Ritmo vitale

Il primo davanti al secondo,
poi questo d’un tratto s’avanza
a un ordine inverso dettare.
Nessuna vittoria o rivalsa,
è solo uno scambio di ruoli
tra chi guida e chi segue.
Ora che il moto è compiuto
tocca a chi è dietro quel gesto,
specchio di quanto è accaduto.
Fermo nel suo effimero ruolo
è paziente l’altro che aspetta
di cedere senza impedire.
Non è una gara ma una danza
di cui non si vede la fine,
che solo il destino risolve.
Il passo ha chiari principi,
mai un’impronta sull’altra
e il presente attende il passato.
Chi manca alla regola è goffo,
arranca in scelte già fatte
o giudica di essere Dio.
La via invece è dettata,
due strade sullo stesso percorso,
e cosi la vita cammina,
in due.

 

 

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Cose da pazzi

Travel

Immagine da: chriscruises.com

Come funziona un viaggio organizzato?
Definiamo innanzitutto il concetto di “viaggio organizzato”. Trattasi di uno spostamento di una o più persone nello spazio fisico durante un predeterminato spazio temporale al fine di raggiungere uno o più obbiettivi definiti, il tutto gestito dall’inizio alla fine da un ente terzo.
Durante questa azione intervengono vari fattori: la quantità e la qualità dei partecipanti, la quantità e la qualità degli obbiettivi, la quantità e la qualità delle risorse messe in atto dall’ente terzo.
Appare evidente che per definire la soddisfazione percepita durante questa esperienza alcuni di questi parametri sono in conflitto tra loro. Per esempio a una quantità maggiore di partecipanti potrebbe non corrispondere in quantità sufficiente la quantità di risorse dell’ente terzo, come pure un eccesso di obbiettivi potenzialmente raggiungibili potrebbe inficiare la capacità di godimento degli stessi anche in caso di risorse ottimali.
In genere funziona così: esiste un programma, allettante in misura sufficiente, al quale aderire versando preventivamente la somma richiesta. Nei termini previsti dal suddetto programma ci si deve presentare al punto di prelievo dove ci aspetta il mezzo di trasporto a noi riservato, e anche uno o più rappresentanti dell’ente terzo che hanno il compito di guidarci durante l’escursione e di fornirci tutte le informazioni previste dal programma.
Il mezzo di trasporto (inteso anche come più mezzi differenti per capacità e tipologia) ci conduce senza interruzioni immotivate fino al punto più comodo per raggiungere l’obbiettivo del viaggio. In quel momento intervengono uno o più rappresentanti dell’ente terzo per guidare i visitatori seguendo un percorso ottimale in termini di spazio percorribile e di informazioni ottenibili.
Terminata questa fase si può passare all’obbiettivo seguente, oppure, in mancanza di questo, al ritorno fino al punto previsto dal programma. Nella maggior parte dei casi tale punto corrisponde a quello di partenza.
Bene, fine del viaggio organizzato, con piena soddisfazione dei partecipanti e degli organizzatori.
Male, perché nel peggiore dei casi potreste non aver capito niente, e se avrete voglia di proseguire nella lettura ve ne darò un esempio.
Mi è difficile definirmi un turista, direi più un viaggiatore occasionale, dato che le misurate risorse economiche e le limitazioni del contratto nazionale di lavoro non mi consentono di viaggiare come e dove vorrei, condizione ancora più sofferta poiché la definizione “nostalgia di casa” non è presente nel mio dizionario. Quando viaggio i miei spostamenti sono sempre abbastanza lenti secondo il metro corrente, ciò vuol dire che l’aereo non è in cima alle mie preferenze, e men che meno l’ancora più inquinante e asociale automobile. A questo punto andrebbe detto che la mia scelta sul mezzo di trasporto non è determinata sempre dal costo dello stesso, in quanto capita che il prezzo di un volo sia inferiore all’equivalente viaggio in treno o in autobus. Diciamo che mi muovo con lentezza per avere il tempo di assaporare ogni istante della mia isolata esperienza, anche a costo di momenti di stanchezza e, perché no, anche di noia.
Quindi avanti col treno, quale che sia la velocità promessa o raggiungibile, e con gli autobus, non solamente i lussuosi Granturismo, ma anche quelli che fermano a ogni paesino, e non di meno mi va di spostarmi col tram o col filobus quando mi si presenta l’occasione.
Sia chiaro che non pretendo l’unanimità di consensi circa questa mia opinione, anzi sono perfettamente consapevole su quanto essa sia scarsamente condivisibile, e tutto sommato avete il pieno diritto di trovarla irragionevole.
Però mi va di raccontarvi un episodio che mi ha confermato una volta di più come il mio modo di viaggiare mi riservi talvolta, e ribadisco talvolta, delle sorprese illuminanti.
Chi un po’ mi conosce sa che la Boemia è abbastanza nelle mie corde, in quanto alcune affinità culturali e (forse) spirituali mi riportano spesso in quel paese. Su Praga avrei molto da dire, da spiegare, da suggerire, da rivelare, ma non lo farò qui, sarebbe un’impresa che va ben oltre la mia capacità di raccontare e la vostra di sopportare, vi basti sapere che uso questa città come base di partenza per raggiungere altre località e altre esperienze altrettanto interessanti, e badate, ho detto interessanti, il che non sottintende anche piacevoli.
Dopo vari anni di rinvii sono riuscito finalmente a organizzarmi per una visita a Terezín, quella località che per secoli e durante l’occupazione nazista era nota come Theresienstadt.
Per quei pochi che non lo sanno, Theresienstadt venne costruita dagli Asburgo nel XVIII secolo come una fortezza. Per la precisione era composta da due strutture separate, ma collegate, la “Grande fortezza” e la “Piccola fortezza”, entrambe protette da larghi canali che potevano venire allagati in funzione difensiva con le acqua del fiume Ohře che scorre accanto.
La fortificazione non ebbe mai modo di mostrare la sua efficacia, e le vicende storiche la condussero a divenire ininfluente nel corso del XIX secolo. Cessata la sua funzione difensiva, la piccola fortezza venne utilizzata come prigione.
Furono i nazisti, nella loro visione malata del mondo, a trovare per Theresienstadt un nuovo scopo, quello di campo di concentramento per gli ebrei nella grande fortezza. Mentre la piccola fortezza mantenne la sua funzione di struttura per reclusione degli oppositori politici, ovviamente con le modalità efferate che erano tipiche del nazismo, per la grande fortezza passarono circa centocinquantamila ebrei, i quali, se sopravvivevano alle difficilissime condizioni di vita del ghetto, venivano poi deportati nei campi di sterminio.
Fin qui la storia che potete leggere su qualsiasi pubblicazione relativa a Terezín.
Altra esperienza è stata arrivarci al mattino con un fumigante bus locale.
Erano da poco passate le nove, e c’era nell’aria ancora un residuo della bruma mattutina che si era levata da un’infinita distesa di campi coltivati in maniera apparentemente casuale. Le foglie erano bagnate come se avesse piovuto, e la nebbiolina formava degli aloni attorno ai puntiformi riflessi di luce.
Non c’era molta gente sull’autobus, e fummo i soli a scendere alla fermata di Terezín, sulla piazza principale di quella che un tempo fu la grande fortezza. Misurando a spanne lo spazio che il bus aveva percorso dalle prime case fino alla piazza calcolai che sarebbe bastato un quarto d’ora a piedi per attraversare tutto il piccolo centro abitato, perciò fu abbastanza sorprendente trovarsi sul lato di un giardino rettangolare lungo circa centocinquanta metri e largo cento, più di un campo di calcio.
Non era niente di che, una cornice di alberelli alquanto stentati e un largo prato attraversato da un geometrico disegno di vialetti, però appariva enorme quando confrontato all’estensione del paese.
Quel quadrilatero verde era circondato su tutti i lati da massicci edifici a due o tre piani di evidente matrice asburgica, file e file di finestre perfettamente allineate, sequenze di archi massicci e una distesa di malte esterne sagomate a richiamare dei blocchi di pietra. Coronava il tutto una grigia chiesa più respingente della media.
Non avendo alcuna fretta decidemmo di costeggiare tutti e quattro i lati del giardino, giusto per respirare l’atmosfera di quell’anomala sistemazione spaziale. Non avevamo ancora percorso molta strada che ci venne incontro una persona anziana un po’ male in arnese, soprabito leggero grigio ardesia sulle spalle e tuta blu da ginnastica sotto. Disse qualcosa che non compresi immediatamente perché non conosco il ceco, ma anche perché biascicava più che parlare. Non era ubriaco, e comunque per esserlo già alle nove di mattina ci sarebbe voluto un bell’impegno, perciò non era il caso di allarmarsi. Sfoderando la mia migliore pronuncia dissi – Prominte, nerozumím česky.
La notizia che a quell’ora vagasse per il paese quasi deserto qualcuno che non capiva il ceco non impressionò granché il tipo, il quale si limitò a tirare fuori dalla tasca del soprabito una sigaretta e a gesti eloquenti si fece capire. Ora non ricordo se risposi in sloveno o in ceco, fatto sta che, appresa la notizia che non avevo da accendere perché non fumavo (quella sì era una notizia sorprendente in Boemia), si limitò ad alzare le spalle, e senza dire altro si allontanò con passo lento, quello di chi non ha niente da fare per quel giorno, tranne trovare qualcuno che abbia del fuoco.
Proseguimmo la nostra esplorazione, e su una panchina di cemento e legno del giardino vedemmo due persone che fissavano con estremo interesse la facciata del palazzo di fronte a loro. Erano due uomini sulla cinquantina, anche loro vestiti senza troppo stile, per non dire alla buona. Se ne stavano seduti in silenzio, composti, le mani sulle ginocchia e i piedi sotto il sedile della panchina, e mi ricordarono la buffa immagine di due scolaretti che ascoltano con interesse le parole dell’insegnante perché poi sarebbero stati interrogati. Solo passando accanto a loro mi accorsi che non stavano guardando la facciata del palazzo, o almeno non con intenti estetici, e non guardarono troppo nemmeno noi mentre stavamo occupando il loro campo visivo, in realtà non stavano fissando niente, erano come appesi a una visione tutta loro che li teneva inchiodati lì.
La faccenda cominciava ad apparirci strana, o almeno curiosa.
Alzando lo sguardo notammo camminare frettolosamente sul marciapiede accanto a un lungo palazzo rosa con finestre bordate di bianco due donne, una davanti vestita con un cappotto leggero di colore indefinibile tra il marrone e il rossiccio, e un’altra a un paio di passi di distanza con la tipica divisa bianca da infermiera, entrambe in pantofole.
Sparite quelle dentro l’edificio restarono i due uomini sulla panchina, e il vecchio che stava percorrendo i lati della piazza aspettando di accendere quella benedetta sigaretta.
Fine della popolazione visibile di Terezín.
Dato che eravamo partiti abbastanza presto avevamo saltato la prima colazione, il che ci suggerì di trovare un locale in grado di offrire qualcosa di caldo e di corroborante.
Dopo aver percorso in lungo e in largo il paese, cioè dopo meno di mezz’ora, ripiegammo sull’unico locale aperto, una sorta di caffè-bar-birreria-trattoria, però con un’insegna esterna che prometteva dello strudel. Entrammo.
Il locale era abbastanza spartano, però luminoso e pulito; oltre a un sedicente avventore al banco, noi due eravamo gli unici clienti, e avremmo dovuto avere solo l’imbarazzo della scelta su dove sederci, peccato che su ben quattro tavoli della sala fossero presenti delle strutture singolari. Sopra un piatto erano state sistemate delle posate, e su quelle un altro piatto, e così via, fino a formare una torre di quattro elementi che doveva offrire bastanti garanzie di stabilità anche se il tavolo fosse stato urtato da un cliente maldestro.
Così ci sedemmo sull’unico tavolino rimasto libero accanto alla vetrina e ordinammo, in ceco ovviamente, due cappuccini velký, grandi, anche se non c’era bisogno di specificarlo.
Dato che il caffè era bevibile, ci facemmo tentare dagli strudel promessi dall’insegna all’esterno, quindi – Dva strudel, prosím.
Dopo qualche tempo cominciammo a sospettare che stessero ancora pelando le mele, poi che fossero appena andati a coglierle sull’albero, e finimmo col chiederci quanto tempo intercorre tra piantare il seme nella terra e raccogliere le prime mele.
Intanto che stavamo elaborando quelle ipotesi non ci restava altro che osservare le persone di quel locale. L’avventore al banco era sempre lì, di spalle, con la sua mezza birra, e ogni tanto scambiava qualche parola con un altro uomo nel locale, un tipo sulla quarantina in pullover beige e pantaloni noce, una persona che sembrava non avesse niente da fare; non era un cliente, e non pareva avere una mansione specifica o riconoscibile, si limitava ad andare su e giù per il locale senza combinare niente di concreto. Difficile che fosse il padrone del locale, o il gestore, troppo rilassato, o troppo lassista sull’efficienza della cucina e del bar. Anche la cameriera appariva vagamente frastornata; andava dal banco alla cucina e viceversa senza dire niente di più di qualche monosillabo. Si era avvicinata a noi solamente per prendere le ordinazioni, e poi aveva preferito stare in disparte come se fossimo gente pericolosa da trattare con le pinze.
Finalmente, dopo un’attesa infinita, arrivarono i due strudel. Caldi. Bollenti. Non posso pensare che li avessero appena cotti, semplicemente c’avevano messo una vita a scaldarli troppo.
Sorpresa: dopo qualche morso alla mia fetta vi trovai i semi della mela, indizio indiscutibile di una lavorazione sommaria, da principianti, ma fu invece Rossana a vincere il primo premio trovando nella sua fetta di strudel tre centimetri di legno, ovvero il picciolo della mela. Sull’insegna all’esterno avrebbero dovuto scrivere: specialità della casa, strudel integrale.
Ridemmo, pagammo e andammo, col proposito di approfondire in seguito i perché delle bizzarrie di quel paese. Ci aspettavano gli aspetti meno divertenti di Terezín, e dopo una passeggiata arrivammo alla fortezza piccola, dove, nel parcheggio dedicato, stavano già i lussuosi autobus turistici e la schiera di latta delle automobili.
Oggi so cosa vidi quella mattina a Terezín, e perché sembrassero tutti strani, fuori fase, compresa la cameriera.
Nello stesso grande edificio del ghetto, quello dove i nazisti avevano girato i falsi filmati per far credere alla Croce Rossa che a Terezín gli ebrei fossero trattati più che bene, ora c’è un centro per il ricovero (o reclusione?) di persone con diverse problematiche mentali causate dall’età, da dipendenze, da deficienze croniche o altro, e che hanno bisogno di un’assistenza continuativa.
Va bene, mi direte, hai visto dei matti girare liberi, succede talvolta anche qua, e allora?
Il punto è anch’io ho provato a fare come loro, ho vagato senza meta per il paese, la grande fortezza, e vi giuro che è difficile distinguere il sano dal malato, perché è il posto stesso che ti porta alla pazzia.
Immaginatevi un luogo relativamente piccolo, una struttura a griglia di severi palazzi, non una curva, una scalinata, una sinuosità, un tornante, ma solo angoli retti, squadrati, e delle vie larghe e diritte che si possono osservare per tutta la loro, per così dire, lunghezza. Provate a figurarvi di stare all’estremità di una di queste strade, alle spalle le mura della vecchia fortezza, e vedere, in fondo, la via sbarrata da quelle stesse mura; da ogni parte si volga lo sguardo, davanti, a sinistra, a destra, dietro, ci sono sempre le mura della fortezza a negare un orizzonte, a imporre un “dentro” e a far dubitare dell’esistenza di un “fuori”. Colori pochi, delle tonalità di giallo paglierino, qualche palazzo in rosa corallo, e pochi verdi, più spenti che pallidi, azzurro non pervenuto, e comunque non davano nessuna allegria, erano belletti sulla pelle di un cadavere. Nessuna concessione al frivolo, all’eccentrico, all’improvvisato, ma unicamente ordine e funzione, misura e progetto, esibizione di potere e certezza di un nemico in agguato. Ecco, se avete abbastanza fantasia per figurarvi tutto ciò ne avete altrettanta per trovare insopportabile la permanenza nella grande fortezza, e qualora vi capitasse doverci vivere per forza, l’unica alternativa alla fuga fisica sarebbe la fuga mentale, e magari vi troverete a vagare ai bordi del grande giardino cercando del fuoco per la vostra sigaretta.
Ciò che vi ho raccontato è tutto vero, non ho aggiunto né tolto niente, né le vicende e né le mie impressioni; si è trattato solamente un’esperienza interessante, il che, come ho scritto sopra, non sottintende piacevole, comunque così lontana da risultare irraggiungibile per chi non lascia mai la sicurezza della strada vecchia, il viaggio organizzato da altri, per la nuova, il viaggio vissuto in prima persona.

Ahoj

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Paura

Immagine da: societyandcivilization.tumblr.com

Basta, non se ne può più di questi, come volete chiamarli, immigrati irregolari, migranti, clandestini, extracomunitari, insomma di tutta questa gente che ha invaso il nostro paese, ci porta via il lavoro, ruba, spaccia, ammazza e delinque in ogni maniera immaginabile.
Ah, come si stava bene prima che arrivassero questi, vivevamo in un Eden. Tutti erano gentili e beneducati, nessuno nemmeno si sognava di chiudere la porta di casa a chiave, perché di ladri non ce n’erano. Si girava tranquilli, anche nelle strade e nelle ore più buie, mentre oggi tra borseggiatori e truffatori non si è più sicuri da nessuna parte.
E la droga poi, mai vista prima, di nessun tipo, e pensate che il massimo della trasgressione era uno spritz se faceva caldo, o un amaro al carciofo sorseggiato al centro di un trafficato incrocio cittadino.
La violenza di ogni tipo era bandita, anzi il solo nominarla era considerato scurrile in un parlato italico nel quale il turpiloquio e le bestemmie erano del tutto assenti. Le donne poi, rispettate oltre ogni modo e mai toccate, nemmeno con un fiore, nemmeno con una piuma.
Prima che arrivassero costoro stavamo tutti meglio, non c’erano disoccupazione e sfruttamento, anzi i datori di lavoro si facevano in quattro per disputarsi le maestranze a forza di stipendi sempre più alti.
Ebbene, dinnanzi a tale scandalo non si può più tacere, e mi si permetta di rivolgermi in prima persona a questi nuovi barbari.
Cari signori che venite dal terzo mondo, non basta stare tutto il giorno con lo smartphone in mano per sembrare italiani, ci vuole ben altro, è una questione di cultura, la nostra ovviamente, e in primis ci vuole il rispetto. Prendete esempio da noi che rispettiamo tutte le regole, i limiti di velocità, le file, i permessi edilizi, le distanze di sicurezza, i doveri fiscali, l’ambiente, il merito, le minoranze, che ci alziamo in tram per cedere il posto agli anziani, che non accettiamo e non mendichiamo raccomandazioni, che non disturbiamo gli altri con gli affari nostri urlati al telefonino, che mai ci piegheremmo a qualsivoglia forma di malavita organizzata, che teniamo sempre moderato il volume del televisore, che non buttiamo l’immondizia dove ci farebbe più comodo, che non sappiamo cosa sia la corruzione, che non ci scanniamo per una partita di pallone, che non cerchiamo mai, e ribadisco mai, di fregare gli altri.
E poi, tutte quelle pretese di voler stare meglio, a nostre spese poi. Non è mica colpa nostra se siete nati dove non ci sono le quattro stagioni, la pioggia e il sole solamente quando servono, i torrenti cristallini, i verdi pascoli per le mandrie, le messi dorate in estate, e un placido mare pescoso. Vedete, qui stiamo facendo del nostro meglio per non farvi provare troppa nostalgia di casa, stiamo avvelenando l’acqua per renderla imbevibile, stiamo surriscaldando il pianeta per avere anche noi caldo torrido e siccità, stiamo sostituendo la terra fertile con dello sterile cemento, ci stiamo attivamente occupando del clima in modo da ottenere catastrofici uragani, e il mare poi lo stiamo trasformando in un deserto liquido. Insomma, cerchiamo in tutti i modi di portarci in pari con voi, però dovete darci ancora qualche anno di tempo, portate pazienza, non possiamo fare miracoli!

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Anche i pesci nel loro piccolo s’incazzano

Per tradizione genetica e culturale (vedi post precedente), a casa mia, in cucina, tutto ciò che dal mare viene è “roba mia”, nel senso che mi occupo di pulire, preparare e in più di qualche caso cucinare pesci e crostacei.
A quanto mi capita di osservare da un bel po’, sono rimasto uno degli ultimi mohicani che non si fanno pulire il pesce nel punto vendita, a parte il fatto che talvolta il mio punto vendita è semplicemente una battana nel mandracchio.
Che siano otragani o agoni, ragni o bisati, gronghi o passere, barboni o musoduro, sepe o canoce, passano tutte per le mie mani prima di finire in pentola, perché la considero un’attività doverosa per un amante di quanto che il mare ci regala, perché lo trovo un passaggio rilassante, quasi zen, e anche perché posso riservare pregiati fegati e cuori per i miei gatti di corte.
Ebbene, stamattina pulendo una conca di oradele (piccole orade, ma di gran lunga più gustose), mi è capitato di constatare che alcune di queste avevano un fegato piccolissimo, quasi insignificante, mentre altre potevano vantare un fegato degno di un merluzzetto.
Mi pare evidente che anche tra i pesci c’è chi è più suscettibile, facile all’incazzatura e al rancore, e che di conseguenza si fa sangue cattivo e fegato grosso.
La conclusione è scontata, ovvero che brutto carattere e atteggiamenti rissosi non aiutano, né per godersi la vita e nemmeno per evitare di finire, come tutti, in padella.

Ora vado, la farsora è calda al punto giusto, gli odori han preso su la bianchera. Non resta che la classica “girada e voltada”, e poi via, pesce sul piatto e vino nel bicchiere!

🙂