardi deferenti, le praterie dell’immaginario spogliate di ogni bellezza e ridotte a un angiporto nel quale arrivavano dall’alto le richieste assurde in apparenza ma ben mirate nell’effetto voluto dal lanciatore, le strette di mano sudate e flaccide, i sorrisi di circostanza verso il fratello di, i saluti e gli immancabili ossequi, ai quali seguiva immancabile una sua telefonata all’augusto fratello.
– Io di marchette non ne faccio! Io sono un artista libero, e libero voglio restare!
Al che Primo, senza scomporsi più di tanto, tornava a raccomandargli prudenza e un minimo di modestia. La conversazione telefonica prendeva toni più accesi quando Omero rinfacciava al fratello le sue amicizie equivoche, la sua dubbia moralità, l’attaccamento al denaro e il distacco da ogni forma di etica, dandogli, a seconda di dove si era accasasato Primo, del fascista, dello stalinista, del papista, del magnaccia, del reazionario, del capitalista, del voltagabbana, trattandolo come un appestato dal quale bisogna stare lontani per evitare l’immondo contagio, e ogni volta la comunicazione si chiudeva con gli usuali reciproci avvertimenti: la rovina, la prigione e l’ignominia per uno, la miseria, l’anonimato e l’infelicità per l’altro.
– La vedremo! – era l’ultima invariabile espressione di Omero prima di sbattere il ricevitore sulla forcella della base del telefono.
E ora, finalmente, avrebbe visto, ah, se avrebbe visto! Avrebbero visto tutti!

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London calling

Gatto Atlantico

Londra, le luci, i rumori, la gente, le facce, che facce, i cappelli: neri alti bassi morbidi rigidi, gli asiatici british, il tè, le luci e merry christmas, la neve, Churchill, gli alberi di Natale, i pub, le catene di negozi di cibo, i parchi, i mercati, la gente, che gente, che facce, come sono inglesi questi inglesi, le amiche.

Shakespeare, la Magna Charta, la civiltà, gli indiani, labour party, i liberali, i tories, i whigs. Falstaff, Puk, Amleto nero, underground, overground, Notting Hill, the richness, the queen, 99 anni, la middle class, gli addobbi di Natale, le stoffe di Liberty, le catene di negozi di stracci, il freddo, il fumo dalle case, le facce di Ken Loach, i poveri i così così.

Camminare correre urlare. Il rosso, le cabine, le amiche, la guida a sinistra, traffico traffico traffico, le amiche, le corse, Scrooge, Oliver Twist, David Copperfield, Virginia Woolf…

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