Apocalisse (o dell’uomo invisibile)

Lastoffagiusta Dal blog www.lastoffagiusta.i

Apocalisse (o dell’uomo invisibile)

 

 

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Anche i pesci nel loro piccolo s’incazzano

Per tradizione genetica e culturale (vedi post precedente), a casa mia, in cucina, tutto ciò che dal mare viene è “roba mia”, nel senso che mi occupo di pulire, preparare e in più di qualche caso cucinare pesci e crostacei.
A quanto mi capita di osservare da un bel po’, sono rimasto uno degli ultimi mohicani che non si fanno pulire il pesce nel punto vendita, a parte il fatto che talvolta il mio punto vendita è semplicemente una battana nel mandracchio.
Che siano otragani o agoni, ragni o bisati, gronghi o passere, barboni o musoduro, sepe o canoce, passano tutte per le mie mani prima di finire in pentola, perché la considero un’attività doverosa per un amante di quanto che il mare ci regala, perché lo trovo un passaggio rilassante, quasi zen, e anche perché posso riservare pregiati fegati e cuori per i miei gatti di corte.
Ebbene, stamattina pulendo una conca di oradele (piccole orade, ma di gran lunga più gustose), mi è capitato di constatare che alcune di queste avevano un fegato piccolissimo, quasi insignificante, mentre altre potevano vantare un fegato degno di un merluzzetto.
Mi pare evidente che anche tra i pesci c’è chi è più suscettibile, facile all’incazzatura e al rancore, e che di conseguenza si fa sangue cattivo e fegato grosso.
La conclusione è scontata, ovvero che brutto carattere e atteggiamenti rissosi non aiutano, né per godersi la vita e nemmeno per evitare di finire, come tutti, in padella.

Ora vado, la farsora è calda al punto giusto, gli odori han preso su la bianchera. Non resta che la classica “girada e voltada”, e poi via, pesce sul piatto e vino nel bicchiere!

🙂

 

88 cristalli di sale

Isola

Sale dal mare da brezza sospinto

a fecondare le nobili vigne.

Sale dal mare l’argento guizzante

che mani sapienti sanno pescare.

Sale dal mare quest’isola viva

di gesti e di popoli schietti.

Sale dal mare tutto ciò che vedi,

che gusti, che senti, e ciò che sarà.

Immagine da: visitizola.com

Con questo testo ho vinto il 1° premio al concorso organizzato da Turistično združenje Izola.
Da non credere!

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L’Europa e la pancia

Immagine da: wired.it

E così abbiamo sbagliato noi, noi elettori che non abbiamo premiato le politiche il PD, almeno secondo Richetti.
Sarà pur vero che il risultato delle ultime elezioni nazionali è frutto di un voto “di pancia”, ma non per questo si ci si dovrebbe scandalizzare, oppure paventare la fine della democrazia.
La pancia è importante, ce lo ricorda l’apologo dello stomaco e delle membra di Menenio Agrippa, concetti espressi 2500 anni fa, e per certi versi ancora attuali.
Quel tremendo leviatano chiamato “la gente” ogni tanto spunta da un mare procelloso per portare scompiglio, e lo fa seguendo ciò che gli dice la pancia, e se ci dice bene allora la società fa, come nel 1968, un balzo in avanti, se invece ci dice male abbiamo le adunate oceaniche.
Forse voi pensavate che l’anelito europeo degli italiani nei primi anni ’90 fosse frutto di acute speculazioni socioeconomiche o di asettiche valutazioni politiche? Assolutamente no, si trattava invece di un sentimento di pancia, altrimenti non si spiegano tutti i salti mortali che abbiamo dovuto, fideisticamente, compiere per entrare nella moneta unica europea.
Da parte mia godo di due opinabili vantaggi, una certa età e una precisa collocazione geografica, che mi consentono di essere stato testimone di eventi ignoti alla maggioranza degli italiani.
Noi si vive tra due confini, quello austriaco e quello sloveno (un tempo jugoslavo), e quindi ho potuto ben valutare le difficoltà che incontrano i possessori di una valuta debole quando si interfacciano con una nazione che ha una valuta forte.
Lo svalutato Dinaro jugoslavo permetteva gli italiani di fare gli americani in Istria e Dalmazia, spendendo e spandendo senza misura, mentre sloveni, croati e serbi arrivavano a Trieste per comprare beni introvabili nelle loro repubbliche, e che generavano un fiorente mercato nero.
Specularmente, quando noi si andava in gita a Klagenfurt ci si poteva concedere un cappuccino, un dolcetto, ma per tutto il resto erano dolenti calcoli di cambio tra il forte Scellino e la Liretta, e ai comuni mortali capitava spesso di rinunciare.
La moneta unica, pur non registrando una sufficiente armonia economica, ha portato la stabilità monetaria che ci è sempre mancata, almeno dal colpo di mano di Richard Nixon del 1971, il quale, pur di stampare i dollari che gli servivano per le armi, minò alla base il sistema di regolazione dei cambi internazionali di Bretton Woods.
Con la moneta unica sono finalmente finiti i giochini furbi che facevamo per agevolare le vendite del settore manifatturiero nazionale; niente più svalutazioni competitive che permettevano di esportare prodotti di qualità non sempre eccelsa, ingrassando chi si faceva pagare in valuta pregiata, ma penalizzando gli onesti lavoratori e i consumatori italiani.
Il meccanismo era semplice. Ipotizziamo un tasso di cambio 1:1 tra due paesi; mettiamo un prodotto nazionale del costo di 1000 Lire, per il quale la manodopera costa 500 Lire. Quando viene svalutata la Lira quello stesso prodotto costa all’estero sempre 1000 Lire, equivalenti però a 900 nella valuta straniera più forte, e quindi risulta conveniente.
Il venditore incamera i 900 in valuta pregiata, e quindi, compra le materie prime per la nuova fornitura, a un prezzo più caro ovviamente, e per restare concorrenziale ha necessità di una nuova svalutazione, quindi il prezzo all’estero del suo prodotto rimane basso, e intanto incamera alta valuta pregiata.
Alla fine il produttore italiano si ritrova a guadagnare, non solamente sulla vendita dei prodotti, bensì anche sull’incremento di valore della valuta pregiata che possiede, mentre i suoi dipendenti si ritrovano con le solite 500 Lire che valgono sempre meno e che impediscono loro l’accesso a beni che non siano di produzione nazionale, ovvero come prendere due piccioni con una fava.
Per questo e altri motivi non rinuncerei mai all’Euro e all’Europa, anche se so bene che per le stesse mie mansioni in Germania e in Francia verrei pagato di più, ma queste sperequazioni, in entrambi i sensi, non sono imputabili all’Euro, bensì al sistema paese. Per esempio, senza tirare in ballo i paesi scandinavi, la piccola Corona Ceca dal 2010 ha avuto oscillazioni non significative, e quindi, pur essendo fuori dall’Euro, il loro sistema paese ha garantito per il valore della valuta, un sistema paese che invece da noi, mi spiace dirlo, è ben lungi dall’essere accettabile, almeno per gli standard europei.
Vi chiederete il motivo di questo pistolotto noioso e deprimente.
Presto detto, si tratta di un richiamo al mio post precedente, quello sull’alimentazione.
Visto che si parla di pancia, sarebbe il caso di tenere sott’occhio ciò che buttiamo in pancia, perché va bene l’Europa, però per quanto io ci creda, non le ho staccato un assegno in bianco.
Come forse già saprete, nel Regno Unito la TESCO ha deciso di rimuovere la dicitura “Best before…”, tradotto “Da consumarsi preferibilmente entro il…”, da una settantina di generi alimentari confezionati.
Tanto per capirci, la TESCO è un colosso della grande distribuzione, attiva non solamente nel Regno Unito, ma anche in altri paesi europei e asiatici, e il suo fatturato è superiore a quello di COOP e SPAR assieme, quindi quando si muovono loro è ardua impresa fermarli. Non per caso già nel 2011 il DEFRA (Department for Environment Food & Rural Affairs) aveva dato parere favorevole alla soppressione della data consigliata di scadenza sui prodotti alimentari confezionati.
In buona sostanza nei supermercati inglesi vi potranno legalmente rifilare dei biscotti muffi, della lattuga marcia, dell’olio morto, dell’aranciata svampita, basta che il prodotto sia ancora “commestibile”.
Guardando come la clientela riempie i carrelli al supermercato mi capita spesso di notare che la data di scadenza o gli ingredienti siano informazioni ignorate dai più, in quanto contano il prezzo e la marca (meglio se vista in TV), perciò una simile politica nel resto d’Europa non avrebbe incontrato una grande resistenza, con l’eccezione dei pochi talebani come me, e pertanto mi sento di dire che, almeno stavolta, l’abbiamo scampata bella.
Sì, ci è andata bene grazie alla Brexit (non tutto il male viene per nuocere), e pertanto i sistemi di confezionamento della TESCO sono rimasti confinati al di là della Manica, ma non per questo motivo dovremmo abbassare la guardia.
L’azienda inglese si è mossa in tale direzione per favorire gli interessi dei grandi gruppi alimentari, aziende multinazionali che dispongono di un volume di fuoco impressionante, in grado di condizionare le scelte politiche di intere nazioni. Non è un caso che sia in corso da tempo una battaglia tra Italia e la Commissione Europea riguardante l’indicazione di origine dei prodotti alimentari. A un’informazione chiara ed esaustiva si oppongono i grandi gruppi, i quali vedono nella nostra libertà di informazione e di scelta un freno alle loro mire espansionistiche e al loro progetto di spacciare cibi di origine ignota come se fossero prodotti tradizionali. Non so voi, ma una conserva di pomodoro realizzata a Gmünd non è che mi vada troppo a genio, come pure potrei sospettare della caratteristiche salutari e organolettiche di un miele raccolto a Timisoara, e anche non troverei allettante l’idea di un formaggio latteria realizzato nella Rhur.
Ecco, questa è l’Europa che non mi piace, l’Europa dell’appiattimento verso il basso, della sudditanza ai poteri forti, l’Europa che si muove come un gigante cieco e sordo alle esigenze materiali della sua popolazione, e sono convinto che per questi e altri motivi più di qualcuno abbia votato con “la pancia”, premiando la Lega.
Da parte mia farò, come sempre, resistenza umana, spingendo al boicottaggio dei prodotti alimentari che non riportano l’origine in etichetta, in quanto questa informazione essenziale non sarà più obbligatori, ma nemmeno vietata.
Se stili di vita vorticosi, martellamento pubblicitario, cambio di costumi e disattenzione colpevole consentiranno alle grandi aziende di spacciare come buono del cibo di dubbia provenienza e incerta qualità, trasformando così la massa di consumatori in un branco di obesi coprofagi, sarebbe il caso di tenere bene a mente le parole del saggio Ludwig Feuerbach: l’uomo è ciò che mangia.
Auguri, e buon pro vi faccia.

Immagine da: nonciclopedia.wikia.com